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Full text of "La stampa a Napoli nel XV secolo: atlante"

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SAMMLUNG 

BIBLIOTHEKSWISSENSGHAFTLIGHER  ARBEITEN 

BEGRÙNDET  VON   KARL  DZIATZKO  f 

FORTGEFÙHRT  UND   HERAUSGEGEBEN 

VON 

Prof.  Dr.  KONRAD  HAEBLER 

DIREKTOR   BEI   DER   KGL.  BIBLIOTHEK   IN    BKRI.IN 


32.HEFT 

(II.  SERIE,    I5.HEFT) 

MARIANO  FAVA    e    GIOVANNI  BRESCIANO 

LA  STAMPA  A  NAPOLI  NEL  XV  SECOLO 

VOL.  I 


LEIPZIG 

VERLAG  VON  RUDOLF  HAUPT 

191 1 


^^fò^hViOÒ 


LA  STAMPA  A  NAPOLI 


NEL  XV  SECOLO 


MARIANO  FAVA   E   GIOVANNI  BRESCIANO 


VOL.I 
NOTIZIE  E  DOCUMENTI 


LEIPZIG 

VERLAG  VON  RUDOLF  HAUPT 

1911 


A 
CORRADO  HAEBLER 


Digitized  by  the  Internet  Archive 

in  2010  with  funding  from 

University  of  Toronto 


http://www.archive.org/details/lastampanapolineOOfava 


Indice  della  parte  prima. 


Pag. 

Prefazione ix 

Opere  più  spesso  citate xv 

Introduzione xviii 

I.     Notizie  preliminari i 

II.     Sisto  Riessinger io 

III.  Francesco  del  Tuppo 28 

IV.  Arnaldo  da  Bruxelles 47 

V.     Bertoldo  Rihing 57 

VI.     Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovan  Marco  il  Cinico 

e  Pietro  Molino 59 

VII.     Jodoco  Hohenstein 78 

Vili.     Enrico  Alding  e  Pellegrino  Bermentlo 81 

IX.     Corrado  Guldenmund 86 

X.     Nicola  Iacopo  de  Luciferis  e  Giovanni  Adamo  di  Polonia  88 

XI.     Domenico  Carafa  e  i  tipografi  minori 91 

XII.     Francesco  di  Dino 100 

XIII.  Cristiano  Preller lOi 

XIV.  Aiolfo  de  Cantono,   Antonio  Gontier,  Giovanni  Tresser 

e  Martino  di  Amsterdam 105 

XV.     La  silografia 110 

XVI.     I  Mecenati  della  tipografia 135 

XVII.     I  Correttori 142 

XVIII.     La  tipografia  ebraica  napoletana 152 

Appendice.     L'  arte  della  legatoria  a  Napoli 159 

Documenti 177 


Errata. 


Errori.  Correzioni. 

Pati.      4.  1-  5  1485 1484 

„         4,  1.  16  1491 1492 

„         4,  1.  18  neir  anno  medesimo  .     .     .  nell'  anno  precedente 

„      30,  nota  2         XVIII XVII 

„      99,  1.  IO — Il    per    la    forma    dell' A,    che  per    la    forma    del    Q,    la 

è     munita     di     un     uncino  cui  coda  è  quasi  orizzon- 

all'  apice  tale 
„      99,  1.  II  — 12    Rassomiglia   al   carattere  di  Sopprimere. 

Florenzio  di  Argentina. 
„     121,  1.  IO  lOla  I02a 


Prefazione. 


Il  tema  proposto  dall'  Accademia  Pontaniana  pel  concorso 
al  premio  Tenore  dell'  anno  igoi  fu  la  storia  della  tipo- 
grafia napoletana  nel  XV  secolo,  e  in  quell'  occasione 
fu  scritto  il  presente  lavoro  che  l' Accademia  volle  onorare 
del  premio.')  Abbiamo  quindi  procurato  di  emendarlo  e  di 
migliorarlo  per  quanto  ci  è  stato  possibile,  e  ci  siamo  ora 
indotti  a  pubblicarlo  non  perchè  ci  lusinghiamo  che  nulla  vi 
sia  ancora  da  aggiungere  o  da  emendare  e  che  esso  sia 
definitivo  e,  come  ora  suol  dirsi,  esauriente,  ma  perchè  nel- 
r  attuale  fervore  di  studii  incunabulistici  ci  è  parso  che 
non  dovesse  riuscire  privo  d'  interesse  e  di  qualche  utilità 
il  nostro  contributo  alla  storia  della  prototipografia  ita- 
liana, soprattutto  perchè  riguarda  uno  dei  capitoli  più  oscuri 
di  essa. 

Il  nostro  lavoro  si  compone  di  una  parte  storico-biografica 
e  di  una  parte  bibliografica.  Di  ciascuno  dei  tipografi  che 
impressero  a  Napoli  nel  XV  secolo  abbiamo  cercato  di  dare 
nella  prima  parte  un  cenno  biografico  e  nella  seconda  la  serie 
delle    edizioni.     Ai    cenni   biografici    dei    tipografi   e   dei  loro 


i)  V.  la  relazione  di  Erasmo  Pèrcopo  negli  Atti  dell'Accademia 
Pontaniana,  voi.  XXXIII  (1903),  in  principio. 

Il  lavoro  presentato  alla  Pontaniana  era  diviso  in  due  parti,  di  cui  la 
prima  e  la  principale  trattava  della  tipografia  napoletana  del  Quattrocento  ed  è 
ora  contenuta  nei  due  volumi  che  pubblichiamo,  e  la  seconda,  che  era  piuttosto 
un'appendice  dell'altra,  riguardava  il  commercio  librario  a  Napoli  nello  stesso 
deriodo.  Questa  seconda  parte,  sulla  quale  speriamo  di  tornare,  potrà  più  op- 
portunamente esser  compresa  in  una  monografìa  a  sé. 


X  Prefaiione. 

socii  facemmo  seguire  nei  capitoli  XVI  e  XVII  quelle  notizie 
che  ci  venne  fatto  di  raccogliere  su  coloro  che  ne  furono  i 
più  efficaci  cooperatori,  incoraggiandoli,  proteggendoli  e  aiutan- 
doli col  loro  favore  o  assistendoli  coi  consigli  e  collaborando 
con  essi  come  correttori,  senz'  alcuna  pretesa  di  farne  la  bio- 
grafia; nel  capitolo  XVIII  un  breve  riassunto  degli  studii 
fatti  sinora  sulla  tipografia  ebraica  napoletana;  nell'Appendice 
alcuni  cenni  suU'  arte  della  legatoria  a  Napoli  nel  periodo  del 
Rinascimento, 

Gran  parte  delle  notizie  storiche  e  biografiche  raccolte  in 
questa  prima  parte  furono  tratte  da  documenti  conservati  negli 
archi  vii  napoletani,  lungamente  da  noi  esplorati  negli  anni 
1899,  1900  e  1901.  Questi  documenti  di  solito  sono  stati  in- 
dicati soltanto,  e  con  la  massima  brevità,  nelle  note,  o  parzial- 
mente riportati  in  queste,  ed  appartengono  o  al  R.  Archivio 
di  Stato  o  all'Archivio  Notarile  di  Napoli,  al  quale  s'in- 
tendono riferite  tutte  le  citazioni  di  protocolli,  capitoli,  testa- 
menti ecc.,  salvo  qualche  rara  eccezione  che  risulta  dalle  in- 
dicazione date.  Abbiamo  però  creduto  opportuno  di  riportare 
nella  loro  integrità  un  certo  numero  di  documenti  che  giu- 
dicammo più  importanti  per  il  loro  contenuto  o  più  atti  ad 
illustrare  certi  particolari  relativi  ai  fatti  narrati  nel  testo. 
Non  tutti  questi  documenti  sono  ora  ancora  inediti,  che  alcuni, 
come  abbiamo  notato  ai  rispettivi  luoghi,  sono  stati  già  pubbli- 
cati da  altri  in  questi  ultimi  anni.  Abbiamo  tuttavia  creduto 
di  non  doverli  sopprimere,  sia  perchè  la  lezione  seguita  dagli 
editori  lasciava  talora  a  desiderare,  sia  perchè  essi  si  trovano 
sparsi  in  periodici  o  in  cataloghi  librarli  o  in  opuscoli  che 
non  sempre  è  facile  trovare. 

Nella  parte  seconda,  che  intitolammo  Bibliografia  napole- 
tana del  XV  secolo,  abbiamo  procurato  di  dare  una  notizia, 
per  quanto  ci  è  stato  possibile,  esatta  e  compiuta  di  tutte 
le  edizioni  napoletane  del  s.  XV,  non  escluse  quelle  che 
con  qualche  ragione  o  anche  a  torto  furono  credute  napole- 
tane. La  nostra  Bibliografia  è  divisa  per  tipografi  in  modo 
da  presentare,  in  tante  sezioni  distinte,  gli  annali  delle 
singole    tipografie    ossia  la    serie,    cronologicamente    disposta, 


Prefazione.  XI 

delle  edizioni  prodotte  da  ciascuna  officina  tipografica. 
Seguono  le  edizioni  napoletane  di  stampatori  ignoti  o 
incerti,  che  credemmo  opportuno  raccogliere  tutte  insieme 
in  una  sola  sezione,  e  quelle  di  stampatori  ignoti  ma  pro- 
babilmente napoletane,  indi  le  edizioni  credute  a  torto  napole- 
tane, le  dubbie  o  suppositizie  o  con  falsa  data  e  da  ultimo 
le  ebraiche. 

Di  ciascuna  edizione  ci  siamo  studiati  di  dare  una  esatta 
e  sufficiente  descrizione  e  d' indicare  gli  esemplari  superstiti 
di  cui  siamo  riusciti  ad  aver  notizia.  La  massima  parte  delle 
edizioni  descritte  furono  diligentemente  esaminate,  assai  spesso 
in  più  esemplari,  ma  parecchie  sono  pure  quelle  che  potemmo 
vedere  fuggevolmente  o  in  esemplari  imperfetti,  e  non  poche 
quelle  che  non  ci  fu  mai  dato  di  vedere  e  per  le  quali 
dovemmo  ricorrere  alla  cortesia  di  amici  o  di  colleghi  lontani. 
Per  queste  ragioni,  ed  anche  perchè  in  taluni  casi  ci  parve 
di  dover  essere  più  larghi  d'  indicazioni  e  in  altri  di  poterci 
risparmiare  una  prolissità  inutile,  si  potrà  notare  qualche 
difformità  nelle  nostre  descrizioni,  alcune  delle  quali  parranno 
forse  troppo  sobrie.  In  generale  abbiamo  procurato  di  dare 
una  descrizione  più  larga  e  più  minuta  di  quelle  edizioni  che 
ci  sono  note  per  un  solo  esemplare  o  che  da  altri  sono  state 
più  sommariamente  trattate,  ed  abbiamo  più  brevemente 
descritte  quelle  che  sapevamo  men  rare  o  che  trovammo  da 
altri  già  largamente  illustrate. 

Abbiamo  voluto  riportare,  quasi  sempre  integralmente, 
le  lettere  dedicatorie  degli  editori  o  dei  correttori  che  accom- 
pagnano talune  edizioni  e  che,  oltre  al  contenere  talvolta 
notizie  utili  per  la  storia  letteraria  o  civile,  sono  da  conside- 
rarsi e  furono  da  noi  considerate  come  altrettanti  documenti 
per  la  storia  della  tipografia.  Di  queste  lettere,  come  dei 
documenti  tratti  dagli  archivii,  abbiamo  dato  il  testo  diplo- 
maticamente trascritto,  e  di  nostro  non  vi  abbiamo  messo  che 
r  interpunzione  e,  come  facemmo  anche  nelle  descrizioni, 
qualche  raro  sic,  quando  l'errore  dell'  originale  poteva  dar 
luogo  a  dubbio  o  ad  equivoco. 

Alle    solite  indicazioni  bibliografiche    abbiamo  aggiunto  i 


XII  Prefazione. 

sempre  che  ci  è  stato  possibile,  quella  delle  filigrane  della 
carta  perchè  crediamo  che  in  qualche  caso  e  per  talune 
ricerche  giovi  il  conoscere  la  qualità  della  carta  adoperata 
per  la  stampa  di  un  dato  libro.  Il  numero  che  segue  in 
parentesi  1'  indicazione  della  filigrana  rimanda  alla  nota  opera 
del  Briquet'*  e  a  quella  filigrana  alla  quale  la  nostra  fu  da 
noi  considerata  identica. 

Nella  enumerazione  degli  esemplari  si  potranno  notare 
molte  omissioni,  giacche  a  noi  non  fu  dato  di  compiere  una 
larga  e  metodica  esplorazione  delle  biblioteche.  Ci  siamo 
dovuti  contentare  perciò  di  quelle  notizie  che  ci  venne  fatto 
di  raccogliere,  non  essendo  cosa  facile  esplorare  di  persona  le 
biblioteche  coi  mezzi  privati,  sian  pure  le  sole  biblioteche 
italiane. 

La  cortesia  dell'  editore  di  questa  collezione  ci  ha  per- 
messo di  accompagnare  la  nostra  opera  con  un  numero  suffi- 
ciente d'  illustrazioni.  I  tipi  adoperati  da  ciascuno  dei  tipo- 
grafi napolitani,  brevemente  indicati  nella  parte  1%  sono  stati 
tutti  riprodotti,  insieme  con  le  più  notevoli  silografie,  nelle 
tavole  di  fac -simili.  Di  ciascun  tipo  si  è  dato  un  saggio 
riproducendo  una  pagina  di  testo,  per  lo  più  intera,  e  quasi 
sempre  gli  alfabeti  maiuscolo  e  minuscolo  con  le  varie  ab- 
breviature. E  noi  ci  auguriamo  che  col  sussidio  di  queste 
tavole  una  parte  delle  tante  edizioni  anonime  sparse  nelle 
biblioteche  e  di  cui  s' ignora  1*  origine  possa  essere  rivendicata 
alle  tipografie  napoletane. 

E  lontano  da  noi  il  pensiero  che  questo  lavoro,  che  pur 
ci  costò  non  brevi  né  lievi  fatiche,  rappresenti,  come  suol 
dirsi,  r  ultima  parola  sulla  prototipografia  napoletana.  Saremo 
perciò  riconoscenti  a  coloro  che  vorranno  farci  notare  le 
omissioni  e  gli  errori  in  cui  forse  saremo  incorsi,  e  delle 
osservazioni  dei  competenti  non  mancheremo  di  tener  conto 
nelle  giunte  e  correzioni  che  ci  proponiamo  e  speriamo  di 
pubblicare. 


l)  Les   filigranes,   dictionnaire   bistorique  des  m^rquei  du  papier.     Genève, 
A.  JullicD,  1907,  voi.  4. 


Prefazione.  XIII 

Più  imperfetta  sarebbe  però  riuscita  quest'  opera  se  non 
fossimo  stati  aiutati  dalla  benevolenza  di  molti  bibliotecarii 
e  bibliofili,  ai  quali  ci  è  grato  attestare  pubblicamente  la 
nostra  riconoscenza.  Al  prof.  Corrado  Haebler  non  saremo 
mai  grati  abbastanza  non  solo  per  gì'  incoraggiamenti  e  i 
consigli  che  ci  ha  dati  e  le  notizie  preziose  che  ci  ha  fornite, 
ma  ancora  per  la  particolare  benevolenza  che  ci  ha  costante- 
mente e  in  ogni  occasione  dimostrata,  così  nel  secondare  le 
nostre  ricerche  presso  biblioteche  estere,  come  nel  facilitarci 
la  pubblicazione  di  questo  lavoro,  accogliendolo,  benché  scritto 
in  italiano,  in  questa  riputata  collezione  da  lui  diretta.  Parti- 
colarmente grati  ci  professiamo  al  Direttore  della  Biblioteca 
Nazionale  di  Napoli  dott.  Emidio  Martini  che  per  parecchi  anni 
ci  ha  usate  le  più  larghe  agevolazioni;  al  sig.  L.  Polain,  alla 
cui  inesauribile  gentilezza  non  ci  siamo  mai  rivolti  invano,  ed 
a  cui  dobbiamo  la  notizia  di  alcune  stampe  napoletane  a  noi 
ignote  e  molte  indicazioni  intorno  ai  cimelii  napoletani  con- 
servati nelle  collezioni  parigine;  al  sig.  E.  Gordon  Duff  alla 
cui  amabilità  siamo  debitori  della  descrizione  di  parecchi  unici 
della  collezione  Cassano  Spencer;  al  sig.  H.  Guppy  Bibliotecario 
della  „John  Rylands  Library",  che  ha  avuto  la  bontà  di 
fornirci  copiose  notizie  di  altri  cimelii  della  stessa  collezione 
e  ce  ne  ha  permesse  e  gentilmente  procurate  parecchie  ripro- 
duzioni; al  sig.  L.  Dorez  della  Nazionale  di  Parigi;  al  Conte 
V.  Ansidei  Bibliotecario  della  Civica  di  Perugia,  al  prof. 
F.  Donati  della  Comunale  di  Siena  e  al  dott.  S.  Morpurgo  della 
Nazionale  di  Firenze,  che  con  grande  liberalità  e  con  somma 
cortesia  ci  facilitarono  lo  studio  dei  cimelii  napoletani  delle 
rispettive  biblioteche;  al  sig.  F.  J.  H.  Jenkinson  della  Universi- 
taria di  Cambridge;  al  P.  J.  AVickner  O.  S.  B.  Bibliotecario  della 
Biblioteca  Abbaziale  di  Admont;  al  P.  Ritter  O.  S.  B.  della 
Biblioteca  di  S.  Georgenberg;  al  dott.  K.  Steiff  della  Biblioteca 
Reale  di  Stuttgart;  al  prof.  E.  IMotta  della  Trivulziana;  a 
Mons.  Gennaro  Aspreno  Galante  Canonico  Cimeliarca  della 
Metropolitana  di  Napoli;  al  dott.  E.  Casanova  Direttore  del 
r  Archivio  di  Stato  di  Napoli  e  ai  suoi  collaboratori  ;  al 
dott.    I.  Giorgi    della    Casanatense;    al    dott.    E.  Al  visi    della 


XIV  Prefazione. 

Palatina  di  Parma;  al  sig.  George  Dunn  e  alla  libreria  L.  Rosen- 
thal  di  Monaco. 

Sentiamo  poi  il  dovere  di  esprimere  la  nostra  ricono- 
scenza all'  editore  signor  R.  Haupt  che  solo  per  amore 
dei  nostri  studii  ha  voluto  assumersi  la  pubblicazione  di 
quest'  opera. 

Napoli,  30  marzo  191 1. 


Opere  più  spesso  citate. 


Indicheremo  per  brevità  con  le  sigle  seguenti  quelle  opere  che  dovremo  citare  più 

frequentemente. 

C.  (o  Co.)  =  Copinger,  W.  A.,  Supplement  to  Hain's  Repertorium  biblio- 
graphicum. 

London,  H.  Sotheran,   1898 — 1902,  voi.  3. 

D.  L.  =  De  Licteriis,  Fr.,  Codicum  saeculo  XV  impressorum  qui  in 
Regia  Bibliotheca  Borbonica  adservantur  catalogus. 

Neapoli,  ex  Regio  typ.,   1833— 184 1,  voi.  4. 

G.  =  Giustiniani,  Lorenzo,  Saggio  storico-critico  sulla  tipografia  del 
Regno  di  Napoli.  Seconda  edizione  corretta  e  di  molto  accresciuta 
dallo  stesso  Autore. 

Napoli,  a  spese  di  Nunzio  Pasca,   18 17,  4°,  p.  294. 

H.  =  Hain,  L.,  Repertorium  bibliographicum. 

Stuttgartiae,  sumtibus  J.  G.  Cottae,   1826 — 1838,  voi.  4. 

Pe.  =  Pellechet,  M.,  Catalogne  general  des  incunables  des  bibliothèques 
publiques  de  France  (continuato  da  L.  Polain). 

Paris,  Alph.  Picard  (Lille,  impr.  L.  Danel),   1897— 1909,  voi.  P 
— ni°  (A— Greg.). 
Pr.  =  Proctor,  R.,  An  index  to  the  early  printed  books  in  the  British 
Museum  .  .  .  with  notes  of  those  in  the  Bodleian  Library. 
London,  Kegan  Paul,  Trench,  Triibner  e  C,   1898. 
Bohatta,  H.,  Katalog  der  liturgischen  Drucke  des  XV.  und  XVI.  Jahr- 
hunderts   in    der   herzogl.  Parma'schen  Bibliothek  in  Schwarzau  am 
Steinfeld,  N.-Ò. 

Wien  (Druck  v.  A.  Holzhausen),   1909 — 1910,  voi.  2. 


XVI  Opere  più  spesso  citate. 

Bòlling,  J.  A.,  Index  librorum  saeculo  XV  impressorum  quorum  exempla 
possidet  Bibliotheca  Regia  Hafniensis. 
Hafniae,   1889  —  1898. 

Caronti,  A.,  GÌ'  incunaboli  della  R.  Biblioteca  Universitaria  di  Bologna. 
Catalogo  compiuto  e  pubblicato  da  A.  Bacchi  della  Lega  e  L.  Frati. 
Bologna,  N.  Zanichelli,   1889. 

Catalogo  dei  libri  dal  Conte  Angiolo  Maria  D'  Elei  donati  alla  .  .  . 
Libreria  Mediceo-Laurenziana. 

Firenze,  tip.  all'  insegna  di  Dante,   1826. 

Caiulogue  de  la  Bibliothèque  de  feu  M.  Benedetto  Maglione  de 
Naples. 

Paris,  Ém.  Paul,  L.  Huard  et  Guillemin,   1894,  parti  2. 

Catalogne   des   livres   de   la  Bibliothèque  du  Prince  Michel  Galitzin. 
Moscou,   1 866. 

Delisle,  L.,  Notes  sur  les  anciennes  impressions  des  classiques  latins  et 
d'  autres  auteurs  conservées  au  XV  ^  siècle  dans  la  librairie  royale 
de  Naples.    (Mélanges  Graux  [Paris,  Thorin,   1884],  p.  245 — -96.) 

Denis,  M.,  Annalium  typographicorum  V.  CI.  Michaelis  Maittaire  supple- 
mentum. 

Viennae,   1789. 

Dibdin,  T.  F.,  Bibliotheca  Spenceriana. 
London,   18 14 — 1823,  voi.  7. 

Fossi,  J.,    Catalogus    codicum   saeculo  XV  impressorum  qui  in  publica 
Bibliotheca  Magliabechiana  Florentiae  adservantur. 
Florentiae,   1793 — 95,  voi.  3. 
Gùnter,  O.,    Die  Wiegendrucke    der    Leipziger   Sammlungen    und    dar 
herzoglichen  Bibliothek  in  Altenburg. 

Leipzig,   Harrassowitz,   1909    (Zentralblatt  f.  Bibliothekswesen, 
XXXV.  Beiheft). 

Kristeller,  P.,    Die   italienischen  Buchdrucker-  und  Verlegerzeichen  bis 

Strafsburg,  Heitz,    1893. 
Laire,  F.  S.,    Index  librorum    ab  inventa  typographia  ad  annum    1500. 
Senonis,   1791,  voi.  2. 


Opere  più  spesso  citate.  XVH 

Marais,  P.,  Dufresne,  A.,  Catalogue  des  incunables  de  la  Bibliothèque 
Mazarine  (e  supplemento). 

Paris,  Welter,   1893 — i8g8. 
Panzer,    G.  W.,    Annales    typographici    ab    artis    invenlae    origine    ad 
annum  MD. 

Norimbergae,   1793 — 97,  voi.  5. 
Pennino,  A.,  Catalogo  ragionato  dei  libri  di  prima  stampa  .  .  .  esistenti 
nella  Biblioteca  Nazionale  di  Palenno. 
Palermo,  Lao,   1875 — 86,  voi.  3. 
Reichling,    D.,    Appendices    ad    Hainii-Copingeri    Repertorium    biblio- 
graphicum. 

Monachii,    sumptibus  J.  Rosenthal,   1905 — 19 11,  fasci — VII. 
Seemiller,  S.,   Bibliothecae  Academiae  Ingolstadiensis  incunabula  typo- 
graphica. 

Ingolstadii,   1787 — 88,  fasci — IL 
Van  der  INIeersch,    P.  C,    Recherches    sur    la   vie   et   les    travaux    des 
imprimeurs  Belges  et  Néerlandais  établis  à  1'  étranger. 
Gand,   1856. 
Van  Praet,  J.,  Catalogue  des  livres  imprimés  sur  vélin. 

Paris,  De  Bure,   1822 — 28,  voi.  10. 
VouUiéme,    E.,    Die    Inkunabeln   der   k.    Bibliothek    und    der    anderer 
Berliner  Sammlungen. 

Leipzig,  Harrassowitz,   1907   (Zentr.  f.  Bibl.,  Beiheft  XXX). 

—  Die  Inkunabeln  der  k.  Universitàts-Bibliothek  in  Bonn. 

Leipzig,   1897  (Z.  f.  B.,  B.  XIII). 

—  Die    Inkunabeln    der    òffentlichen    Bibliothek    und    der    kleineren 
Biichersammlungen  der  Stadt  Trier. 

Leipzig,   1910  (Z.  f.  B.,  Bh.  XXXVIII). 


Fava  e  Bresciano,   La  stampa  in  Napoli.     I. 


Introduzione. 


Le  ricerche  sulla  prototipografia  napoletana  dal 
1793  al   19 IO. 

Sommario  :  I.  La  storia  della  tipografia  in  Italia.  —  li.  La  bibliofilia 
a  Napoli  nel  secolo  XVllI.  —  III.  Le  collezioni  napoletane 
d'  incunabuli.  —  IV.  La  collezione  Cassano.  —  V.  Il  Saggio 
del  Giustiniani.  —  VI.  Le  ricerche  di  altri:  il  P.  Sterzinger  — 
VII.  A.  Gervasio  e  M.  Arditi.  —  Vili.  C.  Minieri  Riccio.  — 
IX.    Contributi  minori.  —  X.  Necessità  di  un  nuovo  libro. 

I.  L' invenzione  della  stampa,  l' introduzione  di  quest'  arte 
in  Italia  e  nelle  altre  regioni  d'  Europa  e  i  primi  e  rapidi  suoi 
progressi  furono  argomento  di  ricerche  e  di  studii  fin  dal 
XVII  secolo,  in  cui  letterati  ed  eruditi  cominciarono  a  trattarne 
di  proposito  in  particolari  monografie.  Nei  due  secoli  successivi 
le  opere  di  questo  genere  andarono  sempre  crescendo  di  numero 
e  d'  importanza,  talché  non  vi  è  quasi  regione  o  città  storica- 
mente notevole  che  non  abbia  oggi  la  propria  storia  tipo- 
grafica, o  almeno  qualche  saggio  di  storia  tipografica.  Il 
^lallincrot,  lo  Zuerio,  il  Mentel,  il  Meermann,  lo  Shelhorn, 
per  tacere  di  altri  più  antichi,  narrarono  e  illustrarono  le 
origini  della  tipografia  e  la  diffusione  dell'  arte  tipografica  per 
opera  degli  artefici  tedeschi,  e  in  Italia  ne  seguirono  1'  esempio 
r  Orlandi,  A.  M.  Querini,  il  Paitoni,  il  Barufifaldi,  il  Laire  e 
qualche  altro,  che  furono  tra  noi  i  primi  a  riconoscere  1'  im- 
portanza di  questa  parte  della  storia  letteraria,  e  non  isde- 
gnarono  di  dedicare  ad  essa  il  loro  ingegno  e  la  loro  dottrina. 
E  com'  era  avvenuto  della  tipografia  che,  introdotta  in  Italia, 
vi   raggiunse   rapidamente  il   più    alto   grado  di  perfezione,   e 


Introduzione.  XIX 

in  parte  per  opera  d'  italiani,  così  avvenne  press'  a  poco  degli 
studii  sulla  storia  della  tipografìa.  Se  in  questo  campo  gì'  Italiani 
non  precorsero,  in  ordine  di  tempo,  le  altre  nazioni  dotte,  vi 
fecero  però  presto  grandi  progressi;  talché  nella  seconda  metà 
del  secolo  XVIII,  quando  maggiormente  fiorivano  presso  di 
noi  le  discipline  storiche  e  la  grande  erudizione,  può  ben  dirsi 
che  il  primato  fosse  loro.  Particolarmente  la  bibHografia  de- 
scrittiva dotta  deve  molto  ai  nostri  eruditi  che  le  dettero 
metodo  più  rigorosamente  scientifico  e  ne  agevolarono  il 
cammino  con  le  loro  pazienti  ricerche  e  col  sussidio  di  una 
critica  sana  ed  oculata.  Prima  che  il  secolo  XVIII  arrivasse 
al  mezzo  aveva  già  vista  la  luce  la  Historia  literario- 
typographica  del  Sassi,  e  più  tardi,  ma  circa  mezzo  secolo 
avanti  che  L.  Hain  pubblicasse  il  suo  classico  Repertorio, 
r  Audiffredi  ci  dava  il  Catalogus  historico-criticus 
romanarum  editionum  saeculi  XV  e  quindi  lo  Specimen 
editionum  italicarum,  opere  quasi  perfette  per  i  tempi  in 
cui  furono  composte,  che  servirono  lungamente  di  fondamento 
o  di  modello  alla  copiosa  letteratura  posteriore  ed  a  cui  anche 
oggi  non  raramente,  né  infruttuosamente  si  ricorre.  E  quasi 
contemporaneamente  veniva  fuori,  sotto  il  nome  del  Fossi,  il 
Catalogus  codicum  saeculo  XV  impressorum  della 
Magliabechiana,  che  è  il  primo  catalogo  di  una  grande  colle- 
zione d'  incunabuli  dottamente  e  criticamente  illustrato. 

II.  Pari  allo  studio  con  cui  gli  eruditi  e  i  bibliografi 
illustravano  le  antiche  edizioni  era  nel  Settecento  la  passione 
con  cui  le  ricercavano  i  bibliofili.  Nella  seconda  metà  special- 
mente del  secolo  XVIII  questa  passione  degli  uni  e  degli 
altri  nei  principali  centri  di  cultura  era  tale  che  ad  un  dotto 
contemporaneo  parve  addirittura  furor  e.')  Ebbero  così  origine 
la  maggior  parte  delle  nostre  più  cospicue  collezioni  private, 
molte  delle  quali  meritamente  famose  negli  annali  della 
bibliofilia,  e  innumerevoli  collezioni  di  minor  conto,  oggi  in 
massima  parte  disperse  o  incorporate  in  pubbliche  biblioteche. 


l)  Marini,  Archiatri  pontificii,  I,  p.  192. 

b* 


XX  Introduzione. 

A  Napoli,  dove  i  tempi  volgevano  propizii  per  la  cultura 
e  per  gli  studii,  si  era,  massime  verso  la  fine  del  Settecento, 
più  che  mai  diffuso  quel  gusto  o  passione  per  i  libri  che 
anche  per  il  passato  e  nei  tempi  meno  felici  del  periodo  vi- 
cereale era  stato  comune  fra  gli  uomini  di  lettere.  Filosofi, 
giureconsulti,  letterati,  magistrati  ed  anche  gentiluomini,  che 
non  facevano  professione  di  studii,  possedevano  cospicue 
librerie  o  volevano  possederle,  e  raccoglievano  con  amore 
libri  buoni  e  libri  rari,  codici  e  antiche  edizioni.  Alcune 
librerie  private  per  la  ricchezza  della  suppellettile,  per  il  loro 
ordinamento  e  per  la  liberalità  con  cui  vi  erano  ammessi  i 
dotti,  se  non  il  pubblico,'^  meritavano  a  tutto  diritto  il  nome 
di  biblioteche,  e  talune  di  esse  potevano  competere,  sotto 
alcuni  aspetti,  con  le  due  biblioteche  pubbliche,  la  Brancacciana 
e  r  Oratoriana,  anch'  esse  del  resto  di  fondazione  privata.  Erano 
specialmente  celebrate  la  Biblioteca  del  Principe  di  Tarsia 
Ferdinando  Vincenzo  Spinelli,  aperta  a  tutti  nella  sua  magni- 
fica sede,  di  Francesco  Vargas  Macciucca,  del  Marchese  di 
Salsa  Francesco  Berlo,  dell'Arcivescovo  di  Taranto  Giuseppe 
Capecelatro,  di  Domenico  Cotugno,  di  Francesco  Carelli,  di 
Michele  Arditi,  del  Conte  di  Policastro  Carlo  M^*  Carafa,  del 
^Marchese  Orlando,  del  Principe  di  Cimitile  e  di  altri,  e  nume- 
rosissime erano  quelle  di  minore  importanza.  „Non  v'  ha 
letterato,  scriveva  il  Romanelli,-^  che  non  abbia  una  particolare 
libreria  e  specialmente  la  classe  dei  magistrati,  dei  professori 
e  degli  avvocati". 

IH.  Ma  fra  le  numerose  librerie  d' indole  generale  erano 
anche  sorte,  o  andavano  sorgendo,  speciali  collezioni  di  libri 
rari,  di  antiche  edizioni,  d'  incunabuli,  come  ora  comunemente 


1)  „Ad  onore  di  queste  famiglie  (Tarsia ,  Bcrio  ecc.)  bisogna  notare  che 
esse  ammettevano  gli  studiosi  in  tutte  le  ore  del  giorno,  ed  erano  larghe  con  issi 
di  acquisti  di  nuovi  libri  o  di  macchine  per  le  scienze  sperimentali".  (.\moJco, 
Vita  matematica  napoletana,  p.  I,  178).  V.  per  qualche  altra  notizia  sulle 
biblioteche  private  napoletane  il  discorso  di  B.  Capasso  per  la  inaugurazione  della 
Biblioteca  Cuomo  nell'Archivio  Storico  Napoletano,  XX,  p.  lóo. 

2)  Napoli  antica  e  moderna,  II,  189. 


Introdurione.  XXI 


sogliono  dirsi  le  edizioni  del  XV  secolo.  Tra  queste  basterà 
ricordare  la  collezione  di  IMelchiorre  Delfico  di  poco  meno  di 
looo  incunabuli,'^  quella  di  Francesco  Taccone  anche  più  nume- 
rosa, ma  meno  omogenea,^)  del  Principe  di  S.  Pio  Raffaele  del 
Pezzo, 3>   di  Carlo   del  Majno   Ivagnez,   un  bibliofilo   milanese 


i)  Formata  da  un  uomo  di  grande  dottrina,  che  fu  anche  valente  bibliofilo, 
era  veramente  una  raccolta  insigne  non  solo  per  il  numero,  ma  anche  pei  il  pregio 
e  la  rarità  delle  opere.  Amici  e  corrispondenti  del  Delfico  erano  i  più  noti 
bibliofili  di  quel  tempo,  come  il  Duca  di  Cassano,  G.  Selvaggi,  Gaetano  Melzi,  il 
Marchese  Gian  Giacomo  Trivulzio,  1'  Andres  ecc.,  come  si  vede  dal  suo  carteggio, 
in  piccola  parte  testé  pubblicato  (V.  Opere  complete  di  M.D.Teramo,  1904, 
IV,  p.  212  e  seg.);  ed  egli  molto  si  giovò  delle  numerose  relazioni  che  aveva  in 
Italia  e  fuori  per  arricchire  la  sua  collezione,  e  specialmente  del  Melzi  (ivi,  p.  223 
— 230)  e  del  Duca  di  S.  Severina  (p.  239).  La  collezione  Delfico  era  particolar- 
mente notevole  per  la  serie  delle  edizioni  di  C.  Sweynheim  e  A.  Pannartz  e  per 
un  buon  numero  di  edizioni  a  quel  tempo  non  conosciute  ancora  o  aneddote, 
come  allora  si  soleva  dire.  Perciò  gì'  intendenti  desideravano  che  se  ne  pubblicasse 
il  catalogo  „per  istruzione  dei  bibliografi"  (Romanelli,  op.  cit.,  II,  186 — 87).  Il  D. 
ne  aveva  compilato  un  catalogo,  ma  esitava  a  pubblicarlo,  perchè  diceva  man- 
cargliene l'abilità  e  il  tempo  (Opere,  IV,  225).  La  collezione  rimase  per  molti 
anni  presso  il  D.  nella  sua  casa  al  vico  S.  Spirito  finché  nel  1816  fu  acquistata 
per  la  Borbonica  al  prezzo  di  8000  ducati.  L'  inventario  si  conserva  fra  i  mss. 
della  Nazionale  di  Napoli  (IX.  A  A.  16), 

2)  Il  Taccone  (n.  1763  f  18 18)  fu  per  lungo  tempo  Tesoriere  generale  del 
Regno,  e  grande  amatore  di  libri,  di  quadri  e  di  cose  d'  arte.  (V.  nelle  Biografie 
degli  nomiìii  illustri  del  regno  di  Napoli  [Napoli,  Gervasi,  s.  a.,  voi.  XIV,  in 
fine]  la  biografia  del  T.,  scritta  da  Vito  Capialbi).  La  sua  biblioteca,  raccolta  con 
grande  cura  in  più  di  veni'  anni  e  col  consiglio  e  1'  aiuto  dei  principali  eruditi  e 
bibliofili,  era  assai  stimata  e  lodata  dai  competenti.  Si  accrebbe  rapidamente, 
forse  più  che  ogni  altra  collezione ,  di  edizioni  rare  provenienti  dalla  dispersione 
delle  librerie  monastiche  e  dalla  insigne  biblioteca  appartenuta  a  Pio  VI.  Il 
Capialbi  riporta  alcuni  giudizii  di  contemporanei  o  di  viaggiatori  sulla  biblioteca 
Taccone  e  indica  pure  qualcuno  dei  libri  e  dei  mss.  più  notevoli  che  ne  facevano 
parte.  Nel  l8ll  il  T.  fa  „cortesemente  obbligato"  come  dice  il  Capialbi,  a  cedere 
al  Governo  la  sua  collezione,  che  fu  il  nucleo  principale  della  Biblioteca  Gioacchina. 
Dismessa  questa  dopo  la  restaurazione,  la  collezione  T.  finì  con  1'  essere  divisa 
tra  la  Biblioteca  dell'  Università  e  la  Borbonica. 

3)  Una  „Descrizione  di  vari  libri  del  sec.  XV  stampati  in  Napoli  nella 
Biblioteca  del  Principe  di  S.  Pio"  è  fra  i  mss.  di  A.  Gervasio  (Biblioteca  Oraloriana, 
ms.  XXVI,  VI,  e.  190 — 199).  Vi  si  descrivono  IO  edizioni  napoletane,  di  cui 
alcune  aneddote  e  non  mai  conosciute  dal  Giustiniani,  e  due  di  Aquila.  Per 
qualche  notizia  sui  cimelii  principali  v.  Romanelli,  op.  cit.,  II,  186. 


XXII  Introduzione. 

Stabilito  in  Napoli,  appassionato  ricercatore  di  incunabuli  special- 
mente napoletani,  di  cui  riuscì  a  formare  una  piccola  raccolta,') 
ed  infine  quella  assai  più  preziosa  del  Duca  di  Cassano  della 
quale  diremo  poche  parole. 

IV.  D.  Luigi  Serra  Duca  di  Cassano,  fornito  di  largo 
censo  e  vissuto  anche  lui,  come  il  Delfico  e  il  Taccone,  in 
tempi  nei  quali  furono  disfatte  o  vendute  molte  biblioteche 
monastiche  e  private,  riuscì  a  mettere  insieme  in  più  di  trenta 
anni  di  ricerche  e  con  la  cooperazione  di  altri  bibliofili  (fra 
questi  era  il  valente  P.  Sterzinger,  di  cui  diremo  più  innanzi) 
la  più  scelta  e  preziosa  collezione  d' incunabuli  che  allora  fosse 
in  Italia,  di  cui  egli  stesso  pubblicò  un  catalogo  sommario  nel 
1807.^)  Faceva  parte  ed  era  principal  pregio  di  questa  insigne 
collezione,  che  comprendeva  circa  500  rare  edizioni  del  s.  XV, 
specialmente  di  classici  e  di  poeti,  una  raccolta  di  edizioni 
napoletane  veramente  preziosa  e  singolare,  sia  per  il  numero 
che  si  avvicinava  al  centinaio,  sia  per  la  grande  rarità  delle 
edizioni  che  la  componevano,  parecchie  delle  quali  „non  più 
per  lo  innanzi  conosciute"  come  diceva  il  Duca,^*  sono  anche 
oggidì  rappresentate  da  quel!'  unico  esemplare.^) 


1)  Il  Del  Majno  faceva  commercio  di  libri.  Tra  i  mss.  della  Nazionale  di 
Napoli  si  conservano  le  minute  della  sua  corrispondenza  che  va  dal  1819  al  1S29, 
non  prive  d'  interesse  per  i  bibliofili  (IX.  A.  Si).  Parecchie  lettere  sono  indirizzale 
a  letterati,  eruditi  e  bibliofili  ben  noti,  come  A.  Mai,  V,  Pollini,  G.  Perticari,  il 
Pezzana,  il  Renouard,  il  Principe  di  Cimitile  (di  cui  il  D.  M.  era  bibliotecario) 
ed  altri.  La  biblioteca  da  lui  raccolta  nella  sua  casa  al  Largo  Noce  a  Fonscca, 
n.  ló  era  notevole  per  molte  edizioni  napoletane  del  s.  XV,  (che  solo  in  parte 
passarono,  dopo  la  sua  morte,  nella  Borbonica),  per  una  collezione  di  libri  orien- 
tali, per  una  collezione  di  libri  attinenti  a  Pompei,  Ercolano  ecc.,  che  il  D.  M. 
legò  al  Can.  De  Jorio,  e  per  una  collezione  concernente  le  rivoluzioni  napoletane, 
che  legò  alla  Borbonica.  Mori  il  D.  M.  nel  1829  e  la  sua  biblioteca  Tu  venduta 
nel  1S32  e  in  parte  acquistata  dalla  Borbonica. 

2)  Catalogo  delle  edizioni  del  sec.  XV  esistenti  nella  Biblio- 
teca del  Duca  di  Cassano -Serra.     Napoli,  s.  t.  1807,  8°,  p.  52. 

Secondo  una  nota  ms.  sarebbe  stalo  compilato  dal  libraio  Gabriele  Stasi. 

3)  V.  la  prefazione  del  Catalogo. 

4)  Nella  prefazione  del  Catalogo,  dopo  di  aver  notato  che  la  sua  colle- 
zione era"  siala  dai  più  intelligenti  viaggiatoti  riguardata,  dopo  quella  di  Mylord 


Introduzione.  XXIII 

La  collezione  Cassano  e  il  nome  del  Duca  di  Cassano 
sono  inseparabili  dalla  storia  dell'  antica  tipografia  napoletana. 
E  merito  precipuo  di  questo  bibliofilo  1'  aver  raccolti  gli  sparsi 
e  sconosciuti  monumenti  tipografici  di  Napoli  e  delle  altre 
città  del  Regno  e  1'  averne  salvati  non  pochi  dalla  distruzione; 


Spencer  e  del  Conte  D'  Elei,  come  la  più  copiosa  e  la  più  speciosa  che  presso  di 
un  privato  potevasi  ammirare",  il  Duca  si  duole  che  per  la  „malagevolezza  dei 
tempi"  non  gli  era  stato  possibile  di  arricchirla  maggiormente.  Infatti  non  pare 
che  dopo  la  stampa  del  Catalogo  avesse  avuto  notevoli  accrescimenti,  anzi 
alcuni  anni  dopo,  forse  appunto  per  la  „malagevolezza  dei  tempi"  il  Duca  cominciò 
a  pensare  di  disfarsene.  Per  parecchi  anni  ancora  la  collezione  rimase  nel  palazzo 
Cassano  alla  via  Monte  di  Dio  (Romanelli,  op.  cit.,  II,  185  e  III,  lOi),  visitata  ed 
ammirata  dagl'  intendenti  e  dagli  stranieri  che  capitavano  a  Napoli.  Non  sapremmo 
dire  per  quali  motivi  coloro  che  sopraintendevano  al  governo  della  Biblioteca 
Reale  non  avessero  fatto  quanto  era  possibile  per  assicurarle  il  possesso  di  una 
cosi  splendida  collezione,  o  perchè  non  vi  fossero  riusciti.  Senza  dubbio  questa 
non  avrebbe  potuto  avere  sede  più  acconcia  ed  onorata  della  maggiore  biblioteca 
di  Napoli ,  ed  era  poi  uno  stretto  dovere  dei  sopraintendenti  di  conservare  a 
Napoli  almeno  la  preziosa  ed  unica  raccolta  di  edizioni  napoletane,  assai  più  ricca 
di  quella  che  contemporaneamente  era  stata  formata  nella  Borbonica  per  opera 
specialmente  del  Bibliotecario  F.  S.  Gualtieri  (Giustiniani,  Memorie  storico- 
critiche  della  R.  Biblioteca  Borbonica,  p.  93).  Ma  si  arrivò  fino  all' anno 
1819  e  la  Borbonica  che  qualche  anno  prima  (iSió)  si  era  arricchita  dell'  intera 
collezione  Delfico  e  per  la  quale  la  R.  Casa  non  aveva  risparmiato  spese  quando 
si  era  trattato  di  acquistare  la  biblioteca  del  Principe  di  Tarsia,  non  era  ancora 
riuscita  ad  assicurarsi  il  possesso  della  libreria  Cassano.  Fu  in  quel  tempo  che 
il  Duca  di  Cassano,  a  quanto  narra  il  Dibdin,  propose  a  Lord  Spencer  che  allora 
faceva  un  viaggio  in  Italia  1'  acquisto  della  sua  collezione.  Il  celebre  bibliofilo 
inglese,  che  nella  sua  già  ricca  biblioteca  non  aveva  che  una  sola  edizione  napole- 
tana, il  Seneca  del  Moravo,  non  si  sarebbe  forse  risoluto  ad  acquistarla,  se  fra 
le  molte  rarissime  edizioni  del  Duca  di  Cassano  non  vi  fosse  stata  la  famosa 
edizione  di  Orazio  del  1474,  da  lui  lungamente  desiderata  e  ricercata  e  di  cui  non 
si  conosceva,  né  oggi  si  conosce  altro  esemplare,  e,  come  vogliono  altri,  il 
Petrarca  di  Napoli  del  1477.  La  vendita,  ad  ogni  modo,  fu  conclusa  non 
ostante  1'  alto  prezzo  di  30000  ducati  e  i  libri  trasportati  nel  castello  di  Althorp. 
Qualche  anno  dopo  il  Dibdin  ne  pubblicò  un  catalogo  sommario  e  non  molto 
esatto  che  forma  il  7°  volume  della  Bibliotheca  Spenceriana  e  che  sarà 
spesso  da  noi  citato.  E  infine  parecchi  anni  or  sono  i  libri  del  Duca  di  Cassano, 
insieme  col  resto  della  Spenceriana,  passarono  a  Manchester  nella  „John  Rylands 
Library"  e  furono  poi  nuovamente  e  più  esattamente  indicati  da  E.  Gordon  Duflf 
nel  Catalogue  of  the  printed  books  and  manuscripts  in  the  John 
Rylands  Library  (Manchester,  Cornish,  1899  e  a.  s.,  voi.  4). 


XXIV  Introduzione. 

ed  a  lui  si  deve  se  alcuni  eruditi  concepirono  quasi  contempora- 
neamente il  disegno  di  una  storia  della  tipografia  napoletana 
del  XV  secolo,  per  la  quale  la  collezione  Cassano  offriva  loro 
così  ricca  materia  di  studio,  e  se  ad  uno  di  essi  riuscì  di 
attuare  in  breve  tempo  questo  disegno  e  di  scrivere  il  primo 
libro  su  tale  argomento. 

V.  Prima  che  il  secolo  XVIII  finisse  e  pochi  anni  dopo 
la  pubblicazione  del  Catalogus  historico-criticus  del- 
l' Audiffredi,  Lorenzo  Giustiniani,  un  napoletano  amante  del 
suo  paese,  operoso  e  pieno  di  buona  volontà, '>  affinchè  non 
avesse  a  lamentarsi  la  mancanza  di  una  storia  della  tipografia 
napoletana  (di  cui  nel  mondo  degli  eruditi,  degli  studiosi  e 
dei  bibliofili  napoletani  doveva  sentirsi  il  bisogno,  mentre  già 
altre  regioni  e  città  italiane  vantavano  opere  di  tal  genere) 
volle  darsi  a  studiare  e  ad  illustrare  i  monumenti  dell'  antica 
tipografia  napoletana  che  nella  collezione  del  Duca  di  Cassano 
aveva  trovati  già  in  massima  parte  raccolti;  e  valendosi  princi- 
palmente di  questa  collezione,  liberalmente  messa  a  sua  dis- 
posizione dal  Duca  dal  1782  al  1793,''^  pubblicò  nel  1793  il 
Saggio  storico-critico  sulla  tipografia  del  Regno  di 
Napoli.  5) 

L'  opera  riuscì  assai  imperfetta,  com'  era  naturale,  anzi 
inevitabile,  e  per  le  grandi  difficoltà  che  1'  autore  dovette  in- 


i)  Era  nato  in  Napoli  nel  1761  da  Michelangelo  e  Girolama  Martini.  Fu 
autore  di  molte  opere  relative  alla  storia  letteraria  e  civile  di  Napoli  e  del  Regno 
e  alla  bibliografìa,  ben  note  ad  ogni  studioso,  e  non  poche  ne  lasciò  inedite.  Fu 
prima  bibliotecario  e  poi  prefetto  della  Borbonica,  e  fu  anche  professore  di  diplo- 
matica nella  Università  di  Napoli,  ma  non  pare  che  in  questa  materia  avesse 
molta  competenza,  a  giudicarne  da  alcuni  luoghi  delle  sue  opere.  In  generale 
queste  rivelano  una  cultura  letteraria  molto  imperfetta,  ma  sono  pregevoli  e  tuttora 
utili  per  il  contenuto,  frutto  di  lunghe  e  faticose  ricerche.     Mori  nel  1824. 

Ne  scrisse  una  breve  biografia  il  suo  amico  Nicolò  Morelli,  che  fu  inserita 
nel  tomo  I3«  delle  Biografie  degli  uomini  illustri  del  Regno  di  Napoli 
(Napoli,  presso  N.  Gervasi).  È  accompagnata  dal  ritratto  del  G.  inciso  da 
G.  Morgben. 

2)  Giustiniani,  Saggio,  cdiz.  del   1793,  p.  12. 

3)  Napoli,  stamp.  di  V.  Orsini,  a  spese  di  V,  Altobelli,  1793,  in  4°,  di 
p.  VIII,  228. 


Introduzione.  XXV 

centrare,  e  per  la  fretta  con  cui  fu  compilata,  stantechè  il 
pensiero  di  fare  un  libro  simile  era  venuto  contemporanea- 
mente anche  ad  altri.  Lo  stesso  Giustiniani  dichiarava  di 
essersi  affrettato  a  pubblicare  il  suo  libro  „affin  di  prevenire 
le  voci  sparse  da  taluni  promettitori  di  esser  pronte  le  loro 
opere  sullo  stesso  argomento,  e  che  poi  mai  più  vide  il  pub- 
blico",'^ e  riconosceva  i  difetti  del  suo  „ rozzo"  lavoro  che  diceva 
aver  voluto  „ mettere  così  a  stampa"  come  „un  saggio  di  ciò 
che  più  ampiamente  dir  si  potrebbe  intorno  alla  tipografia 
napoletana",-^  fin  d'  allora  proponendosi  di  ripubblicarlo  più 
corretto  ed  ampliato.  3>  E  per  circa  25  anni  egli  continuò,  con 
1'  aiuto  e  forse  con  la  collaborazione  del  suo  amico  Carlo  del 
Majno,  a  far  ricerche  e  studii  per  accrescerlo  e  migliorarlo, 
finché  nel  1817  cominciò  a  farne  stampare  una  nuova  edizione, 
di  cui  si  assunse  le  spese  lo  stesso  Del  IMajno.^) 


i)  V.  Saggio,  ediz.  del   1817,  p.  293. 

2)  V.  Saggio,  ediz.  del  1793,  p.  223. 

3)  l'i- 

4)  Da  una  minuta  di  lettera  di  C.  del  Majno  al  Cav,  G.  de  Lazara  del 
3  maggio  1828  ci  piace  di  trascrivere  questo  curioso  brano  che  illustra  la  parte 
avuta  dal  Del  Majno  nella  pubblicazione  e,  se  bisogna  credere  alle  sue  precise 
affermazioni,  anche  nella  compilazione  del  Saggio.  „Siccome  la  Bibliografia 
antica  è  ancora  Bambina  in  questo  Paese,  ho  potuto  quindi  fare  qualche  buon 
acquisto,  e  specialmente  dei  primi  libri  stampati  in  Napoli  che  in  questo  Regno 
(sic),  ed  avendo  incontrato  l'amicizia  di  un  Bibliografo  e  Bibliotecario  nominato 
Lorenzo  Guistiniani  ora  defunto,  il  quale  nel  1793  diede  fuori  un  Trattato  sulla 
Bibliografia  Napoletana,  trovai  che  vi  aveva  commessi  una  moltiplicilà  di  errori 
nella  descrizione  per  cui  mi  venne  voglia  di  riprodurre  tale  opera,  ma  non  mi  fu 
concesso  stante  che  l'autore  trovavasi  ancora  vivente,  quindi  convenimmo  che  io 
avrei  data  la  lettura  dei  libri  tale  come  1'  originale  ed  egli  avrebbe  aggiunte  le  sue 
osservazioni  biografiche,  ma  col  patto  che  egli  voleva  comparirne  1'  autore,  e  1'  opera 
fosse  di  mia  proprietà  dovendone  io  fare  la  spesa  (più  D.  [ucati]  30  di  regalia  e 
sei  copie).  Si  esegui  la  stampa  del  Voi.  l"  in  4",  che  tratta  dei  soli  400*',  ma 
avendo  a  fare  con  un  uomo  cocciuto  e  presontuoso  sono  incorsi  molti  errori,  e 
per  mia  mala  sorte,  secondo  il  convenuto,  la  Vedova  mi  astringe  di  pubblicarlo 
senza  errata  corrige  e  senza  le  mie  osservazioni,  giacché  Ella  spera  di  ottenere 
di  dedicare  il  sud.  voi.  a  S.  M.  come  conveniva  al  defunto  di  lei  marito,  e  quind* 
ottenere  un  sussidio  giacché  individuandosi  gli  errori  perderebbe  ogni  vanto  l'opera 
e  rischerebbe  di  non  essere  graziata  di  tale  dedica,  quindi  nel  volume  2^0  che 
dovrò   fare    da   me    solo    in    continuazione    di    d»   Tipografia  nei  seguenti  secoli  vj 


XXVI  Introduzione. 

La  stampa  fu  condotta  però  con  tale  lentezza  che  dopo 
sette  anni  il  G.,  sorpreso  dalla  morte  nel  1824,  non  potè  veder 
finita  neppure  quella  parte  che  riguarda  le  edizioni  del  XV  s. 
Nel  susseguente  anno  1825  si  finì  di  stampare  questa  prima 
parte  che  divenne  il  1°  volume  dell'  opera,  ma  per  alcune 
divergenze  tra  il  Del  Majno  che  aveva  fatte  le  spese  del- 
l' edizione  e  la  vedova  del  G.'^  il  volume  non  fu  pubblicato, 
e  r  intero  fondo  rimase  giacente  per  alcuni  anni  presso  il  Del 
Majno  che  ne  era  il  proprietario,  finché,  morto  anche  il  Del 
Majno  nel  marzo  del  1829,  il  fondo  stesso  non  fu  acquistato 
nel  1832  dalla  Reale  Biblioteca  Borbonica  per  40  ducati."^  Senon- 
chè  anche  nella  Borbonica  1'  opera  del  Giustiniani  fu  „  messa 
a  giacere",  e  vi  giacque  dal  1832  al  1848,  quando  finalmente 
la  Giunta  della  Biblioteca  creata  in  quell'  anno  e  composta  da 
S,  delle  Ghiaie,  L.  Bianco,  A.  Granito,  C.  Minieri- Riccio  e 
S.  Volpicella  stabilì  di  darla  alla  luce  3)  e  di  affidare  ad  altri 
r  incarico  di  continuarla. 

Il  ritardo  di  più  di  venti  anni  nella  pubblicazione  del 
Saggio  del  G.,  che  rimase  perciò  ignoto  all'  Hain,  e  la  poca 
diffusione  che  esso  ebbe  anche  dopo  la  pubblicazione,  spiegano 
in  parte  la  scarsa  conoscenza  che  i  bibliografi  mostrano 
generalmente  delle  edizioni  napoletane  del  XV  s.,  alcune  delle 
quali,  annunziate  o  descritte  dal  G.,  si  videro  omesse  perfino 
nel  Supplemento  del  Copinger. 

Il  Saggio  presenta,  anche  nella  seconda  edizione,  lacune 
e  difetti,  come  riconosceva  lo  stesso  Del  Majno. ♦^    Non  ostante 


aggiungerò  in  fine  le  mie  osservazioni  e  correzioni  al  voi.  1°  ed  aggiunte  di  altri 
libri  da  me  scoperti  del  scc.  XV,  e  daiò  molte  altre  notizie  analoghe  all'  Uopo 
non  senza  rissentirmi  del  Sr.  Dibding  (sicj,  il  quale  nella  descrizione  della  scelta 
Libraria  di  Lord  Spencer  ha  commessi  tanti  errori  che  fanno  pietà."  (Biblioteca 
Nazionale  di  Napoli,  ms.  IX.  A.  31.) 

1)  V.  la  nota  precedente. 

2)  Abbiamo  desunto  queste  notizie  in  parte  dall'  archivio  della  Biblioteca 
Nazionale  di  Napoli,  in  parte  da  un  avviso  a  stampa  che  si  vede  aggiunto  in  fine 
all'  esemplare  del  Saggio  che  fu  di  C.  del  Majno  e  che  ora  si  conserva  tra  i 
mss,  della  Nazionale  (XII.  B.  68),  perchè  contiene  delle  giunte  mss. 

3)  Così  è  detto  neir  avviso  a  stampa  citato  nella  nota  2. 

4)  Vedi  la  nota  4  a  p.  XXIV. 


Introduzione.  XXVII 

la  lunga  preparazione  il  G.  non  riuscì  ad  evitare  degli  errori, 
né  a  migliorare  di  molto  il  suo  lavoro  in  quello  che  si  attiene 
air  ordine  e  al  metodo.  Nel  corso  di  quest'  opera  rileveremo 
volta  per  volta,  secondo  che  se  ne  presenterà  1'  occasione,  le 
sviste  più  notevoli  che  si  riscontrano  nel  Saggio  e  dovremo 
rettificare  non  poche  notizie  inesatte  e  dimostrare  come  siano 
prive  di  fondamento  talune  sue  congetture  ed  errati  alcuni 
giudizii.  Qui  ci  limiteremo  ad  osservare  che  ben  poco  altri 
avrebbe  potuto  allora  aggiungere  alla  serie  delle  edizioni 
napoletane  indicate  o  descritte  dal  Giustiniani,'^  e  che  la  parte 
descrittiva  lascia  poco  a  desiderare  sia  per  esattezza  e  sia  per 
larghezza  d'  indicazioni.  Non  fu  abbastanza  accurato  il  G. 
neir  esame  comparativo  dei  caratteri  usati  dai  tipografi  napole- 
tani, e  in  molti  casi  trascurò  di  valersi  di  questo  metodo,  già 
felicemente  seguito  dall'  Audiffredi;  onde  gli  accadde  di  dover 
relegare  tra  quelle  di  tipografi  ignoti  non  poche  edizioni  anonime 
di  cui  non  gli  sarebbe  stato  difficile  determinare  1'  origine,  e 
d'  ingannarsi  più  volte  nell'  attribuire  a  questa  o  a  quella  tipo- 
grafia edizioni  evidentemente  uscite  da  altre  officine. 

Non  ostante  tutto  ciò  e  non  ostante  qualche  evidente 
contradizione  che  vi  si  riscontra,  il  Saggio  del  Giustiniani 
restò  una  delle  opere  fondamentali  per  lo  studio  degl'  incuna- 
buli italiani,  perchè  era  1'  unico  libro  in  cui  si  trovassero  notizie 
copiose,  e  generalmente  esatte,  di  edizioni  per  la  massima  parte 
rarissime:  unico  anche  dopo  la  pubblicazione  dei  Repertorii 
dell'  Hain  e  del  Copinger,  ai  quali,  come  si  è  già  notato,  rimase 
ignota  r  opera  del  bibliografo  napoletano,  e  anche  dopo  le 
Appendices  del  Reichling,  in  cui  soltanto  una  parte  del  materiale 
descritto  dal  Giustiniani  è  stato  nuovamente,  e  non  sempre 
largamente,  descritta. 

VI.  Contemporaneamente  al  Giustiniani,  come  già  si 
disse,  altri  studiosi  pensarono  ad  illustrare  1'  introduzione  e  i 
primi  prodotti  della  stampa   a  Napoli.     Chi  fosse  1'  emulo   a 


i)  Vedremo   più   innanzi   che   gli   sfuggirono   alcuni   importanti   monumenti 
tipografici  che  pure  erano  conservati  a  Napoli  e  già  noti  al  Gervasio, 


XXVIII  Introduzione. 

cui  egli  alluse')  e  che  si  affrettò  a  prevenire  nel  1793,  non 
oseremmo  dire;  ma  sappiamo  di  alcuni  eruditi  suoi  contemporanei 
che  si  erano  dati  a  raccogliere  elementi  e  avevano  fatto  dei 
lavori  preparatomi  per  trattare  lo  stesso  argomento,  o  erano 
anche  giunti  a  trattarne  in  opere  rimaste  inedite  e  imperfette. 
Il  P.  Giuseppe  Sterzinger  Teatino,  n.  a  Innsbruck  nel  1745 
e  morto  a  Palermo  nel  182 1,  non  ignoto  agli  eruditi  per  aver 
organizzata  la  Biblioteca  Reale  di  Palermo  {quam  pene  a  funda- 
mentis  erexit,  come  dice  un'  iscrizione)  e  già  ricordato  a  pro- 
posito delle  sue  relazioni  col  Duca  di  Cassano,  concepì  egli 
pure  il  disegno  „di  compilare  un  saggio  relativamente  com- 
pleto della  tipografia  siciliana  al  1400,  e  di  estendere  le  sue 
ricerche  e  i  suoi  studii  a  quella  napolitana,  correggendo  in 
ciò  il  Panzer,  facendo  più  minute  ed  esatte  descrizioni  ed 
aggiungendo  un  catalogo  delle  edizioni  da  lui  omesse."  ^^  Questo 
lavoro  fu  presso  che  compiuto,  ma  non  fu  pubblicato,  forse  a 
causa  della  spesa,  e,  dopo  la  morte  del  P.  Sterzinger,  rimase 
inedito  presso  i  PP.  Teatini  di  Palermo  che  nel  1832  lo  con- 
servavano ancora^)  e  dovettero  conservarlo  fino  alla  soppres- 
sione degli  ordini  religiosi.  Il  manoscritto  e  le  altre  carte  del 
P.  Sterzinger  capitarono  poi,  fortunatamente,  nelle  mani  del 
Sac.  B.  Lagumina,  il  quale  ne  estrasse  e  pubbHcò  nel  1887, 
con  opportune  annotazioni,  tutto  quello  che  si  riferiva  alla 
bibliografia  siciliana,  riservandosi  di  pubblicare  in  seguito  il 
lavoro  sulla  bibliografia  napoletana  del  secolo  XV,  insieme 
col  carteggio  del  P.  Sterzinger.  Sappiamo  dal  Lagumina  che 
questo  lavoro,  contenuto  in  ,,32  fogli  scritti  ed  in  parte  numerati" 
ed  accompagnato  da  una  collezione  di  lucidi  di  varii  caratteri 
di  edizioni  napoletane,  comprendeva  le  descrizioni  di  24  edizioni 
datate  omesse  dal  Panzer  e  di  altre  8  senza  data.  Seguiva  il 
carteggio   del  P.  Sterzinger   col  Duca  di  Cassano,   col  D'  Elei 


1)  V.  Saggio,  p.  293. 

2)  Lagumina,  B.  Il  P.  Giuseppe  Sterzinger  e  gli  studi  di  bibliografia  sici- 
liana del  XV  secolo  {Archivio  storico  siciliano,  XI  [Nuova  Serie])  anno  1887, 
p.  I   e  segg.). 

3)  V.  l'articolo  del  P.  G.  R.  [Gaspare  Rossi],  citato  del  Lagumina,  nel 
Giornale  di  Scienze,  Lettere  e  Arti  per  la  Sicilia,  tomo  XXXVII,  p.  215. 


Introduzione.  XXIX 

e  col  Van  Praet,  che  si  componeva  di  68  lettere  al  Duca  di 
Cassano  (1819 — 20)  e  delle  minute  di  risposte  del  P.  S.,  di  una 
lettera  del  D'  Elei  (18 17)  con  la  risposta  e  di  4  lettere  del 
Van  Praet  (18 17— 1820). 

Senonchè  la  pubblicazione  annunziata  del  Lagumina  nel 
1887,  per  quanto  ci  è  noto,  non  fu  più  fatta,  forse  perchè, 
come  supponiamo,  le  edizioni  napoletane  illustrate  dallo 
Sterzinger  dovevano  verisimilmente  appartenere,  almeno  per 
la  maggior  parte,  alla  collezione  Cassano  già  tutta  descritta 
dal  Giustiniani  nel  suo  Saggio.  Sarebbe  stato  tuttavia  de- 
siderabile che  il  Lagumina  ne  avesse  almeno  pubblicato  un 
estratto  insieme  con  tutto  o  parte  del  carteggio  del  P.  Sterzinger 
in  cui  non  devono,  probabilmente,  mancare  delle  notizie  inte- 
ressanti o  curiose. 

VII.  Prima  che  il  Giustiniani  cominciasse  a  pubblicare 
la  seconda  edizione  del  suo  Saggio  un  altro  erudito  napoletano, 
Agostino  Gervasio,  si  era  dato  a  raccogliere  materiali  per  un 
nuovo  lavoro  sull'  antica  tipografia  napoletana.  Il  Gervasio 
(n.  1784  j  1863),  noto  specialmente  come  archeologo,  era  anche 
un  valente  bibliografo  e  nella  sua  gioventù  scrisse  varie  opere 
di  argomento  bibliografico,  rimaste  tutte  inedite  e  più  o  meno 
imperfette,  che  si  conservano  con  gli  altri  suoi  manoscritti 
nella  Biblioteca  Oratoriana  di  Napoli.  Sono  notevoli  una  sua 
Biblioteca  topografica  antiquaria  del  Regno  di  Napoli, 
un  Catalogo  delle  biografie  degli  uomini  illustri 
Napoletani,  un  Saggio  di  una  bibliografia  ragionata 
di  Storia  letteraria  napoletana,  alcune  note  riguardanti 
edizioni  rare  e  codici  mss.  e  parecchie  altre  scritture  di  questo 
genere.')  Tra  le  cose  contenute  nel  volume  ms.  da  lui  intitolato 
Notamenti  di  storia  letteraria  e  civile  (LXXIII,  PI. XXVI, 
n.  VI)  sono  degni  di  nota  gli  Estratti  per  la  Tipografìa  Napole- 
tana del  sec.XV,  che  hanno  la  data  del  settembre  1807  (e.  161 
— 187)  e  contengono,   con  qualche  altra  notizia,  lo  spoglio  del 


l)  V.  Mandarini,  /  codici  7nanoscritti  della  Biblioteca  Oratoriana  di 
Napoli,  p.  170 — 191.  Si  veggano  specialmente  i  n.  LXVIII,  LXXIV,  LXXVI 
—  LXXVIII,  XC  e  XCI 


XXX  Introduzione. 

Panzer  per  quanto  ha  attinenza  con  la  tipografia  napoletana, 
e  una  Descrizio7ie  di  vari  Libri  del  Sec.  XV  stampati  in  Napoli 
nella  Biblioteca  del  Principe  di  S.  Pio,  con  la  data  del  1808 
(e.  190 — 199),  di  cui  facemmo  già  cenno  ed  in  cui  si  trovano 
esattamente  descritte  alcune  edizioni  che  rimasero  affatto  sco- 
nosciute al  Giustiniani.  Nulla  di  notevole  contengono  gli 
Estratti,  che,  come  la  Descrizione,  non  sono  neppure  autografi 
del  Gervasio.  Queste  carte  possono  ora  servire  soltanto  ad 
attestare  che  il  Gervasio  verso  il  1807 — 1808  si  accingeva  ad 
un  lavoro  sull'  antica  tipografia  napoletana,  lavoro  di  cui  più 
tardi  ebbe  a  smettere  il  pensiero,  forse  perchè  seppe  che 
contemporaneamente  continuava  ad  occuparsene  il  Giustiniani. 
Se  il  Gervasio,  che  era  uomo  di  forte  ingegno  e  di  molta 
dottrina,  avesse  continuato  e  compiuto  il  lavoro  iniziato  appena 
nel  1807,  ci  avrebbe  dato  un'  opera  senza  dubbio  assai  più 
perfetta  di  quella  del  Giustiniani. 

Anche  Michele  Arditi  aveva  cominciato  a  comporre  una 
memoria  sulla  introduzione  della  stampa  in  Napoli.  Nel  1824 
scriveva  al  Vermiglioli  di  averla  „fra  le  mani"  mostrandosi 
propenso  a  credere  che  la  stampa  fosse  stata  introdotta  in 
Napoli  prima  del  1471  e  da  Arnaldo  da  Bruxelles,  e  pregava 
il  Vermiglioli  perchè  lo  aiutasse  nelle  ricerche.''  La  memoria 
non  fu  mai  pubblicata. 

Vili.  Camillo  Minieri  Riccio,  tra  i  molti  suoi  lavori  e 
le  varie  e  pazienti  ricerche  nelle  quali  impiegò  la  sua  grande 
e  feconda  attività,  non  trascurò  la  storia  della  prototipografia 
napoletana,  a  cui,  più  che  il  Gervasio  e  lo  Sterzinger,  riuscì 
a  giovare  con  le  sue  ricerche,  recandole  un  piccolo  ma  pre- 
zioso contributo  di  notizie  e  di  elementi  nuovi.  Egli  che  era 
pure  un  appassionato  quanto  valente  bibliofilo  non  poteva  non 
aver  notato  nel  Saggio  del  Giustiniani  lacune  ed  inesattezze, 
e  se  pure  non  pensò  a  preparare  un  nuovo  lavoro  sullo  stesso 
argomento,  pensò  certamente  a  fare  delle  aggiunte  e  correzioni 


l)  V.  Cento   lettere    inedite  .  .  .  scritte   ai    Cav.   Gio.  Battista    Vermiglioli. 
(Perugia,   1842,  p.  10  —  12). 


Introduzione.  XXXI 

air  opera  del  Giustiniani.  Nella  Nazionale  di  Napoli  si  conserva 
tra  i  mss.  di  lui  un  esemplare  del  Saggio  della  prima  edizione 
interfogliato  ed  arricchito  di  alcune  notevoli  giunte  autografe. 
Vi  sono,  tra  le  altre,  indicate  e  descritte  accuratamente  due 
rarissime  edizioni  (Bibl.  72  e  143)  che  fino  a  non  molti  anni 
fa  non  erano  conosciute  altrimenti,  e  vi  si  trova  riassunto  di 
sua  mano  un  processo  del  1487,  che  illustra  e  risolve  più 
d'  una  questione  relativa  alla  biografia  di  Francesco  del  Tuppo, 
ed  è  senza  dubbio  uno  dei  più  importanti  documenti  fra  i  non 
molti  che  abbiamo  sulla  nostra  antica  tipografia. 

Al  Minieri  Riccio  si  deve  anche  un  cenno  biografico  di 
Francesco  del  Tuppo,')  notevole  soprattutto  per  le  notizie 
che  contiene  sulla  tipografia  Tuppiana,  desunte  dallo  stesso 
processo  del  1487.  Si  deve  deplorare  che  al  Minieri  Riccio 
sia  mancato  il  tempo  o  la  voglia  di  continuare  le  sue  ricerche 
e  di  compiere  il  lavoro  iniziato. 

IX.  Dopo  di  lui,  per  quanto  ci  è  noto,  non  si  fecero  per 
parecchio  tempo  particolari  ricerche  sulla  prototipografia  napole- 
tana. Tuttavia  lo  spoglio  degli  archivii  fatto  eseguire  dal  Prin- 
cipe Filangieri  per  la  storia  delle  arti  e  delle  industrie  napoletane 
fruttò  alcune  notizie  nuove  sulla  tipografia  e  sul  commercio 
dei  libri  a  Napoli.  Un  documento,  il  più  notevole,  fu  pubbli- 
cato parzialmente  dal  Filangieri^)  e  altri  vennero  indicati  nel- 
r  Ifidtce  dei  suoi  Documenti.  Seguirono,  a  intervalli,  articoli, 
comunicazioni  e  note  che  mostrarono  come  molto  ancora  vi 
fosse  da  aggiungere  a  quello  che  dal  Giustiniani  e  da  altri  si 
era  detto  dell'  antica  tipografia  napoletana,  e  che  un  nuovo 
lavoro  su  questo  argomento  si  rendeva  necessario.  Delle  edi- 
zioni ebraiche  napoletane  trattò  ]M.  Soave  nel  1879,3)  parecchie 
edizioni  napoletane,  fin  allora  non  conosciute,  furono  indicate 
e   descritte    nel  1892    e   nel    1896    da    uno    dei    compilatori   di 


1)  Italia  Reale,  II  (l88lj,  n.  IO:  ripubblicato  ntWt  Biografie  degli  Acca- 
demici Alfonsini,  p.  35 — 39. 

2)  Archivio  storico  nap.,  XII,  50,  in  nota. 

3)  Corriere  Israelitico  di  Trieste,   1879.  n'  del  4  giugno. 


XXXII  Introduzione. 

quest'  opera, '^  una  comunicazione  concernente  Arnaldo  da 
Bruxelles  fu  fatta  da  L.  Delisle  nel  1897,^^  un  importante 
documento  del  1481,  fu  pubblicato,  illustrato  e  discusso  in  vari 
articoli  nel  1901,3)  altri  documenti  furono  pubblicati  più  recente- 
mente dal  Sig.  T.  de  Marinis,'*)  tre  rarissime  edizioni  napoletane 
furono  illustrate  dal  Sig.  Hierta,^)  da  G.  Oliva  ^^  e  da  T.  de 
Marinis,7>  e  infine  molte  edizioni  napoletane  o  credute  tali 
furono  teste  accuratamente  descritte  da  D,  Reichling  nelle  sue 
Appendices  ad  Hainii-Copingeri  Repertorium  bibliographicum^'^ 

X.  Ma  tutte  queste  più  o  meno  tenui  contribuzioni  „per 
la  storia  della  tipografia  napoletana"  non  fecero  che  dimostrare 
o  confermare  la  necessità  di  una  nuova  opera  che  tenendo 
conto  di  tutto  ciò  che  le  precedenti  ricerche  avevano  messo 
in  luce  e  dei  progressi  degli  studii  incunabulistici,  e  possibil- 
mente con  r  aiuto  di  ulteriori  metodiche  indagini  negli  archivii 
e  nelle  biblioteche,  avesse  raccolto,  vagliato  e  coordinato  tutto 
il  materiale,  dando  la  serie  completa  delle  edizioni  eseguite  a 
Napoli  nel  XV  secolo  e  accompagnandola  con  quelle  notizie 
storiche,  biografiche  e  bibliografiche  che  potessero  servire  ad 
illustrare,  meglio  che  per  l'addietro  non  si  fosse  fatto,  que.sta 
parte  della  storia  della  nostra  cultura.  Una  tale  necessità  fu 
riconosciuta  fin  dal  1899  dall' Accademia  Pontaniana  di  Napoli, 
che  per  il  concorso  al  premio  Tenore  dell'  anno  1901  volle 
che  il  tema  fosse  appunto  la  storia  della  tipografia  napoletana 
del  XV  secolo.     Ebbe  così  origine  il  presente  libro. 

1)  Rivista  delle  Biblioteche,  IV,  45  e  VI,  109. 

2)  Bibliothèque  de  1' Ecole  des  Chartes,  LVIII,  741. 

3)  Sammlung  bibl.  Arbeilen,  XIV,  13 — 23;  De  Marinis,  Documento 
che  risguarda  Giovanni  Stanigamer  de  Landsperg  e  Bernero 
Raptoris  de  Marburcs  etc.  (Napoli  15  maggio  1901,  di  p.  8);  Bibliofilia, 
III,  68  e  388. 

4)  Bibliofilia,  IV,  loi   e  Catalogo  VI,  p.  V— XVI. 

5)  Bibliofilia,  V,  238. 

6)  Napoli  Nobilissima,  XV,  l6S. 

7)  Il  Libro  e  la  Stampa,  III  (N — S),  p.  99. 

8)  Monachi],  sumptibus  J.  Roseuthal,  1905 — 1911,  fase.  I — VII. 


Capitolo  I. 

Notizie  preliminari. 


Sommario:  1.  La  silografia  in  Italia  prima  dell'  introduzione  della 
stampa.  —  II.  La  silografia  a  Napoli:  le  carte  da  giuoco.  — 
III.  Uno  stampatore  immaginario.  —  IV.  Sisto  Riessinger  intro- 
duttore della  tipografia. 

I.  Si  è  creduto  fino  a  non  molti  anni  addietro  che  1'  arte 
della  silografia  non  fosse  conosciuta  in  Italia  prima  della  intro- 
duzione della  stampa,  eccetto  che  in  qualche  parte  dell'  Italia 
settentrionale,  a  Venezia  per  esempio  dov'  era  penetrata,  pro- 
babilmente, dalla  vicina  Germania.  Un  autorevole  critico 
tedesco')  affermò  anzi  che,  durante  i  primi  tre  quarti  del  XV 
secolo  la  silografia  fu  quasi  sconosciuta  in  Italia.  Era  pure 
ammesso  generalmente  che  non  si  fossero  stampati  in  Italia 
libri  silografia  né  prima  dell'  introduzione  della  tipografia,  né 
per  alcuni  decennii  dopo,  e  si  soleva  citare  come  il  più  antico 
libro  silografico  italiano  1'  Opera  nova  del  Guadagnino  stam- 
pata in  Venezia  nel  principio  del  secolo  XVI. 

Ma  recenti  studi  hanno  dimostrato  che  1'  arte  della  silo- 
grafia, conosciuta  in  Italia  forse  sin  dal  XIV  secolo,  e  larga- 
mente praticata  in  Venezia  nella  prima  metà  del  XV  com'  é 
provato  da  documenti  del  1447  e  del  1456,  era  già  in  quel 
tempo,  ed  anche  prima,  esercitata  in  altre  città  italiane,  probabil- 
mente a  Firenze,  e  che  in  essa  si  era  raggiunta  quasi  quella 
stessa  perfezione  tecnica  che  gli  artisti  italiani  avevano  toccato 


l)  Lippmann,  The  Art  of  wood-engravÌDg  in  Italy  in  the  XV.  century, 
London  1888,  p.  2.  Citiamo  la  traduzione  inglese,  perchè  non  ci  fu  possibile 
consultare  1'  originale. 

Fava  e  Bresciano,   La  stampa  in  Napoli     I.  I 


2  Capitolo  I. 

nelle  arti  maggiori.'*  E  per  quello  che  concerne  più  parti- 
colarmente la  stampa  tabellare  ovvero  i  libri  silografici  pro- 
priamente detti  è  accertato  che  a  Venezia  se  ne  stampavano 
nella  prima  metà  del  XV  secolo,  e  da  artefici  italiani.  Il 
Cecchetti^>  pubblicò  nel  1885  alcuni  documenti  degli  anni  1447 
e  1456  nei  quali  è  menzionato  più  volte  un  Giovanni  di  Biagio 
miniatore,  da  Bologna,  che  faceva  „alcune  forme  da  stampar 
donadi  et  salterj."  E  a  Berlino,  nel  R.  Museo  delle  stampe, 
si  conserva  un  libro  silografico  di  g  carte  contenente  18  silo- 
grafie, della  cui  origine  veneziana  non  si  potrebbe  dubitare 
dopo  quanto  ne  è  stato  detto  dallo  Schreiber^*  e  dal  Principe 
di  Essling,^)  il  quale  con  opportuni  raffronti  ha  combattuto 
r  opinione  del  Bouchot  che  aveva  creduto  di  attribuire  a 
quelle  figure  un'  origine  lorenese, 

Verisimilmente  quest'  edizione  silografica,  la  cui  data 
approssimativa  tanto  lo  Schreiber  quanto  il  Principe  di  Ess- 
ling  fanno  cadere  verso  il  1450,  non  sarà  stata  la  prima 
eseguita  in  Italia,  e  certamente  non  fu  la  sola,  prima  dell'  intro- 
duzione della  tipografia.  Lo  Schreiber  anzi  non  esclude  che 
ve  ne  possano  essere  altre  anche  più  antiche,  e  del  resto  i 
documenti  a  cui  poc'  anzi  abbiamo  accennato  non  lasciano 
luogo  ad  alcun  dubbio. 

Il  Fumagalli  osserva  a  questo  proposito  che  la  stampa 
tabellare  aveva  messo  così  profonde  radici  a  Venezia  da  soprav- 


1)  L.  Venturi,  Sulle  origini  della  xilografia  (L'Arte,  anno  VI  [1903], 
p.  265— 270).  Il  V.  descrive,  fra  l'altre  cose,  un'incisione  in  legno,  d'origine 
probabilmente  fiorentina,  anteriore  al  1428.  È  detta  comunemente  la  Madonna 
del  Fuoco  e  si  conserva  nella  Cattedrale  di  Forlì.  Cfr.  pure  P'umagalli,  Lexicon 
typographicum  Italiae  p.  XXII — XXIV). 

2)  La  Slampa  tabellare  in  Venezia  nel  1447  eie.  (Archivio  Veneto,  anno 
XV,  tom.  XXIX,  p.  87—91).  Cfr.  pure:  Heidenheimer,  Die  Donat-Frage  und 
Venedig,  in  Bibliofilia,  IV,  p.  249  e  seg. 

j)  Manuel  de  l'amateur  de  la  gravurc  sur  bois  et  sur  metal  au  XV=  sièclc, 
IV,  p.  325  e  segg. 

4)  Le  premier  livre  xylographiquc  ilalicn  imprimé  à  Vénise  vcrs  1450  (Paris, 
Gaz.  des  B.  Aris,  1903,  in  4°,  p.  44).  Vi  sono  riprodotte  8  figure.  Cfr.  pure 
Fumagalli,  Lexicon,  p.  XXII— XXIV  e  p.  454 — 455,  e  Les  livrcs  à  figures  véniliens 
dello  stesso  Principe  di  Essling,  voi.  II,  p.  1 — 26,  dove  sono  riprodotte  5  silografie. 


Notizie  preliminari.  3 

vivere  per  molto  tempo  all'  introduzione  della  stampa  a  tipi 
mobili.'^  Infatti  nel  principio  del  sec.  XVI  la  stampa  tabellare 
era  ancora  praticata  a  Venezia,  e  non  si  crede  anteriore  al 
15 IO  la  data  dell'  Opera  nova,  libro  silografico  inciso  da  Gio, 
Andrea  Vavassore  detto  Vadagnino  o  Guadagnino  e  più  volte 
impresso. 

Non  oseremmo  affermare  che  in  Italia  la  silografia  abbia 
avuto  prima  e  dopo  1'  invenzione  della  stampa  quello  stesso 
sviluppo  che  ebbe  altrove,  e  specialmente  in  Germania,  dov'  era 
largamente  usata  per  riprodurre  non  solo  immagini  sacre  e 
storie  bibliche,  ma  anche  scene  della  vita  quotidiana  e  perfino 
rappresentazioni  satiriche  e  caricature ;^^  ma  sarebbe  ora  un 
grave  errore  il  sostenere  che  non  fosse  conosciuta  in  Italia 
nei  primi  tre  quarti  del  XV  secolo,  come  fu  creduto. 

IL  Che  la  silografia,  almeno  come  mezzo  di  riproduzione 
d'  immagini  applicato  specialmente  alla  fabbricazione  delle  carte 
da  giuoco,  fosse  praticata  in  Napoli,  e  da  artisti  napolitani, 
prima  della  introduzione  della  stampa  e  per  tutto  il  resto  del 
XV  secolo,  è  fuori  di  ogni  dubbio.  Nelle  Cedole  della  Teso- 
reria aragonese  del  1466  e  del  147 1  è  ricordato  un  Cola 
Migharese  da  Maddaloni  o  Colella  di  Maddaloni,  „mestre  de 
far  cartes  de  jugar"3>  e  fornitore  della  Corte.  L'  8  agosto  1476 
Jacopo  d'  Aquino  di  Capua  vendeva  a  Giovanni  de  Alferio 
per  25  tari  „paria  ducentum  de  cartis  aptis  ad  ludendum".^) 
Un  altro  cartaio,  Jacopo  Gallo  da  Sessa,  contemporaneo  di 
Jacopo    d'  Aquino,     esercitava     probabilmente    la    stessa    in- 


i)  Lexicon,  p.  454—455. 

2)  Lippmann,  Op.  cit.  p.  2. 

3)  „Item  lo  dit  Jorn  [21.  giugno  1466]  ....  a  Colella  de  Mathalone  meslre 
de  far  cartes  de  jugar  l  d.  t.  V  gr.  los  quals  lo  dit  Sor-  li  mana  donar  per  lo 
preu  de  iii.parelles  de  jochs  de  cartes  lo  present  Jorn  dell  comprats  a  raho  de 
j.  t.  XV  gr.  casca  joch  les  quals  pareli  [es]  de  contanent  foron  consegna  en  la 
guardaroba  del  dit  Sor.  en  poter  del  mag.  mes.  pasqual  diaz  garlon"  (Cedole,  voi.  44, 
e.  364  a).  Un  altro  pagamento  allo  stesso  è  registrato  con  la  data  del  19.  aprile 
1471  nel  voi.  58,  a  e.  307b. 

4j  V.  Documento  I. 

I* 


4  Capitolo  I. 

dustria.'^  Nel  1482  un  maestro  Francesco  cartaro,  non 
diverso  forse  da  quel  Francesco  Fino  libraio  e  mercante 
di  pergamene  ricordato  dal  Filangieri,  forniva  carte  da  giuoco 
alla  Corte  Aragonese.-^  E  sappiamo  pure  che  nell'  anno 
1485  Jacopo  d'Aquino,  già  nominato,  prese  a  bottega  il  fan- 
ciullo Febo  Cervera  di  8  anni,  obbligandosi  ad  insegnargli, 
tra  altre  cose,  „artem  faciendi  cartas"  e  a  dargli,  finito  il  tiro- 
cinio che  doveva  durare  quattro  anni,  „par  unum  de  formis".^) 
Nel  i486  Jacopo  Sardano  vendeva  allo  spagnuolo  Alvaro  di 
S.  Anna,  pittore,  „paria  mille  ducentum  cartarum  prò  ludendo 
finarum  boni  papiri  fini,  intra  et  extra  bene  laboratas  cum 
coloribus  finis." -«^ 

Altri  nomi  di  artefici  di  carte  da  giuoco  si  trovano  in 
documenti  meno  antichi.  Il  cartaio  Francesco  Babusco  o  Babuso, 
spesso  nominato  negli  atti  notarili  dell'  ultimo  quarto  del  XV 
secolo,  neir  anno  1491  stringeva  un  contratto  di  società  con 
Giovannello  Bocto  e  Nardello  Conte  da  Napoli  „in  arte  et 
ministerio  faciendi  cartas  et  vota,*' 5)  e  nell'  anno  medesimo  ne 
faceva  un  altro,  per  1'  esercizio  della  stessa  industria  delle 
carte  da  giuoco,  con  1'  artefice  Matteo  di  Giordano  da  Traetto, 
cartaio,  il  quale  prometteva  „dictas  cartas  laborare,  pingere  et 
ipsas  vendere  et  finire  in  apotoca  predicta  dicti  francisci."  ^' 
Neil'  anno  1500  Antonella  Apa,  vedova  di  un  Vincenzo  Molli- 
celli  che  secondo  ogni  probabilità  fu  anche  un  fabbricante  di 
carte  da  giuoco,  faceva  società  con  1'  artefice  Luca  di  Jacopo 
Ci  eh  a  per  la  fabbricazione  delle  carte  da  giuoco,  obbligandosi 
a  fornire  le  cose  occorrenti,  come  verzino,  verderame,  peczocte, 
carta,   stampe,   viti,   forbici   ecc.'^     E   infine  nello  stesso  anno 


1)  V.  Documento  I. 

2)  Filangieri,  Documenti  per  la  storia,  le  arti  e  le  industrie  delle  Pro- 
vincie napolitane,  V,  p.  2I2;  e  Barone,  Le  Cedole  della  Tesoreria  Aragonese 
(Archivio  storico  per  le  provincie  napolitane,  IX,  p.  422). 

3)  V.  Documento  II. 

4)  V.  Documento  III. 

5)  V.  Documento  IV. 

6)  V.  Documento  V. 

7)  V.  Documento  VI. 


Notizie  preliminari.  g 

un  Matteo  cartaro,  che  probabilmente  è  lo  stesso  Matteo  di 
Giordano  già  nominato  '^  vendeva  ad  Alonso  de  Palma  cento 
paia  di  carte  fine  al  prezzo  di  sei  ducati.^' 

La  produzione  delle  carte  da  giuoco  a  Napoli  nel  periodo 
Aragonese  doveva  essere  ben  notevole,  come  appare  dai  non 
pochi  nomi  di  fabbricanti  che  sono  giunti  fino  a  noi,  e  dalla 
quantità  della  merce  prodotta  in  qualche  fabbrica;  e  pare  che 
le  carte  napolitane  si  esportassero  fuori  del  regno,  e  special- 
mente nella  Sicilia  e  nella  Spagna.  Certo  nella  sola  città  di 
Napoli  il  consumo  doveva  essere  ben  grande,  essendo  assai 
diffuso  il  giuoco  delle  carte  3)  non  solo  nel  popolo,  ma  in  tutte 
le  classi  sociali,  anche  nelle  più  elevate  e  nella  stessa  Corte.-*^ 

Che,  oltre  alle  carte  da  giuoco,  si  stampassero  in  Napoli 
anche  immagini  silografiche  prima  della  venuta  dei  tipografi 
tedeschi  come  credette  il  Giustiniani,-^^  non  oseremmo  affer- 
marlo con  sicurezza,  perchè  non  ci  fu  dato  finora  di  trovare 
alcun  documento  che  apertamente  e  chiaramente  attestasse 
r  esercizio  dell'  arte  silografica  propriamente  detta  in  Napoli, 
nella  seconda  metà  del  XV  secolo,  per  opera  di  artefici  napo- 
letani. Sappiamo  solamente  che  un  Francesco  cartaio,  di 
Napoli,  il  quale  con  ogni  probabilità  è  quello  stesso  Francesco 
cartaio  che  abbiamo  già  ricordato,  ebbe  nel  1489  otto  ducati 
dalla  R.  Corte  „per  un'  immagine  .  .  .  fatta  a  similitudine  del 
Duca  (di  Calabria)  la  quale  fu  da  Sua  Signoria  donata  al 
Beato  Jacopo  della  Marca  in  S.  Maria  la  Nova."  ^*    Ed  abbiamo 


1)  In  parecchi  documenti  degli  anni  1482 — 1500  è  menzionato  un  Matteo 
di  Antonio  fiorentino,  cartaio  e  libraio,  che  crediamo  sia  diverso  da  questo  Matteo. 

2)  V.  Documento  VII.  Per  qualche  altra  notizia  cfr.  Ce  ci  in  Arch.  Stor. 
Nap.  XXI,  p.  306,  307. 

3)  Ce  ci,  Il  giuoco  a  Napoli  nel  M.  Evo  (Arch.  stor.  nap.  XXI,  p.  290  e.  seg.). 

4)  Di  carte  da  giuoco  napoletane  del  XV.  s.  pare  che  non  se  ne  sia  salvata 
nessuna.  Almeno  a  noi  non  è  riuscito  trovarne  alcun  cenno  nelle  opere  che 
abbiamo  potuto  consultare,  non  escluso  il  catalogo  della  famosa  collezione  Schreiber 
di  M.  O'Donoghue  (1901)  e  il  recentissimo  libro  di  H.  R.  d'Allemagne  (Les  cartes 
à  jouer  du  XV*  au  XXe  s.  —  Paris,  Hachette,  1906,  voi.  2). 

5)  Saggio,  p.  23.     Le  ragioni  che  egli  adduce  non  hanno  però  alcun  valore. 

6)  Barone,  Cedole  ecc.  (Arch.  stor.  nap.  X,  p.  7).  —  Cfr.  pure  Filangieri 
VI,  p.  211. 


6  Capitolo  I. 

già  visto  che  nella  bottega  di  F.  Babuso  si  facevano  non  solo 
le  carte  da  giuoco,  ma  anche  i  vota.  Siamo  ben  lontani 
dall'  attribuire  soverchia  importanza  a  queste  notizie,  abbastanza 
vaghe,  soprattutto  perchè  si  riferiscono  ad  un  periodo  di  tempo 
molto  posteriore  all'  introduzione  della  stampa  in  Napoli,  ma 
neppure  crediamo  che  esse  debbano  andare  del  tutto  trascurate. 
E  certo  ad  ogni  modo  che  a  Napoli  e  nel  regno,  non 
molti  anni  dopo  1'  introduzione  della  stampa,  si  faceva  com- 
mercio d'  immagini  stampate.  Ad  un  libraio  francese  di  nome 
Ponziano  (Poncianus  Francigena)  furono  più  volte  concessi 
dal  1481  al  1485  dei  lasciapassare  (litterae  passus)  con  la  fa- 
coltà di  vendere  nel  Regno  „libros  impressos  seu  de  stampa 
sine  tabulis  et  cartas  impressas  figuratas."  '*  Ci  si  vorrà  con- 
cedere facilmente  che  questo  commercio  d'  immagini  stampate 
non  dovette  cominciare  proprio  in  quell'  anno  1481,  e  che 
Ponziano  non  sarà  stato  il  primo  o  il  solo  ad  esercitarlo.  E, 
pure  ammettendo  che  le  immagini  potessero  essere  di  origine 
alemanna  o  francese,  noi  crediamo  più  verisimile  che  fossero 
fabbricate  in  Napoli,  allo  stesso  modo  che  in  Napoli  erano 
generalmente  stampate  le  opere  che  i  librai  girovaghi,  come 
Ponziano,  andavano  vendendo  per  le  provincie. 

III.  E  probabile  adunque  che  a  Napoli,  come  in  altre  parti 
d'  Italia,  si  stampassero  immagini  silografiche  anche  prima 
dell'  introduzione  della  tipografia,  ma  nessun  indizio  abbiamo 
di  stampa  silografìca  o  tabellare  applicata  specialmente  alla 
produzione  del  libro,  ne  prima  dell'  introduzione  della  stampa 
a  tipi  mobili,  nò  dopo.  Un  racconto  riferito  da  uno  scrittore 
secentista  farebbe  supporre  il  contrario,  se  ad  esso  potesse 
aggiustarsi  qualche  fede,  ma  è  facile  accorgersi  che  si  tratta 
di  una  leggenda. 

Narra  Vincenzo  Maria  Cimarelli  nella  sua  Storia  dello 
Stato  di  Urbino  che  un  Gio.  Camillo  da  Corinalto,  il  quale  si 


l)  R.  Arch.  di  St.-ito ,  Privi  le};i.i  Summari.ae,  voi.  33,  e.  37b.  Crediamo 
che  questo  Ponziano  sia  la  stessa  persona  che  quel  Ponziano  Sarrebi,  librarius 
neapolis,  che  si  trova  nominato  in  un  atto  notarile  del  I489  (Protocollo  di 
Notar  Buongiorno  Vinciguerra,  anno  1489,  e.  45  b). 


Notizie  preliminari.  7 

era  trovato  in  Magonza  e  poi  in  Argentina  quando  il  Guten- 
berg faceva  gli  esperimenti  che  lo  condussero  all'  invenzione 
della  stampa,  essendo  stato  dall'  inventore  sufficientemente 
istruito,  nel  1442  passò  a  Napoli,  dove  impiantò  la  sua  stam- 
peria neir  edificio  dell'  Annunciata.  Fece  dei  discepoli  e  im- 
presse molti  libri  (?),  tra  i  quali  una  grammatica  in  quarto  col 
suo  nome,  che  il  Cimarelli  diceva  di  possedere.  ISIolto  onorato 
in  vita  dal  Re  Alfonso  d'  Aragona,  venuto  a  morte  sarebbe 
stato  sepolto  con  gran  pompa  in  una  chiesa  presso  il  Mercato, 
nella  quale  gli  sarebbe  stato  posto  un  epitafio.'^ 


i)  Giova  riportare  integralmente  il  passo  del  Cimarelli:  „Giovanni  Camillo  da 
Corinalto  si  trovò  in  Magonza  l'anno  1442,  quando  Giovanni  Cute  (sic)  ritrovò  le  stampe 
et  insieme  con  lui  diede  principio  all'  esperimento  di  esse  in  Argentina;  et  essendo 
egli  dall'  Inventore  sufficientemente  instrutto  1'  istesso  anno  passò  a  Napoli,  ove 
per  dare  il  saggio  di  si  mirabil  opera,  piantò  nell'  Annonciata  il  Torchio,  et  havendo 
in  un  foglio  di  carta  impressa  una  lettera  sotto  forma  di  memoriale,  volle  che  si 
vedesse  in  publico.  Dal  popolo  considerato  1'  artificio  e  1'  utile,  fu  1'  Autore  come 
celeste  huomo  riverito  et  ammirato.  Essercitandosi  dunque  nel  detto  esperimento 
allevò  discepoli,  e  molti  Libri  impresse,  dei  quali  alcuni  si  vedono  hoggi;  singolar- 
mente una  Grammatica  di  grandezza  mediocre,  impressa  in  quarto,  che  in  Napoli 
alle  mie  mani  pervenuta  fra  gli  altri  miei  curiosi  Libri  si  salva;  ove  non  leggendosi 
altro  nome  che  del  detto  Giovanni  da  Corinalto  Impressore,  stimasi  che  il  medesimo 
di  essa  il  compositore  ne  fosse.  Questo  non  solo  mentre  egli  visse  fu  dal  Re  di 
Napoli  Alfonso  di  Aragona  oltra  modo  honorato:  ma  insieme  dopo  la  sua  morte 
fé  con  gran  pompa  sepelire  il  suo  corpo  in  una  Chiesa,  presso  il  Mercato  ed  in 
marmi  caratteri  (sic)  dei  suoi  elogij  scolpire.  Quanto  di  questo  segnalato  soggetto 
qui  si  scrive  notato  vedesi  dentro  gli  Annali  di  D.  Felice  Gravina,  che  in  mano 
di  Gio.  Cola  Mandini  si  conservano,  et  appresso  di  me  autentica  sta  la  copia,  per 
mano  di  Gioseppe  Caglia,  notaro  pubblico  di  Napoli,  estratta,  procuratami  da 
Gio.  Antonio  Piscugli,  huomo  di  questa  nostra  età  famoso  in  lettere.  Et  per  che 
nei  secoli  a  dietro  pochi  usavano  il  cognome,  di  questo  in  Corinalto  la  Genealogia 
non  trovasi:  Onde  una  Casa  in  quella  Patria  dai  meriti  del  medesimo  illustrata, 
degli  honori  dovuti  defraudata  resta.  Si  che  forsi  per  questo  medesimo  rispetto, 
lasciate  in  bianco  furono  le  sue  lodi  dalla  penna  di  Polidoro  Virgilio  e  di  altri 
degni  scrittori,  che  pur  non  meno  celebrar  le  dovevano,  che  fecero  quelle  di  Corrado 
Tedesco,  il  quale  alcuni  anni  dopo  quest'  arte  portò  in  Roma  e  di  Nicolò  Gensone, 
che  sotto  il  Principato  di  Agostino  Barbarigo  introdussela  in  Venetia."  —  Istorie 

dello  stato  d'  Urbino  dai  Senoni  detta  Umbria  Senonia delle  Città  e  luochi 

che   in   essa    al   presente   si   trovano e  di  Corinalto  ....  Brescia,    per   gli 

heredi  di  Bart.  Fontana  (per  gli  Sabba  stampatori  Episcopali),  1643,  in  4°,  a  pag.  139 
(libro  3").     Cfr.  Fumagalli,  Lexicon  p.  98 — 99. 


8  Capitolo  I. 

Quale  libro  recante  il  nome  dell'  impressore  Gio.  Camillo 
da  Corinalto  abbia  veduto  il  Cimarelli  è  diffìcile  dire,  ma  è 
certo  che  il  nome  del  notaro  napoletano  Giuseppe  Caglia,  che 
avrebbe  fatto  la  copia  del  manoscritto  da  cui  il  Cimarelli  dice 
di  aver  tratto  il  racconto,  non  si  conosce,  e  che  nell'  Archivio 
Notarile  di  Napoli  non  si  conserva  alcuna  scheda  o  protocollo 
di  questo  notaro,  né  il  suo  nome  si  trova  altrimenti  notato. 

IV.  Come  a  Subiaco,  a  Roma,  a  Venezia,  a  Parigi  e  come 
in  quasi  tutti  gli  altri  paesi,  anche  a  Napoli  la  tipografia  venne 
introdotta  da  un  tedesco:  Sisto  Riessinger  di  Argentina.  Il 
nome  del  benemerito  uomo  sembra  però  che  in  Napoli  fosse 
presto  caduto  nell'  oblio  o  quasi,  e  che  rimanesse  presso  che 
ignorato  per  lungo  tempo.  Un  cronista  quasi  contemporaneo. 
Giuliano  Passaro,  tacque  affatto  il  memorabile  avvenimento,'^ 
e  uno  dei  più  diligenti  nostri  istoriografi,  il  Summonte,  scrisse 
che  la  stampa  era  stata  introdotta  in  Napoli  nel  1473  da 
Arnaldo  da  Bruxelles,  pur  aggiungendo  che,  secondo  altri, 
l'aveva  introdotta  nel  1471  Sisto  Riessinger.^^ 

Furono  soprattutto  scrittori  non  napoletani  quelli  che 
conservarono  e  tramandarono  il  ricordo  esatto  della  data  della 
introduzione  della  stampa  in  Napoli  e  il  nome  dell'  introduttore. 
Il  Wimpheling  che  scriveva  nel  1502,  mentre  il  Riessinger 
era  ancora  in  vita,  fu,  se  non  andiamo  errati,  il  primo  ad 
assegnare  a  lui,  suo  concittadino,  il  merito  di  avere  fin  dal 
147 1  introdotta  in  Napoli  la  stampa:  „Nec  solum,"  scrisse  il 
Wimpheling,  „nostri  in  hac  arte  Argentinae  floruerunt,  sed 
eandem  etiam   alibi  tractantes  et  decus  et  emolumentum  sunt 

1)  Secondo  il  Summonle  (v.  la  nota  seguente)  il  Passaro  avrebbe  attribuito 
ad  Arnaldo  da  Bruxelles  il  merito  dell'  introduzione  della  stampa  in  Napoli  nel- 
r  anno  1473,  ma  questa  notizia  non  si  trova  né  nell'edizione  del  1785,  né  in 
alcuno  dei  manoscritti  che  abbiamo  potuto  consultare. 

2)  „Nel  medesimo  tempo  [1473]  s'  introdusse  in  Napoli  1'  Arte  di  stampar 
libri  condotta  da  Arnoldo  di  Bruscella  fiamengo  (come  nota  il  Passaro),  il  quale 
ottenne  dal  Re  alcune  franchitie  etc."  E  dopo:  „Altri  dicono  che  quest'arte  fu 
portata  in  Napoli  da  Sixto  Rissinger  d'  Argentina  nell'  anno  1471,  come  lo  nota 
Tomaso  Bozio  ecc."  Dell'  Hisloria  della  città  e  regno  di  Napoli,  III,  p.  488  (ediz. 
del   1675). 


Notizie  preliminari.  g 

consecuti.  Ita  Sixtus  Riessinger  Argentinus  Neapoli  an. 
M.CCCC.LXXL  libri  quomodo  imprimi  possint,  primus  mon- 
stravit  .  .  ."  ')  Tommaso  Bozio  lo  ripeteva  a  distanza  di  quasi 
un  secolo,^)  e  quasi  contemporaneamente  al  Summonte  un  altro 
erudito  alemanno,  il  Mallincrot,  riconfermava  al  Riessinger  il 
merito  di  aver  introdotto  in  Napoli  la  tipografia.^) 

Ma  a  Napoli  il  nome  del  Riessinger  continuò  a  non  essere 
abbastanza  noto.  Verso  la  fine  del  secolo  XVIII  lo  stesso 
Lorenzo  Giustiniani,  1'  autore  del  Saggio  sulla  tipografia  napo- 
letana, in  un  suo  lavoro  precedente  (1788)  si  mostrava  esitante 
fra  Arnaldo  e  Sisto j-^'  e  fino  ai  giorni  nostri  è  stato  ripetuto 
in  qualche  pregevole  libro  che  la  stampa  fu  introdotta  a  Napoli 
nel  1473  da  Arnaldo  da  Bruxelles. 

Se  non  che  non  si  potrebbe  ora  mettere  in  dubbio  che 
Sisto  Riessinger  sia  stato  1'  introduttore  della  stampa  in  Napoli, 
e  che  nel  1471,  se  non  nel  1470,  abbia  in  Napoli  pubblicato  i 
primi  saggi  dell'  arte  sua,  laddove  di  Arnaldo  da  Bruxelles 
non  si  conoscono  edizioni  anteriori  all'  anno  1472.  Vedremo 
nel  capitolo  IV  come  a  favore  di  Arnaldo  non  si  possa  ad- 
durre alcun  valido  argomento,  ed  intanto  tenteremo  di  tracciare 
un  cenno  biografico  del  Riessinger. 


1)  Epitoma  Germanicarum  rerum,  cap.  LXV,  in:  Schardius  redivivus,  sive 
rerum  Germanicarum  scriptores  varii  etc.  (Giessae   1673,  voi.  1°,  p.  197). 

2)  „Inde  Sixtus  Runsiger  Argeminensis  anno  M.CCCC.LXXI  illud  [inventum] 
Neapolim  detulit".  De  Signis  Ecclesiae  Dei,  tom.  II,  p.  1076  n.  XCV  (Colon. 
Agrippinae,   1592—93)- 

3)  „Neapolim  typorum  artificium  primus  detulit  Sixtus  Rissinger  Argentinus 
anno  1471."  De  ortu  et  progressu  artis  typographicae,  p.  84  (Colon.  Agrippinae,  1640). 

4)  Memorie  degli  scrittori  legali,  voi.  Ili,  p.  219. 


Capitolo  II. 

Sisto  Riessinger. 


Sommario:  I.  La  patria.  —  II.  La  ricerche  dello  Steiff.  —  III.  Sulz 
o  Argentina?  —  IV.  Data  probabile  della  nascita.  —  V.  Il 
Riessinger  sacerdote  e  gli  ecclesiastici  tipografi.  —  VI.  Quando 
abbia  cominciato  a  stampare.  —  VII.  Sua  probabile  dimora  a 
Roma  prima  del  1470.  —  VIII.  Il  Riessinger  e  Ferdinando 
d'  .\ragona.  —  IX.  La  società  con  Francesco  del  Tuppo: 
1473 — 1478.  —  X.  Il  Riessinger  a  Roma.  Ritorno  a  Strass- 
burg.  —  XI.  Il  Riessinger  tipografo.  —  XII.  Il  Riessinger 
incisore  e  silografo. 

I.  Poco  sappiamo  delle  vicende  della  vita  di  Sisto  Ries- 
singer, e  poco  possiamo  aggiungere,  dopo  quasi  un  secolo  e  dopo 
le  molte  indagini  fatte  in  questo  lungo  periodo  di  tempo  intorno 
alle  origini  ed  ai  primordi!  dell'  arte  tipografica,  a  quello  che 
di  lui  scrisse  il  Giustiniani,  cui  si  deve  il  primo  tentativo  di 
una  biografia  del  nostro  prototipografo.  Né  questa  scarsezza 
di  notizie  deve  meravigliare,  che  in  generale  poco  sappiamo 
della  storia  della  tipografia  nei  suoi  primordii  in  Italia,  e  forse 
non  riusciremo  mai  a  saperne  molto,  come  recentemente  altri 
ha  osservato.'' 

Fino  a  non  molti  anni  fa  non  era  stato  mosso  alcun 
dubbio  sulla  patria  di  Sisto  Riessinger,  che  tutti  sapevano 
essere  stata  Argentina.  A  parte  le  testimonianze  concordi 
degli  scrittori  che  lo  affermano  esplicitamente,  ciò  si  desume 
anche  da  documenti  contemporanei,  i  quali  derivano  dallo 
stesso  Riessinger.  Da  alcune  delle  poche  soscrizioni  da  lui 
apposte   alle   sue  stampe,   la  maggior  parte  delle  quali  o  non 

l)  Fumagalli,   Lexicon  lypographicum  Italiae,  p.  XVI. 


Sisto  Riessinger.  1 1 

ha  alcuna  nota  tipografica  o  reca  in  fine  il  solo  suo  nome,  si 
rileva  che  egli  stesso  volle  indicare  Argentina  come  sua  patria. 
Così  nella  soscrizione  della  Grammatica  del  Perotti  (Bibl.  36) 
è  detto  che  fu  stampata  „per  A^enerabilem  dominum  Sixtum 
Riessinger  Argentinensem,"  e  nell'  altra  delle  Repetitiones  di 
Giovanni  da  Imola  (Bibl.  44)  che  furono  impresse  „per  hono- 
rabilem  dominum  Sixtum  de  Argentina".'^  Altrove  preferì  di 
dirsi  „Alamanus"  senz'  altro ."^^ 

II.  Se  non  che  poco  più  di  venti  anni  or  sono  il  Dr.  K.  SteifiF, 
ora  Bibliotecario  della  Biblioteca  Reale  di  Stuttgart,  notò  che 
nella  matricola  della  Università  di  Friburgo  si  trova  iscritto, 
sotto  la  data  del  1°  aprile  1461,  un  „Sixtus  rissinger  de  Sulcz" 
della  diocesi  di  Costanza;  e  parendogli  poco  verisimile  che 
due  Riessinger,  entrambi  con  lo  stesso  prenome  Sisto,  che 
raramente  s'  incontra,  fossero  vissuti  contemporaneamente, 
volle  identificare  il  tipografo  nostro  col  Riessinger  iscritto 
nella  matricola.  Il  vero  luogo  natio  del  Riessinger  sarebbe 
quindi,  secondo  lo  SteifiF,  non  Stras.sburg,  ma  Sulz,  nella  dio- 
cesi di  Costanza.  Ma  nell'  antica  diocesi  di  Costanza  si  novera- 
vano tre  terre  di  questo  nome:  a  quale  di  queste,  dunque, 
spetterebbe  1'  onore  di  aver  dato  i  natali  a  Sisto?  Allo  Steifif 
pare  assai  probabile  che  un  tale  onore  spetti  a  Sulz  sul  Neckar, 
piccola  città  del  Wurtemberg  che  ora  conta  circa  2000  abitanti, 
sia  perchè  delle  tre  località  omonime  questa  era  senza  dubbio 
molto  più  importante  delle  altre  due,  sia  perchè  era  la  più 
vicina  a  Friburgo,  sia  infine  perchè  le  comunicazioni  fra  Sulz 
a.  N.  e  Friburgo  erano  più  facili  che  fra  Sulz  e  Basilea,  laddove 
per  andare  dalle  altre  due  Sulz  a  Friburgo  s'  incontrava  sulla 
via  la  città  di  Basilea,  nella  cui  Università  sarebbe  stato  quindi 
più   conveniente   d' iscriversi   per   chi   fosse   nativo   di   uno   di 


i)  Il  Braun  (Allgemeine  deutsche  Biographie,  voi.  28,  p.  589)  scrisse  che 
il  Riessinger  si  chiamò  talora  clericus  Moguntinus,  talora  clericus 
Argentinensis,  ma,  per  quanto  ci  è  noto,  nelle  sue  soscrizioni  non  si  trova 
mai  alcun  accenno  a  Magonza. 

2)  Nella  soscrizione  della  Lectura  super  feudis  di  Andrea  da  Iseruia 
(1476)  e  in  altre. 


12  Capitolo  II. 

quei  due  paesi.  Argentina,  per  conseguenza,  sarebbe  stata  la 
patria  di  adozione  del  Riessinger:  il  luogo  dove  era  stato  per 
un  certo  tempo  sacerdote  e  da  cui  si  era  partito  quando  volle 
recarsi  in  Italia.'^ 

Ili,  Queste  conclusioni  non  furono  però  raccolte  dal  Braun 
che,  senza  né  anche  accennarvi,  aiferma  che  il  Riessinger  fu 
nativo  di  Strassburg,  e  cita  un  Programma  dello  Schòpflin, 
conservato  nella  Biblioteca  Universitaria  di  Strassburg,  dove 
ciò  si  dimostrerebbe.^^  Se  non  che  lo  Schòpflin  in  questo  suo 
scritto  non  fa  che  nominare  Sisto  Riessinger  fra  i  tipografi  di 
Strassburg,  senza  insistervi  più  che  tanto.3>  Laonde,  finché 
non  si  possa  addurre  qualche  valido  argomento  che  attesti  il 
contrario,  converrà  ammettere  che  il  Riessinger,  quantunque 
egli  stesso  si  dica  di  Argentina,    abbia  avuto  i  natali  in  Sulz. 

Il  caso  non  sarebbe  del  resto  né  nuovo,  né  strano.  Ve- 
dremo più  innanzi,  per  non  andar  lontani  dal  nostro  argomento, 
che  un  altro  tipografo,  Nicola  Jacopo  de  Luciferis,  quantunque 
fosse  nativo  di  S.  Severo  come  risulta  in  modo  evidente  da 
scritture  del  tempo,  era  generalmente  detto  napoletano. 

IV.  Suir  anno  di  nascita  di  Sisto  non  abbiamo  alcuna 
notizia.  Ammettendo  però  che  il  Riessinger  iscritto  nella  matri- 
cola di  Friburgo  sia  il  nostro  Sisto,  e  noi  non  crediamo  che  se 
ne  possa  dubitare,  non  si  andrebbe  forse  molto  lungi  dal  vero 
attribuendo  al  Riessinger,  quando  era  scolare  in  Friburgo, 
cioè  nel  1461,  una  trentina  di  anni,  come  fa  appunto  lo  Steiff. 
La  sua  nascita  cadrebbe  per  conseguenza  verso  il  1430,  ed 
egli  sarebbe  venuto  in  Napoli  sui  quarant'  anni. 

V.  Pochissimi  dati  sicuri  abbiamo  intorno  alle  vicende 
della  sua  vita.  Sappiamo  che  fu  prete,  come  non  pochi  altri 
tipografi  tedeschi  ed  anche  italiani,  e  che  in  Argentina  era  bene- 


1)  Steiff,  Beitràgc  zur  àltesten  Buchdruckergeschichte  (Zcntraiblalt  fiir 
Bibliothekswesen  III  [i886],  p.  260). 

2)  Braun,  1.  e. 

3)  Dobbiamo  alla  cortesia  del  Dr.  Barach,  Direttore  della  Universitats-  und 
Landesbibliothek  di  Strassburg,  la  comunicasionc  del  contenuto  di  questo  Pro- 
gramma, che  fa  parte  della  Collezione  Heitz  (n.  2270)  conservata  in  quella  Biblioteca 


Sisto  Riessinger.  I^ 

ficiato.'^  Allo  stesso  modo  che  nel  medio  evo  la  cultura  fu 
ordinariamente  patrimonio  degli  ecclesiastici  e  la  professione 
di  scrittore  di  codici  fu  quasi  propria  dei  monaci  e  dei  chierici, 
così,  quando  alla  scrittura  venne  a  sostituirsi  la  stampa,  molti 
ecclesiastici,  specialmente  in  Germania  dove  le  tradizioni  e  gli 
usi  medievali  si  conservarono  più  lungamente,  si  dedicarono 
con  amore  all'  arte  tipografica.  Soprattutto  a  Strassburg,  nota 
il  già  citato  Braun,  fu  cosi  vivo  1'  entusiasmo  per  la  nuova 
invenzione,  che  non  solo  giovani  appartenenti  a  famiglie  co- 
spicue, ma  anche  ecclesiastici  e  altre  persone  che  possedevano 
una  certa  coltura  letteraria,  non  isdegnarono  di  darsi  all'  eser- 
cizio dell'  arte  della  stampa.  Senza  parlare  dei  „fratres  vitae 
communis",  i  quali  avendo  per  loro  principale  istituto  1'  edu- 
cazione pubblica  e  la  diffusione  dell'  istruzione  specialmente 
religiosa,  ed  avendo  sempre  a  questo  fine  esercitato  il  com- 
mercio dei  libri  che  essi  medesimi  scrivevano,  non  appena 
r  invenzione  della  stampa  offrì  loro  il  mezzo  più  efficace  per 
raggiungere  1'  intento,  seppero  in  breve  tempo  rendersi  padroni 
della  nuova  arte,  e  ben  presto  nelle  loro  case  dei  Paesi  Bassi 
e  della  Germania  stabilirono  officine  tipografiche;  dei  Bene- 
dettini di  S.  Udalrico  ed  Afra  di  Augsburg,  degli  Agostiniani 
di  Norimberga,  dei  Certosini  di  Parma  ^-  e  delle  monache  di 
Ripoli,  osserveremo  che  molti  preti  secolari  si  occuparono 
dell'  esercizio  della  tipografia  non  solo  in  Germania,  ma  anche 
in  Italia.  Ricorderemo  i  noti  tipografi  Giovanni  Numeister, 
„clericum  Moguntinum",  Adamo  Rot,  „clericum  Metensis  dioe- 
ceseos",  Elia  de  LoufFen,  „canonicum  ecclesiae  Beronensis"  e,  fra 
gì'  italiani.  Clemente  Padovano,  G.  B.  Farfengo,  Boneto  Loca- 
tello,  Gio.  Leonardo  Longo  e  1'  Aquilano  Onofrio  Coccetta.  E 
anche  a  Napoli  troviamo  nel  1484,  come  vedremo  più  innanzi, 
un  Simone  di  Freiberg  della  diocesi  di  Meissen  „clericum 
missinensis  dioeceseos"  che  litiga,  per  certi  libri,  con  Francesco 
del  Tuppo,  e  che  certamente  fu  uno  di  quei  „Germani  fide- 
lissimi"  che  lavoravano  nella  sua  tipografia. 


i)  V.  la  soscrizione  del  Repertorium  di  Bartolo  (1477). 

2)  Affò,  I.    Saggio  di  memorie  su  la  tipografia  Parmense,  p.  XXVIII — XXIX. 


14  Capitolo  IT. 

VI.  Le  prime  edizióni  datate  di  S.  Riessinger  sono  del  147 1. 
Ma  dei  molti  libri  da  lui  impressi  ben  pochi,  un  quarto  appena, 
recano  la  data:  la  massima  parte,  e  particolarmente  quelli  che 
per  la  freschezza  dei  tipi  e  per  altri  indizii  devono  considerarsi 
come  le  prime  sue  produzioni,  non  hanno  data,  né  altre  note 
tipografiche  ad  eccezione  della  sola  sottoscrizione,  ossia  del 
suo  nome,  che  occorre  molto  spesso  infine  ai  suoi  volumi.  Si 
deve  quindi  credere  col  Giustiniani  che  egli  dovette  giungere 
in  Napoli  qualche  anno  prima  del  147 1,  e  che  nel  1470  ebbero 
a  veder  la  luce  alcune  delle  sue  edizioni,  quelle  cioè  che  per 
la  freschezza  dei  caratteri  e  per  certe  imperfezioni  nella  ese- 
cuzione tipografica  devono  ritenersi  come  i  suoi  primi  lavori. 
Nel  1470  fu  certamente  stampata  la  Bulla  Jubilaei  (Bibl.  i), 
che  ha  la  data  del  19  aprile  1470,  e  nello  stesso  anno,  con 
grande  probabilità,  dovettero  pubblicarsi  l'Aurelio  Vittore 
(Bibl.  3)  e  qualche  altra  edizione  impressa  con  lo  stesso  carat- 
tere (tipo  i),  o  con  quello  che  nel  147 1  fu  adoperato  per  il 
Bartolo  e  per  il  Floriano  (tipo  2)  e  che  in  altre  stampe 
appare  anche  più  fresco,  come  nella  Plutopenia  di  P.  J.  de 
Jennaro  (Bibl.  io),  da  noi  appunto  per  queste  considerazioni 
riferita  all'  anno  1470.  E  dove  si  tenga  conto  del  tempo  ne- 
cessario per  r  impianto  di  un'  officina  tipografica,  potrà,  con 
molta  probabilità  di  cogliere  nel  vero,  la  sua  venuta  in  Napoli 
farsi  risalire  anche  al  1469.')  Non  altrimenti  opinò  il  De 
Licteriis,  movendo  da  analoghe  considerazioni.^^ 

VII.  Se  non  che  giova  qui  fare  un'  osservazione.  Il 
Riessinger  venne  dalla  Germania  direttamente  a  Napoli  ovvero, 


1)  L'  Abbate  Melchiorre  di  Stamham,  volendo  stabilire  una  tipografia  in 
Augsburg  nella  Badia  di  S.  Udalrico  prese  con  sé  un  abile  artefice  di  nome 
Jaurloch,  ma  non  impiegò  meno  di  un  anno  a  preparare  tutti  gli  strumenti 
necessarii,  fra  i  quali  dieci  torchi,  e  cominciò  a  stampare  solo  nel  1473,  spendendo 
per  queir  impianto  702  fiorini.  (Lambinet,  Origine  de  l'Imprimerie.  Paris  18 io, 
voi.  I,  p.  308—309). 

2)  ,,Unde  si  consideremus  non  brevi  temporis  spatio  fuissc  opus  ad  totius 
apparatus  impressori]  constructionem,  indeque  ad  integri  voluminis  forma  maiore 
impressionem  (il  Bartolo  del  1471),  procul  dubio  ante  annum  1470  lypographia  a 
Sixto  Neapoliin  fuit  advecta"  (III,  p.  79). 


Sisto  Riessinger.  I5 

come  già  sospettò  il  Giustiniani,'^  si  fermò  per  qualche  tempo 
in  altre  città  d'  Italia  per  esercitarvi  la  tipografia  prima  di 
risolversi  a  introdurla  in  Napoli? 

Noi  non  abbiamo  elementi  sufficienti  per  rispondere  a 
questa  domanda  in  modo  sicuro,  ma  dobbiamo  far  notare  che 
non  manca  qualche  indizio  per  ritenere  come  molto  probabile 
r  ipotesi  che  il  Riessinger  si  sia  fermato  per  qualche  tempo 
a  Roma  prima  di  recarsi  a  Napoli. 

Il  Dibdin^^  credette  ed  affermò  che  il  Riessinger  fosse 
stato  discepolo  di  Ulrico  Han,  sopra  i  cui  caratteri  avrebbe 
modellato  i  proprii,  senza  però  addurre  altra  prova  che  la 
somiglianza,  certamente  grande,  dei  caratteri  Riessingeriani 
con  quelli  di  Ulrico  Han.  E  veramente  essa  è  tale  da  rendere 
verisimile  questa  congettara  del  bibliografo  inglese,  che  fu 
pur  tanto  fecondo  di  congetture,  non  sempre  verisimili  e 
fondate. 

Inoltre  sembra  oramai  accertato  che  la  tanto  discussa 
edizione  delle  Epistole  di  S.  Girolamo  ordinata  da  Teodoro 
Lelio  e  sottoscritta  JA.  RU.  (Hain,  *855o)  fu  stampata  in 
Roma  prima  dell'  anno  1470,  e  forse  prima  del  dicembre  1468, 
data  di  un'  altra  edizione  di  S.  Girolamo  (Hain,  8551),  giacché 
un  esemplare  dell'  edizione  Leliana  fu  donato  al  Vescovo 
Giovanni  Hynderback  nell'  anno  1470  ed  era,  si  noti  bene, 
già  miniato  e  legato.^)    Ora  a  noi  pare  non  meno  certo  che  i 


i)  Saggio,  p.  26. 

2)  Bibliotheca  Spenceriana  VII,  p.  20. 

3)  Ci  sia  permesso  di  riassumere  quello  che  a  questo  proposito  scrisse  magistral- 
mente, parecchi  anni  fa,  Leopoldo  Delisle.  Nella  Biblioteca  del  castello  di  Chantilly- 
si  conserva  un  esemplare  del  S.  Girolamo  il  quale  reca  in  principio  la  seguente 
nota  ms.:  „Hanc  primam  et  secundam  partem  epistolarum  beati  Hyeronimi  (sic)  ab 
impressoribus  litterarum  Rome,  opera  et  impensa  reverendi  patris  domini  Gasparis 
de  Theramo,  praepositi  et  canonici  ecclesie  nostre,  qui  nobis,  post  promocionem 
nostram  ad  episcopatum,  in  praepositura  ecclesie  nostre  per  provisionem  domini 
Pauli  pape  successit,  elaboratas,  sic  ligatas  et  miniatas,  nobis  liberaliter  dono 
dedit,  anno  Domini  1470,  prò  fulcienda  bibliotheca  nostra,  quam  ex  variis  libris, 
huius  artis  impressone  magisterio  et  facilitate  multiplicatis,  aggregavimus,  nec  non 
in  memoriam  prefati  domini  Theodori  eius  consobrini  sive  patriote,  conservandas 
quamvis   et    alia    quedam  volumina  epistolarum  beati  Jeronimi  antea  habueramus, 


l6  Capitolo  IT. 

caratteri  di  quest'  edizione,  attribuita  ora  generalmente  a  Ulrico 
Han,  siano  proprio  quelli  di  S.  Riessinger  del  tipo  più  antico 
(tipo  I  del  Proctor).  Una  tale  opinione  fu  già  sostenuta 
dall'  Audififredi  '^  contro  il  P.  Laire,^)  ma  non  è  stata  interamente 
accolta  dal  Proctor ,3^  perchè  secondo  lui  vi  sarebbero  tra  i 
caratteri  del  S.  Girolamo  e  quelli  usati  dal  Riessinger,  d'  al- 
tronde similissimi  com'  egli  stesso  ammette,  alcune  lievi 
differenze. 

Ma,  con  buona  pace  dell'  insigne  e  compianto  bibliografo 
inglese,  noi  crediamo  che  queste  piccole  differenze  non  esistano, 
e  che  i  caratteri  del  S.  Girolamo  siano  né  più  né  meno  che 
quelli  adoperati  dal  Riessinger  nel  Sesto  Rufo  e  in  altre  delle 
sue  più  antiche  edizioni/- 


sed  non  eo  ordine  distinctas  atque  combinatas,  prout  in  istìs  duobus  voluminibus 
continentur."  Questa  nota  è  di  Giovanni  Hynderback  Vescovo  di  Trento,  essendo 
della  stessa  mano  di  un'  altia,  che  si  legge  nello  stesso  volume,  sottoscrìtta  „Johannes 
Hynderback  Tridentinus".  Questi  fu  uomo  di  lettere  e  nel  suo  castello  di  Trento 
raccolse  molti  libri,  „quos  illum  diligenter  evolvisse  declarant  notae  quas  ad 
illorum  margines  adspersit",  com'  è  detto  nell'  Italia  sacra.  Il  S.  Girolamo  è 
un  avanzo  di  questa  biblioteca.  Ora  dalla  nota  che  si  è  riprodotta  si  raccoglie 
che  r  esemplare  del  S.  Girolamo  fu  donato,  nel  1470,  a  Giovanni  Hynderback  da 
Gaspare  da  Teramo,  il  quale  aveva  contribuito  con  1'  opera  e  col  suo  danaro  alla 
pubblicazione  dell'  edizione  preparata  dal  suo  cugino  Teodoro  Lelio:  e  che 
r  edizione  fu  fatta  in  Roma.  (V.  Journal  des  Savants,  1897,  P-  ^"7  ^  segg.) 
E  noi  aggiungiamo  che  in  un  esemplare  posseduto  alcuni  anni  or  sono  da  J.  Rosenthal 
(Calai,  n.  XL,  p.  385,  n.  2393)  si  legge:  „Hic  liber  meus  est  quem  Rome  emi 
anno  domini   147I.     P.  de  Villeta." 

1)  Confrontati  i  caratteri  del  S.  Girolamo  con  quelli  del  S.  Rufo  di 
S.  Riessinger  1'  AudifTredi  affermò  „vel  eosdem  esse,  vel  certe  ab  eadem  manu 
fabrìcatos  fuisse  (pag.  13). 

2)  Specimen,  pag.  130. 

3)  V.  n.  6747,  in  nota. 

4)  Il  Proctor,  pur  ammettendo  che  i  caratteri  del  S.  Girolamo  siano 
presso  che  indistinguibili  da  quelli  di  S.  Riessinger  (tipo  l)  crede  che  non 
siano  proprio  gli  stessi,  e  nota  parecchie  jMccole  differenze,  le  quali  sarebbero: 
I**  Nel  S.  G.  è  usato  il  segno  &,  mentre  il  R.  usa  il  segno  z;  2"  vi  si  trova  il 
doppio  tratto  d'unione,  mentre  il  R.  non  lo  usa;  3°  1' h  è  stretta,  mentre  l'h  del 
R.  è  di  forma  piìi  larga-  4*  1'  N  è  rovesciata,  mentre  1'  N  del  R.  è  di  forma 
regolare;  5**  le  solite  20  linee  di  stampa  danno  e.  79 — 80  mm.,  mentre  20  linee 
del  carattere  Riessingeriano  ne  danno  78.    Ma,  conlronlati  attentamente  i  caratteri 


Sisto  Riessinger.  17 

Si  noti  ancora  che,  mentre  si  hanno  parecchie  edizioni 
impresse  coi  caratteri  del  S.  Girolamo  le  quali  recano  il  nome 
di  S.  Riessinger,  nessuna  edizione  impressa  con  quei  caratteri 
finora  si  conosce  la  quale  rechi  il  nome  di  U.  Han,  e  che  tutte 
le  edizioni  Riessingeriane  stampate  coi  caratteri  del  S.  Giro- 
lamo  (tipo  i)   mancano    dell'  indicazione  del  luogo  di  stampa. 

Alieni  dalle  congetture  ci  asterremo  dal  farne  in  questo 
caso,  e  ci  contenteremo  di  constatare: 

1°  che  nessuna  prova  sicura  noi  abbiamo  che  le  edizioni 
di  S.  Riessinger  del  tipo  più  antico  (tipo  i)  siano  state  tutte 
eseguite  in  Napoli; 

2°  che  una  testimonianza  contemporanea  attesta  invece 
in  modo  abbastanza  chiaro  che  una  di  queste  edizioni,  1'  Epi- 
stole di  S.  Girolamo,  fu  fatta  in  Roma  prima  del   1470. 

Ciò  posto  crediamo  non  si  possa  escludere  che  il  Ries- 
singer, prima  di  stabilirsi  in  Napoli,  sia  stato  per  qualche 
tempo  in  Roma  e  che  vi  abbia  esercitato  la  tipografia  o  per 
conto  proprio,  o  in  compagnia  di  U.  Han,  come  potrebbe  far 
supporre  la  sottoscrizione  lA.  RU.  messa  in  relazione  con 
r  altra  I.  R.  che  si  trova  in  un'  edizione  di  U.  Han,  ossia  nelle 
famose  Meditazioni  del  Torquemada.'^ 


del  S.  Girolamo  con  quelli  del  Sesto  Rufo  di  S.  Riessinger,  una  delle 
edizioni  a  cui  egli  appose  il  suo  nome,  noi  abbiamo  constatato:  1°  È  vero  che  il 
R.  usa  il  segno  z,  ma  usò  anche  1'  &,  e  della  stessa  forma  caratteristica  che  si  vede 
nel  S.  G.;  2°  il  doppio  tratto  d'  unione  è  usato  più  volte  anche  nel  Sesto  Rufo 
(v.  a.  e.  5  a  e  altrove);  3°  1'  h  è  di  forma  più  larga  generalmente,  ma  è  anche  usata 
l'altra  forma:  cfr.  haberet  nella  penultima  e.  e  hùtoria  nell'ultima;  4"  l'N  ro- 
vesciata è  frequentissima  nel  Sesto  Rufo;  5°  20  linee  danno  79  mm.  come  nel 
S.  G.  Non  vi  è  che  il  solo  segno  z  che  non  ci  sia  riuscito  di  trovare  nel 
S.  Girolamo,  ma  ninno,  crediamo,  vorrà  dedurre  che  i  caratteri  siano  diversi  da 
questo  solo  fatto,  se  anche  fosse  indubbiamente  constatato. 

i)  Notiamo  che  in  un'  altra  edizione  Riessingeriana  (Porphyrius,  bibl.  48) 
s' incontrano  in  fine  le  iniziali  I.  R.  M.  S.  N.  Qual  nome  si  nasconda  poi  sotto  le 
sigle  lA.  RQ.  non  è  possibile  dire.  Ci  contenteremo  di  accennare  le  tre  ipotesi 
messe  innanzi  dall'  Audiffredi,  dal  Delislc  e  dal  Proctor.  Il  primo  inclinava  a 
credere  che  la  seconda  sigla  indicasse  il  cognome  Ruessinger,  forma  adoperata 
dallo  stesso  R.  in  qualche  soscrizione  (p.  es.  nella  Lectura  di  Domenico  da 
S.  Gimignano),  e,  appoggiandosi  alla  conformità  dei  caratteri,  concludeva:  „Typo- 
Fava  e  Bresciano,    La  stampa  in  Napoli.     I.  2 


l8  Capitolo  n. 

Non  vogliamo  da  ultimo  tralasciare  un'  altra  osservazione 
che  forse  potrebbe  connettersi  in  qualche  modo  con  quello 
che  abbiamo  già  detto.  E  notevolissima,  come  fu  già  rilevato, 
la  singolare  conformità  dei  caratteri  di  S.  Riessinger  con  quelli 
usati  in  due  stamperie  romane  contemporanee.  Il  carattere 
rotondo  più  grande  e  più  antico  (tipo  2)  è  similissimo,  se  non 
identico,  a  quello  delle  edizioni  romane  eseguite  „in  domo 
Raphaelis  de  Vulterris"  o  „apud  S.  Eustachium"  e,  cosa  anche 
più  degna  di  nota,  identico  è  pure  il  grande  carattere  gotico 
Riessingeriano  (tipo  3),  adoperato  sempre  col  precedente  per  le 
parole  iniziali,  col  carattere  gotico  che  si  vede  adoperato,  anche 
per  le  parole  iniziali,  nelle  predette  edizioni  romane.  Questa 
rassomiglianza  dei  due  caratteri  è  tale  da  rendere  assai  diffi- 
cile il  decidere  se  siano  napoletane  o  romane  certe  edizioni 
sfornite  di  note  tipografiche,  quando  non  soccorrano  altri  in- 
dizii.  Inoltre  il  carattere  rotondo  adoperato  dal  Riessinger 
dal  1475  in  poi  e  in  seguito  da  F.  del  Tuppo  (tipo  4)  è  con- 
forme a  quello  delle  edizioni  romane  „apud  S.  Marcum",  salva 
qualche  piccola  diversità  nel  corpo  che  è  un  poco  più  piccolo 
e  in  qualche  lettera  o  abbreviatura.  Non  ci  è  dato  presente- 
mente di  spiegare  questo  fatto,  ma  a  noi  pare  che,  ove  si 
ammettesse  che  il  Riessinger  prima  di  venire  a  Napoli  abbia 
per  qualche  tempo  lavorato  in  Roma,  come  noi  incliniamo 
a  credere,  la  spiegazione  sarebbe  più  facile. 

Checché  si  voglia  pensare  di  queste  nostre  osservazioni 
crediamo  che  due  fatti  non  si  possano  mettere  in  dubbio:  che 
r  edizione  Leliana  del  S.Girolamo  è  stampata,  non  coi  carat- 
teri di  U.  Han,  ma  con  quelli  di  S.  Riessinger,  e  che  secondo 
una  testimonianza  contemporanea  quest'  edizione  fu  fatta  in 
Roma. 


graphus  vel  est  S.  Riessinper,  vcl  certe  alìquis  qui  Riessingeriano  characteie  hsus 
est,  frater  pula  ipsius  Sixti,  vel  aliquis  eiusdem  nepos"  (pag.  I4).  Il  Dt-lislc  si 
riferi  a  qualche  socio  di  Ulrico  Han,  e  suppose  che  il  sodo  potesse  essere  Jacques 
Le  Rouge  (Jacobus  Rubeus),  il  quale  avrebbe  l'alto  in  Roma  il  suo  tirocinio 
prima  di  stabilire  a  Venezia  la  sua  tipografia  (Articolo  citato,  nel  Journal  des 
Savants,  1897,  '°  fine).  Il  Proctor  opinò  che  si  dovesse  escludere  questa  ipotesi  del 
Dclisle  e  che    quelle   sigle    dovessero  riferirsi  ad  un  correttore  (N»  6747,  in  nota). 


Sisto  Riessinger.  19 

Vili.  A  Napoli  il  Riessinger  trovò  buona  accoglienza  nella 
Corte  e  nella  cittadinanza.  Della  protezione,  che  Ferdinando 
d'  Aragona  dovette  accordare  all'  introduttore  di  una  così  utile 
arte,  benché  non  si  abbiano  documenti,  non  è  lecito  dubitare:'^ 
è  noto  quanto  Ferdinando  amasse  le  arti  e  le  utili  industrie, 
e  come  fosse  largo  d'  incoraggiamenti,  di  favori  e  di  privilegi 
agli  artisti  ed  ai  mercatanti,  che  in  gran  numero  capitavano 
nel  regno,  non  esclusi  gli  ebrei.  Il  Wimpheling  assicura  che 
Sisto  fu  carissimo  a  Ferdinando  e  alla  nobiltà  napoletana, ''^  e 
con  ogni  probabilità  dovette  saperlo  dalla  bocca  dello  stesso 
Riessinger  suo  concittadino  e  contemporaneo.  Se  veramente 
da  Ferdinando  fossero  stati  offerti  al  Riessinger  vescovadi  e 
cospicui  beneficii  ecclesiastici  {„episcopatus  et  amplissimae  digni- 
tates"),  come  scrisse  lo  stesso  Wimpheling  3)  e  dopo  di  lui  il 
Mallincrot,^^  e  come  ripetono  altri,  non  possiamo  dire  con 
sicurezza  per  mancanza  di  documenti.  Il  nostro  Giustiniani  si 
credette  in  dovere,  non  sappiamo  perchè,  di  mettere  in  dubbio, 
se  non  1'  offerta  del  vescovado  che  ammette  essere  credibile, 
il  rifiuto  che  di  esso  avrebbe  fatto  il  Riessinger,  pel  desiderio 
di  tornare  alla  sua  Argentina.  Ma  non  vediamo  in  verità 
alcuna  ragione  di  dubitare  di  queste  notizie,  le  quali  derivano 
con  tutta  probabilità  dallo  stesso  Riessinger.  E  bene  ricordare 
che  Ferdinando  soleva  concedere  beneficii  ecclesiastici,  secondo 
r  uso   del   tempo,   in   ricompensa   di  meriti  letteraria     Perchè 


1)  Niente  giustifica  1'  affermazione  del  Giustiniani,  che  il  Riessinger  „già 
famoso  tipografo"  fosse  chiamato  „subito  in  Napoli  con  ottimo  appuntamento"  dal 
re  Ferdinando  (Memorie  storico -critiche  della  R.  Biblioteca  Borbonica,  Napoli 
1818,  pag.  35).  Tra  i  libri  della  Biblioteca  Aragonese  che  ora  si  conservano 
nella  Nazionale  di  Parigi  e'  è  un'  edizione  Riessinger iana  (Bibl.  18)  splendida- 
mente miniata  con  1'  arme  di  S.  Riessinger  (V.  la  descrizione).  Probabilmente  è 
r  esemplare  da  lui  offerto  in  omaggio  al  Re,  com'  era  forse  anche  1'  esemplare 
del  Lapo  un  tempo  posseduto  dal  Panzer. 

2)  V.  il  passo  del  W.  citato  nel  capo  I,  in  nota. 

3)  Ivi. 

4)  Op.  cit.  p.  84.  Sappiamo  che  la  sua  amicizia  era  apprezzata,  anche  da 
uomini  insigni.  Pier  Luigi  Riccio  diceva  di  lui:  „  . . . .  cuius  ego  consuetudine,  ob 
ingenium  manusque  induslrias,  plurimum  delector."  V.  la  dedica  della  Lectura 
di  A.  d' Isernia  (1476). 

a* 


20  Capitolo  II. 

non  avTebbe  potuto  concederne  all'  introduttore  della  stampa? 
E  non  è  forse  cosa  naturale  ed  ovvia  che  un  uomo  molto  in- 
nanzi negli  anni,  dopo  di  aver  molto  lavorato,  desideri  di 
tornarsene  in  patria  per  trascorrervi  tranquillamente  gli  ultimi 
anni  della  vita?  Il  Riessinger,  sacerdote  e  lavoratore  modesto, 
ben  potè  dunque  preferire  ad  un  vescovado  in  paese  straniero, 
ufficio  a  cui  dopo  aver  esercitato  per  tanti  anni  la  tipografia  si 
sentiva  forse  impari  e  disadatto,  la  sua  professione  prediletta 
e  poi  il  riposo  in  patria. 

IX.  Si  è  detto  che  S.  Riessinger  ebbe  fin  dal  147 1  nella 
sua  tipografia  come  correttore  Francesco  del  Tuppo,'*  ma  per 
quanto  ci  è  noto  ciò  non  risulta  da  alcuna  testimonianza  con- 
temporanea. Anzi  nelle  prime  edizioni  di  S.  R.  sono  nominati 
come  correttori  Pietro  Oliverio  e  Paride  del  Pozzo.  Il  nome  di 
Francesco  del  Tuppo  comparisce  per  la  prima  volta  insieme 
con  quello  di  Sisto  al  principio  del  1474,  nella  soscrizione  dei 
Reportata  di  Antonio  d'Alessandro  (Bibl.  29),  che  ha  la  data 
del  2 1  febbraio,  e  continua  a  trovarsi  accanto  al  nome  del  Ries- 
singer nelle  edizioni  degli  anni  seguenti  fino  al  1478  (8  marzo). 
E  poiché  dai  documenti  veduti  dal  Minieri  Riccio'' risulta  che 
il  Del  Tuppo  ebbe  fin  dal  1473  una  tipografia  (che  il  Minieri 
Riccio  dice  propria),  e  dal  1474  fino  al  1478  il  suo  nome  si 
trova  costantemente  associato  a  quello  di  S.  Riessinger  nelle 
soscrizioni,  mentre  non  si  conosce  alcuna  edizione  di  quegli 
anni  col  solo  nome  di  F.  del  Tuppo,  siamo  indotti  a  credere, 
contrariamente  a  ciò  che  ne  pensarono  il  Minieri  Riccio  e 
altri,  che  il  Riessinger  dovette,  secondo  1*  uso  dei  tipografi  di 
quel  tempo,  unirsi  in  società  con  Francesco  del  Tuppo  nel- 
r  anno  1473  e  rimanere  in  società  con  lui  fino  al  1478.  Che 
il  Del  Tuppo  fosse  già  socio  del  Riessinger  nel  febbraio  1474, 
oltreché  correttore,  e  che  la  loro  fosse  anche  una  socie tas 
pecuniae   è  attestato  chiaramente  dalla  citata  soscrizione  dei 


1)  Persico,   G.,   nella   Rivista    delle    Biblintcche.  IX,  2.     Lo  aveva  anche 
afTcrmato  il  De  LoUis  nel  suo  breve  studio  sul!'  Esopo  di  V.  del  Tuppo. 

2)  luHa  Reale,  anno  I  (l88l),  n.  io  (sez.  2). 


Sisto  Riessinger.  21 

Reportata  di  A.  d' Alessandro.  In  essa  è  detto  che  il  Del 
Tuppo  corresse  1'  edizione  „fideliter"  e  „summis  vigiliis  et  labo- 
ribus",  che  egli  e  il  suo  fedele  socio  (una  cum  fido  sodali 
Sixto)  impresero  a  stampare  1'  opera  a  loro  spese  (propriis 
sumptibus)  e  che  la  stampa  fu  terminata  il  21  febbraio.  Ma 
dal  titolo  si  rileva  che  1'  impressione  del  grosso  in  folio  fu 
incominciata  nel  1473,  e  senza  dubbio  essa  dovette  richiedere 
molto  tempo:  è  chiaro  quindi  che  la  società  ebbe  principio 
neir  anno  1473. 

La  tipografia  sarà  stata  di  F.  del  Tuppo,  come  credette  il 
Minieri  Riccio,  in  quanto  che  egli,  oltre  ad  avervi  una  parte 
importante  con  lo  scegliere  i  testi  da  pubblicare,  col  prepararli 
per  la  stampa  e  con  la  sua  opera  di  correttore,  dovette  fornire 
una  parte  del  capitale  necessario,  come  si  è  visto  che  fece  per 
la  stampa  dei  Reportata,  mentre  il  Riessinger  poneva  soprat- 
tutto r  opera  sua  di  esperto  tipografo.'^  Infatti,  se  il  Del  Tuppo 
avesse  avuto  fin  dal  1473  una  tipografia  propria,  dopo  di 
essersi  cioè  separato  dal  Riessinger,  come  si  è  creduto  da  al- 
cuni, non  si  spiegherebbe  perchè  dal  1474  al  1478  (8  marzo) 
non  si  conoscano  edizioni  col  solo  nome  di  F.  del  Tuppo, 
mentre  invece  in  tutte  le  edizioni  pubblicate  negli  anni  pre- 
detti si  trova  sempre  accanto  al  suo  nome  quello  di  Sisto 
Riessinger.  Noi  quindi  crediamo  che  questi  si  unì  in  società 
con  F.  del  Tuppo  nel  1473  e  che  fino  al  marzo  1478  tennero 
entrambi  una  comune  tipografia,  la  quale,  come  vedremo  in 
seguito,  era  posta  nel  vicolo  di  S.  Chiara,  detto  di  Cimbro. 

La  società  non  ebbe  lunga  durata,  e  dovette  sciogliersi 
nei  primi  mesi  dell'  anno  1478.  L'  ultimo  libro  in  cui  il  nome 
del  Riessinger  si  trovi  associato  con  quello  di  F.  del  Tuppo  è 
il  Filocolo  del  Boccaccio  finito  di  stampare  agli  8  marzo  1478 
(Bibl.  46).  Dopo  la  pubblicazione  del  Filocolo,  e  non  molto 
dopo  giacché  il  31  agosto  si  pubblicava  l'Alberto  Magno 
col  solo  nome  di  Francesco  del  Tuppo  (Bibl.  49),  i  due  socii 
si  dovettero   separare,   o  almeno  il  Riessinger  dovette  cedere 


l)  Anche   il  prof.   E.  Pèrcopo    dubita   che  nel  1473  ^^  ^^^  Tuppo   avesse 
avuto  una  propria  tipografia.    (Archivio  storico  Napolitano,  XV,  p.  533  e  segg.) 


22  Capitolo  n. 

al  Del  Tuppo  i  suoi  caratteri  (tipi  4  e  5),  che  furono  poi 
adoperati  da  costui  fino  al  1482.  In  conseguenza  di  ciò  ab- 
biamo tolto  dalle  serie  delle  edizioni  Riessingeriane  e  assegnate 
a  F.  del  Tuppo  tutte  le  opere  impresse  coi  caratteri  usati  da 
Sisto  le  quali  hanno  una  data  posteriore  agli  8  marzo  1478, 
o  possono  ragionevolmente  credersi  venute  alla  luce  dopo 
quella  data. 

X.  Nel  1478  adunque,  dopo  la  stampa  del  Filocolo,  il 
Riessinger  lasciò  a  F.  del  Tuppo  i  suoi  caratteri  e,  forse,  si 
separò  da  lui.  Non  sappiamo  se  rimanesse  ancora  in  Napoli 
per  qualche  tempo  o  se  partisse  subito.  E  certo  che  qualche 
anno  dopo  il  Riessinger  trovavasi  a  Roma,  dove  insieme  con 
Giorgio  Herolt'^  pubblicò  alcune  opere,  e  che  vi  rimase 
almeno  dal  1481  al  1483,  come  appare  dalle  date  di  due 
di  esse.'^ 

Neppure  sappiamo  con  precisione  quando  sia  tornato  a 
Strassburg.  Secondo  il  Braun^^  vi  dovette  far  ritorno  nel 
i486.  Ad  ogni  modo  sembra  che  dopo  il  suo  ritomo  si  sia 
dato  tutto  all'  esercizio  del  suo  sacro  ministero.  Lo  Schmidt 
assicura     che     egli    divenne     successivamente    Cappellano    a 


1)  Il  Braun  a  questo  proposito  osserva:  .,Wer  der  zweitgenannte  Georgius 
gewesen  ist,  dariiber  herrscht  vòUipe  Unkenntnis;  man  miifste  denn  auf  Georfj 
Laur  rathen,  der  ebenfalls  ein  deutscher  Geistlicher  war  und  damais  in  Rom 
druckte."  —  Ma  che  il  socio  di  Sisto  (Georgius  Alemannus)  fosse  Giorgio 
Herolt  si  rileva  dal  confronto  dei  caratteri  (cfr.   Proctor,  op.  cit.). 

2)  Chiromantia,  stampata  Rome,  per  Sixtum  et  Georgium  ale- 
mannos,  die  tertio  Decembris  1481  (H.  4973),  e  Decisione!  Rotae 
Romanae  impresse,  senza  indicazione  di  luogo  e  di  tipografo,  nel  1483,  tertio 
idus  Decembris  (H.  *6o49).  Neil'  una  e  nell'  altra  si  vede  1'  insegna  di 
S.  Riessinger,  della  seconda  forma  (Kristeller  115). 

3)  Il  Braun  tra  gli  altri  meriti  del  R.  nota  che:  „Auch  die  Herstcllung 
italienischer  Biicher  nahm  heide  Typographen  seit  1478  in  Anspruch,  in  wclchem 
Jahre  sic  z.  B.  des  Joh.  Boccaccio  „Inconencia"  (il  Filocolo  di  G.  Boccaccio) 
druckten."  Ma  di  libri  italiani  il  Riessinger  ne  aveva  pubblicati  parecchi  prima 
del  1478:  il  Masuccio,  la  PlutopeDÌa,  il  Dialogo  di  Angelo  Caracciolo,  le 
Eroidi  ecc.  Non  parliamo  del  Dante  e  del  Rinaldo,  che  noi  crediamo  non 
anteriori  al   1478,  come  diremo  piii  innanzi. 


Sisto  Riessinger.  23 

Ungersheim     presso    Colmar    e    Vicario    di    S.  Tommaso    di 
Strassburg.'' 

Era  ancora  vivente  quando  scriveva  il  Wimpheling 
r  Epitome  rerum  Germanicarum,  cioè  nei  primi  anni  del 
secolo  XVI.^^    Ignoriamo  1'  anno  della  sua  morte. 

XI.  Il  Riessinger  fu  variamente  giudicato  come  tipografo. 
Qualcuno  osservò  che  le  oue  edizioni  sono  più  rare  che  belle: 
altri,  come  1'  AudifFredi,  le  giudicarono  bellissime  e  magnifiche. 
Il  Giustiniani  nota  che  spesso,  specialmente  nelle  più  antiche, 
vi  si  osserv*a  difetto  di  registro  al  torchio,  ma  ne  loda  i  carat- 
teri che  dice  „niente  spregevoli",  e  fa  rilevare  che  il  Riessinger 
sarebbe  stato  il  primo  in  tutta  Italia  a  usare  le  interlinee,  per 
rendere  più  eleganti  le  stampe,  e  a  tentare  la  doppia  tiratura 
in  rosso  e  in  nero,  nel  principio  delle  Costituzioni  del  Regno 
di  Sicilia  da  lui  impresse  nel  1475.  Che  avesse  però  tentato 
per  la  prima  volta  in  Napoli  la  doppia  tiratura  in  rosso  e  nero 
nelle  Costituzioni  del  1475  non  è  esatto,  perchè  l'aveva  già 
usata  un  anno  prima  Arnaldo  da  Bruxelles  nelle  Pandette  di 
M.  Silvatico  (1474).  Xon  è  men  vero  tuttavia  che  il  primo 
tentativo  si  deve  al  Riessinger:  infatti  in  qualche  esemplare 
del  suo  Floriano,  stampato  nel  1471  (Bibl.  14),  si  vede  un  lungo 
Incipit  impresso  in  rosso,  mentre  in  altri  esemplari  lo  spazio 
corrispondente  è  rimasto  bianco. 

Ebbe  ad  usare  diversi  tipi  di  caratteri  rotondi  e  gotici 
che,  se  non  sono  belli,  non  sono  però  inferiori  ai  caratteri 
adoperati  dalla  maggior  parte  dei  tipografi  contemporanei. 
Sono  da  noi  indicati  e  descritti  in  fine  di  questo  cenno  bio- 
grafico. Il  Riessinger  fu  non  solo  un  valente  tipografo,  ma 
quasi   certamente  anche  fonditore  di  caratteri.     In  una  soscri- 


i)  „Riefsinger  ward  Kaplan  zu  Ungersheim  bei  Colmar  und  Vikar  von 
S.  Thomae  zu  Strafsburg"  (Schmidt,  C,  Zur  Geschichte  der  àltesten  Bibliotheken 
und  der  ersten  Buchdruckerei  zu  Strafsburg,   1882,  p.  76  in  nota). 

2)  „  .  .  .  estque  hodie  vita  superstes,  vir  ob  dignitatem  sacerdotalem  et 
senium  reverendus"  scrisse  il  Wimpheling.  V.  il  brano  già  riferito  nel  cap.  I. 
La  Epitome  fu  scritta  nel   1502. 


24  Capitolo  II. 

zione,  come  notò  il  Giustiniani,  è  detto  in  karacterum  arte 
ingeniosus,  ed  è  noto  il  distico 

Quas  cemis  mira  Sixtus  theotonicus  arte 
Parthenope  impressit  composuitque  notas. 

Non  intendiamo  di  attribuire  soverchio  valore  a  queste  frasi 
che  ben  potrebbero  alludere  soltanto  alla  sua  qualità  di  tipo- 
grafo, ma  crediamo  che  egli  fosse  anche  fonditore,  perchè  i 
più  antichi  tipografi  furono  generalmente  anche  fonditori  di 
caratteri,  com'  era  naturale  che  avvenisse  nei  primordii  dell'  arte. 

XII.  Molto  probabilmente  il  Riessinger  fu  anche  silografo. 
Alcune  delle  sue  edizioni  di  Napoli  sono  ornate  di  figure  silo- 
grafiche:  le  Eroidi  (Bibl.  47)  ne  hanno  venti,  quarantuna  il 
Filocolo  (Bibl.  46),  una  il  Dialogo  di  Angelo  Caracciolo 
(Bibl.  24),  qualcuna,  molto  minuscola,  il  Tractatus  de  socie- 
tate  pecuniae  di  Pietro  Ubaldi  (Bibl.  27).  E  delle  quattro 
o  cinque  edizioni  che,  per  quanto  ci  è  noto,  furono  da 
lui  pubblicate  a  Roma,  tre  sono  ornate  d'  illustrazioni  silo- 
grafiche,  vale  a  dire  la  Chiromantia,  gli  Opuscula  di  Filippo 
Barbieri  (che  il  Giustiniani  chiama  il  Libro  delle  Sibille  e 
crede  sia  un'  edizione  napoletana)  e  il  Liber  de  fluminibus  di 
Bartolo,  anch'  esso  creduto  finora  di  origine  napoletana.  Ci  oc- 
cuperemo più  particolarmente  delle  illustrazioni  di  questi  libri, 
quando  tratteremo  della  silografia.  Qui  osserveremo  solo  che 
il  Riessinger  non  avrebbe  forse  trovato  in  Napoli  artisti  che 
avessero  potuto  eseguire  tali  lavori,'^  e  che  d'altra  parte 
questi  non  sembrano  di  fattura  italiana  e  pertanto  dcvonsi 
riferire  o  a  lui  o  a  qualcuno  degli  artefici  che  egli  condusse 
con  sé  dalla  Germania.  Qualche  parola  tedesca  che  s'  in- 
contra nelle  figure  del  Liber  de  fluminibus  prova  in  ogni 
modo  con  evidenza  1'  origine  tedesca  di  quelle  figure.  Che 
esse  siano  poi  da  considerarsi  come  opera  di  Sisto  anzi  che 
di  altri  crediamo  poterlo  desumere  da  questo  fatto.  Ab- 
biamo  già  accennato  all'  edizione  degli  Opuscula  di  Filippo 

l)  Si  vegga  il  cap.  I. 


Sisto  Riessinger.  25 

Barbieri  pubblicata  da  S.  Riessinger,  non  in  Napoli  come  fu 
creduto  dal  Giustiniani  e  da  altri,  ma  a  Roma  in  società  con 
Giorgio  Herolt  (H.,  2453),  ornata  di  13  figure  e  recante  in  fine 
l'insegna  di  S.  R.  nella  sua  seconda  forma  (Kristeller,  n°  115). 
Nella  prima  di  queste  figure,  che  rappresenta  la  Sibilla  Persica 
(e,  5b),  si  vedono  in  alto  due  piccoli  scudi:  a  destra  di  chi 
guarda,  quello  di  S.  Riessinger  (simile  in  tutto  allo  scudo  che 
si  vede  nella  predetta  sua  insegna,  ma  più  piccolo),  a  sinistra 
quello  della  città  di  Strassburg  (Kristeller,  1.  e),  che  il  Giusti- 
niani credette  fosse  1'  arme  di  qualche  nobile  famiglia  napole- 
tana.'^ Il  nostro  De  Licteriis  notò  per  il  primo,  se  non  andiamo 
errati,  il  significato  di  quei  due  scudi,  e  sospettò  che  autore 
delle  incisioni  fosse  il  Riessinger: "^^  ipotesi  che  a  noi  sembra 
la  più  naturale. 

Ricorderemo  infine  che  le  professioni  di  tipografo  e  d' in- 
cisore erano  di  solito  congiunte  insieme,  com'  è  provato  da 
molti  esempii  notissimi,  e  che  per  tali  considerazioni  appunto 
le  famose  figure  delle  Meditazioni  del  Torquemada  furono  dal 
Lippmann^'  attribuite  al  tipografo  Udalrico  Gallo;  né  vogliamo 
tralasciar  di  osservare  che  lo  stesso  autorevole  critico  stimò 
che  a  Sisto  Riessinger  non  dovette  essere  sconosciuta  1'  arte 
dell'  incisione. 


Caratteri  adoperati  da  S.  Riessinger. 

Tipo  1°.  Rotondo,  piccolo,  che  altri  dissero  semigotico, 
molto  simile  al  carattere  piccolo  di  Ulrico  Han.  Fu  usato  per 
le  più  antiche  edizioni  (Aurelio  Vittore,  Sesto  Rufo  ecc.), 
e  forse  non  oltre  il  147 1.  20  11.  =  78  mm  (Haebler  80).  Qu/. 
(V.  tav.I.) 


1)  p-  53- 

2)  „Quis  novit  num  Riessinger  ipse  figuras  inciderit?  Quid  enim  significant 
insignia  eadem  quae  in  parte  superiori  Sybillae  Persicae  videntur?  Mos  enini  hic 
erat  apud  antiquos  Pictores  et  Sculptores  ad  opera  cuiusque  indlcanda"  (III,  119). 

3)  Op,  cit.  p.  6. 


26  Capitolo  II. 

Tipo  2°.  Rotondo  di  media  grandezza,  piuttosto  irrego- 
lare, molto  simile,  se  non  identico,  al  carattere  delle  edizioni 
romane  „apud  S.  Eustachium"  o  „in  domo  Antonii  et  Raphaelis 
de  Vulterris."  Fu  usato  dal  1470  al  1476.  20  11.  =  94 — 95  mm 
(Haebler  97—98).     Qu/.     (V.  tav.  II.) 

Tipo  3°.  Gotico  grande,  adoperato  solo  per  le  parole 
iniziali  e  quasi  sempre  col  carattere  precedente.  (1.  io  = 
e.  90  mm.)     (V.  tav.  II,  a.) 

Tipo  4°.  Rotondo,  abbastanza  nitido,  presso  che  eguale  al 
carattere  delle  edizioni  romane  „apud  S.  Marcum",  con  qualche 
diversità  nell'  us  e  nell'  cf.  Non  si  trova  prima  del  1475.  Dopo 
la  separazione  del  Riessinger  dal  Del  Tuppo  rimase  a  costui, 
e  fu  da  lui  adoperato  dal  1478  al  1482.  20  11.  =  92—93  mm 
(Haebler  94—96).     Qu,  raramente  Q  n.     (V.  tav.  IV  e  V.) 

Tipo  5".  Gotico  medio  simile  anch'  esso  al  gotico  delle 
predette  edizioni  romane  „apud  S.  Marcum".  20  11.  =  104  mm 
(Haebler  107).     (V.  tav.  V.) 

Come  il  tipo  4°,  non  si  trova  prima  del  1475,  e  fu  usato 
dopo  il  marzo  1478  da  F.  del  Tuppo. '^ 


Insegna. 

Soltanto  negli  ultimi  anni,  se  non  nell'  ultimo  anno,  della 
sua  dimora  in  Napoli  il  Riessinger  adoperò  un'  insegna  tipo- 
grafica e  fu,  se  non  andiamo  errati,  il  primo  tipografo  che  in 
Italia  r  adoperasse.  Per  quanto  ci  è  noto  questa  insegna  non 
si  trova  che  in  due  sole  edizioni,  il  Filocolo  del  1478  (Bibl.  46) 
e  le  Eroi  di  senza  data,  ma  con  tutta  probabilità  di  quello 
stesso  anno  (Bibl.  47). 


i)  Reca  il  nome  di  S.  Riessinger  una  ristampa  in  caratteri  gotici  (mm.  82, 
85)  della  Lectura  super  feudis  di  Andrea  d' Isernia  (H.  *l6249),  ma,  come  ci 
avverte  l' illustre  prof.  Haebler,  essa  fu  eseguita  in  Milano  coi  tipi  4  e  6  da  Ud. 
Scinrcnzeller  che  riprodusse,  senza  scrupolo  alcuno,  la  soscriiionc  dell'edizione 
Riessiageriana  (Bibl.  38). 


Sisto  Riessinger.  2"] 

Rappresenta  una  figura  muliebre,  volta  a  sinistra,  che 
sostiene  uno  scudo,  probabilmente  1'  arme  di  famiglia  del  Ries- 
singer. Nello  scudo,  in  campo  nero,  si  vede  una  lista  o  assi- 
cina  di  legno  di  una  forma  che  somiglia  ad  un  I,  trapassata 
da  una  freccia.  In  alto  è  un  nastro  svolazzante  con  le  iniziali 
S.  R.  D.  A.  =  Sixtus  Riessinger  de  Argentina.  E  riprodotta 
dal  Kristeller  (Die  italienischen  Buchdrucker  und  Verleger- 
zeichen  bis  zu  1525,  Strassburg,  Heitz,  1893)  al  n°.  114  e  dal 
Fumagalli  (Lexicon  typographicum  Italiae,  p.  251,  fig.  99). 
Cfr.  pure  Haebler,  Typenrepertorium,  li,  p.  61  e  Giustiniani, 
p.45.     (V.  tav.IV.) 

Una  simile  insegna,  riprodotta  all'  inverso  e  perciò  con 
la  figura  muliebre  rivolta  a  destra,  si  vede  in  talune  edizioni 
Riessingeriane  impresse  in  Roma  durante  la  società  con  Giorgio 
Herolt  e  malamente  da  alcuni  credute  napoletane.  E  ripro- 
dotta, oltreché  dal  Kristeller  (n°.  115),  dall'  Audiffredi  (Catalogus 
historico-criticus  Romanarum  editionum  saec.  XV,  fig.  4,  p- 476) 
e  dal  Dibdin  (Bibliotheca  Spenceriana,  III,  p.  179).  Cfr.  pure 
Haebler,  Typenrepertorium,  II,  p.  99  e  Giustiniani,  p.  55. 


Capitolo  III. 

Francesco  del  Tuppo. 


Soruniario:  I.  F.  del  Tuppo  nolla  storia  della  tipografia  napoletana: 
suoi  biografi.  —  li.  Data  probabile  della  nascita.  —  III.  La 
gioventù  e  gli  studi:  il  Del  Tuppo  paggio  di  re  F"erdinando.  — 
IV.  La  società  con  S.  Riessinger.  —  V.  La  tipografia  di  F.  del 
Tuppo.  Cristiano  Preller  suo  socio.  Il  suo  compositore  e  gli 
altri  Germani  fidelissirai.  —  VI.  II  del  Tuppo  libraio- 
editore.  —  VII.  Dov'  era  la  tipografia  di  F.  del  Tuppo.  — 
VIII.  Il  Del  Tuppo  studioso:  sua  coltura.  L'opera  sua  di  cor- 
rettore. Sua  inclinazione  per  la  letteratura  volgare.  —  IX.  La 
sua  edizione  di  Dante  e  la  lite  col  Fiero  Judio.  —  X.  Altre 
questioni  avute  dal  Del  Tuppo.  La  contesa  col  chierico  Simone 
di  Freiberg.    —    XI.  Ultimi  anni. 

I.  Una  delle  più  notevoli  figure  del  quattrocento  napole- 
tana, anzi  la  più  notevole  per  chi  studia  la  storia  dell'antica 
tipografia  napoletana,  è  Francesco  del  Tuppo.  Egli  fu  il  con- 
tinuatore dell'  opera  di  Sisto  Riessinger  dopo  di  essere  stato 
il  suo  compagno  e  valido  collaboratore.  La  tipografia  che  fu 
prima  del  Riessinger,  poi  dei  socii  Riessinger  e  Del  Tuppo, 
rimase  da  ultimo  al  solo  Del  Tuppo  che  coi  caratteri  Ries- 
singeriani  e  con  gli  stessi  antichi  artefici  tedeschi,  i  Germani 
fid dissimi,  continuò  senza  interruzione  a  stampare  per  mol- 
tissimi anni  fino,  come  a  noi  pare,  alla  fine  del  secolo  e  pro- 
babilmente fino  ai  primi  anni  del  secolo  XVI.  Alla  notizia 
della  vita  e  alla  serie  delle  edizioni  di  Sisto  Rie.«;.singer  crediamo 
pertanto  di  far  seguire,  immediatamente,  le  notizie  biografiche 
e  la  serie  delle  edizioni  di  Francesco  del  Tuppo  che  ne  sono 
la  continuazione  e  il  complemento,  derogando  in  questo  caso 
all'  ordine  cronologico  che  ci  avrebbe  condotti  a  separare, 
frapponendovene  altri,  due  capitoli  strettamente  connessi. 


Francesco  del  Tuppo.  29 

Di  Francesco  del  Tuppo  si  occuparono  in  questi  ultimi 
tempi  il  De  Lollis,''  il  Percopo^^  e  il  Persico: 3>  il  primo  lo 
considerò  più  particolarmente  come  letterato,  il  secondo  si 
fermò  a  preferenza  sui  punti  controversi  della  biografia  di  lui 
e  il  terzo  rilevò  specialmente  il  merito  di  aver  procurato,  come 
da  molti  si  crede,  la  prima  edizione  napoletana  di  Dante. 

Il  breve  studio  del  De  Lollis  non  contiene,  quanto  alla 
biografia,  nulla  di  notevole,  se  ne  togli  alcune  congetture  molto 
discutibili  intorno  al  periodo  della  maggiore  attività  di  Fran- 
cesco del  Tuppo  che  il  De  Lollis  pone  verso  il  1457.  Le  con- 
clusioni a  cui  egli  arriva  sono  che  alla  fine  del  XV  secolo  il 
D.  T,  era  già  molto  innanzi  negli  anni  e  che  quanto  all'  anno 
in  cui  nacque  e  a  quello  in  cui  morì  sarebbe  leggerezza  affac- 
ciare qualunque  ipotesi.  Il  Persico  sorvolò  sulla  parte  bio- 
grafica che  non  entrava  nel  suo  compito. 

Dobbiamo  al  Minieri  Riccio*)  molte  e  importanti  notizie 
biografiche  sul  nostro  Francesco  ed  al  Percopo  un  diligente 
studio  e  tre  documenti  che  stabiliscono  con  sicurezza  alcune 
date  importanti  della  vita  di  lui.  Le  nostre  ricerche  in 
fine  ci  hanno  fruttato  alcune  notizie  relative  specialmente 
alla  gioventù  di  F.  del  Tuppo  e  parecchie  relative  ai  suoi 
congiunti.  5> 


i)  L'  Esopo  di  Francesco  del  Tuppo.  —  Firenze,  alla  Libreria  Dante, 
1886,  p.  81. 

2)  Nuovi  documenti  sugli  scrittori  e  gli  artisti  dei  tempi  Aragonesi  (Archivio 
storico  per  le  provincie  napoletane,  XVIII  (1893),  P-  533 — 535)- 

3)  La  prima  edizione  napoletana  della  Divina  Commedia  (Rivista  delle 
biblioteche,  IX,  p.  5). 

4)  Italia  Reale,  anno  II,  n"  IO  (6  marzo  18S1),  sez.  2.  L' articolo  è  ripro- 
dotto nelle  Biografie  degli  Accademici  Alfonsini  detti  poi  Fontaniani 
dal  1442  al   1543  (Napoli,   1882),  a  p.  35 — 39. 

5)  Giacomo  suo  padre  era  ancora  vivente  l'ii  nov.  1459  (Capitoli  mairi 
moniali  rogati  da  Giacomo  Ferrillo,  e.  131).  Antonio,  che  forse  fu  un  suo  fratello 
si  trova  per  la  prima  volta  nominato  in  un  istrumenio  del  22  maggio  1469,  nel 
quale  giorno  intervenne  come  testimone  nel  contratto  di  matrimonio  fra  Ant 
Maramaldo  e  Ursina  Guindazzo  (Protoc.  di  G.  Ferrillo,  1469 — 70,  c.liya),  e  poi 
in  molti  alti  del  1473,  75,  77,  78,  80,  85,  87,  88,  90,  94  e  1500  (Protoc.  di  Fr 
Russo,  1473 — 75,  passitn,  1476 — 78,  e.  I28b,  1583,  I59b,  7  (seconda  numerazione) 
20a,   156;    1478  —  79,  0.553;   1479— So,  e.  Il4b;    1484 — 85,  e.  226a,  358;    Protoc 


30  Capitolo  in. 

Noi  cercheremo  di  raccogliere  e  di  coordinare  insieme 
tutte  queste  notizie  per  tentare  con  la  scorta  di  esse  uno 
schizzo  biografico  alquanto  più  largo. 

IL  Si  è  creduto  che  Francesco  del  Tuppo  nascesse  verso 
il  1430.  Così  opinò  il  De  Lollis  e  dello  stesso  parere  mostrò 
di  essere  il  Percopo.  Ma,  come  ora  vedremo,  Francesco  ci  fa 
sapere  di  essere  stato  dal  re  Alfonso  il  Magnanimo  affidato 
alle  cure  di  un  precettore  in  età  di  anni  dieci;  e  dai  nostri 
documenti  risulta  infatti  che  nel  1452  e  nel  1456  egli  studiava 
a  spese  della  Corte,  di  cui  è  chiaramente  indicato  come  paggio 
(1455):  perciò  noi  incliniamo  a  crederlo  nato  parecchi  anni 
dopo  il  1430,  probabilmente  verso  il  1440. 

Furono  suoi  genitori  Giacomo  e  Ilaria  de  Felice,  secondo 
che  trovò  il  Minieri  Riccio.''  Ma  in  un  documento  dell'anno 
1485  da  noi  riportato  in  fine  di  questo  lavoro '''  la  madre  è 
detta  Ilaria  de  Scarfellitis.  Ebbe  un  fratello  di  nome  Gaspare 
che    fu    mastrodatti    della    Gran    Corte    della   Vicaria  ^^   e    una 


di  M.  di  Fiore,  1486—87,  e.  6a,  56b,  92a,  1403;  Protoc.  di  C.  Malfiiano,  1488—89, 
e. Sia  e  1490,  e.  145;  Protoc.  di  M.  di  Fiore,  I488 — 89,  e  133,  138,  I4lb,  1423, 
150;  1488,  passim;  Protoc.  di  C.  Mal  filano,  1499 — 1500,  e.  41  e  di  F.  Santoro, 
I491  — 1500,  passim.  Era  ancora  vivente  ai  27  selt.  1504  (Prot.  di  L.Castaldo, 
1502.  1504,  e.  102 b).  —  Berlingicro  de  Tuppo  che  forse  fu  un  aliro  fratello  o  un 
figlio  di  Francesco  si  trova  pure  nominato  trequenlcnientc  nelle  scritture  notarili. 
Comparisce  ancora,  come  testimone,  in  due  atti  del  9  maggio  1517  e  dell' 8  gcnn. 
1518  (Protoc.  di  Giov.  V.  de  Electa,  1516 — 17,  e.  282b  e  1517 — 18,  e.  192).  — 
Anche  Antonio  fu  mastrodatti  della  Gran  Corte  della  Vicaria  (Protoc.  di  Buon- 
giorno Vinciguerra,  1498,  e.  207).  Qualche  volta  è  chiamato  noiaro,  come  in  un 
atto  del  23  apr.   1504  (Protoc.  di  L.Castaldo,   1502 — 1504,  e.  2la). 

1)  V.  l'articolo  biografico  citato. 

2)  V.  tra  i  documenti  la  Cessio  prò  egregio  Francisco  de  Tuppo 
(XVIII). 

3)  Sappiamo  che  in  tale  qualità  fu  nel  1469  mandato  dalla  Corte  in  Calabria 
per  fare  un  processo  tra  il  Fisco  e  Antonello  Ruffo,  per  il  quale  incarico  gli 
furono  assegnati  24  ducati  di  retribuzione  (R.  Archivio  di  Stato:  Comune  Sommaria, 
Voi.  II  (1469 — 70),  e.  I27b).  Comparisce  poi  come  testimone  in  molti  atti  notarili 
degli  anni  1480,  87,  89,  91,  94  e  95  (Protoc.  di  Fr.  Russo,  1479  —  80,  e.  943  e 
I22b;  148Ó— 87,  e.  28oa  e  3383;  I488  — 89,  e.  159  e  227;  Protoc.  di  C.  Malfiiano, 
1490—91,  e.  2523;   Proloc.  di  F.  Russo,   1494,  e.  25b  e   1495,  e.  l64b).     Nel  1495 


Francesco  del  Tuppo.  31 

figlia  che  si  chiamò,  come  1'  ava,  Ilaria  e  che  si  maritò  con 
Pietro  di  Arnaldo  di  Bruges,  familiare  e  musico  di  Federico 
d'  Aragona/) 

III.  Nella  dedica  premessa  alla  Repetio  de  iure- 
iurando  di  Giovanni  da  Imola  (Bibl.  44)  il  Del  Tuppo  ci  ha 
lasciate  alcune  notizie  dei  primi  anni  della  sua  vita,  pienamente 
confermate  dai  nostri  documenti.  Egli  narra  che,  contando 
appena  dieci  anni  di  età,  fu  dal  re  Alfonso,  che  ne  aveva  già 
notato  l'ingegno,  affidato  alle  cure  di  Ferdinando  Valentino 
professore  di  teologia,  perchè  studiasse  logica  e  filosofia,  e 
ammesso  nella  biblioteca  reale,-)  e  che  Alfonso  lo  trattava 
come  figlio  e  gli  faceva  grandi  promesse,  incitandolo  sempre 
a  studiare.  „Stude,  Francisce,  stude,  dicebat:  nam  locum  (sic) 
tibi  paratum  per  me  eruditum  hominem  petit."  E  rimpiange 
le  ricche  vesti  di  seta  e  i  libri  di  cui  usava,  maledicendo  alla 
morte  che  troppo  presto  gli  aveva  tolto  il  suo  grande  pro- 
tettore. Narra  inoltre  di  essere  stato  inviato  con  due  altri 
compagni  (Antonio  di  IMaio  e  Jacobello  Pisano?)  al  Papa 
Callisto  III  (1455 — 1458)  e  di  essere  stato  rimandato  dal  Papa 
ad  Alfonso  con  doni  e  onori;  e  che  il  re  Alfonso,  nel  ricevere 
un  legato  apostolico  gli  presentò  il  giovinetto  del  Tuppo  con 
altri  quattro  compagni  (cum  quatuor  sociis  sue  biblio- 
thecae)  con  parole  molto  affettuose  per  lui  e  per  gli  altri.  E 
soggiunge  che  prima  di  morire  Alfonso  lo  raccomandò  al 
figlio  Ferdinando. 


gli  venne  confermata  la  concessione  fatta  dalla  Regina  Giovanna  II  a  Giacomo 
suo  padre  di  26  once  l'anno  (Esecutoriale,  voi.  io,  e.  227a — 22S). 

i)  V.  l'articolo  biografico  del  Minieri  Riccio,  già  citato.  Pietro  di  Bruges 
o  Pietro  Francese  (chiamato  anche  Pietro  Brusia  da  taluno)  era  maestro  dei 
cantori  della  cappella  reale  sotto  Alfonso  I,  e  fu  detto,  non  sappiamo  perchè, 
fratello  di  Arnaldo  da  Bruxelles  dal  Mazzatinti  (Biblioteca  dei  re  d' Aragona, 
p.  LXXIII).     Un  Giovanni  di  Bruges  era  copista  della  biblioteca  reale  [ibidem). 

2)  II  G.  (p.  43)  fraintese  questo  passo  e  credette  che  il  Valentino  avesse 
accolto  Francesco  nella  biblioteca  propria,  ma  è  chiaro  che  si  deve  intendere  la 
biblioteca  reale.  —  Pochi  versi  latini  di  Ferdinando  Valentino  si  leggono  nel 
codice  IV.  F.  19  della  B.  Nazionale  di  Napoli,  verso  la  fine,  non  indicati  dal 
Jannelli,  né,  per  quanto  ci  è  noto,  da  altri. 


32  Capitolo  in. 

Da  tutto  ciò  si  desume  abbastanza  chiaramente,  a  noi 
sembra,  che  il  Del  Tuppo  fu  assunto  al  servizio  del  re  Alfonso 
negli  ultimi  anni  della  vita  di  costui  (1453?);  cosicché  alla 
morte  del  re  egli  non  aveva  ancora  conseguito  quell'  ufficio 
che  questi  gli  aveva  destinato,  probabilmente  nella  biblioteca, 
perchè  ancora  troppo  giovane.  Risulta  ad  ogni  modo  dai 
documenti  nostri  che  nel  1456  il  D.  T.  studiava  ancora,  né  di  lui 
abbiamo  trovato  notizia  nelle  Cedole  Aragonesi  prima  del  1453. 

Il  De  Lollis  congetturò  che  Francesco,  già  adulto  ai 
tempi  di  Alfonso  I  fosse  stato  testimone  oculare  delle  feste 
celebrate  per  la  venuta  dell'  Imperatore  Federico  III  (1452). 
La  congettura  è  fondata  sopra  un  luogo  del  Summonte  (to.  Ili, 
lib.  5,  cap.  I),  che,  dopo  aver  citato  a  conferma  della  propria 
opinione  circa  le  accoglienze  fatte  da  Alfonso  all'  imperatore 
un  passo  dell'Esopo,  chiama  il  D.  T.  un  Dottore  di  legge 
di  quei  tempi.  Ed  osserva,  tra  le  altre  cose,  che  il  Tafuri 
pone  il  D.  T.  fiorito  verso  il  145  i  e  che  ciò,  secondo  il  metodo 
del  Tafuri,  vuol  dire  che  egli  fosse  maturo  in  quel  tempo. 
Ma  è  certo  che  negli  anni  1453,  1455  e  1456  Francesco  era 
ancora  studente.  Nel  1453  lo  troviamo  fra  gli  scolari  de  la 
casa  del  signor  Re,  li  quali  imparano  da  Mastro 
Melchyor(?)  ed  ai  quali  dalla  Corte  si  dà  graziosamente, 
secondo  il  costume,  della  stoffa  per  cappe  et  robe,'*  e 
nel  1455  lo  troviamo  ancora  nominato  fra  gli  scolari,  a 
proposito  di  due  altre  largizioni  fattegli  ai  1 2  di  luglio  '^  e 
agli  II  di  ottobre.^'  In  questo  mese  lo  troviamo  fra  i  paggi 
del    re    insieme    con    Antonio    de    Maio    e    Jacopo    Pisano.'»' 


i)  „Die  Vili  [ottobre]  A  li  subscripti  V  scolari  de  la  casa  <le  lo  S.  Re  li 
quali  imparano  da  Mastro  Melchyor  graciosament  per  singulc  capp?  et  robe  .  .  . 
Francisco  de  Tuppo  canna  I  palmi  IIII  Horen/.a  morata"  (Ccd.  Tes.  voi.  22,  e.  I40b). 
(24  aprile)  „A.  francisco  de  lo  tuppu  scolaro  in  gramaiica  pct  mancamento  di  la 
forr.-ilura  de  la  cappa  et  roba  li  fo  data  a  di  Vili  di  ottobro  prossimo  passato  .  .  . 
bianco  palmi  I  borello  .  .  .  palmi   II"  (Ced.  v.  cit.  e.  165  b). 

2)  (12  luglio  1455)  n*  francisco  del  tupo  estudiant  graciosament  III  d." 
(Ced.  Tes.  voi.  28,  e.  Il4b). 

3)  Ibidem y  e.  23ib  e  voi.  29,  ce.  229  a  e  3Óib. 

4)  (il  ottobre  1455)  „Itcm  doni  als  patges  deius  scrits  Ics  quantitais  a  cascu 
dels  designats:   A  Trancisco  del  tupo  studiant  III.  d.,  A  anthoni  de  mayo  studiant 


Francesco  del  Tuppo.  33 

In  queir  anno  si  largheggiò  dalla  Corte  verso  il  giovane 
paggio,  che  doveva  essere  molto  benvisto:  altri  donativi  di 
drappi  di  lana  e  di  seta  e  di  danaro  per  pagar  les  costures 
de  una  roba  ricevette  nel  luglio,  nel  settembre  e,  in  varie 
volte,  nel  mese  di  ottobre.'^  Nell'anno  seguente  1456  con- 
tinuarono le  largizioni  della  Corte  e  Francesco  nel  giugno 
dell'anno  medesimo  è  chiamato  ancora  fadri  studiant.^^ 

IV,  Secondo  alcuni  ^^  Francesco  del  Tuppo  sarebbe  stato 
fin  dal  147 1  il  correttore  della  tipografia  Riessingeriana,  ma 
questa  non  è  che  un'  ipòtesi,  non  sappiamo  su  che  fiondata. 
E  certo  al  contrario  che  i  correttori  delle  più  antiche  edizioni 
di  Sisto  Riessinger  furono  Pietro  Oliverio  e  Paride  del  Pozzo. 
E,  come  già  abbiamo  detto  nel  capitolo  II,  il  nome  di  F.  d.  T, 
si  trova  per  la  prima  volta  associato  con  quello  di  S.  R.  nel 
1474  (nella  edizione  dei  Reportata  di  Antonio  d'Alessandro) 
e  continua  a  trovarsi  accanto  al  nome  di  Sisto  fino  al  1478 
(8  marzo). 

Inoltre  dagli  atti  di  un  processo  del  1487  tra  Fr.  d.  T.  e 
un  Leonardo  Caracciolo,  nel  S.  R.  Consiglio,  veduti  dal  Minieri 


III.  d.,  A  Jacobello  de  pisano  de  la  libreria  III.  d."  (Ced.  v.  28,  c.22ib).  (ottobre 
1455)  „Item  .  .  .  los  draps  de  seda  etc.  a  francisco  del  tupo  patge  del  dit  Sor 
per  dita  raho  (hun  Jupo)"  (Ced.  v.  29,  e.  444b). 

1)  (lui^lio  1455)  „Item  doni  de  manament  del  Sor  Rey  ...  los  draps  de 
lana  deiuscrits  ...  A  francisco  de  lo  tupo  studiant  graciosament  per  roba  capa  e 
calces"  etc.  (Ced.  v.  29,  e.  2293).  (sett.  1455)  „Itein  doni  ...  los  draps  de  seda 
deiuscrits  ...  a  francisco  del  tupo  studiant  per  hun  Jupo  ..."  (voi.  29,  e.  36ib). 
(ottobre)  „Item  ...  los  draps  de  lana  ...  a  francisco  de  lo  tupo  graciosament  per 
una  roba  e  manto  e  forradura"  (v.  29,  c.36ib).  (ottobre)  „Item  ...  A  francisco 
del  tupo  studiant  per  la  dita  raho  (per  pagar  les  costures  de  una  roba)  .  .  .  iij.  d." 
(voi.  29,  e.  3S2b). 

2)  (maggio  1456)  „Item  doni  los  draps  de  lana  ...  a  francisco  delo  tupo 
fadri  studiant  graciosament  per  una  roba  manto  e  forradura  e  per  calces"  etc. 
(Ced.  V.  30,  e.  540b).  (giugno)  „Ttem  ...  per  un  Jupo  ..."  (C.  v.  30,  e.  602  a). 
„Item  ...  a  francisco  delo  tupo  fadri  studiant  graciosament  per  pagar  les  costures 
...  de  un  vestir  que  li  ha  donat  la  Cort  —  iij.  d."  (C.  v.  30,  e.  58  ib).  —  Il  nome 
di  F.  del  Tuppo  s'incontra,  fra  i  testimoni,  in  una  quietanza  del  6  sett.  1474  (Prot. 
di  Fr.  Basso,  a.  pred.,  e.  n.  n.). 

3)  Persico,  art. cit.(Riv.  delle  bibl.,  IX,  2).  Lo  affermò  pure  il  De  Lollis  (1.  e). 
Fava  e  Bresciano,   La  stampa  in  Napoli     I.  3 


34  Capiu.Io  iir. 

Riccio,'^  si  raccoglie  che  il  D.  T.  ebbe  fin  dal  1473  una  tipo- 
grafia, che  il  Minieri  Riccio  dice  propria.  Noi  crediamo 
invece,  come  già  si  disse  altrove,  che  il  D.  T.  nel  detto  anno, 
secondo  il  costume  dei  tipografi  di  allora,  si  unì  in  società 
con  S.  R.,""^  e  che  questa  società  durò  dal  1473  al  1478,  nel 
quale  anno  il  Riessinger  dovette  separarsi  da  Francesco  per 
poi  stabilirsi  a  Roma,  lasciando  all'  antico  socio  i  suoi  caratteri. 
Infatti,  dopo  1'  8  marzo  non  si  trova  piìi  il  nome  di  Sisto  nelle 
edizioni  stampate  coi  caratteri  Riessingeriani,  mentre  vi  si 
trova  solo  quello  di  Fr.  d.  T.  Insomma  nel  1473  il  D.  T.  di- 
venne tipografo,  entrando  in  società  col  R.  E  in  quell'anno 
dovette  iniziarsi  la  stampa  del  grosso  volume  dei  Reportata 
del  D'  Alessandro,  terminata  il  io  febbraio  del  1474.  Noi  non 
possiamo  ammettere  che  egli  avesse  avuto  dal  1473  una  tipo- 
grafia propria  separata,  giacche  allora  non  si  potrebbe  spiegare 
perchè  dal  1474  al  1478  non  si  conosca  alcuna  edizione,  che 
rechi  il  solo  nome  di  F.  d.  T.,  laddove,  invece,  tutte  le  edizioni 
pubblicate  in  quel  periodo  hanno  il  nome  di  lui  sempre  asso- 
ciato con  quello  di  S.  R.  La  tipografia  ben  si  poteva  dire  nel 
1487  propria  di  F.  d.  T.,  sia  perchè  in  quell'  anno  era  veramente 
tale,  sia  perchè  anche  per  il  passato  poteva  considerarsi  come 
sua,  in  quanto  che,  come  già  osservammo,  il  D.  T.  oltre  ad 
avervi  una  parte  importante  e  forse  direttiva,  per  la  scelta  dei 
testi  da  pubblicare  e  per  la  sua  opera  di  correttore,  dovette 
fornire,  almeno  in  parte,  il  capitale  necessario. 

V.  Dagli  atti  del  citato  processo  si  raccolgono  altre 
curiose  notizie  sulla  tipografia  Tuppiana  e  sugli  artefici  che 
vi  lavoravano. 

Un  Magister  Cristianus  Teotonicus,  che  vien  detto 
magister   stampa   e   che,   senza  dubbio,   è  Cristiano  Preller, 

1)  Esiste  un  riassunto  ms.  ili  questo  processo  latto  dallo  stesso  M.-K.,  ilei 
quale  ci  siamo  giovati  in  mancanza  del  documento  originario,  e  che  riproduciamo 
integralmente  in  fine  di  questo  capitolo. 

2)  Anche  il  Percopo  si  domandav.i  se  l' afTennaiione  del  Minieri -Riccio 
non  si  dovesse  intendere  nel  senso  che  nel  1473  ''  D.  T.  avesse  cominciato  ad 
avere  relazioni  col  R.,  appunto  perchè  gli  pareva  dubbio  che  il  D.  T.  avesse 
alloia  una  tipografia  propria. 


Francesco  del  Tuppo.  35 

era  nel  1487  socio  di  F.  d.  T.  Lo  stesso  Cristiano  lo  attesta, 
deponendo  nel  processo  che  „si  è  trovato  più  volte  nelle  case 
predette  [di  F.  d.  T.],  perchè  esso  Testimonio  faceva  compagnia 
de  stampare  con  detto  Francisco  stampando  opere  nella  detta 
casa",  e  che  „più  volte  ha  visto  detto  Leonardo  e  Francisco 
insieme  dentro  detta  casa,  dove  esso  Testimonio  era  andato 
per  vedere  le  stampe  che  se  facevano  Uà."  Da  ciò  si  rileva 
pure  che  Cristiano  non  dimorava  in  quel  tempo  col  D.  T.,  né 
lavorava  nella  tipografìa  di  lui,  come  probabilmente  fece  prima. 
È  noto  infatti  che  il  Preller  nel  1487  aveva  già  una  tipo- 
grafia propria. 

Il  suo  compositore  vien  chiamato  Magister  de  Astra- 
dan  Teotonicus.  Nel  1487  questi  dichiarava  di  trovarsi  già 
da  circa  14  anni  col  D.  T.  e  di  essere  sempre  stato  con  lui 
in  buoni  rapporti.  Dal  riassunto,  che  il  Minieri  Riccio  fa  del 
processo,  ricaviamo  che  il  nome  del  maestro  compositore  era 
Martino.  Era  dunque,  non  crediamo  che  se  ne  possa  dubitare, 
Martino  di  Amsterdam  ben  noto  agli  annalisti  dell'  antica 
tipografia  per  aver  avuto  più  tardi  una  propria  stamperia  in 
Napoh,  prima  in  società  con  Giovanni  Tresser  (1498)  e  poi  da 
solo  (1499),  e  finalmente  per  averne  avuta  una  seconda  in  Roma 
nel  1500  in  compagnia  di  Giovanni  Besicken.'^ 

Comparisce  pure  fra  i  testimonii  di  questo  processo  un 
Magister  Joannes  Teotonicus  impressor,  che  quasi  certa- 
mente è  Giovanni  Tresser  di  Hochstadt.  Ecco,  adunque,  al- 
cuni dei  Germani  fidelissimi  ricordati  nelle  edizioni  Tuppiane. 
Fra  questi  erano  pure  secondo  ogni  probabilità,  oltre  a  quel 
Simone  di  Freiberg,  chierico  della  diocesi  di  Meissen,  di  cui 
ora  parleremo,  un  Guglielmo  Teotonico,  un  Giovanni  de 
Genenpach,  un  Giovanni  Teotonico  o  Giovanni  Alemanno  (se 
questi  è  diverso  dal  precedente  e  dal  Tresser),  un  Riccardo 
Teotonico  e  forse  anche  un  Gualtiero  e  un  Alberto  d' Ale- 
magna  (Balthirus  et  Albertus  de  Alamanea)  e  unjacobo 
Tedesco,  pei  quali,  a  richiesta  e  con  malleveria  di  F.  d. 
Tuppo,    vennero    concesse    alcune    litterae    passus,    ossiano 


i)  Audiffredi,  Cat.  edit.  rom.  s.  XV,  p.  350  (n.  2,  3). 


36  Capitolo  III. 

delle  licenze  di  libero  passo,  ad  agevolare  il  commercio  che 
essi  facevano  di  libri  stampati,  probabilmente  dallo  stesso  Del 
Tuppo.'^ 

La  tipografia  Riessingeriano-Tuppiana,  che  fu  la  prima 
ad  essere  impiantata  in  Napoli,  ebbe  fra  le  altre  tipografie 
napoletane  la  più  lunga  vita,  giacché  lavorò  senza  interruzione 
per  più  di  30  anni  e  sopravvisse,  pare,  a  tutte  le  altre  tipo- 
grafie. È  vero  che  dopo  il  1490  (15  sett.)  non  troviamo  che 
un  solo  libro  stampato  dal  D.  T.,  nel  1499,  cioè  il  Breviario 
Aversano;  ma  noi  crediamo  che  dal  non  conoscersi  alcun 
libro  stampato  da  lui  dal  1491  al  149S  non  si  possa  dedurre 
che  egli  abbia  in  quegli  anni  dismessa  la  tipografia:  forse  i 
libri  di  quegli  anni  andarono  perduti,  forse  egli  attese  in  quel 
periodo,  più  che  ad  altro,  ad  eseguire  le  commissioni  della 
Corte,  stampando  prammatiche,  bandi  e  cose  simili. 

Nel  1498  era  infatti  stampatore  regio,  come  appare  da 
due  documenti  pubblicati  dal  Percopo  e  che  ci  piace  di  ripor- 
tare,'^ ed  era  tale,  almeno  di  fatto,  anche  molti  anni  prima. 
Sappiamo  che  a  lui  fu  affidata  la  stampa  del  Processo  dei 
Baroni,  per  la  quale  gli  furono  pagati  dalla  Tesoreria  reale 
120  ducati,  com'  è  notato  nelle  Cedole. 3)  E  se  dobbiamo 
prestar  fede  al  Chioccarelli,  che  la  merita,  nel  1506  il  D.  T. 
curò  un'edizione  (la  terza)  dei  Ritus  Magnae  Curiae,  che 
probabilmente  dovette  essere  eseguita  nella  sua  tipografia. 

VI.  Oltre  air  avere  uno  stabilimento  tipografico  proprio, 
che  dal  numero  e  dalla  eccellente  esecuzione  dell'  edizioni  pro- 


1)  V.  alcune  „lillcrae  passus"  pubblicate  da  T.  de  Marinis,  Livres  anciens  eie. 
(Catalogo  I),  p.  VI — Vili  (Florence,  1904).  —  Giovanni  e  Guglielnno  son  delti 
„faniiliares",  Riccardo   „famulus"   di  F.  d.  T. 

2)  „A.  Francisco  de  Tuppo  de  Napoli  ducati  dece  et  tari  uno  et  so  per  lo 
prezzo  de  cento  et  due  pragmatiche,  quale  ba  facto  stampare  per  ordine  de  Signor 
Re  et  dopo  lui  consignate  per  mandare  per  tutto  il  Regno"  (Sigillorum, 
voi.  XLV,  f.  l64b,  con  la  data  del  12011.1498).  „Ad  Francesco  de  Tuppo,  il 
quale  ba  facto  slampare  cento  cinquanta  prot- sle  f.icle  per  lo  .Signor  Re  al  quon- 
dam prcncipe  di  Salerno  per  ordine  del  Segretario  ...  ducati  sei"  (Sigillorum, 
voi.  XLVI,  in  fine.     V.  Percopo,  art.  cit.). 

3)  V.  Filangieri,  op.  ciu  (indice). 


Francesco  del  Tuppo.  37 

dotte,  tra  le  quali  basta  ricordare  l'Esopo,  dobbiamo  credere 
di  primissimo  ordine,  il  D.  T,  fece  anche,  come  diremmo  ora, 
il  libraio-editore,  esercitando  un  largo  commercio  di  libri,  così 
in  Napoli  come  in  altre  città  del  regno,  per  mezzo  dei  suoi 
familiari  che,  come  dicemmo  testé,  viaggiavano  muniti  di 
lasciapassare  e  di  privilegi,  che  egli  loro  procurava,'^  e  facendo 
stampare  delle  opere,  a  sua  spesa,  in  altre  tipografie.  Ciò 
risulta  chiaramente  dalla  soscrizione  del  Floriano,  pubblicato 
nel  1475,  a  cura  di  F.  d.  T.,  pei  tipi  di  Bertoldo  Rihing.^^ 

VII.  Dov'era  la  tipografia  di  Francesco  del  Tuppo?  Il 
Minieri  Riccio  lasciò  scritto  nelle  note  biografiche  già  citate 
che  il  D.  T.  ebbe  la  tipografia  nella  propria  casa  la  quale  era 
posta  nel  vico  di  S.  Chiara  detto  di  Cimbro.  Ma  dov'  era  il 
vicolo  di  S.  Chiara?  Lo  stesso  Minieri  Riccio  nel  suo  riassunto 
manoscritto  del  processo  dianzi  citato  s)  ci  fornisce  alcune 
indicazioni  abbastanze  precise  che  ci  possono  mettere  sulla 
buona  via.  Ricaviamo  da  esse  che  la  casa  di  F.  d.  T.  era  „sita 
in  detto  vico  [di  S.  Chiara  detto  Cimbro]  iuxta  li  beni  di 
S.  Chiara  e  li  beni  delli  Buccaplanula  nel  vico  delli  Zuruli." 
Ma  si  soggiunge  appresso:  „Questa  casa  si  dice  in  altro  luogo 
dello  stesso  processo:  quasdam  domos  ruinosas  et  conquassatas 
sitas  Neapoli  in  regione  Sedilis  Capuane  in  Platea  seu  vico 
delli  Zuruli  iuxta  bona  domini  Pirri  Buccaplanule  et  fratrum 
iuxta  cortilium  Sanct^  Clar^."  Sembra,  a  prima  giunta,  che 
queste  due  indicazioni  non  si  accordino  in  tutto:  infatti  una 
volta  si  dice  che  la  casa  era  nel  vico  di  S.  Chiara,  detto 
Cimbro,  e  un'  altra  volta  che  era  nel  vico  dei  Zuroli.  Ma 
non  solo  non  vi  è  alcuna  contradizione  tra  la  prima  e  la 
seconda  designazione,  bensì  la  seconda  conferma  la  prima. 
Quello   che  vien  chiamato  prima  vico  di  S.  Chiara  e  poi  cor- 

1)  Come  questo  pubblicato  dal  Pércopo  e  che  ci  piace  qui  riprodurre:  „Pro 
Francisco  de  Tuppo  de  Neapoli  Die  penultimo  mensis  maij  1480  expedita  est 
littera  passus  ad  instanciam  Francisci  de  Tuppo,  super  libris  de  stampa  per  totum 
regnum,  more  solito,  quibuscumque  passageriis,  cabellotis,  doganeriis  et  recollectoriis 
et  exaptoribus  vectigaliuni"  (Privil.  Somm.  voi.  LUI,  f.  30r). 

2)  Vedi  Bibl.  104. 

3)  V.  la  nota  (appendice)  in  fine  di  questo  cenno  biografico. 


38  Capito!..  III. 

tilium  S.  Clarae  non  è  che  il  fondaco  di  S.  Chiara  o  de 
medio  corrispondente  all'attuale  vico  del  Carminello  ai  Man- 
nesi'^  e  perpendicolare  al  vico  de' Zuroli,  che  si  disse  pure 
dei  Boccapianola,  per  le  case  che  vi  aveva  qucst'  antica 
famiglia. ''^  La  casa  di  F.  d.  T.,  confinando  da  una  parte  col 
palazzo  di  Pirro  Boccapianola,  che  era  nel  vico  di  questo 
nome,  e  dall'altra  col  fondaco  o  cortile  di  S.  Chiara,  è  da 
credersi  fosse  posta  ad  angolo  :  ciò  spiegherebbe  l' apparente 
contradizione,  perchè  in  tal  caso  poteva  ben  dirsi  situata 
così  nel  vico  dei  Zuroli,  come  nel  vico  di  S.  Chiara. 

Vili.  Non  è  compito  nostro  di  considerare  il  D,  T.  anche 
come  letterato.  Altri  lo  ha  già  fatto  ed  altri,  dato  che  ne 
fosse  il  caso,  potrebbero  farlo  con  maggiore  competenza. 
Diremo  solo  che  non  pare,  stando  alle  notizie  che  si  hanno 
della  sua  vita  e  che  in  parte  sono  date  da  lui  stesso,  che  egli 
facesse  professione  di  lettere.  Nelle  dediche  o  epistole,  che 
accompagnano  di  solito  i  libri  da  lui  pubblicati,  e  nelle  soscri- 
zioni  amò  dirsi  sempre,  con  una  certa  compiacenza,  studioso 
di  leggi  (legum  studens,  legum  studiosus,  utriusquc 
iuris  studiosus).  E  che  fosse  versato  in  tali  studi  si  deve 
ammettere  anche  a  voler  solo  tener  conto  del  gran  numero 
di  opere  giuridiche  di  cui  curò  la  pubblicazione,  giudiziosa- 
mente scelte  fra  le  più  importanti  e  da  lui  o  ridotte  a  buona 
lezione,  o  corredate  di  prefazioni,  di  lettere  dedicatorie  e  forse 
anche  di  note  e  di  indici.?' 

Le  lettere  furono  forse  per  lui  una  piacevole  divagazione. •»> 


i)  Capasse,  La  Vicaria  Vecchia.     (Arch.  .Stor.  Nap.  XIV,  p.  731   e  segj:.). 

2)  Era  cosi  denominalo  fin  dal  sec.  XIII  (12Ó0).  Pirro  di  Boccapianola 
signore  di  Collclorto  visse  appunto  nella  seconda  metà  del  sec.  XV.  Cfr.  Coro- 
nelli,  Bibliot.  universale,  voi.  VI,  col.319  e  segg. 

3)  „Collatis  autograpliis  ac  vetuslis  exemplaribus  ipsc  eorum  correclioni 
praefuit  et  de  suo  annolalioncs,  animadvcrsiones,  praefationcs,  indiccs  ci  lìminarcs 
episiolas  ndjecit"  (Chioccarelli  I,  p.  i8óì.  Ma  che  abbia  f.itto  anche  annotazioni 
ed  indici  è  dubbio. 

4)  „. . .  ut  penitus  et  omnino  lustiniani  obliuiscar  cum  uolo  solacii  causa 
ad  illa  [i  suoi  versi]  legende  uacare"  scriveva  nella  dedica  della  prima  edizione 
dei  Ritus  M.  Curiae.     (V.  Bibl.  28.) 


Francesco  del  Tuppo.  39 

Ma  ove  si  tenga  conto  della  vita  laboriosa  da  lui  menata,  tra 
i  doveri  del  suo  ufficio  di  scriba  regio/^  gli  studi  legali,  le 
cure  e  i  fastidii  del  correttore  e  le  fatiche  della  tipografia  e 
della  libreria,  tra  le  quali  visse  per  circa  trent'anni,  non  si 
può  non  riconoscere  che  egli  ebbe  un  ingegno  originale  e 
versatile,  che  in  altre  condizioni  avrebbe  dato  certamente  ben 
altri  frutti,  e  una  coltura  larga  e  varia  per  quanto  forse  un 
poco  antiquata  pei  suoi  tempi.  Il  suo  Esopo,  dice  il  De 
Lollis,  è  un  prodotto  essenzialmente  medievale  venuto  fuori 
all'  epoca  del  Rinascimento.  A  differenza  delle  umanistiche, 
la  raccolta  di  F.  d.  T.  si  riconnette  alle  opere  ascetico -morali 
del  medio  evo.  A  ciò  fa  riscontro  l' erudizione  quasi  tutta 
medievale  di  lui.-^  Checché  sia  di  ciò  è  certo  che  l'Esopo 
non  solo  dovette,  come  osserva  e  dimostra  il  De  Lollis,  godere 
di  una  certa  popolarità,  anche  fuori  di  Napoli,  ma  ebbe,  segna- 
tamente la  Vita,  una  certa  fortuna  e  una  diffusione  notevole 
in  Italia,  a  giudicare  dal  numero  delle  edizioni  che  seguirono 
a  brevi  intervalli  quella  del  1485.3^ 

Dalla  lettera  di  dedica  premessa  al  Confessionale  di 
S.Antonino  stampato  nel  1478  da  Giovanni  Adamo  Polono 
si    rileva    che   il   Del  Tuppo   si   proponeva  in   quel   tempo   di 


i)  Il  De  Lollis  ne  dubitò,  ma  a  torto,  perchè  lo  attesta  lo  stesso  D.  T. 
nella  soscrizione  delle  Constitutiones  et  Statuta  (i475)  7  ag-)  dove  egli  stesso 
si  dice  predicti  Regis  Ferdinandi  scriba,  infimus  servulus  legumque 
studens  (v.  Bibl.  34  e  vedi  pure  il  Giustiniani,  p.  39).  È  provato  pure  da  un 
documento  del  28  agosto  1469,  in  cui  si  ordina  da  Re  Ferdinando  di  pagare 
al  nobile  homo  francisco  de  tuppo  scrivano  de  le  Jostre  la  provvisione 
di  once  12  all'anno  concessagli  con  privilegio  amplissimo  (Collater.  Cora. 
V.  6  [1469 — 70],  e.  70b).  È  forse  questo  quell'ufficio  paterno  che  gli  fu  re- 
stituito per  opera  di  Diomede  Carafa,  com'egli  dichiara  in  una  dedica  (nec  eru- 
buisti  Regi  sapientissimo  me  commissum  facere  ut  paternum  officium  restitueret), 
V.  la  dedica  della  Lectura  di  Andrea  da  Isernia  (1479:  Bibl.  5Ó). 

2)  Op.  cit.  A  spiegare  perchè  il  libro  del  D.  T.  porti  in  pieno  rinascimento 
una  fisonomia  medievale,  il  De  L.  ricorda  le  considerazioni  del  Burckhardt  sulle 
cause  per  le  quali  in  Napoli  il  gran  moto  intellettuale  del  rinascimento  giunse 
più  tardi:  non  ultima  lo  spagnolismo,  che  non  avrebbe  lasciato  attecchire  nella 
Corte  la  vita  italiana  della  rinascenza.  Talché  l'Esopo  risponderebbe  perfetta- 
mente all'  ambiente. 

3)  Il  De  Lolhs  ne  enumera  sei,  di  cui  una  è  dubbia. 


40  Capitolo  UT. 

scrivere  un  libro  per  celebrare  le  gesta  di  Diomede  Carafa, 
ciò  che  sembra  potersi  anche  dedurre  da  un'  altra  dedica  allo 
stesso  Diomede;'^  ma  non  sappiamo  se  egli  abbia  poi  attuato 
questo  proposito.  E  pare  che  scrivesse  anche  dei  versi  (latini?) 
in  lode  del  Duca  di  Calabria  Alfonso. ^^ 

La  coltura  di  F.  d.  T.  e  le  sue  tendenze  verso  la  lettera- 
tura volgare  si  manifestano  pure  nelle  opere  di  cui  egli  pro- 
mosse la  pubblicazione,  sia  durante  la  società  con  S.  R.,  sia 
dopo.  Il  Novellino  di  Masuccio  Salernitano,  il  Filo  colo,  le 
Pistole  di  Ovidio  in  volgare,  1'  Innamoramento  di 
Rinaldo,  Dante,  di  cui  si  crede  generalmente  che  egli  pro- 
curasse la  prima  edizione  napoletana,  ed  altre  pubblicazioni 
di  testi  in  volgare,  o  in  materno  come  il  D.  T.  amava  dire, 
attestano  com'  egli,  assai  più  che  gli  altri  tipografi  del  tempo, 
facesse  conto  della  letteratura  nazionale  e  secondasse,  non 
sappiamo  se  anche  per  convenienza  di  commercio,  ma  certa- 
mente per  propria  inclinazione,  quel  moto  verso  la  letteratura 
volgare,  che  è  uno  dei  fatti  più  notevoli  del  rinascimento 
napoletano  e  che  spinse  verso  di  essa  molti  dei  migliori  ingegni. 

Della  sua  coltura  e  del  suo  amore  per  gli  studii  sarebbe 
un'  altra  prova  quella  ricca  biblioteca  che,  se  dobbiamo  credere 
al  Giustiniani,  3)  da  lui  si  possedeva,  e  che  era  „per  quei  tempi 
una  delle  più  compiute  raccolte  di  mss.  e  dei  più  esatti,  onde 
a  lui  si  ricorreva  per  qualche  variante  lezione." 

i)  V.  la  dedicai  Oria  della  Lcclura  super  conslitulionibus  regni  di 
A.  da  Iscrnia  (Bibl.  56). 

2)  „. . .  de  quibus  (hastiludiis)  tot  tanteque  carte  tneis  carminibus  scripte 
sunt  ut  penilus  et  omnino  Justiniani  obliviscar"  ctc.  Così  scriveva  nella  dedica 
ad  Alfonso  Duca  di  Calabria  della  prima  ediz.  dei  Ritus  M.  Curiae  (v.  Bibl.  :S). 

3)  Mem.  d.  scrittori  legali,  voi.  3.  S'ignora  la  fonte  di  questa  notizia,  die 
il  G.  non  indica.  Ma  un  accenno  alia  biblioteca  ed  alle  non  liete  condizioni 
del  possessore  si  legge  nella  lettera  di  dedica  che  il  D.  T.  appose  in  fine  alla 
Lectura  di  Andrea  d*  Isernia  del  1476  (Bibl.  39),  nella  quale  attesta  la  sua  grati- 
tudine verso  G.  B.  de  Bentivoglis  che  gli  aveva  col  proprio  danaro  riscattali  i  libri 
che  si  trovavano  dati  in  pegno.  (Caiuisscmus  honorc,  caruissemus  utilitato,  caruis- 
scmus  liberiate ,  si  auxiliati  nns  quidesu  tuis  fortunis  et  bonis  ac  tua  pictate  non 
fuissemus:  dum  libros  studii  nostri,  Hcet  caducos,  licet  non  summis  miniis  decoratos, 
pignori  essent,  proprio  argento  illos  conscruasti.) 


Francesco  del  Tuppo.  4I 

IX.  Sarebbe  merito  peculiare  di  F,  d.  T.,  come  si  crede 
generalmente,  1'  aver  procurata  la  prima  edizione  napoletana 
di  Dante,  vincendo  difficoltà  e  ostacoli.  ^^  Ma  non  è  provato 
che  l'edizione  Tuppiana  abbia  preceduto  quella  del  1477:  anzi, 
come  mostreremo  quando  ci  accadrà  di  doverne  stabilire  la 
data  probabile,  tutto  induce  a  credere  che  essa  non  sia  venuta 
fuori  prima  del  1478.  Qui  aggiungeremo  soltanto  che  questa 
ipotesi,  fondata  su  validi  argomenti,  è  avvalorata  da  un  fatto 
di  cui  Io  stesso  D.  T.  ha  voluto  serbarci  memoria.  Nella 
lettera  agli  Eletti  della  città  di  Napoli,  da  lui  posta  in 
fine  alla  sua  edizione  di  Dante,  egli  parla  di  un'  aspra  lite 
avuta  con  un  ebreo,  un  fiero  Judio  com' ei  lo  chiama,  il 
quale  voleva  ad  ogni  modo  impedirgli  di  stampare  Dante,  ma 
non  vi  riuscì.  Ora  difficilmente  questo  ebreo,  che  doveva 
essere  un  libraio,  avrebbe  pensato  ad  impedire  la  stampa  del 
Dante,  se  già  non  vi  fosse  stata  un'  altra  edizione  dello  stesso 
libro,  eseguita  in  Napoli,  1'  esistenza  della  quale  era  certamente 
una  buona  ragione  per  chiedere  che  se  ne  vietasse  una 
seconda.  Non  1'  ottenne  forse  perchè  1'  editore  o  lo  stampatore 
della  prima  non  aveva  il  privilegio  reale,  che  ne  vietasse  la 
ristampa. 

X.  La  lite  con  l' ignoto  libraio  israelita  non  fu,  però,  la 
sola  che  egli  avesse.  Fin  dal  1474,  al  principio  della  società 
col  R.,  vi  furono  contrarietà  ed  opposizioni,  che  minacciarono 
di  ostacolare  la  comune  impresa,  alle  quali  si  allude  un  po' 
vagamente  nella  soscrizione  dei  Reportata  del  D' Alessandro 
(1474:  Bibl.  29),  scritta  certamente  dal  D.  T.,  nel  suo  caratte- 
ristico stile.  In  essa,  a  dispetto  degli  avversarli,  egli  dichiara 
che  S.  R.  „inter  sua  adversa  floret,  viret  et  claret.  Nec  per- 
fidos  malivolos  ac  versutos  existimat,  malora  perficiet  ad 
gloriam  eterni  Dei  etc." 

A  nemici  malevoli  ed  invidiosi  ed  alle  maldicenze  di 
costoro  allude  anche  il  D.  T.  nella  dedicatoria  della  Re petitio 
de  iureiurando  di  Giovanni  da  Imola  (1477:  Bibl.  44)  indiriz- 


l)  Persico,  art.  cit.  (Riv.  d.  biblioteche,  IX,  2). 


42  Capitolo  III. 

zata  a  Giovan  Battista  Bentivoglio,  a  cui  il  D.  T.  fa  la  propria 
apologia  e  raccomanda  di  non  porgere  orecchio  per  1'  avvenire 
ai  suoi  detrattori.  Del  processo  che  sostenne  con  Leonardo 
Caracciolo  nel  1487  si  ebbe  già  occasione  di  far  cenno.  Sembra 
che  il  D.  T.  av^csse  usurpato  alcune  case  nelle  quali  abitava, 
al  vico  di  S.  Chiara  detto  Cimbro,  del  barone  Leonardo  Carac- 
ciolo, che  era  suo  amico,  e  che  in  questa  faccenda  entrasse 
pure  suo  fratello  Gaspare.  Ignoriamo  1'  esito  di  questo 
processo. 

Di  un'  altra  questione,  accompagnata  da  atti  violenti  che 
mostrano  il  carattere  non  molto  mite  del  D.  T.,  è  fatta  men- 
zione in  un  curioso  documento  che  riproduciamo  integralmente 
in  fine.')  Ebbe  Francesco  questa  grave  contesa,  alcuni  anni 
prima  (1484),  con  un  chierico  tedesco  chiamato  Simone  di 
Freiberg,  probabilmente  tipografo,  a  causa  di  certi  libri.  La 
lite  si  svolse  avanti  alla  bottega  del  libraio  catalano  Giovanni 
Vaglies-)  a  piazza  dell'Olmo,  e  il  D.  T.  giunse,  per  vim  et 
violenciam,  a  strappare  al  povero  chierico  la  bolla  dell' ordi- 
nazione (bullam  sui  clcricatus)  e  a  lacerargliela. 

XL  Dell'  ultimo  periodo  della  vita  di  F.  d.  T.  abbiamo 
pochissime  notizie.  Nelle  nostre  ricerche  1'  abbiamo  incontrato 
raramente  negli  atti  notarili 3>  e  per  l'ultima  volta  in  una 
contrattazione  del  4  genn.  1501,  nella  quale  intervenne  come 
testimone.  ■♦) 

Se  dobbiamo  prestar  fede  al  Chioccarclli,')  era  ancora 
vivente  nell'anno  1506,  nel  quale  anno  avrebbe  curato  un' edi- 
zione dei  Ritus  M.  Curiae.  Il  De  Lollis  ne  dubita,  ma  vera- 
mente non  ve  n' è  motivo.  Il  Percopo  nota  che  nel  1506  il 
D.  T.,   nato  verso  il  1430,    avrebbe  avuto  76  anni  circa  e  che 


1)  Vedi,  Ira  i  documenti,  il  n.  XIV. 

2)  Rinomalo  libraio  e  legatore.  V.  Appendice:  1'  arte  della  iL-j^aloria  a  Napoli. 

3)  In  un  atto  del  27  die.  1468  (Prot.  di  Ben.  de  Bicnna,  1467 — 1471,  e.  7b) 
e  in  un  altro  del  29  apr.  I480  (Prot.  di  Ben.  de  Bienna,  1480 — 1481,  a  e.  n.  n. 
in  principio). 

4)  Prot.  di  Ben.  de  Bienna,  a.  1500 — 1501,  a  e.  336a. 

5)  I,  p.  iSó. 


Francesco  del  Tuppo.  43 

non  gli  sarebbe  stato,  perciò,  impossibile  di  curare  quest'  altra 
edizione  dei  Ritus.  Tanto  meno  ne  dubiteremo  noi,  che  pre- 
feriamo credere  il  D,  T.  nato  alcuni  anni  dopo  il  1430.  Se 
non  che  non  ci  è  mai  riuscito  di  vedere  o  di  aver  notizia  di 
questa  edizione,  indicata  dal  Chioccarelli.'^ 


Appendice. 

Non  ci  è  stato  possibile,  per  quante  ricerche  ne  avessimo 
fatte,  di  vedere  il  processo  di  Leonardo  Caracciolo  con  F.  d.  T., 
di  cui  si  valse  il  ISIinieri-Riccio  pel  suo  articolo  biografico, 
pubblicato  prima  in  appendice  all'Italia  Reale,  1881  (anno  I), 
n.  IO  (6  marzo)  e  poi  in  un  volumetto  molto  raro,  insieme 
con  le  altre  biografìe  dei  Pontaniani.-^  Esiste  però  un  breve 
riassunto  del  processo,  fatto  di  mano  dello  stesso  iNIinieri- 
Riccio,  che  si  conserva  cogli  altri  mss.  di  lui  nella  Biblioteca 
Nazionale  (XII.  B.  57),  e  di  cui  ci  siamo  più  volte  giovati. 
Poiché  vi  sono  trascritte  alcune  importanti  testimonianze,  cre- 
diamo utile  riprodurlo  qui  integralmente. 

„Dal  processo  di  Leonardo  Caracciolo  con  Francesco 
Tuppo  nel  S.  R.  Consiglio  in  banca  di  Cioffo,  olim  di  Giovanni 
degli  Umili  ed  oggi  di  Gaspare  Rubino  nell'anno  1487  segnato 


i)  Non  teniamo  conto  della  notizia  riferita  dal  Giustiniani  (Scritt.  leg.,  art. 
Tuppo),  il  quale  narra  che  il  D.  T.  „a  richiesta  di  Già.  Batt.  Bentivoglis  da  Saxo- 
ferrato  Consigliere  di  Ferdinando  I  e  nipote  del  celebre  Bartolo,  ebbe  mano  a  far 
pubblicare  le  opere  del  medesimo  nel  1518  in  Lione  (!)."  Il  Giustiniani  pubblicò 
la  sua  opera  giovanile  sugli  scrittori  legali  nel  1788.  Vi  si  notano  frequenti  errori, 
anche  a  proposito  delle  edizioni  napoletane  del  400,  e  da  un  luogo  (III,  219)  si 
vede  che  allora  egli  non  era  neppur  sicuro  se  la  stampa  fosse  stata  introdotta  in 
Napoli  da  S.  R.  o  da  un  certo  Arnaldo  di  Brussel  fiammingo  nel  1473. 
Ad  ogni  modo  1'  edizione  Lionese  delle  opere  di  Bartolo  indicata  dal  G.  non  siamo 
riusciti  a  trovarla,  neppure  nel  Catalogo  della  Nazionale  di  Parigi  che  è  in  corso 
di  stampa. 

2)  Biografie  degli  accademici  Alfonsini  detti  poi  Pontaniani  dal  1442  al 
1543  (Napoli,  1882),  p.  35— 39- 


44  Capitolo  III. 

L.  17.  fol.  I  —  68,  ricavo  le  seguenti  notizie  intorno  al  Tuppo 
ed  alla  sua  tipografia." 

„I1  Tuppo  fu  figliuolo  di  Giacomo  de  Tuppo  e  d' Ilaria 
de  Felice,  ebbe  un  fratello  per  nome  Gaspare  ed  una  figliuola 
per  nome  Ilaria,  che  maritò  con  Pietro  di  Arnaldo  di  Bruges, 
familiare  e  musico  di  Federico  di  Aragona  principe  di  Alta- 
mura." 

„Textes  examinati  super  predictis  articulis,  inter  quos 
Magister  Joannes  Teotonicus  impressor.  Magister  de  Astradan 
(sic)  Teotonicus  compositor  dixit  che  sono  circa  cinque  anni 
che  stando  esso  Testimonio  a  lavorare  o  vero  stampare  nelle 
case  dove  abita  detto  Francisco,  che  sono  a  fronte  le  case 
dove  abita  lo  Barone  Leonardo  Caracciolo,  vedeva  detto  Barone 
e  Francesco  mangiare  et  bevere  insieme.  Che  esso  Testi- 
monio stava  a  lavorare  e  stampare  libri  con  detto  Francisco, 
che  sono  circa  anni  quattordici  e  detto  Francisco  sempre  1'  ha 
pagato  il  salario  promessoli,  e  mai  l'ha  frodato,  e 'perciò  lo 
reputa  de  bona  conscientia  =  Magister  Cristianus  Magister 
stamp^.  Teotonicus  dixit  che  si  è  trovato  più  volte  nelle  case 
predette  per  che  esso  Testimonio  faceva  compagnia  de  stam- 
pare con  detto  Francisco,  stampando  opere  nella  detta  casa, 
et  ha  sentito  parlar  detto  Leonardo  e  dire  a  detto  Francisco 
che  lui  si  contentava  che  le  case  fossero  sue.  Che  più  volte 
ha  visto  detto  Leonardo  e  Francesco  insieme  dentro  detta 
Casa,  dove  esso  Testimonio  era  andato  per  vedere  le  stampe 
che  se  facevano  Uà." 

„Protestatio  facta  per  jMag.»^  Leonardum  Carac/.ulum  de 
Neapoli  qui  accessit  in  Vico  S.  Clar^.  qui  dicitur  Cimbrum  ad 
presentiam  Francisci  de  Tuppo  de  Neapoli  contra  quem  pro- 
tcstatus  fuit  come  havendo  havuto  notitia  che  lui  aveva  com- 
prata la  casa  sita  in  detto  vico  iuxta  li  beni  di  S.  Chiara  e  li 
beni  delli  Boccaplanula  nel  vico  delli  Zuruli  vendutali  da 
Gaspare  Tuppo  senza  notitia  di  esso  protestante,  dichiarando 
che  detta  casa  era  devoluta  a  se  e  perciò  non  fabricasse  in 
detta  casa  perchè  si  protestava  non  essere  tenuto  alle  spese 
di  rifactione  e  domandava  la  restitutione  di  detta  casa.  Questa 
casa    si   dice   in   altro   luogo   dello   stesso  processo:    quasdam 


Francesco  del  Tuppo.  45 

domos  ruinosas  et  conquassatas  sitas  neapoli  in  regfione  Sedilis 
Capuane  in  Platea  seu  vico  delli  Zuruli  iuxta  bona  domini 
Pirri  Buccaplanule  et  fratrum  iuxta  Cortilium  Sanct^  Clare." 
„Da  questo  documento  rilevasi  che  il  Tuppo  stampava  in 
questa  sua  casa  nel  vico  di  S.  Chiara  detto  Cimbro,  che  ebbe 
la  stamperia  in  società  col  tedesco  Maestro  Cristiano,  che 
ebbe  compositori  tedeschi  nella  sua  tipografìa  e  che  stampava 
fin  dall'anno  1473,  perchè  dicendo  il  compositore  Maestro 
IMartino  che  egli  lavorava  nella  tipografia  già  da  14  anni  e 
facendo  tal  dichiarazione  nell'  anno  1487,  è  chiaro  che  in 
Napoli  già  stampava  nel  1473." 


Caratteri  usati  da  F.  del  Tuppo. 

Tipo  I  =  tipo  4  di  S.  Riessinger.  Fu  usato  dal  1478  al 
1482.     (V.  tav.IX.) 

Tipo  2  =  tipo  5  dello  stesso  (e.  s.). 

Tipo  2  his.  Romano  di  media  grandezza  {104;  107  mm.) 
e  di  forma  non  bella:  Q/u  (3  forme);  l'i  qualche  volta  senza 
il  punto;  h  rotonda;  invece  di  R  si  trova  talora  K;  tratti  di 
unione  semplici.  Fu  adoperato  nel  1480  per  la  Fiammetta, 
e  per  qualche  libro  altro  s.  d.     (V.  tav.  X.) 

Tipo  3.  Gotico,  molto  simile  al  gotico  medio  del  Moravo 
(tipo  5)  e  al  gotico  minore  del  Preller  (tipo  i),  ed  anche  più 
al  carattere  gotico  di  J.  Hohensteyn,  Ne  differisce  per  il  corpo 
(20  11.  =  83  mm.;  Haebler  85).  Fu  cominciato  ad  usare  nel 
1485.     (V.  tav.  XI.) 

Tipo  4.  Gotico  grande,  con  capitali  di  forma  curiosa.  Fu 
adoperato  dal  1485  in  poi  per  le  rubriche,  insieme  col  tipo  3, 
per  quanto  abbiamo  potuto  notare.  Il  Proctor  lo  assegnò  al 
Moravo  (tipo  7),  tratto  in  inganno  forse  dalla  grande  rasso- 
miglianza del  tipo  3  di  F.  del  Tuppo  col  tipo  5  del  Moravo. 
(V.  tav.  XI.) 


46  Capitolo  III. 

Tipo  5.  Rotondo,  nitidissimo  (20  11.  =:  96  mm.;  Haebler 
98 — 99),  usato  dal  1485,  forse  per  la  prima  volta  nell'Esopo. 
(V.  tav.  XII  e  XIII.) 

Tipo  6.  Gotico  più  piccolo  del  tipo  3  (61;  Ó3  mm.).  Il 
D  non  ha  il  doppio  tratto;  M  =;  n.  49  di  Haebler.  Fu  adope- 
rato nel  Breviario  del  1499  e  somiglia  al  tipo  i  A  di  C.  Preller. 
(V.  tav.  XI Va.) 


Capìtolo  IV. 

Arnaldo  da  Bruxelles. 


Sommario:  1.  Il  calligrafo  Arnaldo  da  Bruxelles.  —  II.  È  la  stessa 
persona  che  il  tipografo  omonimo?  —  III.  Obiezioni:  Angelo 
Catone.  —  IV.  Arnaldo  e  l' introduzione  della  stampa  in  Napoli: 
quando  cominciò  a  stampare.  —  V.  Diventa  cittadino  napole- 
tano: altre  notizie  biografiche.    —    VI.    Arnaldo  tipografo. 

I.  Da  documenti  contemporanei  risulta  che  nella  seconda 
metà  del  secolo  XV  visse  a  Napoli  e  vi  esercitò  lungamente 
la  sua  professione  un  amanuense  fiammingo  di  nome  Arnaldo 
e  oriundo  di  Bruxelles.  Un  codice  latino,  ora  conservato  nella 
Biblioteca  Nazionale  di  Napoli,'-  reca  in  fine  questa  sotto- 
scrizione: „Absolutum  feliciter  per  Arnaldum  de  lishout  de 
Bruxella  in  Vrbe  Parthenope  6  ydus  lulii  Anno  1455."  E  da 
una  notazione  delle  Cedole  della  Tesoreria  Aragonese ^^  sì 
desume  che  circa  dieci  anni  dopo  un  copista  a  nome  „Rìnaldo 
Bruxella"  prestò  i  suoi  servigi  alla  R.  Corte,  la  quale  nel  gen- 
naio 1465  gli  fece  pagare  il  compenso  per  alcuni  lavori  da  lui 
eseguiti,  consistenti  in  un  certo  numero  dì  copie  dì  pramma- 
tiche, capitoli  e  privilegi.  Da  un  atto  notarile  rileviamo  che 
ai  12  ottobre  1471  Giovanni  Rummo  di  Napoli  nomina  suo 
procuratore  „ad  omnia  negotia"  un  Rainaldo  da  Bruxelles 
(„constìtuit  procuratorem  suum  Raynaldum  de  bruxella"),  che 
crediamo  sìa  la  stessa  persona. 3)  Un  altro  codice  infine,  pure 
della  Biblioteca  Nazionale  di  Napoli,  già  veduto  e  notato  dal 


1)  È  un  codice  cartaceo  di  Nonio  Marcello,  non  notato  da  C.  Jannelli  nel 
suo  Catalogo  e  segnato  V.  B.  32. 

2)  Voi.  42,  e.  iiyb. 

3)  V.  documento  Vili. 


48  Capitolo  IV. 

Giustiniani')  e,  prima  di  lui,  da  Agostino  Gervasio^^  contiene 
due  brevi  scritture  della  stessa  mano,  di  cui  la  prima  ha  in 
fine  la  data  „iii  kalendas  JNIartii  1474"  e  la  sottoscrizione  „pcr 
arnaldum  de  stecatis  de  brixella"  e  la  seconda:  „die  6  aprilis 
1484  per  Arnoldum  de  steccatis  de  Bruxella  Neapoli." 

Che  il  copista  Rinaldo  Bruxella  nominato  nelle  Cedole 
sia  quello  stesso  che  trascrisse  e  sottoscrisse  i  due  codici  della 
Biblioteca  Nazionale  di  Napoli,  crediamo  che  nessuno  voglia 
revocare  in  dubbio.  Non  occorre  meravigliarsi  che  Arnaldo 
sia  diventato  Rinaldo:  chi  ha  pratica  dei  registri  delle  Cedole 
sa  bene  che  non  vi  sono  infrequenti  le  storpiature  dei  nomi 
e  dei  cognomi,  ed  avrà  notato  in  quante  forme  diverse  siano 
dati,  per  esempio,  i  nomi  dei  calligrafi  Antonio  Sinibaldi, 
Callisto  Camerete  e  Venceslao  Crispo.  Del  resto  lo  scambio 
dei  nomi  Rinaldo,  Rainaldo  e  i^rnaldo  non  è  molto  raro  nel 
quattrocento,  come  non  ò  raro,  in  generale,  lo  scambio  dei 
nomi  di  origine  straniera.  Ricorderemo,  per  non  uscire  dal 
campo  della  storia  della  tipografia,  che  Ulrico  Scinzenzeler  si 
trova  più  volte  nominato  Enrico  o  Rigo,  e  che  Stanislao 
Polono  si  trova  anche  nominato  Ladislao  (Lanzalao,  Lancislao 
ecc.)  in  alcune  soscrizioni.^'  E  che  sia  uno  scambio  di  nome 
è  confermato,  pare,  da  un  documento  recentemente  pubblicato,  ^^ 


1)  Il  G.  osservò  che  un  Arnaldo  da  Bruxelles  si  trovava,  come  amanuense, 
nominato  due  volte  in  qutsto  ms.,  ma  ne  lesse  male  il  cognome.  Il  ms.  reca  ora 
la  segnatura  IV.  D.  22bis  (Jannelli,  n.  CXXbis),  ed  è  un  volume  miscellaneo,  car- 
taceo, che  contiene,  tre  le  altre  cose,  laCosmografia  di  Pomponio  Mela,  un'  „anno- 
tatio  urbium  atque  provinciarum  gallicarum  cum  privilegiis  suis"  e  una  „Summa 
de&criptio  orbis  terre  nostre  habitabilis".  Queste  tre  scritture,  le  ultime  del  codice, 
sono  di  una  stessa  mano.  Le  due  sottoscrizioni  si  trovano  la  prima  in  fine  alla 
Cosmografia,  la  seconda  a  tergo  dell'ultima  carta,  dove  finisce  la  „Descriplio 
orbis". 

2)  Notamenti  di  storia  letteraria,  ms.  della  Biblioteca  Oratoriana, 
segnato  XXVI,  VI,  a  e.  187. 

3)  Cfr.  Haebler,  Typographic  Ibérique,  tav.  LII,  LUI. 

4)  È  un  bando  del  l8  genn.  1473,  in  cui  si  notifica  che  il  „nobele  homo 
Arnaldo  de  bruxella  scrivano  della  Soa  M»  et  del  suo  sacro  consiglio  „è  nominato 
Commissario  per  fare  e  rinnovare  l'inventario  dei  beni  del  Monastero  dei  SS. 
Pietro  e  Sebastiano.  L' ha  pubblicato  il  sìg.  T.  de  Marinis  nel  suo  Catalogo 
II.  VI,  j.ag.  VIII— X. 


Arnaldo  da  Bruxelles.  49 

da  cui  si  rileva  che  nel  1473  era  ancora  ai  servigi  della  Corte 
uno  scrivano  chiamato  Arnaldo  da  Bruxelles,  incaricato  di  far 
r  inventario  de'  beni  del  monastero  di  S.  Sebastiano. 

Invece  si  domanderà  ognuno:  Arnaldo  de  Lishout  fu 
la  stessa  persona  che  Arnaldo  de  Steccatis?  E  se  fu  la 
stessa  persona,   perchè   volle    attribuirsi  due  cognomi  diversi? 

Alla  prima  domanda  non  è  difficile  rispondere,  non  così 
alla  seconda.  Lasciando  stare  che  sarebbe  alquanto  strano 
che  fra  gli  scrittori  o  amanuensi,  che  allora  dimoravano  a 
Napoli  ed  il  cui  numero  sappiamo  essere  molto  ristretto,  vi 
fossero  due  fiamminghi  dello  stesso  nome  ed  entrambi  della 
città  di  Bruxelles,  osserveremo  sólo  che  i  due  codici  sotto- 
scritti da  Arnaldo  de  Lishout  e  da  Arnaldo  de  Steccatis 
sono  sicuramente  della  stessa  mano.  L' identità  della  scrittura 
è  evidente,  non  ostante  il  lunghissimo  intervallo  di  tempo  che 
intercede  tra  la  data  del  primo  e  le  date  del  secondo,  ed  è 
attestata  non  meno  dai  caratteri  generali  di  essa,  che  dalla 
forma  tipica  di  alcune  lettere,  fra  le  quali  è  specialmente 
caratteristica  la  maiuscola  M. 

Non  è  ugualmente  facile  spiegare  perchè  Arnaldo  da 
Bruxelles  abbia  usato  nelle  due  soscrizioni  due  cognomi  diversi, 
o,  se  si  vuole,  due  forme  diverse.  Va,  però,  osservato  che 
non  sono  rari  casi  affatto  simili,  particolarmente  nelle  soscrizioni 
degli  amanuensi  e  dei  tipografi.  E  noto,  per  citare  un  esempio 
ovvio,  che  Eucario  Silber  usò  anche  di  chiamarsi  Franck. 

II.  Ma  qui  sorge  un'  altra  questione,  la  più  importante 
per  noi.  Il  calligrafo,  che  si  sottoscrive  Arnaldo  de  Lishout 
da  Bruxelles  e  Arnaldo  de  Steccatis  da  Bruxelles  e  che, 
come  abbiamo  veduto,  è  la  stessa  persona,  è  proprio  il  tipo- 
grafo Arnaldo  da  Bruxelles?  Non  dovrebbe  recare  alcuna 
maraviglia  che  Arnaldo  avesse  esercitato,  oltre  alla  professione 
di  tipografo,  anche  quella  di  scrittore  o  calligrafo,  perchè  è 
noto  che  molti  altri  tipografi  e  librai  la  esercitarono.  Baste- 
rebbe ricordare  Pietro  Schoeffer,  il  socio  di  Giovanni  Guten- 
berg, e  Zaccaria  Calliergi.  Due  considerazioni,  però,  potrebbero 
indurre   a   credere   che  Arnaldo   lo   scrittore   non   sia  stato   il 

Fava  e  Bresciano,   La  stampa  in  Napoli.     I.  ^ 


50  Capitolo  IV. 

tipografo  Arnaldo,  per  quanto  strana  possa  parere  la  con- 
temporanea presenza  in  Napoli  di  due  fiamminghi  omonimi, 
entrambi  di  Bruxelles:  il  modo  di  firmarsi  dello  scrittore,  che 
nei  due  codici  si  sottoscrive  col  nome  e  cognome,  mentre  il 
tipografo  non  indicò  mai  nelle  sue  edizioni  il  cognome,  e 
segnatamente  le  date  del  1473,  del  1474  e  del  1484  delle  quali 
le  due  prime  sono  contemporanee,  l'altra  posteriore  al  breve 
periodo  dell'  attività  tipografica  di  Arnaldo,  che  va  per  quanto 
ci  è  noto  finora  dal  1472  al  1477.  Nessuna  maraviglia  se 
Arnaldo  fosse  stato  calligrafo  prima  di  diventar  tipografo,  e 
anche  se  fosse  tornato  alla  sua  antica  professione,  dopo  avere 
smesso  l'esercizio  della  tipografia;  ma  parrebbe  in  verisimile 
che  nell'anno  1473  avesse  potuto  fare  l' inventario  dei  beni  del 
monastero  di  S.  Sebastiano,  e  che  nel  1474,  quando  la  sua 
officina  era  nella  maggiore  attività  e  produceva  successiva- 
mente il  IDati  (9  marzo),  il  Silvatico  (i  aprile),  il  Cicerone 
(7  agosto),  il  Giovenale  (6  settembre),  l'Orazio  (4  novembre), 
l'Aristea,  l'altro  Cicerone  ecc.,  Arnaldo  avesse  potuto  fare 
il  trascrittore  di  codici.  Si  aggiunga  a  tutto  questo  che  Angelo 
Catone  da  Sepino,  1'  editore  delle  Pandette  di  IMatteo  Silvatico, 
pubblicate  coi  caratteri  di  Arnaldo  nel  1474,  nella  dedica  al 
Re  Ferdinando  premessa  al  volume,  dice  di  averlo  fatto 
stampare  da  un  tedesco  da  poco  venuto  in  Napoli. '^  Ma 
Arnaldo  il  calligrafo  era  in  Napoli  da  circa  vent'anni,  fin  dal 
1455,  come  vedemmo:  si  dovrebbe,  quindi,  concludere  col 
Giustiniani  che  lo  stampatore  Arnaldo  non  ha  che  vedere  col 
calhgrafo  omonimo.'^  Senonchè  la  prima  e  la  seconda  ob- 
iezione, di  cui  non  sarebbe  del  resto  difficile  dimostrare  lo 
scarso  valore,   cadono  da  sé  dinanzi  ad  un  documento  nuovo, 


1)  „Cum  itaque  Deus  dederit  ut  Ne.ipolim  nuper  advenerit  Germanus  quidam, 
unus  ex  eis  qui  imprimendorum  characterum  arlificium  nostrae  aetali  iradidenint, 
institui  ego  id  prò  mea  virili  efficcre  ut  me  duce  aliquid  afferatur  ulilitalis  philo- 
sophis  et  medicis"  etc.  E  più  avanti:  „Curavi  id  agere  ut  a  germano  cuius 
mentionem  habui  sicut  aliorum  permulta  ila  et  hoc  Mathei  Pandectarum  opus 
imprimerelur"  (Silvatico,  Opus  Pand.  Medicinac,  Ncap.   1474,  a  e.  9). 

2)  V.  anche  le  Memorie  storico-critiche  della  R.  Biblioteca  Bor- 
bonica dello  stesso  G.,  p.  37,  38- 


Arnaldo  da  Bruxelles.  5^ 

di  cui  il  Giustiniani  non  ebbe  notizia  e  sul  quale  da  pochi 
anni  fu  richiamata  l' attenzione.  La  Biblioteca  Nazionale  di 
Parigi  possiede  un  manoscritto '^  che,  se  non  c'inganniamo, 
elimina  ogni  dubbio  sulla  identità  del  calligrafo  Arnaldo  col 
tipografo  omonimo. ^^  In  questo  manoscritto,  che  contiene 
diversi  trattati  ed  è  stato  ampiamente  illustrato  dal  Delisle,^) 
il  copista  ha  notato,  con  molta  cura,  le  date  di  trascrizione 
di  cinque  trattati.  Ci  limiteremo  a  riprodurre  queste  soscrizioni, 
che  per  noi  sono  di  grande  interesse: 

A  e.  95:  ,,22  octobris  1475,  per  A.  de  Bruxella,"  A  e.  96, 
in  principio  della  Cosmografia  di  Apuleio:  ,,23  mai  1492";  e  a 
e.  102,  in  fine  dell'Apuleio:  ,,7  kalendas  iunias  1492.  Neapoli." 
A  e.  17 ib,  in  fine  del  Tacuinum  Sanitatis:  ,,19  septembris 
1477,  imperfecto.  Neapoli,  per  A.  de  Bruxella,  ex  exemplari 
corrupto."  A  e.  172,  in  principio  dell'Opus  Agriculturae 
di  Palladio:  „Die  21  decembris  1478";  e  a  e.  183,  in  fine:  „Die 
24  decembris  1478."  A  e.  226,  infine,  si  legge  questa  nota 
marginale:  „In  exemplo  sic  caduco  non  repperi  plus  1476. 
15  decembris,  hora  15,  parum  post  otium." 

Dunque  Arnaldo  usò  di  sottoscriversi  in  tre  maniere: 
talvolta  Arnaldo  de  Lishout  da  Bruxelles,  talvolta  Ar- 
naldo de  Steccatis  da  Bruxelles,  talvolta  semplicemente 
Arnaldo  da  Bruxelles,  proprio  come  nelle  soscrizioni  dei 
libri  a  stampa,  che  recano  questo  nome. 

III.  Né  deve  far  poi  molta  meraviglia  che  egli  avesse 
fatto  dei  lavori  di  trascrizione  negli  anni  1474,  1475,  1476  e 
1477,  nei  quali  la  sua  tipografia,  in  esercizio  fin  dal  1472,  non 
poteva  non  richiedere  tutte  le  sue  cure.  La  nota  marginale 
testé  riferita  mostra  che  Arnaldo  soleva  occupare  nelle  tra- 
scrizioni i  suoi  ritagli  di  tempo  („parum  post  otium"),  e  non  é 


1)  Ms.  lat.  10264.  Il  chiarino  L.  Dorez,  a  preghiera  nostra,  ha  avuto  la 
cortesia  di  confrontarne  la  scrittura  con  una  fotografia  del  codice  napoletano  di 
Nonio  ed  ha  trovato  che  la  scrittura  è  della  stessa  mano. 

2)  V.  la  descrizione  di  L.  Delisle  nel  Journal  des  Savants,  1896,  p.  530. 

3)  L'imprimeur  napolitain  Arnaud  de  Bruxelles  (Bibl.  de  l'Ecole  des  chartes, 
1897  (LVIII),  p.  741  e  segg.). 

4* 


52  Capitolo  IV. 

detto  che  il  proprietario  di  una  tipografìa  non  possa  averne. 
La  composizione  stessa  del  manoscritto,  nota  il  Delisle,  sembra 
escludere  che  questo  possa  essere  1'  opera  di  un  copista  stipen- 
diato. Pare  piuttosto,  soggiunge  il  Delisle,  una  raccolta  fatta 
per  proprio  uso  da  un  amatore  di  trattati  scientifici,  e  si 
potrebbe  supporre,  prosegue  1'  autorevole  osservatore,  che 
Arnaldo,  dopo  aver  esercitato,  con  molto  successo,  1'  arte  tipo- 
grafica in  Napoli  dal  1472  al  1477,  abbia  continuato  a  dimorare 
in  questa  città,  dedicandosi  allo  studio  delle  scienze.'^  L'ipo- 
tesi del  Delisle  diventa  tanto  più  accettabile  e  tanto  più  fondata 
in  quanto  che  Arnaldo,  anzi  che  darsi  a  trascrivere  codici  ed 
agli  studii  dopo  aver  esercitato  la  tipografia,  come  suppone  il 
Delisle,  non  avrebbe  fatto  altro  che  continuare,  negli  anni  in 
cui  ebbe  la  sua  stamperia,  ad  occuparsi  un  poco  della  sua 
antica  professione,  dedicandovi  qualche  ora  di  libertà,  e  più 
liberamente  ancora,  dopo  di  avere  dismessa  la  tipografìa. 

Rimane  la  testimonianza  di  Angelo  Catone,  il  quale  as- 
sicura che  lo  stampatore  delle  Pandette  era  da  poco  venuto 
in  Napoli;  e  in  verità  questa  testimonianza  fa  dubitare  forte- 
mente dell'  identità  dei  due  Arnaldi.  Ma  ognuno  vorrà  am- 
mettere che  essa,  se  deve  credersi  esatta,  non  è  poi  del  tutto 
inconciliabile  coi  fatti,  che  risultano  dalle  altre  testimonianze 
da  noi  addotte,  le  quali,  a  differenza  della  prima,  non  possono 
essere  sospettate  d' inesattezza,  essendo  dei  ricordi  autografi. 
Al  contrario  Angelo  Catone,  che  non  doveva  ignorare  certa- 
mente come  la  stampa  fosse  stata  introdotta  in  Napoli  alcuni 
anni  prima  da  tedeschi,  ossia  da  Sisto  e  dai  suoi  compagni, 
poteva  pure  credere  che  il  tipografo  Arnaldo,  cui  si  era  egli 
rivolto  per  la  stampa  delle  Pandette,  e  che  forse  conosceva 
poco,  fosse  venuto  in  Napoli  con  costoro.  E  che  Angelo  non 
lo  conoscesse  molto  potrebbe  farlo  sospettare  1'  aver  egli  cre- 
duto che  Arnaldo  fosse  un  tedesco  (Germanus  quidam).  Dopo 
tutto  Angelo  da  Sepino  potò  ingannarsi,  ma  non  occorre  di- 
mostrare  che   s*  ingannò   per  poter   mettere   d' accordo  la  sua 


l)  E   che   abbia   continuato    a    dimorare   in    Napoli,    almeno    fino    al    1490, 
risulta  da  altri  documenti. 


Arnaldo  da  Bruxelles.  53 

affermazione  con  la  precedente  dimora  di  Arnaldo  a  Napoli, 
attestata  da  Arnaldo  medesimo.  La  presenza  di  costui  a 
Napoli  dal  1466  al  1469  non  ci  risulta:  non  poteva  essersi, 
per  avventura,  allontanato  da  Napoli  per  alcuni  anni?  Non 
poteva  forse,  sapendo  che  la  stampa,  da  poco  inventata,  era 
stata  già  introdotta  in  Roma,  essersi  recato  colà  per  ap- 
prendere r  arte  meravigliosa,  che  forse  egli  vagheggiava 
introdurre,  alla  sua  volta,  in  Napoli,  e  aver  fatto  ritorno 
in  questa  città  poco  prima  o  poco  dopo  la  venuta  di  Sisto 
Riessinger?  Noi  adunque  incliniamo  a  credere  che  1'  Arnaldo 
scrittore  sia  proprio  il  tipografo  Arnaldo  da  Bruxelles,  come 
già  credette  il  Delisle.  Né  vogliamo  tralasciar  di  notare  due 
circostanze  per  quanto  scarso  possa  credersi  il  loro  valore.  I 
tipi  usati  da  Arnaldo  nelle  sue  edizioni,  facilissimi  a  riconoscere 
per  la  loro  forma  peculiare,  presentano  alcune  lettere  di  forma 
assai  caratteristica  come  l' y,  l' E ,  l' L  e  soprattutto  la  IVI 
maiuscola,  le  quali,  specie  la  M  perfettamente  simile,  si  riscon- 
trano pure  nelle  scritture  da  noi  indicate,  che  recano  la  firma 
di  Arnaldo.  Inoltre  la  carta  adoperata  per  scrivere  il  ms. 
parigino,  che,  come  assicura  il  Delisle,  ha  per  filigrana  l'arco 
teso  (balestra)  in  un  circolo,  è  quella  stessa  che  da  Arnaldo 
si  usò  per  alcune  delle  sue  edizioni  a  stampa,  come  vedesi  nel 
Laudivio  del  1473,  e  che,  aggiungiamo  noi,  s'  incontra  fre- 
quentemente nelle  più  antiche  edizioni  napoletane. 

IV.  Ad  Arnaldo  da  Bruxelles  fu  dal  Summonte  attri- 
buito, suir  autorità  di  Giuliano  Passaro,  il  merito  dell'  intro- 
duzione della  stampa  in  Napoli  nel  1473  e  l'errore  fu  ripetuto 
anche  recentemente  da  altri.  Il  Giustiniani  narra  che  Michele 
Arditi  affermò  una  volta  alla  presenza  del  Conte  D'  Elei  e  del 
Duca  di  Cassano  d'  aver  egli  trovato  non  sappiamo  che  cosa, 
il  Giustiniani  dice  un  „monumento",  da  cui  appariva  che 
Arnaldo  era  stato  il  primo  stampatore  presso  di  noi.  L' affer- 
mazione è  troppo  vaga,  perchè  se  ne  possa  tener  molto  conto; 
oltreché,  trattandosi  di  cose  dette  in  conversazione  e  che 
possono  essere  state  male  intese  e  male  riferite,  viene  perfino 
il  dubbio   che  il  „monumento",  come  lo  chiama  il  Giustiniani, 


54  Capitolo  IV. 

rinvenuto  dall'  Arditi  non  sia  altro  che  quel  documento  ond'  è 
fatto  cenno  in  una  lettera  dell'  Arditi  a  G.  B.  Vermiglioli  e  da 
cui  non  risultava  che  la  presenza  di  Arnaldo  a  Napoli  nei 
primi  mesi  del  1469.'^ 

Del  resto  neppure  i  biografi  belgi,  come  il  Van  der 
Meersch,  osano  insistere  su  questa  questione,  e  riconoscono 
che  non  potrebbe  seriamente  contestarsi  a  S.  Riessinger  il 
merito  d'  aver  introdotto  in  Xapoli  la  tipografia.  E  vero  che 
le  più  antiche  stampe  con  data,  che  noi  conosciamo,  di  Arnaldo 
da  Bruxelles  sono  del  1472,  e  che  le  Riessingeriane  di  data  più 
antica  sono  del  147 1,  come  è  anche  vero  che  qualche  edizione 
di  Arnaldo  intanto  ci  è  nota,  in  quanto  che  un  solo  esem- 
plare è  scampato  alla  distruzione;  ed  è  da  ammettere,  infine, 
che  di  qualche  altra  possano  essere  andati  perduti  tutti  gli 
esemplari,  o  che  qualcuno  ne  resti,  ma  ignorato  e  nascosto  a 
tutti,  in  qualche  piccola  ed  inesplorata  biblioteca;  ma  tutte 
queste  considerazioni  valgono  tanto  per  Arnaldo,  quanto  per 
Sisto,  di  cui  più  di  un'  edizione  ci  è  nota  per  un  solo  esem- 
plare superstite.  Stando,  adunque,  ai  monumenti  tipografici 
che  finora  ci  sono  noti  dell'  uno  e  dell'  altro,  non  potrebbe 
negarsi  a  Sisto  la  priorità  nell'  introduzione  della  stampa  nella 
nostra  Napoli,  quantunque  da  qualche  storico  sia  stata  attri- 
buita al  fiammingo  Arnaldo. 

V.  E  certo  però  che  Arnaldo  dovette  cominciare  a 
stampare  nel  147 1,  giacché  ai  15  di  gennaio  del  1472  era  già 
finita  di  stampare  la  Rhetorica  nova. 

Delle  vicende  della  vita  di  Arnaldo  sappiamo  assai  poco. 
Da    un    documento   del   nostro   Archivio   notarile,'^  nel   quale 


1)  Cfr.  Cento  lettere  inedite  .  .  .  scritte  al  Cav.  G.  B.  Vermi-jlioli.  — 
Perugia,  1842,  a  p.  IO — li.  Il  G.  dopo  aver  ricordato  il  codice  Farnesiano  Ira- 
scritto  da  Arnaldo  de  Steccatis  da  Bruxelles,  di  cui  già  parlammo,  fa  seguire 
alcune  sue  considerazioni  per  concludere  che  l' Arnaldo  da  B.  del  codice  fu 
tutt' altra  persona  che  il  tipografo:  il  che  però  non  proverebbe  nulla,  visto  che 
l'Arditi  non  poteva  riferirsi  a  questo  codice,  dal  quale  non  risultano  in  alcun 
modo  quei  fatti,  di  cui  ej^li  afTcrmava  di  aver  trovato  delle  pruove. 

2)  V.  documento  XII. 


Arnaldo  da  Bruxelles.  55 

si  loda  la  sua  fede,  la  sua  probità  e  la  sua  sagacia,  rilevasi 
che  gli  fu  conferita,  non  si  sa  quando,  ma  certamente  prima 
del  12  dicembre  1482,  la  cittadinanza  napoletana,  essendo 
qualificato  nel  documento  medesimo  come  „Civis  et  habitator 
neapolis",  e  che  nel  1482  (12  dicembre)  fu  eletto  console  „na- 
cionum  angrie  theotonicorum  et  scocie"  per  tutto  il  regno  di 
Sicilia  di  qua  dal  faro  e  specialmente  per  la  città  di  Napoli. 
A  Napoli  lo  troviamo  ancora  il  19  luglio  1490  testimone  in 
un  contratto  di  società. '^  E  vedemmo  già  che  vi  era  tuttavia 
nel  maggio  1492,  come  appare  dalla  riferita  soscrizione  del 
codice  parigino. 

VI.  Non  pare  che  Arnaldo  si  fosse  mai  unito,  come  si 
usava  allora,  in  società  con  altri  per  l' esercizio  della  tipo- 
grafia, né  si  conosce  chi  fosse  il  correttore  delle  sue  edizioni, 
giacche  queste  non  recano  che  il  solo  suo  nome  e  non  sempre. 
Non  è  improbabile  che  ne  curasse  egli  stesso  la  correzione. 

Considerando  la  materia  delle  opere  pubblicate  da  Arnaldo, 
si  noterà  che,  mentre  il  Riessinger,  consigliato,  com'è  da 
credersi,  dal  suo  fido  sodale  e  compare  Francesco  Del  Tuppo, 
mirò  principalmente  alla  diffusione  di  opere  giuridiche,  Arnaldo 
amò  a  preferenza  di  divulgare  con  la  stampa  opere  di  lettera- 
tura e  di  filologìa  classica,  senza  trascurare  le  scienze,  per  le 
quali,  a  giudicare  anche  dalle  opere  da  lui  trascritte,  sembra 
che  avesse  una  notevole  inclinazione.  La  produzione  di  Arnaldo 
ha  insomma  uno  spiccato  carattere  umanistico. 

Egli  non  ebbe  molti  tipi  di  caratteri,  giacché  non  se  ne 
conoscono  che  due  soltanto  certamente  da  lui  adoperati,  e 
qualche  altro  che  molto  probabilmente  deve  a  lui  riferirsi;  né 
usò  mai,  per  quanto  si  sappia,  caratteri  gotici.  La  maggior 
parte  delle  sue  edizioni  sono  impresse  in  un  bel  carattere 
romano  piuttosto  grande,  molto  facilmente  riconoscibile  per 
la  forma  assai  caratteristica  di  certe  lettere.  Alcune  edizioni 
soltanto,  le  più  antiche,  furono  impresse  con  un  altro  carattere 
romano,    anche    più    grande    e    un    poco    più   rozzo.     Le   sue 


i)  Prot.  di  C.  Malfitano,  a.  1489 — 90,  0.3483. 


56  Capitolo  IV. 

edizioni  sono  notevoli  per  la  loro  buona  esecuzione  e  sono 
rarissime.'^  Egli  usò  la  doppia  tiratura  in  rosso  e  nero  fin 
dal  1474  nel  bel  volume  delle  Pandette  di  M.  Silvatico,  e 
qualche  volta  le  interlinee,  come  nel  Forciano. 

Coi  caratteri  di  Arnaldo  hanno  analogia  quelli  del  Fiore 
di  virtù  e  del  Guarino  (Bibl.  211   e  213). 


Caratteri. 

Tipo  I.  Romano, 'grande  e  alquanto  rozzo.  20II.  =  121  — 
122  mm.  (124  secondo  il  metodo  dell'  Haebler).  Qu,.  V.  tav.  XV. 

Tipo  2.  Romano,  piuttosto  grande.  Qu/.  20  11.  =  107 — 
108  mm.  (Haebler  109  —  iii).^^  Sono  specialmente  notevoli  l'i 
quasi  sempre  senza  il  punto  e,  per  la  loro  forma,  la  M,  la  E, 
il  T  e  r  y.  E  singolare  la  somiglianza  di  questo  carattere 
con  quello  delle  edizioni  romane  di  Vindelino  de  Wila,  usati 
più  tardi  anche  da  Bartolomeo  Guldinbeck  (tipo  i),  la  quale  è 
tanta  che  ha  fatto  attribuire  al  Guldinbeck  edizioni  che  in- 
dubbiamente sono  di  Arnaldo,  traendo  in  errore  perfino  il 
sagace  Audiffredi,  e  ad  Arnaldo  alcune  edizioni  sicuramente 
romane.  Ma  è  facile  distinguere  il  carattere  di  Arnaldo  dalla 
forma  tipica  di  alcune  maiuscule,  specie  dell' E,  che  è  la  più 
tipica,  e  dal  corpo,  che  è  un  poco  più  grande,  giacché  20  11. 
del  carattere  romano  danno  105 — 106 mm.  (Haebler  loS).  Inoltre 
nei  tipi  di  Arnaldo  il  Q  ha  la  coda  più  grande  e  un  pò  spezzata, 
la  M  ha  1'  asta  di  destra  notevolmente  più  lunga,  il  T  ha  la 
linea  orizzontale  più  grande.  Ma  si  noti  soprattutto  1'  E  col 
tratto  inferiore  notevolmente  inclinato  in  giù,  mentre  nel  ca- 
rattere romano  è  orizzontale.     V.  tav.  XVI. 

1)  11  B.  Museum  non  ne  possiede  che  sette  (Pr.  6684 — 89)  e  la  Nazionale 
di  Parigi  cinque  o  sci,  secondo  il  Van  der  Meersch  (p.  379),  il  quale  aggiun^^e 
che  non  se  trova  neppure  una  nelle  numerose  biblioteche  pubbliche  del  Belgio. 
La  Nazionale  di  Napoli  non  ne  ha  che  dodici:  \.\  metà  circa  delle  conosciute. 

2)  Osserviamo  però  che  nelle  Pandette  di  M.  Silvatico  20  li.  danno  lo6  mm. 
(H.   io3)  e  l'È  non  ha  quella  forma  caratteristica  che  ha  nelle  altre  edizioni. 


Capitolo  V. 

Bertoldo  Rihing. 


Anche  Bertoldo  Rihing  (Riching,  Ruing'^)  fu  di  Argen- 
tina. Molto  probabilmente  venne  in  Napoli  con  Sisto  Ries- 
singer  e  lavorò  per  qualche  anno  nella  tipografia  di  lui.  Non 
prima  del  1474,  per  quanto  ci  è  noto,  ebbe  una  stamperia 
propria,  la  quale,  almeno  per  quello  che  risulta  dalle  poche 
edizioni  che  ora  si  conoscono,  non  ebbe  lunga  vita,  giacché 
dopo  il  1477  non  pare  che  il  Rihing  abbia  più  stampato. 

Lo  Schmidt^)  vuole  che  Bertoldo  Rihing  lavorasse  anche 
in  Gaeta  ed  in  Roma,  ma  a  noi  non  risulta,  né  sappiamo 
donde  abbia  egli  tratto  queste  notizie. 

Il  Giustiniani  3)  credette  che  il  Rihing  cominciasse  a 
stampare  nel  1474,  poiché  ai  12  di  gennaio  del  1475  finì  il  suo 
Mesue,  la  stampa  del  quale  dovette  richiedere  non  poco  tempo; 
ma  ora  conosciamo  un'  edizione  del  Rihing  pubblicata  proprio 
nel  1474,  il  trattato  de  febribus  di  Antonio  Guainerio.  Nel 
1474  adunque,  se  non  nel  1473,  egli  dovette  impiantare  la  sua 
stamperia,  e  rimase  in  Napoli  almeno  fino  al  12  di  agosto 
1477,   come  si  rileva  dalla  soscrizione  dell'ultima  sua  stampa. 


i)  Non  abbiamo  mai  incontrato  la  forma  Rying  notata  dal  Burger. 

2)  „Marcus  Reinhard  hat  zu  Lyon  und  zu  Paris  gearbeitet,  Berthold  Riching 
zu  Gaeta  und  zu  Rom"   (op.  cit.  p.  76). 

3)  Op.  cit.  p.  100. 


58  Capitolo  V. 

Angelo  Catone  usava  familiarmente  col  Rihing  e  lo  giudicava 
un  ottimo  artefice.  ■> 


Caratteri. 


Il  Rihing  usò  una  sola  forma  di  carattere  romano  piuttosto 
piccolo  (20  11.  =  102 — 103  mm.;  H.  105 — 106)  non  molto  dis- 
simile dal  tipo  4  di  S.  Riessinger.  Notevole  V  &:,  molto  in- 
clinato a  destra.     V.  tav.  XVII. 


1)  V.  la  dedicatoria  del  Guaincrio  (Bibl.  102). 


Capitolo  VI. 

Mattia   Moravo,    Biagio   Romero,    Giovan 
Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino. 


a)    Mattia  Moravo. 

Pochissime  notizie  abbiamo  di  lui.  Sappiamo  che  fu  di 
Olmiitz  e  che  nel  1474,  prima  di  venire  a  Napoli,  esercitò  la 
tipografia  in  Genova  insieme  con  Michele  de  Monaco.'^  Giu- 
niano  Maio  assicura  che  in  Napoli  si  recò  per  consiglio  di 
Biagio  Romero.^)  Questi,  secondo  il  ìMasch,  dimorò  per  qualche 
tempo  a  Genova  insieme  col  Moravo  e  gli  fu  socio  o  almeno 
consigliere,  come  più  tardi  a  Napoli,  e  da  Genova  lo  avrebbe 
poi  seguito  in  Napoli.  3)  Il  Caballero,  invece,  crede  che,  trovan- 
dosi il  Romero  a  Napoli,  per  chiedere  il  trasporto  dei  resti 
mortali  del  Re  Alfonso  nel  suo  monastero  di  Poblet,  nel 
quale  solevano  aver  sepoltura  i  Re  di  Aragona,  avrebbe 
suggerito  a  Ferdinando  d' invitare  a  Napoli  il  Morave*^ 


1)  Un  „Augustinus  Moravus  Olomucensis  Jurisprudentiae  atque  artium 
doctor"  era  nel  genn.  1495  a  Padova.  Si  vegga  la  sua  lettera  ad  Andrea  Stibario 
„Canonico  Olomucensi  avunculo  suo",  datata  dal  Ginnasio  Patavino,  Cai.  di  Gen. 
1495,  premessa  all' ediz.  Veneta  (1495,  per  Sim.  Bevilacqua)  delle  Tabulae  coe- 
lestium  motuum  di  G.Bianchini. 

2)  Nella  lettera  premessa  al  De  priscorum  proprietate  verborum  (l475)- 

3)  „Genuae  circa  annum  1474  artem  typographicam  exercuit,  ibique  jam 
Blasius  Romerus  Monachus  ei  auxilio  fuit.  Abiit  deinde  Neapolim,  eundemque 
monacham  comitem  habuit"  (Bibliotheca  Sacra,  p.  2^,  voi.  3,  p.  124). 

4)  Vedi  il  passo  del  Caballero  riportato  nel  paragrafo  b. 


6o  Capitolo  VI. 

^Mattia  Moravo  cominciò  la  serie  delle  sue  numerose  edi- 
zioni nel  1475,  col  Vocabolario  di  Giuniano  Maio.  Secondo  il 
Giustiniani  avrebbe  stampato  fino  al  1491;  ma  la  Biblioteca 
Nazionale  di  Napoli  possiede  un  officio  in  membrane  stampato 
dal  M.  nel  1492  (io  febbraio),  ultimo  libro  finora  conosciuto  che 
rechi  il  nome  di  questo  tipografo.  Si  crede  da  alcuni  che  suc- 
cessori del  Moravo  siano  stati  IMenardo  Ungut  e  Stanislao 
Polono'^  i  quali  esercitarono  la  tipografia  in  Siviglia  dal  1491  in 
poi,  perchè  pare  accertato  che  una  parte  del  materiale  tipografico 
di  M.  Moravo  sia  stato  trasportato  in  Siviglia  e  adoperato  da 
questi  due  socii  nelle  loro  impressioni.  Forse  alcuni  caratteri 
furono  ceduti  dal  Moravo,  perchè  nell'anno  1491  in  cui 
IMenardo  e  il  suo  socio  stamparono  le  loro  prime  edizioni,  la 
tipografia  Moraviana  funzionava  ancora  e  continuò  a  funzio- 
nare per  lo  meno  fino  al  principio  del  1492. 

Come  tipografo  il  ^I.  fu  un  artista  valentissimo,  da 
paragonarsi,  specialmente  per  la  bellezza  dei  suoi  caratteri 
e  la  perfetta  esecuzione  delle  sue  edizioni,  a  Nicola  Jenson. 
Il  Giustiniani  giunse  perfino  a  congetturare  che  il  M.  lo 
avesse  provveduto  di  caratteri,  tanta  è  la  somiglianza  dei 
tipi:  senza  pensare  che  il  tipografo  francese  precedette  di 
alcuni  anni  il  M.  nell'  uso  dei  suoi  bellissimi  caratteri  romani. 
Ebbe  molti  caratteri  romani  e  gotici,  che  il  Proctor  ha 
distinto  in  12  tipi  diversi.  Fu  il  primo  che  usò  la  segnatura 
presso  di  noi,  nota  il  Giustiniani,  e  i  caratteri  greci.  Riuscì 
assai  meglio  che  non  avessero  fatto  il  Riessinger'^  e  Arnaldo 
a  stampare  in  rosso  e  nero,  e  fu  il  primo  ad  usare  in 
Napoli  il  formato  in  16°.  Le  sue  opere  liturgiche  magni- 
ficamente eseguite  con  bellissimi  caratteri  gotici,  a  doppia 
tiratura  in  rosso  e  nero  e  spesso  adorne  di  silografie,  dovettero 
piacer  molto,  come  più  tardi  quelle  di  C.  Preller  e  dei  Giunta, 
e   aver   molta  fortuna,   anche   fuori   del   regno.     Tra   messali, 


1)  Hacbler,  Typographie  Ibérique,  p.  49 — 50. 

2)  Il  Giustiniani,  dimenticando  quanto  aveva  scritto  del  Ricssingcr,  che 
usò  la  doppia  tiratura  in  rosso  e  nero  nelle  Costituzioni  dtl  1475,  dice  a  pro- 
posilo di  M.  Moravo  (p.  loó)  che  il  K.  non  adoperò  mai  il  ros50  e  uuro. 


Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovar.  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino.        6l 

breviarii,  salterii  ed  officii  da  lui  stampati  se  ne  contano  quat- 
tordici. Le  diverse  edizioni  si  seguirono  1'  una  all'  altra  a  brevi 
intervalli  e  talora  nello  stesso  anno,  così  rapida  dovè  esserne 
la  vendita.  L'  Ordine  Domenicano  e  1'  Ordine  Celestino  vollero 
che  egli  stampasse,  quello  il  proprio  IMessale,  questo  il 
proprio  Salterio,  ed  a  lui  fu  affidata  dai  librai  catalani 
Guglielmo  e  Giacomo  Candel  la  stampa  del  Breviario  della 
diocesi  di  Valenza,  sebbene  nella  Spagna  non  mancassero 
buone  stamperie. 

E  ben  naturale  che  il  Moravo  ottenesse  dalla  Corte  in- 
coraggiamenti e  privilegi  per  la  vendita  delle  sue  belle  edizioni, 
tanto  più  che  uniti  in  società  con  lui  furono  per  qualche  tempo 
il  Cinico  e  Pietro  De  Molinis,  1'  uno  e  1'  altro  familiari  del  Re. 
Nel  1489  gli  fu  concesso  privilegio  pei  Sermoni  di  Roberto 
Caracciolo  e  il  privilegio  fu  notificato  con  bando  del  22  agosto 
dello  stesso  anno.") 

Alcune  sue  edizioni  liturgiche  recano  figure  incise  in 
legno, ^^  ma  appena  qualcuna  delle  molte  altre  sue  edizioni 
ha  ornamenti  silografici,  come  i  DistichaCatonis  (Bibl.  137), 
nei  quali  si  vedono  iniziali  fiorite.  Fu  Mattia  l'incisore?  Non 
abbiamo  il  modo  di  saperlo  con  certezza,  ma  giova  rammen- 
tare che  molti  fra  i  più  antichi  tipografi  furono  incisori,  come 
già  osservammo  a  proposito  di  Sisto  Riessinger,  e  che  valen- 
tissimo in  quest'  arte  era  stato  quel  Nicolò  Jenson  che,  come 
il  nostro  Moravo,  riuscì  a  trovare  forme  così  belle  e  perfette 
di  caratteri  tipografici. 

Nella  stamperia  Moraviana  furono  correttori  Biagio 
Romero  monaco  Cistcrciense,  Giuniano  Maio,  Paride  del 
Pozzo  (che  curò  l' edizione  del  Vitale  de  Cambanis  del 
1478),  Frate  Antonuccio  da  Sulmona,  Bernardino  Siculo  e, 
molto  probabilmente,  Giovan  Marco  da  Parma  detto  il  Cinico 
e  Pietro  Molino.  Questi  due  furono  anche  per  qualche  anno 
socii  del  Moravo  nell'  esercizio  dell'  arte  tipografica,  secondo 
il  costume  del  tempo. 


i)  Vedi,  tra  i  ciocumenti,  il  n.  XIX. 
2)  V.  capitolo  XV. 


62  Capitolo  VI. 

Del  Romcro,  che  pare  sia  stato  non  solo  correttore  ma 
anche  lui  socio  di  Mattia  Moravo,  e  dei  due  socii,  il  Cinico  e 
Pietro  Molino,  diremo  ora  qualche  cosa;  degli  altri  correttori 
parleremo  nel  capitolo  XVII. 


b)    Biagio  Romero. 

Con  Mattia  Moravo  troviamo  associato  nei  primi  anni  il 
monaco  Biagio  Romero.  Era  un  frate  Cistcrciense  del  con- 
vento di  Poblet  (Populetum)  nella  Catalogna,  del  quale  ora 
restano  solo  le  rovine,  a  pochi  chilometri  di  distanza  da 
Espluga,  nella  provincia  di  Tarragona,  In  questo  convento 
ebbero  sepoltura  alcuni  re  di  Aragona.  Di  lui  nulla  dice  il 
de  Wisch  nella  sua  „Bibliothcca  scriptorum  sacri  ordinis 
Cisterciensis".'^  Giuniano  Maio  lo  chiama  dotto  nelle  scienze 
sacre  e  Tommaso  Taqui  ne  loda  la  pietà  e  la  dottrina.  =^ 

Fu  merito  suo  1'  aver  fatto  venire  in  Napoli  Mattia 
Moravo,  come  avverte  Giuniano  Maio  nel  proemio  al  libro  „de 
priscorum  proprictate  verborum".  Il  Caballero  suppone  che 
Biagio  Romero  venisse  in  Napoli  per  far  trasportare  nel 
monastero  di  Poblet  gli  avanzi  mortali  di  Re  Alfonso  I,  e  che, 
trovandosi  per  tal  motivo  nella  nostra  città,  suggerisse  a 
Ferdinando  d'invitare  a  Napoli  Mattia  Moravo  che,  se  dob- 
biamo credere  al  Alasch,  egli  aveva  già  conosciuto  in  Genova. 
Anzi,  secondo  lo  stesso  Masch  (Bibliotheca  sacra,  p.  2\  v.  3, 
p.  123 — 124),  Mattia  Moravo  „Genuae  circa  annum  1474  artcm 
typographicam  exercuit,  ibique  iam  Blasius  Romerus  monachus 
ei  auxiliator  fuit.  Abiit  deinde  Neapolim,  eumdemque  mo- 
nachum  comitem  habuit."     Che  il  Romero  fosse  a  Genova  nel 

i)  Non  ci  è  stato  possibile  di  consultare  1'  Henriquez  („Pboenix  reviviscens, 
sive  ordinis  Cisterciersis  scriptorum  Anpliae  ci  llispaniae  series."  Bruxelles,  1626). 
2)  „.\rduae  religionis  viro  Biasio  Romero  .  .  .  interpreti  luculentissimo, 
humanis  divinisque  literis  erudito."  (Nella  lettera  premessa  alla  Bibbia  Moraviana 
del  147Ó,  nella  quale  rispondendo  al  Romero,  accetta  di  concorrere  alle  spese 
di  stampa.) 


Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovan  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino.        63 

1474  col  Moravo,  come  afferma  il  Masch,  non  risulta,  però, 
da  alcun  documento  o  testimonianza  di  contemporanei,  a 
quanto  noi  sappiamo,  ed  è  certo,  al  contrario,  che  fin  dal  1451 
si  trovava  in  Napoli  fra  i  cantori  della  real  cappella  (xandres) 
un  Biagio  Romero,'^  che,  salvo  il  caso  di  una  strana  omonimia, 
tutto  induce  a  credere  sia  proprio  il  monaco  di  Poblet.^' 

Devonsi  a  Biagio  Romero  la  magnifica  edizione  principe 
di  Seneca  e  la  Bibbia  del  1476,  come  pure  la  prima  edizione 
del  Vocabolario  di  Giuniano  Maio  (Bibl.  109,  no  e  108).  Dei 
suoi  meriti  discorre  lungamente  il  citato  Caballero  di  cui 
gioverà  riportare  le  parole. 3^  Dopo  il  1476  il  suo  nome  non 
si  trova  più  nelle  edizioni  di  Mattia  Moravo. 


i)  27  febbraio  145 1:  „xandres  que  stan  ab  mestre  borbo:  a  mastre  borbo 
xxviii  d.  iiij  t.  A  blay  romero  xxi  d.  iii  t."  (Ced.  d.  Tes.  Arag,  v.  13,  e.  CCXLVIa). 
1451,  febbr.  27:  „Stanno  nella  sua  corte  ...  i  cantanti  Pietro  Martino,  Gio.  Doret, 
Antonio  Ponte,  Biagio  Romero  etc."  (Minieri- Riccio,  Alcuni  fatti  di  Alfonso 
d'Aragona,  in  Arch.  stor.  Nap.,^\,  p.  411  — 12). 

2)  Un  Giovanni  Romero  comparisce  come  testimone  in  un  atto  del  28  sett. 
1516  (Prot.  di  Gio.  Vinc.  de  Electa,  a.  1516,  a  e.  6ib). 

3)  „Si  vero  mavis,  Moravum  primum  omnium  Neapoli  fuisse  typographum, 
non  minimam  ex  eo  Hispanos  coUegisse  gloriam  video.  Blasius  namque  (non 
Basilius,  ut  dubitanter  loquitur  ci.  Mittarellus  in  „bibliotheca  ms.",  in  appendice 
articulo  „AIaius")  Blasius,  inquam,  Romero,  Hispanus,  celeberrimi  Coenobii  Popaleti 
in  Gotholaunia  monachus,  quem  Neapolim  venisse  suspicor,  ut  Alphonsi  I  corpus 
Populetum  transferendum  curaret,  Alphonsi  filium  Ferdinandum  laudatum  induxit, 
ut  ÌSIathiam  Moravum  Neapolim  invitaret:  quod  Romeri  in  Moravum  apud  Regem 
officium  disertis  verbis  testatur  Junianus  Maius  in  dicatione 'Vocabularii' ad  ipsum 
Ferdinandum  dicens  de  Moravo,  'quem  Consilio  Blasii  Monachi  Romeri,  viri  sacris 
literis  inslituti,  ac  sanctis  moribus  probati  hac  nostra  urbe  excepisse  gratularaur.' 
Ncque  satis  habuit  Romerus  hanc  amicam  operam  typographo  praestitisse:  quin 
summum  etiam,  quod  potuit,  studium  contulit,  ut  Moravi  editiones  quam  pulcher- 
rimae  nitidissimae  atque  emendatissimae  prodirent.  Quae  benevola  religiosi  hominis 
industria  et  typographo  magno  usui,  et  urbi  Neapolitanae  tanto  ornamento  fuit, 
ut  ab  ea  locum  cum  primis  typographicis  urbibus  obtinuisse  videatur.  Exemplo 
sint  Philosophi  Senecae  opera  edita  Neapoli  anno  1475  Moravi  typis,  curante 
Romero"  etc.  (Caballero,  De  prima  typographiae  Hispanicae  aetate  specimen, 
Romae   1793,  a  p.  XX— XXI). 


64  Capitolo  VI. 

c)    Giovan  Marco  Cinico. 

Sommario:    I.   Il  Cinico    e    la    tipografia    in  Napoli.     Scrittori,    che  si 
occuparono  di  lui.  —  II.    Primi  anni:  sua  dimora  a  Firenze.  — 

III.  Il    Cinico    a  Napoli,    a  Palermo    e    di   nuovo    a  Napoli.  — 

IV.  Diviene  scrittore  della  biblioteca  reale;  altri  suoi  incarichi; 
prende  moglie.  —  V.  Periodo  della  sua  maggiore  attività. 
Donativi  e  stipendio  annessi  all'  ufficio  di  scrittore.  Ultimi 
anni.  —  VI.  Sua  coltura  e  sue  opere  letterarie.  —  VII.  La 
società  con  M.  Moravo  e  con  P.  Molino.  Il  Confessionale 
volgare  e  i  Sermoni  di  R.Caracciolo.  Privilegio  reale  da  lui 
ottenuto. 

I.  Giovan  Marco  da  Parma  o,  com'  og^li  amò  di  chia- 
marsi, Giovan  Marco  Cinico, '^  il  noto  scrittore  della  Biblioteca 
Aragonese,  ebbe  egli  pure,  come  Biagio  Romero,  Pietro 
Molino  e  Giuniano  Maio,=*  una  parte  importante  nelle  imprese 
tipografiche  di  Mattia  ]\Ioravo.  Dallo  lettere  dedicatorie  pre- 
messe al  Confessionale  volgare  di  S.  Antonino,  ai  Sermones 
di  Roberto  Caracciolo  del  1489  e  al  Cortesano  di  Diomede 
Carafa  (Bibl.  141,  139  e  142),  si  raccoglie  che  ci  fu  socio  del 
Moravo  insieme  con  Pietro  violino  e  che  curò  la  pubblicazione 
di  queste  opere.  E  dobbiamo  credere  che  egli,  come  il 
Romero  e  il  Maio,  e  forse  come  il  Molino,  fosse  pure  corret- 
tore, per  qualche  tempo,  nella  tipografia  Moraviana,  almeno 
di  quelle  edizioni  che  furono  pubblicate  durante  la  società, 
ed  a  cui  egli  premise  delle  lettere  dedicatorie,  com'  era  costume 
dei  correttori. 


1)  L'appellativo  „Cinico",  die  il  M.izzalinli  credette  fosse  l'equivalente 
dell'  altro  appellativo  „velox"  usalo  pure  dal  C.  a  significare  la  sua  cclcrit.\  nello 
scrivere,  deve  invece  intendersi,  come  notò  e  con  opportuni  esempi  dimostrò  il 
Percopo,  nel  suo  significato  proprio,  di  set:uace  dell'antica  setta  filosofica  dei  Cinici. 
La  grafia  da  lui  seguita  nelle  soscrizioni  ((!ynicus  o  Cynico)  conferma  questa 
spiegazione  del  Ptrcopo,  mentre,  ove  si  ammettesse  quella  del  M.iz^atinti  (dal  gr. 
xiVKu)  non  si  potrebbe  altrimenti  spiegare  che  con  un  errore  grafico.  Dell'altro 
soprannome  Coclea,  usato  pure  dal  Cinico  nella  lettera  dedicatoria  a  Diomede 
Carafa  dell'edizione  da  lui  curata  del  Confessionale  e  altrove,  non  è  facile  dar 
ragione. 

2)  Vedi  cap.  .WIL 


Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovan  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino.        65 

Del  Cinico  scrittore  o  calligrafo  hanno  discorso  in  questi 
ultimi  tempi  il  Mazzatinti/^  il  Barone  *)  e  il  Percopo.^)  Noi 
cercheremo  di  riassumere  tutto  quello  che  già  si  conosce  della 
sua  vita  e  della  sua  varia  attività  di  eccellente  calligrafo,  di 
erudito  e  di  scrittore,  insieme  con  quelle  notizie  che  abbiamo 
potuto  raccogliere  nelle  nostre  ricerche,  per  considerare  poi 
il  Cinico  più  particolarmente  come  correttore  e  come  editore 
di  hbri. 

II.  Il  Pezzana,'*)  che  pel  primo  dette  di  lui  copiose 
notizie,  opinò  che  egli  nascesse  in  Parma  verso  il  1430  e  che 
ancor  giovanetto  si  trasferisse  in  Napoli.  Senonchè  prima  di 
stabilirsi  nella  nostra  città  il  C.  dovette  dimorare  per  un  certo 
tempo  a  Firenze,  dove  sotto  la  direzione  del  fiorentino  Pietro 
Strozzi,  di  cui  egli  stesso  si  dichiara  discepolo  nelle  soscrizioni 
apposte  a  tre  codici  da  lui  trascritti, 5>  apprese  1'  arte  del  calli- 
grafo. La  sua  dimora  a  Firenze  è  confermata  del  resto  da 
lui  stesso  nella  dedica  a  Diomede  Carafa  del  Confessionale 
di  S.  Antonino  (Bibl.  141),  nella  quale  dichiara  di  essere  stato 
familiare  di  S.  Antonino  „per  alquanto  tempo"  nel  1462. 
S.Antonino  morì  nel  1459:  l'anno  1462  è  quindi  certamente 
un  errore  invece  di  1452,  o  anche  1442,  come  potrebbe  far 
supporre  la  facile  trasposizione  della  X. 

III.  Nel  1462  era  già  in  Napoli,  come  apparisce  chiara- 
mente dalla  sottoscrizione  di  un  codice  che  faceva  parte  della 

i)  La  Biblioteca  dei  re  di  Aragona,  p.  LVIII  e  segg. 

2)  Notizia  della  scrittura  umanistica  nei  manoscritti  e  nei  documenti  napole- 
tani del  sec.  XV,  Napoli  1899,  p.  4. 

3)  La  Biblioleca  dei  re  d'Aragona  (Rassegna  critica  della  letterat.  ital.  II, 
p.  120  e  segg.). 

4)  Memorie  degli  scrittori  Parmigiani,  voi.  VI,  p.  2a,  p.  267  e  segg. 

5)  Uno  di  questi  codici  si  conserva  nella  nostra  Biblioteca  Nazionale,  ed  è 
il  noto  Plinio.  La  soscrizione  del  C.  è  questa:  „Johannes  Marcus  clarissimi 
et  virtute  et  nobilitate  viri  Petri  Strozae  fiorentini  discipulus  Marcique  Rotae 
magni  viri  equidem  fiorentini  amantissimus  Parma  oriundus  praestantissimo  libera- 
litate  viro  domino  Gherardo  siculi  Regni  prothonotario  benemerenti  in  XX  ac 
centum  dies  iuvante  Deo  tranquille  transcripsit.  Panormi  anno  salutis  1465  ultima 
Julii"  etc. 

Fava  e  bresciano.  La  stampa  in  Napoli.    I.  e 


66  Capitolo  VI. 

raccolta  d*  Adda  e  ora  si  conserva  dal  sig.  C.  J.  Murray  (Biblio- 
filia, V,  245).  E  nel  1463  ai  23  di  settembre  finiva  di  scrivere 
pel  Duca  di  Venosa  un  codice  „de  accipitrum  natura",  ricor- 
dato dal  Pezzana  e  posseduto  dalla  Biblioteca  Nazionale  di 
Torino  (Pasini  II,  445). 

Senonchè  è  lecito  supporre  che  in  Napoli  venisse 
parecchi  anni  prima  del  1462,  e  ad  ogni  modo  prima  del 
1458,  anno  della  morte  di  Alfonso  I.  Il  Pezzana  cita,  infatti, 
un  codice  scritto  dal  C.  e  dedicato  ad  Alfonso  il  Magnanimo, 
in  cui  il  C.  si  dichiara  perpetuus  Alphonsi  assecla.  Par- 
rebbe, quindi,  che  il  C.  l'avesse  scritto  in  Napoli. '^  E  pare 
altresì  che  egli  fosse  già  ben  noto  a  Napoli  prima  del  1465, 
quando  Elisio  Calenzio  scriveva  le  sue  Epistolae.'^ 

Nel  1465  lo  troviamo  a  Palermo.  Il  bel  codiqe  di  Plinio 
della  nostra  Biblioteca  Nazionale,  segnato  V.  A.  3,  fu  da  lui  finito 
di  trascrivere  a  Palermo  il  31  luglio  di  quell'anno,  come  si 
rileva  dalla  soscrizione.^^  E  a  Palermo  dovette,  se  non  erriamo, 
scrivere  il  codicetto  del  Ransano,  che  nel  1780  era  presso  il 
d'Afflitto,  il  quale  ne  dette  notizia  all' Affò.  <'  Nell'anno 
seguente  era  nuovamente  a  Napoli.  Nella  Biblioteca  dell'  Ora- 
torio si  conserva  un  codicetto  membranaceo  dell'  Etica  di 
Aristotile  tradotta  in  volgare  da  Maestro  Nicola  Anglico,  che 
il  C.  fini  di  trascrivere,  per  uso  della  Duchessa  di  Andria,  il 
13  agosto  1466.5) 

IV.  Nel  1467  già  lavorava  per  la  Biblioteca  Aragonese, 
giacché  un  codice  di  quella  Biblioteca,  che  ora  si  conserva 
a  Stockholm,*'^  reca    in    fine    il    nome    del    Cinico    e    la    data 


1)  „De  evìtandis  ven(;nis  et  eoruni  remcdii^"  di  Gio.  Martino  de  Ferrari.  Il 
codice,  che  secondo  il  Pezzana  è  1' esemplare  ofTcrto  ad  Alfonso,  si  conserva  nella 
Casanatense  (Pezzana,  op.  cil.  voi.  6,  p.  3,  p.  41S). 

2)  Cfr.  p.  e.  l'epistola  a  Federico  d' Aragona  a  e.  60  a,  scritta  evidentemente 
prima  del  1465  e  che  viene  dopo  altre  epistole  dirette  al  C.  (E.  Calentii  Opuscula. 
Komac,   1503). 

3)  Vedi  noia  5  alla  p.  65. 

4)  Pezzana,  op.  cit.  1.  e 

5)  Mandarini,  I  codici  manoscritti  della  Biblioteca  Oratoriana  di  Napoli 
(Napoli,  Festa,   1897,  *  P-  26). 

6)  Mazzatinti,  op.  cit.  n.  619. 


Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovan  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino .        6  7 

del  18  sett.  1467.  Ma  forse  in  quel  tempo  non  era  ancora 
stipendiato  dalla  Corte,  poiché  continuò  per  alcuni  anni  a 
trascrivere  codici  per  conto  di  privati.  Nella  Biblioteca 
dell'  Oratorio  di  Napoli  si  conserva  un  bel  codice  delle  Buco- 
liche e  Georgiche  di  Virgilio  che  reca  in  fine  questa  soscri- 
zione:  „Ioannes  marcus  velox  chrysopolitanus  servus  nature 
Illmo  duci  amalphitano  de  picolominibus  de  aragonia.  1470. 
Neapoli  tranquille  transcripsit.    Valeas  qui  legis."  '^ 

Divenuto  „famulo"  del  Re  Ferdinando,  ossia  „scrittore" 
della  libreria  e  poi  anche  „regio  librario",  come  vedremo,  il 
Cinico  contribuì  largamente,  anzi  più  di  ogni  altro  come  scrit- 
tore, all'incremento  della  Biblioteca  Aragonese,  trascrivendo, 
con  la  celerità  di  cui  giustamente  soleva  gloriarsi  nelle  sue 
soscrizioni,  un  gran  numero  di  codici.  Dei  frequenti  acquisti 
di  codici  che  egli  faceva  e  delle  somme,  talora  considerevoli, 
che  gli  erano  perciò  di  tanto  in  tanto  pagate  dalla  Corte,  le 
Cedole  della  Tesoreria  Aragonese  ci  hanno  conservato  molti 
ricordi. 

A  Napoli  dopo  di  essere  entrato  ai  servigi  della  Corte, 
e  forse  in  età  più  che  matura,  ^^  il  C.  si  unì  in  matrimonio  con 
Giovanna  Ferrili© ,  „pa latina",  che  egli  dice  nobile  e  di  onesti 
costumi. 3>  Di  questo  matrimonio  si  professava  grato  a  Dio- 
mede Carafa,  che  dovette  certamente  essere  uno  dei  suoi 
protettori,  ed  a  cui  egli  dedicò  l'edizione  del  Confessionale 
di  S.  Antonino  (Bibl.  141),  insieme  coi  suoi  socii  Mattia  Moravo 
e  Pietro  Molino. 


1)  Mandarini,  op.  cit.,  p.  79.  Le  parole  „Ascinius  sintesius  raanu  propria 
scripsit  in  populo.  Die  xxiij  octobris"  che  il  Mandarini  fa  seguire  immediatamente 
alla  soscrizione  del  C,  furono  aggiunte  da  un'altro  mano,  e  vanno  lette,  se 
non  c'inganniamo:  „Ascinius  sintesius  manuppellensis  in  populo.     Die"  etc. 

2)  Era  ancora  celibe  quando  scriveva  il  Calenzio,  cioè  verso  il  1465.  Cfr. 
Calentii  Opuscula  (Romae,  1503),  a  e.  52  verso. 

3)  „hauendo  tu  me  Joan  marco  tuo  seruo  coniuncto  per  tua  humanita  in 
matrimonio  con  la  nobile  Joanna  Ferrilla  palatina  donna  pudicissima"  :  nella 
dedica  a  Diomede  Carafa  del  Confessionale  di  S.  Antonino,  che  fu  impresso 
certamente  verso  il  1489.  Vedi  la  descrizione  del  Confessionale  (Bibl.  141), 
nella  quale  abbiamo  trascritto  interamente  la  dedica  del  C.  a  Diomede  Carafa. 
Giovanna  Ferrillo  era  forse  della  famiglia  dei  Conti  di  Muro. 

5* 


68  Capitolo  VI. 

V.  Dal  1467  al  1492  come  copista  della  Biblioteca  Ara- 
gonese scrisse  un  gran  numero  di  codici,  che  in  parte  ancora 
si  conservano,  disseminati  nelle  biblioteche  d' Europa,  e  in 
parte  ci  sono  noti  solo  per  le  indicazioni  che  ne  danno  le 
Cedole  della  Tesoreria  Aragonese.  Il  Mazzatinti,  che  ha 
descritto  i  primi  ed  enumerati  i  secondi, '^  osserva  che  dal 
1474  al  1487,  ossia  per  lo  spazio  di  13  anni,  non  si  trova  nelle 
Cedole  alcun  ricordo  di  libri  scritti  dal  C,  né  se  ne  conoscono 
per  altra  via.  Ma  questo  non  è  esatto.  Il  Pezzana  aveva 
già  notato  che  nel  1476  dovette  il  Cinico  scrivere  il  Memo- 
riale di  Diomede  Carafa  a  Beatrice  d'Aragona  che  si  am- 
mira nella  Biblioteca  di  Parma.  E  nella  Biblioteca  Galitzin 
si  conserva  un  codice  scritto  dal  C.  nel  1477,  che  per  il  suo 
contenuto,  per  1'  eleganza  esteriore  e  per  1'  occasione  in  cui  fu 
esemplato  fa  riscontro  al  codice  parmense  del  Memoriale. 
È  in  pergamena  purpurea,  a  caratteri  d'oro  e  d'argento  con 
figure  miniate,  e  contiene  il  trattato  de  ..regimine  principum" 
di  Diomede  Carafa  da  lui  dedicato  a  Eleonora  d' Aragona 
Duchessa  di  Ferrara  e  voltato  in  latino  da  quello  stesso  Colan- 
tonio  Lentulo  che  tradusse  il  Memoriale  a  Beatrice.  Eccone  la 
soscrizione:  „Diomedis  Carrafae  ÌMagdaloni  Contis  de  regimine 
principum  ad  Elyonoram  Aragoniam  Ferrarae  Ducissam  liber 
quartus  et  ultimus  a  Johanne  Marco  Parmensi  Cynico  Christia- 
nissimo  exscriptus  Explicit.  MCCCCLXXVII."  (Catalogo,  p.  51, 
n.  135).  Del  resto  la  sua  presenza  nella  Corte  come  scrittore 
regio  nell'anno  1481  è  accertata  dalle  stesse  Cedole.'^ 

Oltre  le  retribuzioni  che  frequentemente  gli  erano  pagate 
per  le  sue  trascrizioni,  1'  ufficio  di  scrittore  della  biblioteca  reale 
gli  fruttava,  secondo  1'  usanza  del  tempo,  donativi  annuali  di 
stoffe  da  servire  pei  suoi  abiti ^^  ed  altri  beneficii,  come  quello  del 


1)  Op.  cit 

2)  „A  Joan  marche  Scriptore  del  S.  R.  l' infrascripto  panno  graciosamente 
adi  2S  marcij    1481"  (Ced.  v.  85,  e.  253b). 

3)  „a  Joanmarcho  de  palma  diete  Io  cinico  scriplore  dolo  S.  R.  alo  qiialc 
diete  S.  comanda  donare  Kr^ciosamenlc  perle  vestire  suo  delo  presente  anno  perle 
quale  hauca  acostumato  de  hauere  iiij  canne  de  pagonaczo  de  grana  spaj^mato 
per  uno  manto  longo  fino  a  terra  et  una  robba  computata  a  VI  d.  la  canna  et 
vellute  nigro"  e  te.  (Ced.  v.  I34,  e.  564  b). 


Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovan  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino.        69 

lume  per  scrivere,  per  il  quale  leggiamo  che  gli  furono  pagate 
dalla  Tesorerìa  nel  31  die.  1488  67  libbre  di  candele  di  cera.'^ 
All'ufficio  di  regio  scrittore  era  annesso  nel  1492  lo  stipendio 
di  IO  ducati  al  mese,  oltre  le  ca.ndele  per  scrivere. ^^  Non 
sappiamo  però  se  egli  lo  godesse  sempre. 

Il  C.  era  ancora  vivente  e  al  servizio  della  Corte  Ara- 
gonese il  17  marzo  1497,  giacché  con  questa  data  si  nota 
nelle  Cedole  una  largizione  di  stoffa,  fatta  d'  ordine  del  Re, 
a  lui  ed  a  sua  moglie.  3) 

VI.  Ma  Gio.  IMarco  non  fu  soltanto  un  eccellente  calli- 
grafo: ebbe  una  coltura  non  comune,  della  quale  fanno  fede 
alcune  opere  che  di  lui  ci  rimangono  manoscritte. ■♦^ 

Il  codice  Ashburnhamiano  n.  1249  contiene  un  suo  volga- 
rizzamento del  libro  di  Moamyn  falconario  de  la  scientia 
de  la  caccia  con  falconi. 5) 

Nella  Nazionale  di  Parigi  si  conserva  un  altro  suo  volga- 
rizzamento dal  latino,  cioè  l'Epithoma  di  Solino.^^    Un  suo 


1)  8  nov.,  22  nov.  e  31  die.  1488  „A.  Johan  marco  de  palma  scriptore  del 
S.  R.  a  viij.  de  nouembro  delo  presente  anno  1488  d.  ij.  t. '/^  Et  a  xxij.  de  dicto 
iiij.  d.  iiij.  t.  vj.  Et  a  xxxj.  de  decembro  de  dicto  anno  d.  iiij.  t.  j.  entanto  che 
fanno  Inseme  a  queste  partite  V.  d.  iij.  t.  e  vij.  li  quali  sonno  comandati  donare 
per  lo  pretzo  de  Lxvij  llr  ^j^  de  candelle  de  cera  che  deue  hauere  per  tucto  lo 
mese  de  decembro  de  lo  presente  anno  a  raho  de  iiij.  11.  Yj  ciascuno  mese  a 
raho  de  viiij.  gr.  la  libra  con  la  lume  deli  quali  ha  scripto  alcunj  libri  del 
S.  R."  (Ced.  V.  126,  e.  46oa). 

2)  (1492)  „a  Johanne  Marcirò  Cinicho  Scriptore  delo  S.  Re  57  d.  3  t.  in 
compimento  della  sua  provvisione  di  60  ducati  per  6  mesi",  oltre  2  d.  2  t.  e 
3  gr.  pel  prezzo  di  27  libbre  di  Candele  di  ceia  in  detti  6  mesi  (Ced.  v.  146, 
c.83b). 

3)  (17  marzo  1497)  „a  Joun  marco  Cinico,  al  quale  il  Re  comanda  donare 
da  vestire  per  sé  e  sua  moglie  la  valuta  di  varie  canne  di  stoffa"  (Ced.  v.  ió2,  e.  Il3b). 

4)  Il  C.  non  fu  miniatore,  come  credette  il  Minieri- Riccio:  almeno  dalle 
Cedole  non  si  rileva  che  egli  miniasse  altro  che  iniziali,  ma  solo  che  gli  veniva 
spesso  affidalo  1'  incarico  di  curare  1'  esecuzione  dei  lavori  di  miniatura  e  di 
rilegatura,  pei  quali  lavori,  che  egli  non  fece  ma  fece  fare  da  altri,  gli  furono 
in  diversi  tempi  rimborsate  le  spese. 

5)  Mazzatinti,  op.  cit.  n.  589. 

6)  Mazzatinti,  □.  292. 


70  Capitelo  VI. 

catalogo  deli  santi  martiri,  copiato  nel  1492  da  Francesco 
di  Pavia,  è  ricordato  nelle  Cedole.'^ 

A  queste  tre  opere  indicate  dal  Mazzatinti  vuoisi  ag- 
giungere il  trattato  della  observantia  delli  Re,  ricordato 
dal  Pezzana  e  dal  Percopo,  che,  come  il  C.  stesso  avvertiva 
nella  prefazione,  era  „uno  extracto  de  peregrini  et  varii  autori 
della  clementia  delli  Re  et  della  obedientia  de  li  subditi,"  ossia 
una  raccolta  di  esempii  indirizzata  a  Ferdinando  da  Joan 
Marco  de  Parma  cynico  coclea  pernicie  delli  blasphemi 
de  Christo;^^e  un  altro  suo  lavoro  intitolato  Elenco  histo- 
rico  e  cosmograficho,  indicato  dal  Percopo,  che  si  conserva, 
come  il  trattato  precedente,  tra  i  Mss.  della  Chigiana.^^ 

Il  C.  fu  colto  e  modesto,  e  amò  il  lavoro  tranquillo, -i^  i 
codici  e  i  libri.  Un  umanista  contemporaneo.  Elisio  Calenzio, 
così  ci  descrive  la  vita  solitaria  di  lui:  ,, Invideo  tibi,  Cynice, 
ac  per  deum  indico  sapientem,  qui  neque  famulum  velis  cui 
saepius  irascare,  neque  uxorem  cum  qua  litiges,  neque  bovem 
aut  asinum  quorum  habeas  curam.  Solus  cubas,  solus  coenas, 
solum  te  tua  cynica  cella  dies  noctesque  habet.  Laute  politeque 
victitas,  nulli  imperans,  nulli  parens.  Quodcumque  in  animo 
est  id  demum  subito  est  in  manu.  Deum  profecto  te  estimo 
si  dei  unquam  vidcri  aut  fieri  mortales  consueverunt/'^^ 


1)  Mazzatintì,  p.  LIX. 

2)  Bibl.  Chigiana  L.  VII.  269. 

3)  M.  Vili.  159. 

4)  Lo  attestano  anche  le  sue  soscii^ioni,  nelle  quali  s'incontra  ipes'^o  la 
formola  „lrancjuille  transcripsit".     Gio.  Ant.  l'etriicci,  il  povero  Conte  di  Policaslro, 

udiriziò  al  buon  C.  l'Si"  suo  sonetto  che  comincia: 

O  tu  che  de  le  septc  la  mcj;liorc 

Cinico  sequi  et  fai  vita  beata 

Ricchezze  e  la  gran  robba  hai  disprezzata 

Vivi  felice  et  non  temi  livore     etc. 
(Sonetti    composti    per  M.  Johanne  Antonio  de  Petruciis  pubbl.  da  I.  Le  Coullrc  e 
V.Schultze,  Bologna,   1879,  p.  85  (Scella  di  curiosità  letterarie,  n.04,  disp.  107). 

5)  Opuscula  (Romac,  Bcsicken,  1503),  a  e.  52b.  In  un'  altia  lettera  si 
accenna  pure  al  Cinico  e  alla  sua  vita  quieta,  laboriosa  0  ordinata  (e.  óoa),  e 
altrove  ad  una  visita  fatta  dal  Calenzio  ni  Cinico  infermo,  di  cui  si  riferisce  un 
gustoso  soliloquio  che  il  Calenzio,  non  visto,  avrebbe  udito  e  raccolto.  Queste 
due  lettele,  e  specialmente  la  seconda,  sono  curiose  ed  interessanti,  perchè  vi  sono 


Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovan  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino.        7  ^ 

Con  r  amore  dei  libri  e  della  vita  tranquilla  ben  si  con- 
faceva r  ufficio  di  regio  librario  ossia  di  custode  della 
Biblioteca  Reale   che,   secondo   ogni  probabilità,    egli  dovette 


esposte,  non  senza  ironia,  alcune  idee  oiiginr.li  del  Cinico,  che  valgono  ad 
illustrare  tanto  quest'appellativo,  quanto  1' altro  di  servus  naturae,  che  si  legge 
nella  soscrizione  del  Virgilio  da  noi  riferita  e,  in  un  certo  modo  anche  quelli  che 
usò  pili  tardi,  quasi  come  un  correttivo  dei  primi:  „Christi  et  honestatis  servus, 
servo  de  Christo  et  de  honestate,  pernicie  delli  blaspht mi  di  Christo".  Crediamo 
sia  pregio  dell'  opera  riportarle. 

„Cynicum  nostrum  revisi  hodie:  nemo  est  omnium  profecto  qui  vivant 
magis  fortunatus  neque  cui  magis  omnia  sint  iocunda.  Ita  res  suas  omnes  vitamque 
comparavit  ut  nemini  unquam  possit  invidere.  Sportulam  cynicam  et  cynicam 
lucernam  et  quas  phialas  nominai  tandem  vidi,  nec  me  vidisse  poenitet  suppellec- 
tilem  tanti  viri.  Dimitto  lyram,  imagines,  libellos  quorum  cella  pienissima  est: 
dimitto  vascula  nondum  visa,  pietas  tabulas,  Philosophorum  monumenta  undique 
coUecta,  Omnia  denique  ad  politiem  corporis  atque  animi  parata.  Ipsum  demiror 
tam  sobrie  vivere  ut  non  nisi  peracta  re  quam  sibi  quotidie  peragendam  decreverit 
Coenet  aut  deambulet.  Diem  sibi  eo  modo  partitur  ut  neque  unquam  ociosus 
sit  neque  unquam  rerum  studio  fatigatus.     Vive",  (e.  60 a). 

,,Visendi  Cynici  gratia,  quem  egrotare  audiveram ,  Neapolim  veni,  Eoque 
profectus  ubi  accubabat  solum  veluti  cum  aliquo  loquentem  audiui,  ac  tenui  pedem 
ut  que  eius  esset  oratio  intelligerem.  lUe  autem  sic:  Aegcr  sum,  testari  volo: 
bona  mea  cui  relinquo?  populo  ne.'  minime  quidem,  quia  neque  in  pace  vulgus 
possidebit,  neque  dividet  concorditer.  Regi?  nihil  minus,  quia  mililibus  dabit 
generi  omnium  pessimo  et  inhumano.  Ergo  pontifici?  Satis  babunde  habet  unde 
podagras  nutriat.  Ergo  praesuiibus?  ut  tumidos  uentres  augeam.  Rumpantur 
viri  turgidi?  Non  volo.  Ergo  ipsis  sacerdotibus?  nolo  quia  scortis  et  lenonibus 
dabunt.  At  tu  mendicis?  neque  id  quidem  ne  desinant  molesti  esse  divitibus. 
At  lu  piratis  ut  in  Asiam  deferant?  non  volo.  Vin  mulieribus  ?  nolo  quia  deteriores 
diuitiis  fiunt.  Vin  pueris?  nolo  quia  perdent  rem  institia  {stc)  partam  bene.  Vin 
senibus?  minus  quia  de  liti  omnes  dies  noctesque  iurgabunt.  At  tu  diis  iramortalibus 
dona.  Stultum  est  dari  tibi  quod  despexeris:  si  voluissent,  non  dimisissent  mihi. 
Da  servis  ut  auferant.  Id  iniussu  meo  faciunt.  Quid  igitur?  Nunc  id  cogito: 
primum  tempia  non  aedifico  ne  novas  lites  sacerdotibus  creem.  Orbas  non  marito 
ne  fastiditi  coniuges  sepulti  ossa  devoveant.  Pontes  fluminibus  non  construo  ne 
cadens  aliquis  irascatur  mihi.  Claustra  virginibus  non  do  ne  scorta  his  nutriam 
qui  deum  male  confitentur.  Neque  mendicis  hospicium  ne  desides  illi  desidiores 
fiant.  Ergo  cui  nam  tu  rem  deseris  tuam?  nemini.  Tibi,  fortuna,  reddo  restituo- 
que  quod  comraiseras:  posteri  valete:  mors,  tu  tuum  officium  facito;  quod  ubi 
audivi  ridens  ad  eum  irrumpo"  etc.  La  lettera  continua  ancora  e  vi  si  riferisce 
un  altro  discorso  del  C.  che  è  come  la  motivazione  di  ciò  che  precede  (e.  71  a — b). 
Fu  il  C.  che  salvò  e  dette  a  stampare  al  Del  Tuppo  il  Novellino  di  Masuccio. 
V.  1'  edizione  del  Settembrini,  p.  XXXIV. 


72  Capitolo  VI. 

cumulare  con  quello  di  scrittore.  Librario  era  in  quei  tempi 
chiunque  esercitava  una  professione  che  avesse,  in  qualunque 
modo,  relazione  coi  libri.  Era  quindi  chiamato  librario,  alla 
latina,  1'  amanuense  o  calligrafo  che  li  scriveva,  chi  ne  faceva 
commercio  ed  anche  chi  aveva  1'  ufficio  di  custodirli  per  conto 
di  altri.  Qualche  volta  però  1'  amanuense  era  nel  medesimo 
tempo  anche  libraio,  ossia  negoziante  di  libri,  come  talora 
il  libraio  o  negoziante  era  anche  custode  di  qualche  biblioteca. 
Il  nostro  Cinico  fu,  in  parte  contemporaneamente,  in  parte 
successivamente,  amanuense,  editore,  correttore  e,  pare,  custode 
o  librario  della  Biblioteca  Aragonese. 

Che  egli  fosse  non  soltanto  scrittore,  ma  anche  uno  dei 
regii  librarli,  come  Pietro  Molino,  e  come  Baldassare  Scariglia, 
di  cui  diremo  in  seguito,  sembra  che  possa  desumersi  e  dai  fre- 
quenti incarichi  di  comprar  libri  e  di  farli  alluminare  e  rilegare, 
di  cui  si  parla  nelle  Cedole,  e  dal  trovarsi  il  suo  nome,  come 
quello  di  Pietro  Molino,  in  alcuni  libri  a  stampa,  che  un  tempo 
fecero  parte  della  Biblioteca  Aragonese  (Cfr.  Delisle,  Mélanges 
Graux,  p.  291).  In  un  esemplare  delle  Quaestiones  di  S.  Tom- 
maso (Pannartz,  1476)  è  scritto:  „Quaestiones  sancti  Thome  de 
unitate.  Joan  Marco."  È  certo  ad  ogni  modo  che  egli  con- 
tribuì molto  air  incremento  della  Biblioteca  non  solamente  coi 
molti  codici  che  scrisse,  come  già  vedemmo,  ma  anche  con  quelli 
che  comprò  in  gran  numero  dai  librai  di  Napoli  e  di  Firenze. 

VII.  Meno  noto  è  il  Cinico  come  editore  di  libri  a 
stampa  in  società  col  tipografo  Mattia  Moravo. 

Le  società  tipografiche  o  editoriali  furono,  come  e  noto, 
frequentissime  nel  secolo  XV,  e  accompagnarono  la  tipografia 
dai  primi  tentativi  del  Gutenberg  in  Argentina,  fatti  in  società 
con  Andrea  Dritzehn,  in  tutti  i  suoi  progressi,  nei  primi  suoi 
trionfi  a  Magonza  e  nella  successiva  e  rapida  diffusione  in 
Italia,  in  Francia  e  negli  altri  paesi.  A  chi  non  è  nota  la 
storia  della  società  e  della  lite  fra  Giovanni  Gutenberg  e 
Giovanni  Fust?  Gli  antichi  tipografi,  particolarmente  quelli 
che  furono  i  primi  o  tra  i  primi  a  introdurre  la  stampa  in 
qualche  città,   ebbero,  quasi  sempre,   uno  o  più  socii,  che  coi 


Mattia  Moravo,  Biagio  Remerò,  Giovai!  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino.        73 

loro  consigli,  o  coi  mezzi  pecuniarii,  o  con  la  loro  abilità 
cooperavano  pel  buon  successo  delle  comuni  intraprese.  In 
Napoli  la  prima  società  tipografica  fu  quella  di  Sisto  Riessinger 
con  Francesco  del  Tuppo,  di  cui  si  è  parlato  a  suo  luogo.') 
Vedemmo  pure  che  un'  altra  società  verso  il  1487  esisteva 
fra  il  Del  Tuppo  e  Cristiano  Preller.  Di  Arnaldo  da  Bruxelles 
non  si  sa  se  avesse  avuto  qualche  socio,  non  rilevandosi  dalle 
sue  edizioni,  né  da  altri  documenti.  Abbiamo,  invece,  molti 
documenti,  che  ci  attestano  1'  esistenza  di  parecchie  società 
costituite  sia  per  1'  esercizio  dell'  arte  tipografica,  sia  pel 
commercio  dei  libri,  sia  per  1'  esercizio  dell'  arte  della  rile- 
gatoria, come  vedremo  più  innanzi.  Queste  società  avevano 
generalmente  breve  durata,  per  lo  più  di  un  sol  anno,  come 
si  vede  da  alcuni  contratti  da  noi  trascritti."^ 

Mattia  Moravo,  che  in  Genova  aveva  pure  avuto  un 
socio  in  persona  di  Michele  da  Monaco,  ebbe  a  Napoli,  nei 
primi  due  anni,  se  non  come  socio,  certo  come  correttore,  il 
monaco  Biagio  Romero.  Più  tardi,  con  ottimo  consiglio,  si 
unì  in  società  con  G.  M.  Cinico,  scrittore  della  biblioteca  reale, 
e  con  Pietro  Molino,  la  cooperazione  dei  quali  dovette  riuscirgli 
molto  utile,  del  Cinico  specialmente,  che  per  la  ormai  lunga 
dimora  fatta  a  Napoli,  per  la  sua  coltura,  per  le  molte  sue 
conoscenze  e  per  le  relazioni  con  la  corte  Aragonese,  è  lecito 
supporre  che  fosse  pel  Moravo  un  socio  prezioso. 

La  società  fu  stabilita  certamente  prima  del  1489,  molto 
probabilmente  nel  1488.  Infatti  di  essa  si  fa  menzione  solo 
in  due  edizioni  Moraviane,  delle  quali  una  è  senza  data3>  e 
r  altra  reca  quella  del  31  gennaio  i^.Sg.'^^  Senza  data  egual- 
mente, ma  pure  di  quell'  anno  o  di  quel  torno  è  1'  Istruzione 
dei  cortigiani  di  Diomede  Carafa.     (Bibl.  142). 


i)  Vedi  i  capitoli  II  e  III. 

2)  Vedi  i  documenti  X  e  XI, 

3)  Cioè  il  Confessionale  volgare  di  S.  Antonino  che  da  alcuni  è 
riferito,  senza  che  ne  sia  addotta  la  ragione,  all'  anno  1475  (Caronti,  n.  49)  e  che 
deve  invece,  con  ogni  probabilità,  assegnarsi  agli  anni  1488 — 89.     (Bibl.  141). 

4)  I  Sermones  de  laudibus  Sanctorum  di  R.  Caracciolo.  È  dedicata 
a  Beatrice  d'Aragona.    (Bibl.  139). 


74  •  Capitolo  VI, 

E  notevole  che  solo  nelle  dediche  di  queste  tre  edizioni, 
tutte  evidentemente  scritte  dal  Cinico,  é  indicato  il  numero 
degli  esemplari  di  ciascuna  edizione,  che  è  di  600  pel  Con- 
fessionale, di  300 , per  il  Cortigiano,  e  di  2000  pei  Ser- 
mones  di  R.  Caracciolo.  Per  questa  il  Cinico  ottenne  dal  Re 
un  privilegio,  che  venne  notificato  con  bando  del  22  agosto 
i489.'> 

Degli  ultimi  anni  di  Giovan  Marco  non  ci  e  riuscito  di 
trovare  alcuna  notizia,  e  ignoriamo  quando  egli  sia  morto.^^ 


d)    Pietro   Molino. 

Fu,  come  si  è  visto,  socio  del  Moravo  e  del  Cinico  nel 
1489;  ma  di  lui  abbiamo  scarse  notizie.  Nella  dedica  del 
Confessionale  di  S.  Antonino  e  altrove  è  detto  napoletano. 
In  alcuni  documenti  notarili  è  nominato,  dal  1475  al  1497,  un 
Petrus  de  Molinis,  che  non  esitiamo  a  identificare  col  socio 
di  !M,  Moravo.3'  Sappiamo  che  ebbe  in  moglie  una  Carmosina 
Ronza  o  Ronze  (Carmosina  Roncze)  e  che,  come  il  Cinico, 
fu  valente  calligrafo.  Un  bel  codice  membranaceo  della 
Nazionale  di  Firenze,  che  contiene  il  Trattato  dell'ottimo 
cortegiano  di  Diomede  Carafa,  ossia  quella  stessa  opera 
che  col  titolo  di  Istruzione  delli  cortesani  fu  stampata 
da  M.  Moravo  verso  il  1489  (V.  Bibl.  142),  reca,  in  fine,  questa 


1)  Vedi  documento  XIX. 

2)  Una  lettera  al  C,  direltapli  da  PozEuoli  dal  musico  di  Cotte  Gio.  Tinclor 
o  meglio  Tinctoris,  che  si  dice  „musicorum  infelicissimus",  è  tra  i  mss.  della 
B.  Nazionale  di  Napoli  (XII  F  50).  Il  C.  è  chiamato  „Cynicorum  perfcctissimus, 
intcpcrrimus  seclator,  specimen"  etc. 

3)  Prot.  di  Fr.  Russo,  1473—75.  e.  CXXIIIIa  e  C.  Malfitano,  1484— 1485, 
e.  240 a  e  246a;  B.  Vinciguerra,  1489,  e.  2i7a:  N.  Cesario,  1493 — 94,  e.  jóa; 
G.  A.  de  Cesarea,  1494,  e.  222.  In  quest'ultimo  documento  e  nel  precedente  è 
anche  nominata  la  moglie  Carmosina  roncze.  Come  testimone  lo  troviamo 
nuovamente  in  un  istrumcnto  del  16  ottobre  1494  (Prot.  di  F.  Russo,  I494,  c.4la) 
e  in  un  altro  del  3  agosto   1497  (Prot.  di  C.  Malfitano,  a.  1496 — 97,  e.  307  b). 


Mattia  Moravo,  Biagio  Romero,  Giovan  Marco  il  Cinico  e  Pietro  Molino.        75 

soscrizione:  „Petrus  de  Molinis  neapolitanus  In  terra  Magdaloni 
scripsit:  1479  die  decima  Julii:  laudetur  Deus  semper  amen".') 

E  da  credere,  quindi,  che  stesse  in  quel  tempo  al  servizio 
di  Diomede  Carafa. 

Pare  che  il  Molino  prendesse  poca  parte,  e  solo  per  breve 
tempo,  nelle  imprese  tipografiche  e  nel  commercio  dei  libri. 
Come  allora  solevano  i  librai,  si  occupò  anche  del  commercio 
della  pergamena.  Agli  11  nov.  1487  gli  furono  pagati  dalla 
Corte  due  ducati  e  quattro  tari  per  otto  quinterni  di  perga- 
mena da  lui  forniti  al  copista  Giov.  Rainaldo  Mennio.^^  In 
questo  anno  o  nel  seguente  dovette  con  Mattia  Moravo  e  col 
Cinico  formare  quella  società  tipografica,  che  ci  è  attestata 
dal  Cinico  nelle  dediche  del  Confessionale  e  dei  Sermoni 
di  Roberto  Caracciolo  da  Lecce,  pubblicati  nel  1489.  Quale 
compito  fosse  assegnato  a  Pietro  Molino  nella  società  col 
Moravo  e  col  Cinico  non  sapremmo  dire  con  sicurezza. 
Volendo  però  avventurare  una  congettura  si  potrebbe,  con 
molta  probabilità  di  cogliere  nel  vero,  ritenere  che  tutti  e  tre 
dovessero  concorrere  nelle  spese,  come  vediamo  da  alcuni 
contratti  di  società  tipografiche  di  quel  tempo,  e  che  il  Cinico 
ed  il  Molino  contribuissero,  oltreché  col  danaro,  col  consiglio 
e  con  la  loro  coltura,  scegliendo  le  opere  da  pubblicarsi,  e 
curandone  la  stampa  come  correttori,  e  forse  anche  la  vendita, 
con  le  loro  relazioni. 

Verisimilmente  anche  il  Molino  fu,  come  dicemmo  altrove, 
uno  dei  custodi  o  librarli  della  Biblioteca  Aragonese,  trovan- 
dosi il  suo  nome,  come  quello  del  Cinico,  aggiunto  ai  titoli  di 
alcune  opere  a  stampa,  che  fecero  parte  un  tempo  di  quella 
celebre  biblioteca.  Un'  edizione  senza  data  del  Comento  di 
Ubertino  Crescentinate  alle  Epistole  di  Cicerone,  che  un  tempo 
appartenne  alla  Biblioteca  Aragonese  e  ora  si  conserva  nella 
Nazionale  di  Parigi,  reca  in  fine  questa  nota:  „ Comento 
delle  pistole  di  T.  Petrus  de  Molinis".^)    E  un'  altra  anno- 


i)  Persico,  Diomede  Carafa  uomo  di  stato  e  scrittore  del  secolo 
XV.     Napoli,   1899,  p.  203,  in  nota. 

2)  Ced.  Tes.  Ar.,  v.  123,  e.  2093. 

3)  Délisle,  Mélanges  Graux,  n.  67. 


76  Capitolo  VI. 

tazione  simile  si  legge  in  fine  di  un  altro  libro,  del  1474,  che 
pure  fece  parte  della  stessa  biblioteca:  „Colibeti  de  Scoto 
Petrus  de  Molinis".")  Più  tardi  dovette  mutare  il  modesto 
ufficio  di  librario  con  1'  altro  certamente  più  elevato  di  Teso- 
riere, perchè  in  un  volume  delle  Cedole  della  Tesoreria  del 
1492  (sett.-nov.)  vien  detto  Thesaurario  apresso  lo  S.°' 
Re.  (Ced.,  voi.  147,  e.  521). 

Il  violino  vide  la  rovina  della  dinastia  Aragonese  e  lo 
scempio  della  magnifica  biblioteca,  al  cui  ordinamento  egli 
aveva  lavorato.  Sopravvisse  per  parecchi  anni,  continuando 
a  dimorare  in  Napoli,  dove  lo  incontriamo  testimone  in  alcuni 
atti  notarili  del  1504  e  del  1505.^^  Era  ancora  vivente  agli 
8  di  febbraio  del   i5o8.3> 


Caratteri  adoperati  da  M.  Moravo. 

Tipo  I.  Gotico  piccolo,  nitido  e  di  bella  forma  (20!.= 
80  mm.:  Haebler  83—84).    V.  tav.  XVIII. 

Tipo  2.  Rotondo:  gì'  i  con  accenti,  doppii  tratti  d'  unione. 
La  coda  del  u  è  piuttosto  corta  {20  1.  =  111 — 112;  Haebler  115; 
Qui).    V.  tav.  XIX. 

Tipo  3.     Gotico  grande  (io  1.  =  54  mm.;  H.  56).  V.  tav.  XX. 

Tipo  4.  Rotondo,  un  poco  più  piccolo  del  tipo  2  (20  1. 
=  109;  H.  Ili  — 112;  Qui).     L'i  ha  il  punto.     V.  tav.  XXI. 

Tipo  5.  Gotico  più  grande  del  tipo  i  (20  1.  =  86  mm.; 
H.  87).     V.  tav.  XXIL 

Tipo  6.  Gotico  anche  più  grande,  ma  più  piccolo  del 
tipo  3  (20  1.  =  91 — 92;  H.  92 — 93).     V.  tav.  XXIII. 

Tipo  7.  Altro  tipo  gotico  più  grande,  con  capitali  curiose. 
(Attribuito  al  Moravo  dal  Proctor,  ma  è  di  Francesco  del 
Tuppo,  come  fu  ammesso  dallo  stesso  Proctor.  E  il  nostro 
tipo  4  di  F.  del  Tuppo.) 


1)  Ibidem,  II.  76. 

2)  Vedi,  tra  {:'>  a'tn,  il  Protoc.  di  Dom.  Beffi,  a.  1505,  a.  e.  848. 

3)  Prot.  di  Dom.  Bofli,  a.  1508,  a  e.  436. 


Mattia  Moravo,  Biagio  Ronero,  Giovan  Marco  il  Ciaico  e  Pietro  Molino.         77 

Tipo  8.  Altro  tipo  gotico  usato  negli  ultimi  anni,  di 
media  grandezza  (20  1.  =:  76  mm.;  H.  78).     V.  tav.  XXIV. 

E  simile  in  parte  al  tipo  5,  ma  vi  sono  molte  diversità, 
specie  nelle  capitali;  il  C  non  ha  1'  angolo  come  nel  t.  5,  il  D 
ha  la  linea  verticale  di  un  sol  tratto,  1'  O  è  alquanto  spezzato 
a  sinistra,  il  Q  non  ha  1'  angolo  ecc. 

Tipo  9.  Altio  tipo  gotico  piccolissimo  (mm.  76;  78:  usato 
col  t.  8).  Il  B  ha  la  pancia  notevolmente  larga,  1'  O  ha  il 
lato  sinistro  spezzato,  1'  E  è  tonda,  il  D  ha  un  tratto  superfluo 
perpendicolare  alla  linea  verticale  ecc.     V.  tav.  XXV. 

Tipo  IO.  Altro  gotico  piccolo.  Le  capitali  hanno  general- 
mente doppii  tratti:  1'  O  e  il  Q  li  hanno  internamente,  e  così 
pure  il  P  e  r  N  (20  1.  =  61  mm.;  H.  63).    V.  tav.  XXV. 

Tipo  II.     Dubbio.     Non  sapremmo  indicarlo. 

Tipo  12.  Rotondo,  molto  simile  al  t.  4:  probabilmente  ne 
è  una  riproduzione  in  corpo  più  piccolo  (20  1.  =  io3  mm.; 
H.  105;  Qui).    V.  tav.  XXVI. 


Capitolo  VII. 

Jodoco  Hohenstein. 


Lo  SteifF,  già  citato,'^  notò  fin  dal  1886  che  nella  matri- 
cola dell'  Università  di  Heidelberg  s'  incontra  un  Jodocus 
Huwenstein  con  la  data  dell'  11  agosto  1457,  e  non  esitò  a 
identificarlo  col  tipografo  Jodoco  Hohenstein  o  Hauenstein. 
Egli  osserva  che,  nelle  soscrizioni  apposte  da  J.  H.  alle  sue 
stampe,  al  nome  Hoensteyn  è  aggiunta  1'  indicazione  dioe- 
ceseos  Spirensis,  ma  non  quella  della  sua  patria,  e  che 
questa  ultima  indicazione  manca  pure  nella  Matricola.  E  poiché 
è  assai  raro,  secondo  egli  afferma,  che  in  documenti  del 
secolo  XV  ad  un  nome  segua  la  sola  indicazione  della  diocesi 
senza  quella  della  patria,  tranne  quando  questo  nome  sia 
appunto  quello  della  patria,  ossia  quando  si  tratti  di  una 
famiglia  nobile,  lo  Steiff  è  indotto  a  credere,  in  questo  caso, 
che  Jodoco  o  doveva  appartenere  ad  una  delle  molte  nobili 
famiglie  Hohenstein,  il  che  non  dovrebbe  recar  meraviglia, 
o  doveva  essere  nato  in  un  paese  chiamato  Hohenstein.  Nel 
primo  caso  Jodoco,  essendo  della  diocesi  di  Spira,  ebbe,  pro- 
babilmente, origine  dagli  Hohenstein  del  Reno,  o  di  Alsazia, 
o  di  Svevia,  sebbene  sia  dubbio  che  quest'  ultima  famiglia 
esistesse  ancora  alla  fine  del  secolo  XV.  Ma  poiché  lo  scambio 
delle  forme  Hoensteyn  e  Hauensteyn  sembra  accennare  appunto 
all'  origine  sveva  del  nostro  tipografo,  lo  Steiff  crede  che, 
ove  si  dovesse  scartare  1'  ipotesi  che  Jodoco  fosse  un  rampollo 
degli  Hohenstein  di  Svevia,  si  dovrebbe  accettare  di  necessità 
r  altra,  che  cioè  Hohenstein  non  sia  che  il  nome  della  patria 
di  Jodoco.    E  allora  questi  sarebbe  nativo  del  villaggio  Hohen- 


1}  V.  Centralblatt  fiir  Bibliothcks wcsen,  III  (l886),  p.  255. 


Jodoco  Hohensteyn.  79 

Stein  posto  néll'  „Oberamtsbezirk"  di  Besigheim,  villaggio  che 
apparteneva  appunto  all'  antica  diocesi  di  Spira.  Molti  altri 
tipografi  furono  originarii  di  quella  contrada,  come  Nicola 
Kessler  di  Bottwar  e  Giovanni  Schaeffler. 

Altro  non  sappiamo  di  questo  maestro,  che  in  una  so- 
scrizione  vien  chiamato  vir  benignissimus,  se  non  che  era 
in  Napoli  nel  1475,  ^^^  quale  anno  (14  sett.)  finì  di  stampare 
il  Sacramentale  di  Stefano  di  Gaeta,  e  che  vi  era  tuttora 
neir  anno  seguente,  come  si  rileva  dalla  data  del  Barbazza 
(agosto  1476).  Quando  sia  venuto,  s'  ignora;  ma  è  molto  pro- 
babile che  egli  giungesse  in  Napoli  insieme  con  S.  Riessinger. 
Il  Giustiniani'^  riferisce  la  postilla  che  Domenico  Cotugno  lesse 
in  un  esemplare  del  Manilio,  da  lui  veduto  nella  Biblioteca 
Pubblica  di  Vienna,  lo  scrittore  della  quale  dice  di  aver  visto 
nella  Biblioteca  Civica  di  Strassburg  un'  edizione  di  Orazio 
stampata  in  Napoli  da  Jodoco  Hohenstein  nel  1471.  Ma  una 
tale  edizione,  per  quanto  ci  è  noto,  non  fu  mai  veduta  da 
alcun  altro  :  cosicché,  a  voler  credere  esatta  la  nota  scritta  nel 
Manilio,  bisognerebbe  supporre  che  1'  esemplare  della  Civica 
di  Strassburg  fosse  unico,  il  che  è  tutt'  altro  che  impossibile. 
Disgraziatamente  quella  Biblioteca  andò  distrutta  durante  il 
bombardamento  del  1870  insieme  coi  cataloghi:  talché  ora 
non  se  ne  sa  più  nulla.^^ 

L'  Hain  credette  di  poter  riferire  all'  anno  1480  1'  Egidio 
Colonna  stampato  da  J.  Hohenstein  senza  data  (Bibl.  152),  ma 
la  sua  non  è  che  una  congettura,  non  sappiamo  su  che  fon- 
data. E  però  molto  probabile  che  quel  maestro  Giusto  tedesco 
(Justo  theotonico)  che,  come  vedremo  più  innanzi,  ebbe  in 
fitto  nel  1483  i  caratteri  di  Domenico  Carafa  per  circa  otto 
mesi,  non  sia  altri  che  Giusto  Hauenstein.  Se  é  così,  questi 
sarebbe  rimasto  in  Napoli  almeno  fino  all'  estate  del  1484, 
giacché    il    contratto    di    locazione    dei    caratteri    fu    fatto    il 


1)  p.  95- 

2)  Dobbiamo  al  chiaro  Bibliotecario  sig.  Blumstein  questa  comunicazione. 
Egli  ha  avuto  la  bontà  di  aggiungere  che,  essendosi  dovuto  occupare  di  proposito 
delle  vicende  della  Biblioteca  Civica  di  Strassburg  con  l' intendimento  di  scriverne 
la  storia,  non  ha  mai  trovato  alcuna  notizia  di  questo  Orazio  del  1471. 


80  Capitolo  VII. 

19  dicembre  del  1483.  Ma,  secondo  un  documento  recente- 
mente pubblicato,'^  pare  che  egli  fosse  tuttavia  in  Napoli  nel 
i486,  giacche  ai  17  di  gennaio  di  quell'  anno,  per  i  suoi  grata, 
plurimum  fructuosa  et  accepta  servitia  fu  nominato,  a 
vita,  familiare  domestico  del  re. 

Più  tardi  Giusto  Hauenstein  si  trasferi  in  Gaeta.  E  lui 
certamente  quel  maestro  Justo  che  nel  1488  vi  stampò  i 
Dialoghi  di  S.  Gregorio,  perchè,  oltre  al  nome  Justo  che  si 
legge  nella  soscrizione,  questo  volume  reca  infine  le  iniziali 
J.  H.,  come  fu  già  notato  dal  sig.  T.  de  Marinis,-^  le  quali 
tolgono  ogni  dubbio  sulla  identità  dei  due  tipografi. 


Caratteri. 


J.  Hohcnstein  non  adoperò,  per  quanto  sappiamo,  che  due 
soli  caratteri,  uno  romano,  1'  altro  gotico. 

Il  carattere  romano  è  simile  a  quello  di  Arnaldo  da 
Bruxelles  (tipo  2),  ma  alquanto  più  piccolo  (20  1.  =  102  mm., 
Q/u;  Haebler  =  105)  e  un  poco  più  rozzo.  Usò  generalmente 
r  i  senza  il  punto.     V.  tav.  XXIX. 

II  carattere  gotico  è  molto  simile  al  tipo  5  di  M.  Moravo 
e  al  carattere  gotico  adoperato  più  tardi  da  Fr.  del  Tuppo; 
ma  se  ne  distingue  specialmente  per  il  corpo  che  è  più  grande 
(20  1.  =  86  mm.;  Haebler  87—88).     V.  tav.  XXX. 

È  inesatta  quindi  1'  affermazione  del  Giustiniani  (p.  160  e 
1 68)  che  i  tipi  gotici  di  J.  H.  siano  stati  poi  adoperati  da  F,  del 
Tuppo  nel  Paride  del  Pozzo  e  nell'  Esopo.  Il  carattere 
gotico  usato  dal  Del  Tuppo  nel  Paride  del  Pozzo,  nella 
Cronaca  di  Partenopc,  nel  Columbre  e  in  altre  stampe  è 
molto  simigliante,  ma  di  corpo  più  piccolo  (20  1.  =  83 — 84  mm.). 


1)  De  Mnrinis,  Calalopo  n"  VI,  p.  XII— Xlll.     V.  doc.  XVI. 

2)  Bibliofilia,  IV,  257. 


Capitolo  Vili. 

Enrico  Alding  e  Pellegrino  Bermentlo. 


Narra  Giovan  Pietro  Apulo,  in  una  nota  apposta  in  fine 
alle  Costituzioni  del  Regno  di  Sicilia  da  lui  pubblicate  in 
Messina  nel  1497,  che  ventisei  anni  prima,  cioè  nel  147 1,  uno 
stampatore  di  nome  Enrico,  allectus  magna  spe  lucri, 
si  parti  da  Roma  coi  suoi  operai  e  si  condusse  in  Catania  per 
pubblicarvi  con  le  stampe  le  stesse  Costituzioni,  ma  che  non 
riuscì  a  far  nulla,  e  di  lì  a  poco  si  ridusse  a  Messina,  territus 
tanto  chao.')  Questo  stampatore,  come  generalmente  si  crede, 
non  era  che  Enrico  Alding. 

Il  Giustiniani-^  si  credette  in  dovere  di  mettere  in  dubbio 
i  fatti  narrati  dall'  Apulo.  Egli  osservò  che  1'  Alding  non 
tenne  stamperia  in  Roma  prima  del  1471  e  che  non  si  conosce 
alcun  libro  impresso  in  Catania  nel  1471.3^  Ma  la  testimonianza 
di  P.  Apulo  a  noi  pare  degna  di  fede,  sia  perchè  di  un  con- 
temporaneo, sia  perchè  è  espressa  in  un  modo  così  preciso 
e  con  tali  circostanze  e  particolari  di  fatto  che  non  lascia 
luogo  ad  alcun  dubbio  ragionevole.  E  ognun  vede  che  le 
obiezioni  del  Giustiniani  non  hanno  alcun  valore.  L'  Alding 
ben  poteva  trovarsi  in  Roma  come  artefice  in  una  tipografia 
diretta  da  altri,   da  cui  si  sarà  poi  voluto  separare  per  metter 


1)  „Nam  qum  primum  ad  istud  opus,  iam  sunt  anni  sex  et  viginti,  . . .  im- 
pressor  Henricus  nomine  cum  operariis  ab  urbe  Roma  Cathanam  venit  allectus 
magna  spe  lucri  . . .  Messanam  divertit,  territus  tanto  chao.  (Regalium  Constitu- 
tionum  liber.  Messanae,  1497). 

2)  Op.  cit.,  p.  138. 

3)  «Quali  saranno  i  monumenti  tipografici  di  Catania  per  poter  sostenere 
di  aver  abbracciata  nel  suo  seno  l'arte  della  stampa  circa  il  1471?"  (Ivi). 

Fava  e  Bresciano,   La  stampa  in  Napoli.     I.  6 


82  Capitolo   Vili. 

SU  una  propria  tipografia,  come  fecero  tanti  altri  tipografi. 
Né  r  Apulo  dice  che  1'  Alding  stampasse  in  Catania:  anzi 
dalle  sue  parole  si  rileva  chiaramente  che  si  partì  senza 
potervi  pubblicare  1'  opera  che  si  era  proposto  di  divulgare 
con  la  stampa. 

Enrico  Alding  del  resto  non  avrebbe  avuto  tutti  i  torti 
nel  concepire  la  speranza  di  un  buon  guadagno  con  1'  intro- 
duzione della  stampa  in  Catania,  che  era  sede  di  uno  studio, 
r  unico  che  allora  fosse  in  Sicilia.  Invece  di  fermarsi  a 
Napoli,  dove  già  Sisto  Riessinger  e  forse  anche  Arnaldo  da 
Bruxelles  avevano  fiorenti  tipografie,  1'  Alding  faceva  bene  a 
recarsi  in  Sicilia,  dove  nessun  altro  tipografo  era  ancora  com- 
parso a  portarvi  l' arte  meravigliosa.  Se  scelse  Catania  si 
spiega  facilmente,  perchè  un  libraio  aveva  tutte  le  ragioni 
per  preferire  una  città  che  era  la  sede  del  Siculorum 
Gymnasium,  da  non  molti  anni  fondato  da  Alfonso  il 
Magnanimo:  uno  studio,  coi  suoi  lettori  e  coi  suoi  scolari, 
doveva  offrirgli  molte  probabilità  di  successo.  Egli  non  riuscì 
nel  suo  intento,  forse  perchè,  com'  ebbe  a  notare  il  Sabbadini,'' 
r  ordinare  le  Costituzioni  in  un  corpo  sistematico  era  un'  im- 
presa lunga  e  non  molto  agevole,  a  cui  solo  potevano  riuscire 
uomini  collocati  in  alto  grado  per  dignità  e  intelligenza,  quali 
furono  i  viceré  Durrea,  d'  Acugna  e  La  Nuza. 

Da  Catania  adunque  l' Alding  si  condusse  in  Messina, 
secondo  1'  Apulo.  Se  vi  si  fermasse  e  vi  stampasse  qualche 
libro  non  possiamo  dire  con  sicurezza:  non  si  conoscono  edi- 
zioni da  lui  eseguite  in  Messina  prima  del  1478,  giacché 
r  edizione  della  Vita  di  S.  Girolamo  del  1473,  come  a  tutti  è 
noto  e  con  buona  pace  del  chiaro  prof.  Gaetano  Oliva,  il  quale 
recentemente  ha  creduto  di  dover  tornare  su  questa  che  egli 
crede  ed  afferma  sia  ancora  una  questione,'^  non  è  mai  esistita; 


l)  Storia  documentala  dell'Università  di  Catania.   P.  I  (1898),  p. 39- 
3)  Ci  sia  permessa  una  breve  divagazione,  affinchè  non  appaia  ingiustificato 
il  nostro  giudizio. 

L'  Oliva  crede  che  si  possa  ancora  far  questione  del  primato  nell'  intro- 
duzione della  slampa  fra  Palermo  e  Messina  ammettendo  1'  esistenza  di  un'  edizione 
della    Vita    di    S.Girolamo  fatta  a  Messina  nel   1473,  e  crede  che  la  questione 


Enrico  Alding  e  Pellegrino  Bermentlo.  83 

e  r  edizione  senza  data  delle  Epistole  di  Falaride  (H.  12887) 
è  impressa  coi  caratteri  della  Vita  di  S.  Girolamo  del  1478, 
e  deve  quindi  riferirsi  allo  stesso  anno  o  a  qualche  anno  dopo. 


„per  tanto  tempo  insoluta  per  mancanza  del  libro  controverso"  continuerà  a 
rimanere  insoluta.  Ma,  lasciando  da  parte  le  argomentazioni  e  i  ragionamenti 
ispirati  all'  A.  dall'  amore  per  la  sua  nobile  città  natale,  ci  permettiamo  di  osservare 
che  nessun  fatto  nuovo  da  lui  si  adduce.  Un  solo  argomento,  desunto  da  un'  osser- 
vazione di  fatto,  potrebbe  avere  molto  peso,  e  perciò  merita  di  essere  brevemente 
discusso. 

Poiché  il  solo  che  attesti  di  aver  veduto  1'  edizione  del  1473,  con  la  data 
del  15  aprile  (Hain  n.  8638),  è  il  Vinci,  a  cui  risalgono  tutte  le  indicazioni  che  i 
bibliografi  ne  danno,  1'  Oliva  ha  voluto  trovargli  un  compagno  autorevole  nel 
Denis,  ed  ha  fatto  notare  che  anche  questi  la  vide.  Il  Vinci,  osserva  1'  O.,  non 
riporta  il  titolo  del  libro  e  il  Denis  invece  lo  riporta:  è  chiaro  quindi  che  il 
Denis  non  si  limitò  a  riprodurre  semplicemente  la  descrizione  sommaria  del  Vinci 
da  lui  citato,  senz'aver  mai  veduto  il  libro,  ma  che  descrisse  questo  sopra 
un  esemplare  che  ebbe  sotto  gli  occhi.  Inoltre  il  Denis  nella  descrizione  è  molto 
più  esatto  del  Vinci,  e  aggiunge  delle  indicazioni  non  date  da  lui;  il  che  non 
avrebbe  potuto  fare  senz'aver  presente  il  libro. 

Ora  tutto  questo  è  perfettamente  esatto:  il  Denis  vide,  senza  dubbio, 
1'  edizione  . , .  che  descrisse.  Ciò  è  attestato  da  un'  altra  circostanza  che  1'  O. 
non  ha  rilevato.  Il  Denis  cita  lo  Schiavo,  ma  alla  abb'^eviatura  Sic.  II,  p.  4,  che 
indica  appunto  quest'opera,  fa  precedere  1' altra  A  m.,  la  quale  significa,  com'egli 
stesso  ci  fa  sapere:  Amici  privati  qui  quasdam  editiones  inspiciendas 
benevole  praebuere.  È  chiaro  perciò  che  egli  ebbe  sotto  gli  occhi  il  volume. 
Però  è  chiaro  egualmente  che  il  titolo  dato  dal  Denis  è  proprio  quello  dell'  edizione 
del  1478,  e  che  tutte  le  altre  indicazioni  da  lui  aggiunte  convengono  perfettamente 
all'  edizione  medesima.  Dunque  si  deve  concludere  che  egli  vide  un  esemplare  di 
un'edizione,  diremo  così,  della  Vita  di  S.Girolamo,  che  è  perfettamente  simile 
a  quella  del  1478,  anche  nella  soscrizione  che  corrisponde  parola  a  parola  con 
quella  dell'  edizione  del  1478,  come  può  constatare  chiunque  voglia  confrontare 
1'  edizione  stessa  con  la  descrizione  data  dal  Denis:  la  data  del  mese  e,  si  noti 
bene,  del  giorno  coincidono  appuntino,  perchè  1'  edizione  del  1478  ha  proprio 
la  data  del  15  aprile  (non  del  14  come  erroneamente  pongono  alcuni):  l'anno, 
solamente  1'  anno  differisce,  perche  il  Denis  legge   1473. 

Allora  delle  due  1'  una:  o  mastro  Rigo  ha  eseguito  in  Messina  nel  1473 
un'  edizione  della  Vita  di  S.  Girolamo  perfettamente  simile  a  quella  del  1478, 
e  1'  ha  finita  di  stampare  nello  stesso  mese  e  nello  stesso  giorno  in  cui  cinque 
anni  dopo  finì  di  stampare  la  seconda,  o  si  è  sbagliato  anche  il  Denis  nel  leggere 
l'anno.  Questo  pare  quasi  impossibile  all' O.,  che  non  vorrebbe,  com' ei  dice, 
essere  messo  „nella  poco  edificante  condizione  di  dover  aggiungere  al  Vinci  un 
altro   autore   che   s'  ingannò   nel   trascrivere    quest'  opera".     Ma   a   chi  non  voglia 

6* 


84  Capitolo  Vili. 

Nel  1474  r  Alding  era  già  in  Napoli.  La  sua  presenza  a 
Napoli  nel  detto  anno  è  attestata  da  un  documento  inedito 
dell'  II  luglio  1474,  che  riproduciamo  integralmente.'^  Esso 
concerne  la  nomina  di  un  procuratore  in  persona  di  un  certo 
Belardino  de  Albasio,  fatta  da  un  herricus  theotonicus 
oppressator  librorum  che,  se  non  andiamo  errati,  non  può 
essere  altri  se  non  mastro  Rigo  d'  alamania,  come  1'  Alding 
volle  talvolta  chiamarsi. 

A  Napoli,  in  società  con  Pellegrino  Bermentlo,  pubblicò 
nel  1476  il  Salterio,  e  vi  rimase  per  tutto  1'  anno  seguente, 
ma  nel  1478  era  di  nuovo  in  Messina,  dove  il  15  di  aprile 
finiva  di  stampare  la  Vita  di  S.  Girolamo.  Era  ancora  in 
Messina  il  31  maggio  1480,  ne  altro  sappiamo  di  lui. 


riporre  una  cieca  ed  ostinata  fiducia  nell'  autorità  di  un  uomo  senza  dubbio  dotto 
e  competente  quale  fu  il  Denis,  ma  certo  non  infallibile,  non  sembrerà  strano  che 
questi,  sotto  l'impressione  della  notiria,  letta  nelle  Memorie  dello  SchiaTo,  del- 
l'esistenza di  un'edizione  del  1473,  quando  gli  capitò  nelle  mani  la  stampa 
messinese,  non  si  sia  accorto  dello  sbaglio  commesso  da  chi  prima  di  lui  1'  aveva 
descritta.  Anzi,  aggiungeremo,  non  era  facile  che  se  ne  accorgesse,  perchè  la  cifra  8 
della  data,  male  impressa  perchè  mal  fatta  e  logora,  sembra  davvero,  a  prima 
giunta,  piuttosto  un  3  che  un  8,  e  solo  il  confronto  coi  molti  3  e  8  che  s'in- 
contrano neir  indice  della  stessa  stampa  mostra  chiaramente  che  non  può  essere 
un  3.  Né  il  Denis  conosceva,  si  noti  bene,  1'  esistenza  di  un'edizione  del  1478 
ovvero,  dicasi  pure,  da  altri  riferita  al  1478,  della  quale  non  si  trova  notizia  né 
nella  sua  opera,  né  negli  annali  del  Maitlaire,  di  cui  quella  è  supplemento:  se 
r  avesse  conosciuta,  si  sarebbe  facilmente  accorto  dell'  errore. 

Né  vale  osservare  che  anche  il  Panzer  e  1'  Hain  citano  un'  edizione  del 
1473,  e  per  giunta  ne  riferiscono  la  data  in  cifre  romane,  perchè  è  evidente  che, 
ammessa  1'  esistenza  dell'  edizione  del  1473,  se  la  data  di  questa  fosse  stata  real- 
mente espressa  in  cifre  romane,  il  Denis  non  si  sarebbe  certamente  permesso 
d'  indicarla  in  cifre  arabe,  dopo  di  averne  avuto  sotto  gli  occhi  un  esemplare.  Dun- 
que il  Denis  non  vide  che  1'  edizione  del  1478,  con  la  data  del  15  aprile:  non 
resta  quindi  a  chi  voglia  ancora  sostenere  1'  esistenza  di  un'  edizione  del  1473 
con  la  data  dello  stesso  mese  e  giorno  che  la  sola  testimonianza  del  Vinci, 
testimonianza  che,  con  buona  pace  del  prof.  Oliva,  pare  anche  a  noi  molto  di- 
scutibile. 

Cfr.  Oliva,  L'  arte  della  stampa  in  Messina  (Messina,  1901,  in  S»,  e 
nell'Archivio   storico   Messinese,  I,  p.  9  e  segg.). 

1)  V.  doc.  IX. 


Enrico  Alding  e  Pellegrino  Bermentlo.  85 

Del  SUO  socio  Pellegrino  Bermentlo  o  Barmentloe  sappiamo 
solo  che  era  di  Hasselt/^  e  che  alcuni  anni  dopo  la  società 
con  r  Alding  ebbe  una  propria  tipografia  in  quella  città.  Vi 
stampò  dal  1480  al  1481  e  dal  1488  al  1490  varie  edizioni  che 
furono  descritte  dal  Campbell.  Nessuna  di  esse  però  reca  il 
suo  nome  :  solo  alcune  hanno  le  iniziali  P.  B, 


Caratteri. 

Tipo  I.  Romano  piccolo  simile  al  tipo  4  di  S.  Riessinger 
(20  1.  =  94  mm.;  Haebler  96 — 97;  Qu/,  raramente  Q/u).  Pare 
lo  stesso  tipo  usato  a  Messina  nel  1478.  L'  h  è  diversa  e 
forse  il  T.    V.  tav.  XXXI. 

Tipo  2.  Gotico,  con  maiuscole  di  forma  tipica,  che  vor- 
remmo dire  dentata  (p.  e.  1'  H,  1'  S  ecc.;  il  C  è  composto 
di  due  curve;  8  1.  =  e.  37  mm.).  Fu  usato  pure  a  Messina. 
V.  tav.  XXXII. 


l)  Campbell,  Annales  de  la  typographie  néerlandaise  au 
XVe  siècle  (La  Ilaye,  M.  Nijhoff,  1874,  p.  523).  Per  la  patria  di  P.  Bar- 
mentloe si  vegga  il  n.  824  a  p.  226.     Cfr.  pure  Procter,  n.  9154 — 9156. 


Capitolo  IX. 

Corrado  Guldenmund. 


Corrado  Guldenmund  fu  di  Nùmberg,  come  si  rileva 
dalla  soscrizione  del  suo  Me  su  e  (Bibl.  i6o).  Egli  dovette, 
come  nota  il  Giustiniani,''  cominciare  a  stampare  nel  1477, 
giacché  ai  3  di  gennaio  del  1478  era  già  terminata  l' impressione 
di  quest'  opera. 

Nel  marzo  successivo  pubblicò  il  Cleofilo  a  spese  di 
Basilio  di  Argentina  (Bibl.  161),  né  si  conoscono  altre  edizioni 
che  rechino  il  suo  nome. 

Nel  1481  lo  troviamo  testimone  nel  contratto  di  società 
fra  Domenico  Carafa  e  i  due  tipografi  Giovanni  Steingamer 
e  Werner  Raptor.^' 

Era  ancora  in  Napoli  nel  1487,  giacché  ai  17  maggio  di 
queir  anno  gli  furono  pagati  dalla  Corte  un  ducato  e  4  tari 
per  alcune  cerniere  di  ottone.^' 

Nel  luglio  1500  troviamo  ancora  in  Napoli  un  maestro 
Corrado  teotonico,  che,  secondo  ogni  probabilità,  è  il  Gulden- 
mund, il  quale  ha  una  controversia  con  un  certo  Paride  de 
Violante  a  causa  del  nolo  di  una  mula,  datagli  in  fitto  da 
costui,*^  probabilmente   per   1'  esercizio   del  commercio  librario. 


1)  Op.  cit.,  p.  141. 

2)  Prot.  di  e.  Malfitano,  a.  1481,  a  e.  273.     V.  documcDlo  XI. 

3)  „Adi  XVII  de  magio  1487  innapoli  a  mastro  Corrado  todesto  stampa- 
tore vno  ducato  et  quattro  Ir.  e  sonno  per  lo  prezo  de  otto  Jarncrc  dattone". 
(Ced.  Tes.  voi.  123,  e.  152.) 

4)  Compromissum  Magistri  Corradi  teotonici.  La  controversia  con 
Paride  de  Violante  era  super  alogerio  cuiusdam  mule  per  dictum  paridem 
logatam  cidem  Corrado.  Ha  la  data  5  luglio  II  Ind.  [1500]  (l'rot.  di  Aniello 
Summonte    15CO — 1504,  a  e.  233). 


Corrado  Guldenmund.  87 

A  C.  Guldenmund  va  con  molta  probabilità  riferita  qualcuna 
delle  edizioni  impresse  a  Napoli,  senza  nome  di  stampatore, 
dal  1478  al  1483.  Tuttavia,  poiché  è  sommamente  difficile  il 
distinguere  fra  caratteri  romani  simili  e  dello  stesso  corpo 
senza  un  minuto  e  paziente  esame,  che  non  sempre  è  possibile 
fare,  abbiamo  preferito  di  classificare  fra  le  edizioni  di  stam- 
patori incerti  anche  quelle  che  a  noi  parevano  potersi  assegnare 
al  G.,  come  il  Perotti  del  1478  e  il  Terenzio  del  1481 
(Bibl.  201  e  202). 


Caratteri. 


Corrado  Guldenmund  uso  una  sola  forma  di  carattere 
romano,  simile  al  secondo  tipo  romano  di  M.  Moravo  e  più 
ancora  al  carattere  di  F.  di  Dino  (20  1.  =  iii — 12  mm.; 
Haebler  115;  Qu/).  Usò  i  punti  triangolari  e  per  1'  et  i  segni 
&  e  2.  Nel  Mesue  si  notano  anche  dei  segni  particolari 
affatto  simili  a  quelli  che  si  vedono  adoperati  nei  manoscritti 
ad  indicare  la  dramma  e  lo  scrupolo. 

V.  tav.  XXXIII. 


Capitolo  X. 

Nicola  Jacopo  de  Luciferis 
e  Giovanni  Adamo   di  Polonia. 


Il  nome  di  Nicola  Jacopo  de  Luciferis  s'  incontra  molto 
spesso  negli  atti  notarili  dal  1470  al  1499.'^  Un  documento 
del  21  giugno  1478  lo  dice  napoletano  e  regio  scriba,^*  e  un 
altro  documento  del  4  novembre  1480,  in  cui  è  detto  pure 
napoletano,  lo  qualifica  Sacri  Regii  Consilii  Scriba.  Ma 
in  un  istrumento  di  data  più  antica  (del  18  nov.  1469)  è  detto 
nativo  di  San  Severo  e  dimorante  in  Napoli  (de  Sancto 
Severo  habitatoris  Neapolis).^)  Ciò  è  pure  confermato  da 
una  litera  passus  del  14  maggio  1484  spedita  ad  istanza  di 
lui,  perchè  fosse  permesso  il  libero  transito  di  un  paio  di  buoi 
da  S.  Severo  a  Napoli,  che  dovevano  servire  per  un  suo 
podere/^  E  da  credere,  quindi,  che  dopo  lunga  dimora  otte- 
nesse, come  si  sa  di  altri  tipografi,  la  cittadinanza  napoletana. 

Dallo  stesso  documento  si  rileva  che  nel  novembre  1469 
aveva  già  in  moglie  Renzella  de  Palmcrio,  la  quale  è  pure 
nominata  nell'  altro  documento  del  4  nov.  1480,  citato  più 
sopra.5> 


1)  Prot.  di  n.  Fr.  Basso,  1471  (e.  s.  n.),  C.  Malfitano,  1477 — 78,  ce.  7 a,  9  a, 
aSa,  1481 — 82,  cc.Jjb,  I03a,  1141,  I5ia.  1482—83,  ce.  7»  e  28a,  46a,  473, 
48b,  93,  1483—84,  ce.  287  e  296b,  1485—86,  e.  28 a,  1489—90,  ce.  26a  <•  265 b, 
1495 — 96,  ce.  197  e  237b;  Prot.  di  M.irino  di  Fiore,   1477 — 78,  e.  llb  e  XVI  a. 

2)  Prot.  di  n.  Fr.  Basso,  1478,  ce.  36b,  373  (2a  numeraz.). 

3)  Prot.  di  Petruccio   Pisano,  a.  1469 — 70  (e.  n.  n.). 

4)  Privileg.  Summ.  voi.  53,  e.  i64b  (Vedi  documento  XV). 

5)  Prot.  di  C.  Malfitano,  a  1480— 81,  e.  37b;  e  Prot.  di  Petruccio  Pisano, 
1469—70  (e.  s.  n.). 


Nicola  Jacopo  de  Liiciferis  e  Giovanni  Adamo  di  Polonia  89 

Ebbe  una  figliuola,  Maddalena,  che  nel  1487  si  maritò 
ad  un  Marco  Antonio  Cotugno/^  Nel  detto  anno  il  De  Luci- 
feris  era  già  Mastrodatti  del  S.  R.  C.'^ 

Ai  27  di  gennaio  del  1470  comprò  da  un  tal  Parusio 
Cimitino  di  Marano  20  moggia  di  una  terra  „in  pertinentiis 
diete  ville"  (di  Marano)  per  la  somma  di  200  ducati.^^ 

Il  14  settembre  1499  e  il  13  gennaio  1500  lo  troviamo 
testimone  in  due  contratti.^^  Era  ancora  vivente  il  22  no- 
vembre 1500.^) 

Neil'  agosto  del  1478,  quando  era  ancora  scriba  regio, 
strinse  società  per  la  durata  di  un  anno  col  tipografo  maestro 
Giovanni  Adamo  di  Polonia  e  col  libraio  veneto  Nicolò  di 
Benedetto  per  esercitare  la  tipografia  con  strumenti  e  caratteri 
di  sua  proprietà.  I  patti  di  questa  società,  espressi  in  lingua 
volgare  e  contenenti  curiosi  particolari,  si  leggono  in  un  ine- 
dito istrumento  del  4  agosto  1478,  che  riproduciamo  integral- 
mente in  fine.'*) 

Del  tipografo  Giovanni  Adamo  di  Polonia  non  abbiamo 
trovato  alcun'  altra  notizia  nelle  carte  del  tempo.  Giova 
però  far  notare  che  il  nostro  Giovanni  Adamo  non  può  identi- 
ficarsi con  Adamo  Rotwyl,  come  ha  fatto  il  Fumagalli.^)  Il 
Rotwyl  negli  anni  1477  ^  ^478  stampava  in  Venezia,  mentre 
Giovanni  Adamo  finiva  di  stampare  il  Confessionale  al 
I.  febbraio  1478  e  ai  4  di  agosto  dello  stesso  anno  stipulava 
il  contratto  con  N.  J.  de  Luciferis.  E  attestata  invece  la 
presenza  di  A.  Rotwyl  a  Venezia  nei  due  anni  predetti  dalle 
date  di  alcune  sue  edizioni  (4  luglio  e  12  agosto  1477  e 
27  giugno  e  IO  sett.  1478).  Non  pare  che  Giovanni  Adamo 
di  Polonia  abbia  stampato  altrove. 


1)  Prot.   di    Pietro    Paolo    Velticanio,    a.  1487    (e.  s.  n.).     Vi    si   leggono  i 
pacta  matrimonii.     Il  D.  L.  è  detto  notare. 

2)  Empcio   terre   prò  nobili  Nicolao  Jacobo  de  licifaris  (Prot.  di 
n.  Paolino  de  Golino,  a.  1469 — 71,  e.  51  a). 

3)  Prot.  di  C.  Malfitano,  1499— 1500,  e.  25.   Prot.  di  Vincenzo  De  Summonte, 
a.  1500,  e.  9b. 

4)  V.  documento  X. 

5)  Lexicon  typographicum,  p.  255. 


QO  Capitolo  X. 

Dell'  altro  socio,  Nicolò  di  Benedetto  libraio  veneto.,  non 
abbiamo  trovato  alcuna  notizia  nelle  carte  del  tempo. 

La  società  esisteva,  di  fatto  almeno,  anche  prima  della 
stipulazione  del  contratto.'^ 

Frutto  della  società  furono  il  Confessionale  volgare  di 
S.  Antonino  (Bibl.  162),  pubblicato  prima  del  contratto,  e  il 
Salterio  stampato  nello  stesso  anno  e  con  gli  stessi  caratteri 
(Bibl.  163). 


Caratteri. 


Usarono  questi  tipografi  un  solo  carattere  romano  non  molto 
grande  (20!.=  103  mm.;  Haebler  106  — 107;  Qui).  Caratte- 
ristico è  r  &  col  tratto  superiore  assai  alto.     V.  tav.  XXXIV. 


I)  V.  la  coscrizione  del  S.  Antonino  (Bibl.  Ib2;  e  il  documento  X. 


Capitolo  XI. 

Domenico  Carafa  e  i  tipografi  minori. 


Sommario  :  I.  Domenico  Carafa  e  i  suoi  due  sodi.  —  II.  Giovanni 
Steingamer.  —  III.  Werner  Raptor  e  1'  edizione  del  1478  delle 
Rivelazioni  di  S.  Caterina.  —  IV.  Corrado  Bonebach.  — 
V.  Bernardo  di  Dacia.  —  VI.  Basilio  di  Argentina.  — 
VII.    Simone  di  Freiberg. 

I.  Furono  genitori  di  Domenico  Carafa  Giovanni  Antonio 
Carafa  e  Caterina  d'  Acaia. 

Il  nome  di  Giovanni  Antonio  Carafa,  milite  e  dottore  in 
utroque,  comparisce  in  molti  istrumenti  notarili  degli  anni 
1478,  82,  83,  84,  86,  88,  89,  91,  92,  94,  96,  97  e  1511.'^  In  un 
documento  del  30  sett.  i486  è  nominato  Domenico  Carafa,  suo 
primogenito.^^ 

Ebbe  in  moglie  Caterina  della  chaya  (d' Acaia)  ed 
ebbe,  oltre  Domenico,  una  figliuola  di  nome  Lamia,  che  maritò 
nel  1457  a  Giovanni  Sanframonti.^^ 

Il  15  febbraio  151 1  lo  troviamo  come  testimone  nei 
capitoli  matrimoniali  tra  Pirro  Antonio  Carafa  e  Laura  di 
Bindo  dei  Tolomei.'*^ 

Domenico  Carafa  fu  musico  della  Corte  Aragonese  per 
parecchi   anni,   con   la  pensione   di  io  ducati    al  mese.     Nelle 


1)  Prot.  di  M.  di  Fiore,  1477 — 78,  e.  ólb;  Proi.  F.  Russo,  1481 — 82, 
e.  I29b;  1482 — 83,  e.  208b;  1488,  e.  56b;  Prot.  C.  Malfitano,  1483—84,  e.  144  e 
e.  246;  i486 — 87,  e.  iib;  1488-89,  e.  128;  1490—91,  e.  385;  1491 — 92,  e.  232b: 
1493 — 94,  e.  3603;   1495 — 96,  e.  2753;  e  Prot.  di  G.  Maiorano,   1497 — 98,  e.  5. 

2)  Prot.  di  C.  Malfitano,   i486 — 87,  e.  iib. 

3)  Capitoli  matrimon.  rogati   da  G.  Ferrillo,  e.  109. 

4)  Capit.  matrim.  rog.  da  C.  Malfitano,  voi.  2'. 


Q2  Capitolo  XI. 

Cedole  si  trovano  notati  moltissimi  pagamenti  a  lui  fatti  dal 
1469  al  1474.'^ 

Il  nome  di  Domenico  Carafa  s'  incontra  frequentemente 
negli  atti  notarili  degli  anni  1474,  76,  78,  82,  87,  89,  91,  92,  93,  97, 
98  e  1501.'^  Parecchi  di  questi  atti  sono  contratti  di  società  da 
lui  conclusi,  in  diversi  tempi,  per  1'  esercizio  di  varie  industrie. 

Sposò  Lucrezia  Saraceno,  dalla  quale  ebbe  un  figlio  di 
nome  Vincenzo.^^ 

Nel  1477  ebbe  in  vendita,  per  concessione  regia,  100  ducati 
all'  anno  sugli  introiti  e  diritti  della  Dogana  di  Napoli,^>  della 
quale  concessione  godeva  ancora  nel  i5o8.5> 

Era  vivente  ancora  nel  15 17,  perchè  il  7  genn.  di  quel- 
r  anno  figura  come  teste  in  un  atto  notarile.^> 

1)  Ai  24  aprile  1469:  „A.  Minicho  carraffa  musich  qui  segueix(?)  lo  Sor  R. 
X  due.  son  per  la  provisio  sua  de  him  mes"  (Ced.  Tes.  Ar.  voi.  50,  e.  2973).  Altri 
pagamenti  simili  sono  notati  ai  IO  luglio,  7  agosto,  13  selt.,  IO  ott.  e  9  die.  dello 
stesso  anno  (C.  v.  51,  e.  90a,  1461-,  2283,  2833,  4191);  e  da  genn.  a  giugno  1470 
(C.  V.  53,  e.  1503,  1793,  2483,  30Ób,  371  b,  445be  V.  55,  e.  4543).  Ai  12  genn.  1471: 
„A  Minico  earraffa  musieh  XXXVIII  due.  ij  tr.  son  a  compliment  de  XXXX  due. 
per  una  ter^a  de  sa  provisio"  (C.  v.  56,  e.  120 a);  e  ai  26  genn.  1473:  „a  Dominico 
caraffa  musich  de  casa  del  Senyor  Rey  a  compliment  de  la  ter^a  sua  fini  en  de- 
hembre  ppassat  .  .  .  xviiij  d.  i  t."  (C.  v.  62,  e.  1743).  La  stessa  spesa  trovasi  notata 
ai  IO  maggio,  30  luglio  e  15  nov.  dello  slesso  anno  (C.  v.  62,  e.  3903  e  v.  63, 
e.  I97b,  3833,  4963).     Per  l'anno  1474  vedi  il  volume  66,  e.  1903,    30ib,  3l2b. 

2)  Prot.  F.  Russo,  1473—75,  e.  873;  Prot.  C.  Malfitsno,  1476—78,  e.  I3b, 
493,  76b;  1481— 82,  e.  207b  e  205b;  i486— 87,  e.  2l2b;  1489— 90,  e.  137; 
1490—91,  e.  416;  1491—92,  e.  6,  ioa,  59b,  1483  e  216;  1492— 93i  e.  4ib,  52, 
129  e  133;  1496—97,  e.  igib,  276b;  1497—98,  e. 673  e  I26b;  1500— 1501, 
e.  203b;  Prot.  G.  M3Jorano,  1501 — 1502,  e.  663b.  Una  „empcio  serve  prò  mag." 
dominico  Carrafa"  è  nel  Prot.  di  C.  Malfitano,  1486—87,  e.  2l2b— 2133.  Vedi 
per  altri  contratti  di  società  fatti  dal  Car3fa  il  Prot.  stesso,  I492 — 93,  e.  133, 
5ib,  1293,  1333. 

3)  Aldim3ri  Hist.  gencal.  d.  r3m.  C3r3fa,  lib.  II,  p.  22. 

4)  Sommar.  Esecutor.  voi.  7,  e.  151. 

5)  (8  die.  1508)  „a  Domenico  Carrafa  gentilhuomo  in  napoli  8d.  t.  13  gr. 
gli  competeano  per  la  mes3ta  di  febbraio  in  conto  di  100  due.  annui  sopra  la 
dogsna  e  maggior  fondaco  della  città  di  Napoli"  (Ced.  v.  185,  e.  82 b). 

6)  Prot.  di  Giov.  Vine.  de  Elcela,  1516— 17,  e.  I35b.  V.  Bresciano,  G.  Di 
tre  sconosciuti  tipografi  (napoletano  l'uno,  tedeschi  gli  altri)  dimoranti  in  Napoli 
etc.  (Sammlung  bibliothekswisscnschaftlicher  Arbeiten  her.  von  K.  Dziatzko,  Hcft  14, 
P-  13—33)- 


Domenico  Carafa  e  i  tipografi  minori.  93 

Nella  storia  della  tipografia  napoletana  Domenico  Carafa 
ha  una  parte  importante.  Anch'  egli  fu  un  tipografo,  non  nel 
senso  tecnico  della  parola,  perchè  non  è  a  credere  che  lavorasse 
egli  stesso  da  tipografo,  come  Sisto  Riessinger  o  come  Mattia 
Moravo,  ma  perchè  fu  certamente  proprietario  di  officine  tipo- 
grafiche, nelle  quali  fece  stampare,  per  suo  conto,  da  artefici 
tedeschi,  e  di  strumenti  tipografici,  che  dava  talora  in  fitto. 

Nel  1481  (29  ottobre)  si  unì  in  società  con  due  tipografi 
tedeschi,  Giovanni  Steingamer  e  Werner  Raptor,  per  la  durata 
di  un  anno  e  mezzo,  obbligandosi  a  dare  ai  due  artefici  1'  uso 
dell'  abitazione,  del  letto,  del  torchio  e  dei  caratteri,  come  pure 
a  fornire  la  carta  necessaria  per  la  stampa  e  a  sostenere  la 
terza  parte  delle  spese.  Le  altre  condizioni  della  società  furono: 
che  i  caratteri  dovessero  avere  il  peso  di  47  rotola;  che,  dedotti 
il  capitale  e  le  spese,  il  lucro  si  dividesse  in  tre  parti  uguali 
fra  Domenico  Carafa,  Giovanni  Steingamer  e  Werner  Raptor, 
come  pure  che  i  possibili  danni  dovessero  sopportarsi  in  eguali 
proporzioni;  che  si  potessero  assumere  altri  lavoratori,  ove 
occorresse,  e  che,  scoppiando  qualche  pestilenza  in  Napoli,  i 
due  tedeschi  potessero  allontanarsi  e  poi  tornare  nella  società 
e  rimanervi  fino  al  termine  stabilito. 

Il  testo  di  questo  contratto  è  dato  da  noi  integralmente 
altrove.')  E  un  documento  assai  importante,  perchè  ci  fa 
conoscere  i  nomi  di  due  artefici  altrimenti  ignoti  (solo  il  Raptor 
era  noto  a  qualcuno,  ma  non  si  sapeva  che  avesse  stampato 
in  Napoli)  e  varii  curiosi  particolari  relativi  alle  imprese  tipo- 
grafiche. Da  esso  rileviamo  pure  che  Domenico  Carafa  aveva 
già  prima  del  1481  fatto  stampare  altri  libri,  di  uno  dei  quali 
sappiamo  anche  il  titolo:  gli  Evangeli.    Infatti  egli  si  obbligò 


i)  V.  documento  XI.  Questo  documento  aveva  fin  dal  XVII  secolo  richia- 
mato l' attenzione  dei  nostri  eruditi.  È  indicato  dal  Tutini  nei  suoi  „Notamenti 
di  diversi  antichi  Notari  del  Regno  e  di  molte  cose  cavate  dalli  loro  Protocolli". 
(Ms.  della  Biblioteca  Brancacciana  IV.  B.  15:  e.  194 — 207),  e  nei  varii  mss.  dei 
Notamenti  dell' Afeltro.  —  È  stato  recentemente  pubblicato  dal  Bresciano  nel 
citato  lavoro  (Sammlung  bibliotliekswiss.  Arb.  14)  e  dal  sig.  Tammaro  de  Marinis 
in  borze  di  stampa.  Fu  anche  riprodotto  da  L.  S.  Olschki  nella  Bibliofilia 
(ni,  p.  68  e  seg.). 


Q4  Capitolo  XI. 

a  fornire  ai  due  stampatori  tedeschi,  tra  le  altre  cose,  unum 
torcular  in  ordine  et  licteras  cum  quibus  dictus 
dominicus   laborari   fecit   evangelia. 

Dunque  dalla  officina  di  Domenico  Carafa  usci  prima  del 
1481  un'  edizione  degli  Evangeli  che  finora  non  ci  è  riuscito 
di  identificare  con  alcuna  di  quelle  che  abbiamo  potuto  vedere. 
Non  conosciamo  quali  stampe  uscirono  dall'  officina  di  D,  C, 
durante  i  diciotto  mesi  della  società  con  G.  S.  e  W.  R.:  forse 
saranno  da  attribuire  a  lui  alcune  delle  tante  edizioni  prive 
di  note  tipografiche,  di  cui  ancora  non  si  è  potuto  determinare 
r  origine;  forse  le  edizioni  da  lui  prodotte  andarono  perdute. 

È  noto  poi  che  anche  allora  i  tipografi  non  si  occu- 
pavano soltanto  della  stampa  dei  libri,  grandi  e  piccoli:  stampa- 
vano anche  in  gran  numero  fogli  volanti  contenenti  orazioni, 
bandi,  bolle,  dispense  matrimoniali,  cedole,  prammatiche,  pro- 
teste e  cose  simili,  come  abbiamo  visto  di  F.  del  Tuppo.  E 
pare  che  in  alcune  tipografie  si  stampassero  esclusivamente, 
o  quasi  esclusivamente,  fogli  volanti.'^ 

Ci  sia  permessa  intanto  una  congettura.  Nel  1481 
(21  marzo)  si  pubblicò  un'  edizione  del  Fior  di  virtù  senza 
indicazione  di  luogo  e  di  tipografia,  che  però  tanto  la  forma 
dei  caratteri,  quanto  altri  indizii  inducono  a  credere  napoletana.'^ 
Il  De  Licteriis  1'  attribuì  ad  A.  da  Bruxelles,^*  ma  è  certo  che 
i  caratteri   coi  quali  è  impressa,   sebbene   di   tipo   napoletano. 


l)  Olivino  di  Bruges  stampò  in  Messina  verso  l'anno  1500  un  gran  numero 
di  bolle,  dispense,  cedole  etc,  che  gli  vennero  pagate  dal  Vescovo  di  Cefalù  in 
ragione  di  14  tari  prò  quolibet  miliare  bullarum  vivorum  et  dispensa- 
tioDum  matrimonialium  e  di  7  tari  prò  quolibet  miliare  bullarum 
mortuorum  et  cedularura  compositionum  votorum.  Lo  slesso  Olivino, 
nel  1503,  stampava  salvcregine  per  conto  di  Baldassare  Armani  di  Perugia, 
maestro  di  scuola.  Lorenzo  di  Bruges,  forse  fratello  di  Olivino,  si  obbligava,  nel 
1504,  a  stampare  bene  et  magistraliter  de  bona  stampa  et  bonis  licteris 
20  mila  bolle  in  viginti  risimis  pagine.  (Di  Marzo,  in  Arch.  stor.  sic.  IV. 
(N.  S.),  p.  337  e  scgg.)  Un  Laurentius  Gandulli  januensis  et  civis  Pan- 
hormi  magister  stampator  litterarum  stampava  a  Palermo  nel  1504  bolle 
della  SS.  Trinità  a  6  tari  al  migliaio  (Starabba,  in  Arch.  cit.  (I.  s.)  a.  II,  472). 

3)  Giustiniani,  p.  2iu.     V.  Bibl.  211. 

3)  in.  144 


Domenico  Carafa  e  i  tipografi  minori.  95 

sono  diversi  da  quelli  di  Arnaldo  e  da  tutti  i  caratteri,  finora 
conosciuti,  usati  dai  tipografi  napoletani.  Che  sia  essa  uno 
dei  prodotti  della  stamperia  del  Carafa? 

Due  anni  dopo,  nel  1483,  D.  C.  comparisce  nuovamente 
negli  annali  della  tipografia  napoletana,  non  più  come  capo 
di  un'  azienda  tipografica,  ma  solo  come  proprietario  di  strumenti 
e  di  caratteri  dati  in  fitto  ad  altri. 

Il  ig  die.  1483  un  maestro  Giusto  tedesco,  che  non 
potrebbe,  crediamo,  non  identificarsi  con  quel  Giusto  Hauen- 
stein,  che  nel  1476  stampò  in  Napoli  la  Repetitio  de  rebus 
ecclesiae  non  alienandis  di  Andrea  Barbazza  (Bibl.  150)  e 
con  quel  maestro  Justo,  che  più  tardi  (1488)  impresse  in  Gaeta 
i  Dialoghi  di  S.  Gregorio,  tolse  in  fitto  da  D.  Carafa  per 
dieci  ducati  e  per  la  durata  di  otto  mesi  circa  dei  caratteri 
tipografici  (quandam  suam  licteram  actam  ad  stam- 
pandum  libro s)  del  peso  di  122  libbre,  forse  quegli  stessi, 
come  parrebbe  dal  peso,  che  due  anni  prima  il  Carafa  aveva 
messo  a  disposizione  dei  suoi  socii  Steingamer  e  Raptor, 
dando  al  locatore  come  pegno  altri  suoi  caratteri  del  peso  di 
libbre  ii2.'> 

Non  sappiamo  quali  siano  i  libri  stampati  da  maestro 
Giusto  coi  caratteri  di  D.  Carafa. 

IL  Di  Giovanni  Steingamer  di  Landsberg  e  di  Werner 
Raptor  di  Marburg  non  sappiamo  altro  se  non  che  nel  1481 
si  unirono  in  società  per  un  anno  e  mezzo  con  Domenico 
Carafa,  per  esercitare  insieme,  con  gli  strumenti  e  i  caratteri 
di  lui,  r  arte  tipografica,  come  appare  dal  documento  testé 
ricordato.  Erano  artefici  tedeschi,  che  passavano  da  una 
officina  ad  un'  altra,  e  che  forse  non  ebbero  mai  una  tipo- 
grafia propria.  Dello  Steingamer  non  si  conosce  alcuna  edi- 
zione.   Il  sig.  ]3e  Marinisi)  ha  creduto  attribuirgli  il  Messale 


i)  II  contratto  di  locazione  dei  caratteri  di  D.  Carafa  a  maestro  Giusto 
venne  per  la  prima  volta  pubblicato  dal  Filangieri,  ma  non  integralmente  (Arch. 
stor.  Nap.  XII,  50,  in  nota).     V.  documento  XIII. 

2)  Per  la  storia  della  tipografia  napoletana  nel  secolo  XV,  p.  3 
e  nella  Bibliofilia,  III,  pp.  289 — 290. 


96  Capitolo  XI. 

senza  indicazione  tipografica,  descritto  nel  catalogo  Rosenthal 
n.  100  e  r  edizione,  senza  nome  di  tipografo,  del  Formolario 
de  epistole  uulgare  di  C.  Landino  con  la  data  di  Napoli  1490, 
21  maggio  (Bibl.  177),  che  si  consenta  nella  Vaticana,  perchè 
V  uno  e  r  altra  recano  un'  insegna  tipografica,'^  nella  quale  egli 
crede  di  leggere  le  iniziali  S.  G.-^  Ma,  lasciando  stare  che  la 
lezione  adottata  dal  D.  M.  è  molto  dubbia  (il  Kristeller  legge 
E.  G.),  e  che  sarebbe  alquanto  strano  che  il  solo  cognome  Stein- 
gamer  fosse  indicato  con  due  iniziali,  è  da  notare  che  la  stessa 
insegna  si  trova  pure  in  un  Officio  impresso  da  Cristiano 
Preller  nel  14902)  e  che  il  Messale  di  sopra  accennato  sarebbe 
stampato  coi  caratteri  di  Mattia  Moravo,  come  assicurò  il 
Proctor.^^  L'  attribuzione  di  queste  due  stampe  allo  Steingamer 
ci  sembra,  quindi,  affatto  infondata  per  sé  stessa.  Vedremo 
più  innanzi  che  esse  vanno  invece  riferite  a  Cristiano  Preller. 

III.  Di  Werner  Raptor  si  conosce  un'  edizione  del 
28  aprile  1478,  o,  per  essere  più  esatti,  si  trova  il  nome  in 
alcuni  esemplari  di  quella  edizione  del  28  aprile  1478  della 
Divina  Dottrina  di  S.  Caterina,  in  altri  esemplari  della 
quale  si  trovano  i  nomi  di  Francesco  N.,  di  Bernardo  di  Dacia 
e  di  Corrado  Bonebach.  I  caratteri  di  questa  edizione  sem- 
brano quelli  di  Enrico  Alding,  come  nota  il  Proctor:  questi 
suppone,  perciò,  che  i  tipografi,  che  vi  vollero  far  figurare  i 
proprii  nomi,  fossero  addetti  alla  stamperia  dell'  Alding  e  che, 
quando  questi  lasciò  Napoli  per  andarsene  a  Messina,  con- 
tinuassero a  stampare  a  spese  comuni.  Preferibile  ci  sembra 
però  r  ipotesi  del  Dziatzko,  il  quale  crede,  appoggiandosi  ad 
uno  dei  patti  della  società  tra  D.  Carafa  e  i  due  tedeschi  (libri 
ipsi  vendantur  prò  communi  et  indiviso,  seu  dividantur 
inter  eosdem),  che  gli  esemplari  della  Divina  Dottrina  si 
dividessero    fra    i   quattro    tipografi,    e    che,    in    conseguenza, 


I)  Riprodotta  dal  Kristeller  (op.  cil.  n.  351). 

3)  K  stato  se^^uito  in  ciò  dal  Burgcr  (Index,  p.  554). 

3)  Copinger,  II,  4470. 

4)  Bibliofilia,  III,  p.  390. 


Domenico  Carata  e  i  tipografi  minori.  Q7 

ciascuno  di  essi  avesse  voluto  contrassegnare  col  proprio  nome 
gli  esemplari,  che  gli  erano  stati  assegnati.'*  La  stampa  che 
reca  il  nome  di  Werner  Raptor,  sfuggita  all'  Hain  e  al 
Copinger,  venne  per  la  prima  volta  indicata  e  descritta  dal 
De  Lir^-eriis,*^  e  poi  dallo  Zambrini,  non  senza  inesattezze. 3^ 
Né  r  uno,  né  1'  altro  sospettarono  che  fosse  edizione  napoletana. 
V.  Bibl.  164. 

Il  Raptor  era  nativo  dell'  Assia,  ma  è  dubbio  il  luogo 
d'  origine.  Dal  documento  XI  si  rileva  che  era  di  Marburg, 
città  che  si  trova  appunto  nell'  Assia,  ma  la  soscrizione  della 
S.  Caterina  (Bibl,  164)  lo  dice  di  una  terra  dell'  Assia  chiamata 
Gùldene  Troghe.^'  Vero  è  che  questa  stessa  indicazione  di 
patria  segue  pure,  nella  soscrizione  di  altri  esemplari,  il  nome 
di  C.  Bonebach. 

IV.  Il  nome  di  Corrado  Bonebach  si  trova  in  alcuni 
esemplari  della  Divina  Dottrina  di  S.  Caterina  da  Siena, 
stampata  nel  1478  (28  aprile),  né  altrimenti  è  conosciuto.  La 
stampa,  che  reca  il  suo  nome,  è  perfettamente  conforme  a 
quella  che  reca  il  nome  del  Raptor  e  che  è  stata  da  noi 
descritta  a  suq  luogo  (V.  Bibl.  164).  Soltanto,  nella  soscrizione 
(a  e.  119  a,  col.  2""),  nella  3^  linea,  alla  parola  „Compolitum"  è 
sostituita  r  altra  „Imprenum",  e  nella  4-'  linea  alle  parole 
„Vuernerum  Raptorem"  sono  sostituite  le  altre  „Conradum 
Bonebach".5J 

Il  Bonebach,  come  il  Raptor,  nella  soscrizione  della 
S.  Caterina  è  detto  originario  di  una  terra  dell'  Assia  chiamata 
Gùldene  Troghe.^^ 


1)  Sammlung  bibl.  Arbeiten  XIV,  p.  21  (in  nota).  Sembra,  adunque, 
che  il  Raptor  prima  del  1478  fosse  uno  degli  artefici  addetti  alla  tipografia 
dell' Alding. 

2)  I,  166. 

3)  Le  opere  volgari  a  stampa.     Bologna,   1878,  p.  234 — 235. 

4)  V.  la  comunicazione  del  Dr.  Falckenheiner  nel  citato  fase,  della  Samm- 
lung b.  A.,  a  p.  19 — 20,  in  nota. 

5)  Vedi  il  fac-simile  di  questa  pagina  nel  citato  lavoro  del  Bresciano, 
in  fine. 

6)  V.  la  nota  4. 

Fava  e  Bresciano,    La  slampa  in  Napoli.     I,  7 


98  Capitolo  XI. 

V.  Anche  il  nome  di  Bernardo  Danese  (Bernardus  de 
Dacia),  come  quelli  dei  due  precedenti  suoi  compagni,  si  trova 
solo,  per  quanto  ci  è  noto,  in  alcuni  esemplari  della  stessa 
edizione  delle  Rivelazioni  o  Divina  Dottrina  di  S.  Caterina. 
Questi  esemplari  sono  pure  conformi  in  tutto  a  quelli  che 
recano  il  nome  del  Bonebach  o  di  W.  Raptor,  tranne  nella 
soscrizione  che  è  alquanto  diversa.     V.  Bibl.  1 64. 

VI.  Basilio  di  Argentina  era  già  noto  come  editore, 
avendo  nel  1477  fatto  stampare  a  sue  spese  da  Corrado 
Guldenmund  le  Epistolac  e  i  Carmina  di  Francesco  Ottavio 
Cleofilo  (Bibl.  161). 

Egli,  però,  fu  anche  tipografo.  La  R.  Biblioteca  Palatina 
di  Parma  conserva  una  rarissima  edizione  di  Sulpizio  Veru- 
lano,  stampata  nel  1482  per  Basilium  de  Argentina 
(Bibl.  165).  Non  ha  indicazione  di  luogo,  ma  è  certamente 
edizione  napoletana. 

VII.  Un  documento  del  28  genn.  1484,  già  ricordato  a 
proposito  di  Francesco  del  Tuppo,  ci  attesta  la  presenza  a 
Napoli,  nel  detto  anno,  di  un  tal  Simone  di  Freibcrg,  chierico 
della  diocesi  di  Meissen  (Simon  de  Friberica,  clericus 
Missinensis  dioeceseos),  con  cui  F.  d.  T.  ebbe  a  litigare 
violentemente,  a  causa  di  certi  libri,  davanti  la  bottega  del 
noto  libraio  Giovanni  Vaglics,"  e  dalle  cui  mani  strappò  la 
bolla  della  tonsura. 

Questo  chierico  tedesco  non  poteva  essere  che  un  tipo- 
grafo, uno  dei  tanti  chierici  che  si  dettero  all'  esercizio  del- 
l' arte  tipografica,  e  secondo  ogni  probabilità  uno  di  quelli 
che  lavoravano  nell'  officina  di  F.  d.  T.  Dal  documento  si 
rileva  che  era  stato  ordinato  chierico  in  Roma  il  Sabato  «Santo 
25  marzo  1475.'' 


l)  V.  documento  XIV. 

3)  Il  cognome  di  questo  Simone  è  scritto  nel  documento  in  modo  d.i  non 
permettere  di  stabilirne  la  vera  torma  (simon  tauser  wolgli?).  Abbiamo,  perciò, 
preferito  di  non  tenerne  conto. 


Domenico  Carafa  e  i  tipografi  minori.  99 

Caratteri. 

L'  edizione  delle  Rivelazioni  di  S.  Caterina,  di  cui 
alcuni  esemplari  hanno  nella  soscrizione  il  nome  di  Werner 
Raptor,  altri  di  Corrado  Bonebach,  altri  di  Bernardo  di  Dacia, 
altri  di  Francesco  N.  fiorentino,  ossia  di  Francesco  di  Dino 
(Bibl.  164),  è  impressa  in  un  piccolo  carattere  romano  (mm.  95; 
97;  Qui)  che,  come  si  è  già  osservato  a  p.  96,  sembra  quello 
di  Enrico  Alding  o  almeno  similissimo  al  carattere  romano  di 
lui  (tipo  1).    V.  tav.  XXXV  e  XXXVI. 

Il  carattere  adoperato  da  Basilio  di  Argentina  è  romano, 
facilmente  riconoscibile  per  la  forma  dell'  A,  che  è  munita 
di  un  uncino  all' apice  (mm.  104;  106 — 107;  Qu/).  Rassomiglia 
al  carattere  di  Florenzio  di  Argentina.     V.  tav.  XXXVII. 


7^ 


Capitolo  XII. 

Francesco  di  Dino. 

Nel  1474  sappiamo  che  era  in  Napoli  e  che  esercitava 
la  professione  di  libraio.'^  Pare  che  alla  officina  di  Enrico 
Alding,  insieme  con  Werner  Raptor,  Bernardo  di  Dacia  e 
Carlo  Bonebach  fosse  anche  addetto  Francesco  di  Dino.  Il 
Proctor,  a  cui  si  deve  questa  fondata  ipotesi,  pensa  che  quando 
r  Alding  lasciò  Napoli,  per  andare  a  stabilirsi  in  Messina,  gli 
artefici  continuassero  a  spese  comuni  a  stampare.  Il  Dziatzko 
invece  suppose,  come  si  disse  testé,  che,  partito  1'  Alding,  i 
suoi  artefici  si  dividessero,  giusta  la  consuetudine,  i  libri  da 
vendersi,  fra  cui  era,  forse  ancora  sotto  i  torchi,  una  edizione 
delle  Rivelazioni  diS.  Caterina,  e  che  ciascuno  di  essi  appo- 
nesse il  proprio  nome  a  quel  numero  di  esemplari  che  gli  era 
stato  attribuito.  Ciò  spiegherebbe  perchè  nella  soscrizione  di 
qualche  esemplare  di  quella  edizione  si  legga  il  nome  di  un 
Francesco  N,  fiorentino  (Bibl.  164).  E  certo  ad  ogni  modo 
che  i  caratteri  coi  quali  fu  impressa  la  Divina  Dottrina  di 
S.  Caterina,  simili  a  quelli  dell' Alding,  non  furono  da  Fr.  di 
Dino  adoperati  in  alcun'  altra  delle  sue  edizioni,  tutte  impresse 
in  un  bel  carattere  romano  di  corjDO  più  grande  e  bene  eseguite. 

La  tipografia  di  Francesco  di  Dino  ebbe  una  breve 
esistenza  di  appena  tre  anni  (1478 — 80).  Nel  1481  egli  era 
nella  sua  Firenze. 


Caratteri. 


Usò  un  solo  tipo  romano  piuttosto  grande,  simile  a 
quello  di  C.  Guldenmund  (20!.=  iii  mni.;  H.  114 — 115  Qu  ). 
V.  tav.  XXX Vili. 


i)  Ciò   si    rileva   chiaramente  da  una  sua  quietanza  dell'  1 1  giugno  di  quel- 
r  anno  (clr.  la  noia  di  T.  ile  Matiins  nella  BiMioiilia,  IV,  p.  lui — 103). 


Capitolo  XIII. 

Cristiano  Preller. 


Vedemmo  già  che  Cristiano  Preller  era  nel  1487  socio 
di  Francesco  del  Tuppo,  e  che  di  tanto  in  tanto  soleva  recarsi 
nella  tipografìa  comune  posta  nel  vico  di  S.  Chiara  ad  osser- 
vare r  andamento  dei  lavori  tipografici,  forse  perchè  aveva 
già  o  stava  per  avere  una  propria  stamperia.  Certo  è  che 
nel  1487  pubblicò  un  Ufficio  ornato  di  figure  silografiche. 
Dell'  anno  1488  non  si  conosce  alcuna  sua  edizione,  probabil- 
mente perchè,  invitato  a  stampare  il  Breviario  Capuano, 
dovette  in  quel!'  anno  trasferirsi  a  Capua  per  intraprendere  la 
stampa  di  quel  grosso  volume,  terminata  nel  1489.  Ma 
nello  stesso  anno  ritornò  in  Napoli,  e  il  5  novembre  vi  finì 
di  stampare  il  Manuale.  Dal  1489  al  1498  continuò  a  eser- 
citare in  Napoli  1'  arte  nella  quale  era  abilissimo,  pubblicando 
bellissime  edizioni  divenute  straordinariamente  rare.'^  Come 
il  Moravo,  con  cui  gareggiò  e  per  la  bellezza  dei  tipi  gotici 
e  per  la  eccellente  esecuzione  della  doppia  tiratura  in  rosso  e 
nero,  si  segnalò  specialmente  nella  stampa  di  opere  liturgiche. 
Delle  sedici  edizioni  che  di  lui  conosciamo-^  otto  sono  ufficii 
o  breviarii  o  messali,  spesso  ornati  di  figure  silografiche. 

Parecchie  altre  edizioni  di  C.  Preller  hanno  illustrazioni 
silografiche,  talora  artisticamente  notevoli  ;  e  non  è  improbabile 
che   di  queste,   e   forse  anche  di  altre  incisioni  che  si  vedono 


1)  „.  .  .  un  Cristiano  Preller,  tipografo,  di  cui  non  si  sa  che  stampasse  altri 
libri."  Così  scriveva  nel  18S5  Vittorio  Imbriani  (Notizie  di  Marino  Jonata  Agnonese. 
Napoli,  tip.  della  R.  Università,  pag.  3). 

Il  G.  non  ne  conobbe  che  due. 

2)  Compreso  il  Breviarium  Capuanum  impresso  in  Capua. 


I02  Capitolo  XIII. 

in    edizioni    napoletane    d'  altri    tipografi,    sia    stato   autore  lo 
stesso  Preller. 

Se  si  considera  che  delle  quindici  edizioni  napoletane 
da  noi  descritte  dieci  sono  rappresentate,  almeno  secondo  i 
risultati  delle  nostre  ricerche,  da  un  solo  esemplare  superstite, 
e  che  si  conoscono  ben  tre  edizioni  stampate  a  brevi  intervalli 
nel  solo  primo  semestre  dell'  anno  1490,  mentre  non  se  ne 
conosce  che  una  o  due  per  ciascuno  degli  anni  1487,  1489, 
1491,  1495 — 1498  e  nessuna  degli  anni  1492,  1493  e  1494, 
bisogna  ammettere  che  molte  altre  edizioni  dell'  eccellente 
tipografo  bavarese  devono  essere  andate  distrutte,  e  tenere 
come   probabile  che  qualche  altra  se  ne  discopra  in  avvenire. 


Caratteri. 

Tipo  I.  Gotico  medio  (20  1.  =  83 — 84  mm.;  H.  85 — 86): 
simile  al  tipo  5  di  Ì\I.  Moravo  e  al  tipo  3  di  F.  del  Tuppo. 
V.  tav.  XLI. 

Tipo  2  A.  Gotico  piccolo  (20  1.  ^=  83  mm.  [col  tipo  1]). 
Caratteristica  ò  la  lettera  D,  con  la  codetta  rivolta  all'  insù  e 
con  piccolo  tratto  superfluo,  e  la  M,  diversa  dalla  M  del 
tipo  I  (n.  49  di  Haebler).  L'  U  è  chiuso  nella  parte  superiore. 
Non  abbiamo  incontrato  questo  carattere  nello  edizioni  napole- 
tane da  noi  esaminate,  ma  solo  nel  Breviarium  Capuanum. 
Somiglia  al  t.  6  di  F.  del  Tuppo.     V.  tav.  XLII. 

Tipo  2.  Gotico  più  grande  (20  1.  =  loi  mm.;  H.  104). 
Il  G  rassomiglia  ad  un  H,  il  T  ad  un  C.  Caratteristici  sono 
anche  il  T,  in  cui  sembra  di  vedere,  nel  tratto  verticale,  la 
cifra  8,  il  D,  1'  O  e  il  Q  (1487  — 1498).     V.  tav.  XLIII. 

Tipo  3.  Gotico  piccolo  (20  1.  =  71  mm.;  Haebler  72). 
L' J,  l'È  e  il  T  sono  caratteristici;  1' O  e  il  C  hanno  un 
angolo  a  sinistra;  solamente  il  Q  ha  un  doppio  tratto  obliquo 
internamente.  Fu  adoperato  nei  Miracoli  della  B.  \'^ergine 
del   1497  (Bibl.  183).     V.  tav.  XLIVa. 

Tipo  4  (dubbio).  Gotico  piccolissimo  (20  1.  —  -  68  mm.; 
Haebler  70).     Il  D   e   1'  U    col   doppio   tratto  centrale  mentre 


Cristiano  Preller.  I03 

r  O,  il  P  e  il  Q  sono  vuoti.  Il  T  è  spezzato,  e  1'  M  somiglia 
ad  un  O  e  un  J  accostati.  Si  trova  adoperato  col  tipo  3  in 
un'  edizione  senza  nome  di  tipografo  e  senza  data  (Elisio,  de 
naturali  philosophia),  che  pare  della  fine  del  secolo  XV 
(V.  Bibl.  185  e  tav.  XLIVb). 


Insegne. 

Il  Preller  fu  uno  dei  pochissimi  tipografi  di  Napoli  che 
usarono  insegne.     Nelle  sue  edizioni  se  ne  incontrano  due. 

La  prima,  o  piuttosto  la  più  nota,  è  un  rettangolo  nel 
quale,  in  mezzo  ad  uno  scudo  bianco,  è  rappresentato  un  tronco 
d'  albero  in  cima  ad  un  monte  a  tre  vette,  col  nome  Cristannus 
Preller  (cfr.  Kristeller,  n.  113  e  Haebler,  Typenrepertorium, 
II,  p.  65).  Fu  adoperata  in  tre  edizioni  (Bibl.  178,  179  e  183). 
V.  tav.  XLVa. 

L'  altra,  finora  riferita  ad  uno  stampatore  sconosciuto 
(Kristeller,  n.  351)  reca  un  monogramma  di  dubbia  lezione  (il 
Kristeller  legge  E(?)  G.)  che  non  può  riferirsi  al  Preller,  ma 
a  qualche  ignoto  editore  che  soleva  servirsi  della  stamperia 
Prelleriana  o  a  qualche  socio.     V.  tav.  XLV  b. 

Non  vogliamo  far  congetture  che  non  abbiano  un 
solido  fondamento,  ma  ci  restringiamo  a  far  notare  che 
delle  tre  edizioni  in  cui  s' incontra  questa  insegna  misteriosa 
una  (il  Landino:  Bibl.  177)  è  impressa  indubbiamente  coi 
caratteri  di  C.  Preller  (tipo  i)  e  un'  altra  (1'  Ufficio  del  1490: 
Bib.  17  6)  reca  addirittura  nella  soscrizione  il  nome  del  Preller. 
La  terza,  cioè  il  Messale  senza  indicazioni  tipografiche  (Bibl.  174), 
sarebbe  impressa  coi  caratteri  del  Moravo  secondo  1'  autore- 
vole parere  del  Proctor  (cfr.  Bibliofilia,  III,  pag.  290);  ma 
i  caratteri  gotici  Moraviani  sono  similissimi  a  quelli  del  Preller, 
soprattutto  il  tipo  5  del  M.  al  tipo  i  del  P.,  e  noi  ignoriamo 
i  termini  precisi  in  cui  il  Proctor  espresse  il  suo  giudizio. 
Ecco  perchè  abbiamo  creduto  di  mettere  in  relazione  con 
C.  Preller   1'  insegna   controversa,   pur  non   potendo   dire  con 


104  Capitolo  xiir. 

sicurezza  perchè  rechi  quel  monogramma  e  qual  nome  si 
nasconda  sotto  quelle  iniziali. 

Senonchè  queste,  anzi  che  E  G,  crediamo  che  si  possano 
e  debbano  leggere  A  G,  lezione  che  ci  vien  confermata  da 
un  autorevole  parere;  ed  osserviamo  che  in  un'  altra  edizione 
Prelleriana,  le  Consuetudines  Panhormi  stampate  nel  1496 
a  spese  di  un  Giorgio  Bert  fiammingo  (Bibl.  181),  s'  incontrano 
pure  le  iniziali  A  G. 

Noi  supponiamo  che  sotto  queste  iniziali  si  celi  Antonio 
Gontier  che,  oltre  all'  avere  avuta  una  propria  tipografia,  dovette 
con  molta  probabilità  essere  per  qualche  tempo  socio  del 
Preller  o  editore.'^ 

i)  V.  p.  106. 


Capitolo  XIV. 

Aiolfo  de  Cantone,  Antonio  Gontier, 
Giovanni  Tresser  e  Martino  di  Amsterdam. 


a)   Aiolfo  de  Cantono. 

Del  milanese  Aiolfo  de  Cantono  o  de'  Cantoni  nessuna 
notizia  ci  fu  dato  di  rintracciare  nelle  carte  del  tempo."  Non 
si  conoscono  che  solo  sei  edizioni  pubblicate  da  questo  tipo- 
grafo dal  1491  al  1496,  tutte  notevoli  per  la  buona  esecuzione, 
e  quasi  tutte  ornate  di  eleganti  iniziali  e  di  bellissimi  fregi 
incisi  in  legno  o  di  figure  silografiche.  Il  Duff  nel  suo  cata- 
logo gli  ha  attribuito  1'  edizione  di  Dante  del  1477  per  la 
rassomiglianza  dei  caratteri,  notata  pure  dal  Proctor,  ma  è 
una  ipotesi  che  a  noi  pare  non  abbastanza  fondata. 

Da  un  privilegio  concessogli  nel  1492^^  si  rileva  che 
Aiolfo  pubblicò  pure  un  Formularium  instrumentorum, 
di  cui  non  si  conosce  però  alcun  esemplare.  Tre  delle  sue 
edizioni,  il  Sinulfo,  l'Aquila  e  l'Officio  hanno  notevoli 
figure  silografiche,  di  cui  diremo  altrove. 

Se  dobbiamo  prestar  fede  al  Chioccarelli  che  riferisce  la 
soscrizione  dei  Sermone s  di  Domenico  de  Carpanis,  Aiolfo 
aveva   nel    1496   già   ottenuta  la   cittadinanza   napoletana.     E 


i)  In  un  Protestum  prò  nob.  antonio  de  la  croce  de  Mediolano 
del  i'  febbr.  i486  figura  un  Ambrosius  de  Cantono  mediolanensis  (Protoc. 
di  M.  Laudario,  i486,  a  e.  s.  n.  verso  il  mezzo).  Un  Andrea  de  Cantano  s'  in- 
contra in  un  atto  notarile  del  21  die.  1517.  (Protoc.  di  V.  de  Electa,  1517, 
e.  1606). 

2)  V.  documento  XX. 


Io6  Capitolo  XIV. 

bisogna  credere  che  1'  abbia  ottenuta  tra  il  novembre  e  il 
decembre  1496,  perchè  nessuna  menzione  se  ne  fa  nell'  Orbis 
Breviarium,  pubblicato  nel  novembre. 


Caratteri  e   insegna. 

Questo  tipogfrafo  non  ebbe,  per  quanto  noi  sappiamo,  che 
un  solo  tipo  di  carattere  romano  di  medio  corpo,  meno  bello 
dei  caratteri  Moraviani  ed  anche  di  altri  tipografi  napoletani 
precedenti  (20  1.  =  103  mm.;  Haebler,  107;  Qu).  L'  M  è  talora 
irregolare  con  1'  angolo  sinistro  più  stretto  del  destro,  e  il  T 
ha  la  linea  orizzontale  un  po'  obliqua,  la  parte  sinistra  più  in 
alto.  Usò  un'  insegna  col  suo  monogramma  e  con  le  lettere 
.AYO.  .CA.  (Kristeller,  n.  iii.  V.  pure  Haebler,  Typen- 
repertorium,  II,  p.  66).     V.  tav.  XLVI. 

E  notevole  che  la  carta  di  cui  egli  si  servì  per  alcune 
delle  sue  edizioni  (Bibl.  190)  ha  una  filigrana  con  le  lettere 
AC  (G?).    (V.  il  n.  9243  del  Briquet). 


b)   Antonio  Gontier. 

Di  questo  tipografo  non  sappiamo  altro  se  non  che  nel 
1493  pubblicò  un'edizione  del  Liber  aggregationum  di 
Alberto  Magno  (Bibl.  192).'^ 

Forse  il  Gontier  fu  anche  editore  e  per  qualche  tempo 
socio  di  C.  Preller,  ed  a  lui  va  riferita  con  molta  probabilità 
r  insegna  con  le  iniziali  A  G  (V.  tav.  XLV)  che  si  vede  in 
alcuni  libri  impressi  coi  caratteri  Prelleriani  (Bibl.  174,  176  e 
177),    verisimilmente   in   società  col  Gontier  o  a  spese  di  lui.'^ 


1)  Il  Procter   gli    attribuì   anche   le    Orationes    di   Ludovico    di  Valenia 
(d.  3996),  che  noi  preferiamo  credere  edizione  romana  (V.  Bibl.  223). 

2)  V.  p.  103. 


A.  de  Cantone,  A.  Gontiei,  G.  Tresser  e  M.  di  Amsterdam.  I07 


Caratteri. 

Egli  usò,  per  quanto  ci  è  noto,  un  solo  tipo  di  carattere 
gotico  molto  piccolo  (68  mm.;  Haebler  70).     V.  tav.  L. 


c)    Giovanni  Tresser. 

Di  Giovanni  Tresser  si  trova  il  nome,  associato  con  quello 
di  Martino  di  Amsterdam,  in  una  sola  edizione,  finita  di  stam- 
pare il  17  luglio  1498  (Bibl.  193).  Dalla  soscrizione  di  essa 
rilevasi  che  era  di  Hòchstàdt. 

Sembra  certo  che  il  Tresser,  prima  di  avere  una  propria 
stamperia,  fosse  uno  degli  artefici  di  Francesco  del  Tuppo, 
Se  è  lui  quel  Johannes  theotonicus  che  si  trova  nominato 
in  un  atto  notarile  del  1470,')  si  potrebbe  supporre  che  egli 
fosse  venuto  in  Napoli  fin  dalla  introduzione  della  tipografia, 
probabilmente  con  S.  Riessinger,  e  che,  partito  costui,  con- 
tinuasse con  gli  altri  fidi  artefici  tedeschi  a  lavorare  nella 
officina,  rimasta  al  solo  del  Tuppo.  Ad  ogni  modo  col  Del 
Tuppo  lo  troviamo  nel  1487.  Vedemmo  infatti''  che  nel  pro- 
cesso tra  Leonardo  Caracciolo  e  F.  del  Tuppo,  del  1487,  s'  in- 
contra come  testimone,  insieme  con  Martino  di  Amsterdam, 
un  Johannes  theotonicus  impressor  che,  con  ogni  pro- 
babilità, è  Giovanni  Tresser.  Anche  il  Proctor,  movendo  da 
altre  considerazioni,  congetturò  che  il  Tresser  e  Martino 
fossero  i  Germani  fidelissimi  di  F.  del  Tuppo. 

Ritroviamo  il  Tresser  come  testimone  in  un  documento  del- 
l' anno  1491,3'  anche  senza  l' indicazione  del  cognome  (Johann e 
teotonico  impressore  librorum),  né  di  lui  sappiamo  altro. 


1)  Protocollo  di  Pietro  Ferrillo,   14Ó9  — 70,  e.  22 la. 

2)  V.  capitolo  III:  appendice. 

3)  Protocollo  di  Frane.  Basso,   1491,  e.  30a. 


Io8  Capitolo  XIV. 

Caratteri. 

G.  Tresser  usò  un  solo  tipo  di  carattere  romano  simile 
al  tipo  12  di  M.  Moravo  (20  1.  =  103  mm.;  H.  106 — 107;  Qu/). 
V.  tav.  LI. 


d)    Martino  di  Amsterdam. 

Martino  di  Amsterdam  fu  uno  dei  primi  operai  tipografi 
venuti  in  Napoli.  Nel  1487,  come  vedemmo  altrove,  un 
Magister  de  Astradan  compositor,  citato  come  testimone 
nel  processo  tra  Francesco  del  Tuppo  e  Leonardo  Caracciolo, 
dichiarava  di  aver  lavorato  per  14  anni  nella  tipografia  di 
F".  del  Tuppo:  e  vedemmo  pure  che  il  Minieri  Riccio,  autore 
di  un  riassunto  del  predetto  processo,  nominando  in  altro  luogo 
lo  stesso  testimone,  lo  chiama  Martino.  Non  è  dubbio  quindi 
che  questi  fosse  proprio  Martino  di  Amsterdam.  Egli  adunque 
venuto  in  Napoli  probabilmente  con  gli  altri  compagni  di 
S.  Riessinger,  lavorò  dal  1473  al  1487  nella  officina,  che  fu 
prima  dei  socii  Riessinger  e  del  Tuppo,  e  che  poi  nel  1478, 
come  si  dimostrò  in  altro  luogo,  rimase  al  Del  Tuppo  e  nella 
quale  sappiamo  che  era  il  compositore.  È  da  credere  che 
continuasse  a  rimanervi  fino  al  1498  quando  egli  e  Giovanni 
Tresser,  suo  compagno  di  tipografia  fino  a  quel  tempo,  im- 
piantarono una  tipografia  propria  dalla  quale  pare  che  sia 
uscito  il  solo  Fontano,  finite  di  stampare  il  17  luglio  (Bibl.  193). 
Neil'  anno  seguente,  non  più  in  società  col  Tresser.  o  morto  o 
separatosi  dal  socio,  pubblicò,  con  la  data  del  27  gennaio, 
r  Officio,  che  è  1'  unica  stampa  la  quale  rechi  il  solo  nome 
di  Martino  di  Amsterdam  (Bibl.  194). 

Nel  gennaio  1500  era  a  Roma  socio  del  Besicken,  col 
quale  continuò  a  stampare. 


A.  de  Cantono,  A.  Gontier,  G.  Tresser  e  M.  di  Amsterdam.  IO9 

Caratteri. 

Martino  di  Amsterdam  usò,  per  quanto  noi  sappiamo, 
un  solo  tipo  di  carattere  gotico,  simile  al  tipo  3  di  F.  del 
Tuppo,  ma  di  corpo  un  poco  più  grande  (mm.  87  circa).  Vi 
è  qualche  lieve  diversità  nella  S  e  nell'  I.  Probabilmente  è 
lo  stesso  carattere  adoperato  più  tardi  in  Roma  col  Besicken 
(tipo  7  di  Haebler).  Martino  usò  anche  parentesi  e  tratto  di 
unione.     V.  tav.  LII. 


Capitolo  XV. 

La  silografia. 


Sommario:  I.  La  silografia  e  1' ornamentazione  del  libro.  —  II.  Silo- 
grafi  tedeschi  e  silografi  italiani.  —  IJI.  I  primi  tipografi  e  le 
prime  illustrazioni  silografiche.  —  IV.  S.  Riessingcr  incisore? 
V.  Le  silografie  napoletane:  loro  distinzione.  —  VI.  Silografie 
Riessingeriane.  —  VII.  Il  Gafuri  e  1'  Istoria  di  Florio  e 
Biancofiore.  —  Vili.  1  libri  illustrati  Tuppiani  :  l'Esopo.  — 
IX.  Le  silografie  Prelleriane.  —  X.  Silografie  Cantoniane.  — 
XI.  Le  silografie  degli  ufficii.  —  XII.  Gli  ufficii  di 
M.  Moravo.  —  XIII.  Gli  ufficii  del  Preller.  —  XIV.  L'  ufficio 
di  A.  Cantoni.  —  XV.    Le   insegne    e    gli    ornamenti   silografici. 

L  Come  vedemmo  altrove,'^  mentre  in  Germania  la  silo- 
grafia era  largamente  praticata  anche  prima  dell'  invenzione 
della  stampa,  specialmente  per  la  riproduzione  d'  immagini 
sacre,  in  Italia  essa  non  ebbe  allora  che  uno  scarso  sviluppo 
e  una  diffusione  più  limitata,  tanto  che  fu  creduto  da  alcuni, 
fino  a  non  molti  anni  addietro,  che  fosse  quasi  ignota  presso 
di  noi  durante  i  primi  tre  quarti  del  XV  secolo.-'^  Né  pare 
che  in  Italia  fosse  molto  conosciuta  o  almeno  molto  ricercata 
la  produzione  germanica  di  figure  silografiche,  la  quale  trovava 
nei  paesi  teutonici  cosi  facile  smercio  in  tutti  i  mercati.^' 

Quali  che  fossero  le  cause,  non  difficili  del  resto  a  intra- 
vedere, di  questo  fatto,^'  è  certo  però  che  la  silografia,  se  ebbe 


1)  V.  Capitolo  I. 

2)  Lippmann,  p.  2. 

3)  A  Napoli    però,    almeno    pochi    anni    dopo  1'  introduzione    della  stampa, 
si  taceva  commercio  d' immagini  stampate  da  qualche  libraio  estero.     V.  capìtolo  I. 

4)  Lippmann,  1.  e. 


La  silografia.  Ili 

in  Italia  un  minore  sviluppo  rispetto  alla  Germania  soprattutto 
prima  della  introduzione  della  stampa,  vi  fece  ben  presto 
grandi  e  rapidi  progressi  allorché  fu  applicata  alla  orna- 
mentazione del  libro  in  sostituzione  delle  iniziali  e  delle  figure 
miniate  e  degli  altri  ornamenti  eseguiti  a  mano. 

Nondimeno  anche  dopo  l' introduzione  e  i  progressi  della 
tipografia,  e  quando  diventava  sempre  più  largo  1'  uso  del- 
l' incisione  in  legno  nell'  ornamentazione  del  libro,  continuò 
ancora,  non  ostante  il  crescente  progresso  di  queste  arti,  a 
fiorire  contemporaneamente,  mantenendosi  in  un  alto  grado 
di  perfezione,  1'  arte  dei  calligrafi  e  dei  miniatori.  Una 
prova  ne  abbiamo  anche  in  Napoli  dove  i  principi  Aragonesi, 
pur  non  isdegnando  di  accogliere  nella  loro  biblioteca  libri 
stampati,  continuarono  a  comprare  codici  manoscritti  e  a 
fame  scrivere  in  gran  numero  per  opera  del  Cinico,  del 
Mennio  e  degli  altri  calligrafi  che  a  questo  fine  tenevano  a 
stipendio,  facendoli  splendidamente  alluminare  dai  Rapicano, 
dal  Todeschino,  dal  De  Russis  e  da  altri. 

Se  non  che  per  i  progressi  della  nuova  invenzione  i  tipo- 
grafi furono  ben  presto  in  condizione  da  lottare  con  vantaggio 
contro  il  gusto  dominante  nelle  classi  più  elevate  e  le  abitu- 
dini, mettendo  in  vendita  libri  sempre  meglio  impressi  a  prezzi 
di  gran  lunga  inferiori  a  quelli  dei  manoscritti,  e  con  1'  andare 
del  tempo  i  calligrafi  non  poterono  che  rassegnarsi  alla  lenta 
ma  inevitabile  decadenza  dell'  arte  loro.  E  mentre  con  la 
nitidezza  dei  tipi  gli  stampatori  gareggiavano  con  le  più  belle 
scritture  umanistiche,  cercarono  pure  di  affrancare  i  libri 
stampati  dall'  opera  dei  miniatori  e  di  fare  in  modo  che  anche 
r  ornamentazione  dei  libri  potesse  compiersi  nell'  officina  tipo- 
grafica. Così  a  poco  a  poco  le  capolettere  e  i  fregi  silografia 
vennero  a  sostituirsi  alle  iniziali  e  agli  ornamenti  miniati,  e  le 
figure  silografiche  alle  miniature;  il  che  fece  progredire  rapida- 
mente anche  la  silografia,  la  quale  verso  la  fine  del  secolo, 
particolarmente  a  Venezia  e  a  Firenze,  raggiunse  il  più  alto 
grado  di  perfezione. 

Contuttociò  la  silografia  italiana,  benché  per  leggiadria 
di  composizione  e  per  eccellenza  e  finezza  di  esecuzione  nulla 


112  Capitolo  XV. 

avesse  da  invidiare  a  quella  d'  oltremonti,  non  ebbe  mai  una 
cosi  larga  e  varia  produzione  come  la  tedesca  e,  secondo  al- 
cuni, i  suoi  mirabili  progressi  avrebbero  avuto  un  carattere 
occasionale.'^ 

II.  Non  é  compito  nostro  il  vedere  quanta  parte  abbiano 
avuta  nei  progressi  dell'  incisione  in  legno  in  Italia  gli  artisti 
tedeschi  e  quanta  i  nostri  incisori.  Il  Lippmann^'  crede  che 
in  genere  gì'  incisori  in  legno  fossero  artisti  speciali  come 
suppergiù  i  miniatori,  anche  perchè  molti  hanno  uno  stile 
proprio,  o  che  quest'  incisori  fossero  o  tedeschi  o  allievi  di 
artisti  tedeschi.  Se  le  incisioni  mostrano  spesso  una  maniera 
non  del  tutto  germanica,  egli  è  perchè,  allo  stesso  modo  che 
i  primi  tipografi  cercarono  nei  loro  tipi  d'  imitare  le  forme 
delle  lettere  allora  in  voga  in  Italia,  così  gì'  incisori  non  solo 
sentirono  1'  influsso  del  gusto  italiano,  ma  si  studiarono  di 
avvicinarsi  nelle  loro  opere  all'  arte  italiana,  da  cui  talora 
traevano  i  modelli  da  imitare  nelle  incisioni.  La  quale  osser- 
vazione non  è  priva  di  buon  fondamento,  e  può  servire  anche 
a  spiegare  certe  apparenti  divergenze  nell'  opera  di  uno  stesso 
artista;  ma  non  può  autorizzare  a  conclusioni  troppo  generiche 
ed  assolute. 

Checché  si  pensi  di  ciò,  vediamo  più  particolarmente  quale 
sviluppo  abbia  avuto  in  Napoli  1'  arte  silografica  nella  orna- 
mentazione del  libro,  e  fino  a  qual  punto  le  notizie  e  i  fatti 
da  noi  raccolti  confermino  queste  brevi  considerazioni  che 
abbiamo  creduto  di  pi  emettere. 


1)  „The  production  o(  separate  prints  was  noi  in  Italy  a  manulaciure  pur- 
sued  in  accordance  with  a  regular  and  permanent  demand,  but  an  exceptional 
operation  iatended  to  supply  a  special  necd  at  particular  occasions.  Even  the 
few  examples  which  remain  are  maniles>lly  the  work  of  able  artists,  deticient 
somelimes,  it  may  he,  in  the  tecbnical  skill;  and  evince  for  the  most  part  a  distinct 
relation  to  the  conlemporary  (ievelopmcnt>  oi  the  art  of  the  Paintin)^.  On  the 
othcr  band,  there  is  a  decided  abscnce  in  Italy  of  ;,'reat  masters  like  Wolgemuth 
and  Diircr,  who  treated  wood  engraving  as  an  essential  portion  of  their  artistic 
lunction.''     (I.ippmann,  op.  cit.,  p.  3). 

2)  Op.  cit.,  p.  3. 


La  silografia.  1 1 3 

III.  Il  più  volte  citato  Lippmann  distinse  le  silografie 
italiane  del  quattrocento  in  tre  gruppi  di  caratteri  più  o  meno 
distinti:  il  romano -napoletano,  il  fiorentino  e  il  veneziano  o 
dell'  alta  Italia.  Il  meno  importante  per  numero,  ma  il  primo 
in  ordine  di  tempo,  perchè  ad  esso  appartengono  le  più  antiche 
silografie,  è  il  gruppo  romano-napoletano. 

E  molto  probabile  che  le  incisioni  delle  più  antiche 
edizioni  romane  e  napoletane  siano  opera  degli  stessi  tipo- 
grafi. Il  Lattanzio  del  1465  reca  già  un  fregio  silografico  di 
disegno  semplicissimo,  copiato  da  qualche  antico  manoscritto, 
e  le  figure  che  si  vedono  nelle  Meditazioni  del  Torquemada 
(1467)  sono  di  stile  decisamente  tedesco,  talché  non  può  dubi- 
tarsi che  r  artista  che  le  eseguì  sia  stato  un  tedesco. 

I  primi  tipografi  si  trovarono  nella  necessità  di  farsi  da 
sé  tutto  quello  che  loro  occorreva  per  1'  esercizio  dell'  arte 
tipografica,  anzi  tutto  i  caratteri,  e  quasi  sempre  conobbero 
r  arte  dell'  incisione.  Sweynheym  e  Pannartz  dovettero  certa- 
mente farsi  da  sé  i  caratteri,  ma  Sweynheym  fu  senza  dubbio 
anche  un  valente  incisore,  come  si  rileva  dal  Tolomeo  del 
1478  le  cui  tavole,  incìse  in  rame,  furono  almeno  in  buona 
parte  opera  sua.'^  Di  Ulrico  Han  non  si  hanno  notizie  o 
documenti  che  attestino,  come  per  C.  Sweynheym,  essere  stato 
anch'  egli  incisore,  ma  occorre  tener  presente  che  egli  non 
avrebbe  potuto,  come  crede  il  Lippmann,  trovare  in  Roma 
una  persona  idonea  a  far  lavoro  d'  incisione  nel  legno  :  perciò 
fu  egli  stesso  molto  probabilmente  1'  autore  delle  incisioni  che 
ornano  le  Meditazioni  del  Torquemada. 

In  condizioni  non  diverse  è  da  credere  che  si  trovassero 
in  Napoli  il  Riessìnger  e  gli  altri  più  antichi  stampatori. 

II  Giustiniani^'  opinò  che  la  silografia  dovette  essere  pra- 
ticata presso   di  noi  forse  anche  prima  dell'  introduzione  della 


l)  „Magister  uero  Conradus  Suueynheym  Germanus  a  quo  formandorum 
Rome  librorQra  ars  primum  profecta  est  ...  animum  primum  ad  hanc  doctrinam 
capescendam  applicuit,  subinde  mathematicis  adhibitis  uiris  quemadmodum  tabulis 
eneis  imprimerentur  edocuit,  triennioque  ia  hac  cura  consumpto  diem  obiit".  V. 
la  prefazione  del  Tolomeo  (e.  i  b). 

3)  Op.  cit.,  p.  23. 
Fava  e  Bresciano,  La  stampa  in  Napoli.    I.  g 


I  1 4  Capitolo  XV. 

tipografia,  e,  pur  confessando  di  non  aver  potuto  mai  rinvenire 
prove  sicure,  credette  di  aver  giustificato  sufficientemente  la 
sua  congettura  col  notare  come  la  buona  esecuzione  di  alcune 
capolettere  e  di  altri  fregi  silografici,  di  cui  si  veggono  ornate 
certe  edizioni  napoletane,  mostri  un'  arte  già  progredita,  la 
quale  lascia  supporre  che  da  qualche  tempo  fosse  in  Napoli 
conosciuta  e  praticata  1'  incisione  in  legno.  Una  tale  ipotesi 
viene  però  a  mancare  di  ogni  fondamento  se  si  ammette, 
com'  è  generalmente  ammesso,  che  gli  autori  delle  silografie 
delle  edizioni  napoletane  furono  artisti  venuti,  come  i  tipografi, 
dalla  Germania,  dove  1'  arte  dell'  incisione  in  legno  era  già  da 
lungo  tempo  praticata,   se  pur  non  furono  gli  stessi  tipografi. 

Vedemmo  già  che  la  silografia,  almeno  come  mezzo  di 
riproduzione  d*  immagini  applicato  specialmente  alla  fabbri- 
cazione delle  carte  da  giuoco,  era  largamente  praticata  in 
Napoli  nel  secolo  XV  e  da  artisti  napoletani,  anche  prima 
della  introduzione  della  tipografia.''  Molti  nomi  di  artefici 
sono  venuti  fuori  da  alcuni  documenti  contemporanei:  Cola 
Migliarese  da  Maddaloni,  Jacopo  d'Aquino,  Nicola  Gallo  di 
Sessa,  Francesco  Babusco,  Jacopo  Sardano,  Antonella  Apa  ed 
altri  ancora  sappiamo  che  dal  1465  al  1500  fabbricarono  carte 
da  giuoco. 

Ma,  da  queste  notizie  in  fuori,  nessun  indizio  abbiamo 
della  esistenza  in  Napoli  dell'  arte  silografica  propriamente 
detta  prima  della  introduzione  della  stampa,  e  neppur  sappiamo 
se  la  silografia,  negli  ultimi  tre  decennii  del  XV  secolo,  sia 
stata  praticata  in  Napoli  da  artisti  napoletani,  i  quali  1'  avessero 
appresa  dagl'  incisori  tedeschi  stabiliti  a  Napoli.  L' ipotesi  più 
naturale  e  più  probabile,  per  conseguenza,  è  che  le  silografie 
delle  edizioni  napoletane  siano,  salvo  qualche  eccezione,  opera 
di  artisti  tedeschi,  verisimilmentc  degli  stessi  tipografi. 

IV.  A  S.  Riessinger  non  dovette  essere  sconosciuta, 
come  altrove  ossers'ammo,  l' arte  dell'  incisione,  e  si  può  credere, 
per   le  considerazioni  che  ora  abbiamo  fatte,   che  sia  stato  lui 

I)  V.  capitolo  I. 


La  silografia.  I  I 

r  autore  delle  incisioni  inserite  nei  libri  illustrati  che  egli 
pubblicò  in  Napoli  e  in  Roma.  Dei  primi  diremo  più  innanzi. 
Qui  faremo  qualche  breve  osservazione  intorno  a  quelle  edi- 
zioni romane  del  Riessinger  che  egli  volle  ornare  di  silografie, 
per  rilevare  alcune  analogie  tra  queste  silografie  e  quelle  delle 
edizioni  Riessingeriane  di  Napoli. 

Oltre  la  Chiromantia,  nella  quale  pur  si  vedono  molte 
figure  silografiche,  il  Riessinger  pubblicò  a  Roma  gli  Opuscu- 
la  di  F.  Barbieri  e  il  Liber  de  fluminibus  di  Bartolo,  le 
cui  illustrazioni  non  sono  per  noi  prive  d'  interesse.  Degli 
Opuscula  di  F.  Barbieri  (il  libro  delle  Sibille  del  nostro 
Giustiniani)  si  conoscono  due  edizioni  romane  ornate  di  figure 
silografiche:  la  prima  con  la  data  del  1481  e  con  29  figure; 
la  seconda,  senza  data  ma  posteriore,  con  13  figure  e  con 
iniziali  e  fregi  silografici.  Questa  reca  in  fine  1'  insegna  del 
Riessinger  del  secondo  tipo  (Kristeller  115),  e  perciò  fu  dal 
Giustiniani  annoverata  fra  le  edizioni  napoletane,'^  sebbene  già 
r  Audiffredi  1'  avesse  giudicata  romana,  non  senza  notare  come 
le  tipografie  romane  del  XV  s.  non  avessero  prodotto  niente 
di  più  bello,  di  più  elegante  e  di  meglio  ornato  di  questa 
operetta. 

Il  Fisher  trova  esagerato  questo  giudizio  dell' Audiffredi, 
che  egli  attribuisce  al  Brunet,  ma  riconosce  che  le  incisioni 
delle  Sibille  e  di  Proba  sono  molto  superiori  a  quelle  della 
edizione  del  1481,  e  loda  soprattutto  la  figura  di  Proba.^^  E 
il  Lippmann  osserva  che  le  figure  dei  profeti  e  delle  Sibille 
sono  ben  disegnate,  ben  proporzionate  e  ornate  di  fregi  archi- 
tettonici nello  stile  della  Rinascenza,  e  suppone  che  questi 
disegni  si  debbano  a  qualche  artista  della  scuola  del  Ghir- 
landaio.3>  Non  intendiamo  di  esaminare  se  1'  ipotesi  del  Lipp- 
mann, da  altri  ancora  enunciata,  sia  da  accettarsi  senz'  alcuna 
riserva.     Preferiamo  di  lasciare  un  tale  esame  ai  competenti  e 


1)  Op.  cit.,  p.  53— 50. 

2)  Introduction  to  a  catalogue  of  the  early  prints  in  the  British  Museum, 
p.  310.  Un  fac-simile  della  figura  di  Proba  è  nella  Bibliotheca  Spenceriana 
del  Dibdin,  m,  p.  178. 

3)  Op.  cit.,  p.  13. 

8* 


1 1 6  Capitolo  XV. 

ci  contenteremo  di  osservare  che  nella  prima  di  quelle  figure, 
come  altrove  dicemmo,  si  vedono  due  scudi,  uno  dei  quali  è 
r  arme  del  Riessinger,  1'  altro  quella  della  città  di  Strassburg; 
il  che  potrebbe  autorizzare  a  supporre  che  1'  incisore  di  quelle 
figure  sia  stato  il  Riessinger,  per  quanto  lo  stile  di  esse  sia 
diverso  nel  disegno  da  quello  delle  incisioni  che  si  vedono  in 
altri  libri  Riessingeriani  illustrati. 

Delle  incisioni  del  Liber  de  fluminibus  di  Bartolo  im- 
presso dal  Riessinger  in  Roma  verso  il  1481  (Bibl.  232)  nessuno, 
per  quanto  noi  sappiamo,  si  è  mai  occupato.  Crediamo  perciò 
opportuno  dirne  qualche  cosa,  benché  il  Liber  de  fluminibus, 
come  il  Libro  delle  Sibille,  non  sia  una  edizione  napoletana. 

Il  Liber  de  fluminibus  contiene  in  tutto  38  incisioni 
in  legno,  delle  quali  13  sono  semplici  figure  geometriche.  Le 
altre  25  rappresentano,  sia  come  soggetti  principali,  sia  come 
elementi  accessorii,  piccoli  paesaggi,  montagne,  colline,  alberi, 
castelli,  torri,  molini,  qualche  piccola  chiesa,  animali  e  per- 
sonaggi. 

Le  più  notevoli  incisioni  sono  quelle  che  si  trovano  a 
e.  ioa,   17  a  e  18 a. 

Nella  prima  si  vede  un  uccellatore  seduto  in  una  cam- 
pagfna  e  in  distanza,  presso  un  fiume,  un  albero  e  una  piccola 
chiesa;  e  nella  seconda  uno  stagno  con  anitre  e  un  albero  da 
cui  pende  uno  scudo  col  motto:  „Vray  amor  ne  se  change",  e 
appiè  del  quale  stanno  un  cane  e  un  coniglio.  Accanto  è  rap- 
presentato un  fiume  con  anguille  e  anitre  natanti  (V.  tav.  VII). 

A  e.  i8a  vi  sono  due  silografie.  Quella  che  è  nella  parte 
superiore  rappresenta  due  sirene  nuotanti,  una  delle  quali  ha 
in  mano  uno  specchio  e  un  pettine  e  1'  altra  uno  scudo  e  una 
scimitarra,  mentre  a  sinistra  si  vede  un  monte  con  alberi  e  in 
basso  un  cane.  Neil'  altra,  che  è  nella  parte  inferiore  della 
stessa  pagina,  é  rappresentata,  in  mezzo  a  piante  con  fiori  e 
uccelli,  una  cerva  che  guarda  il  sole,  sopra  della  quale  vedesi 
un   nastro  in  cui  si  legge:  BIDER  .  GRAFT.     (V.  tav.  Vili). 

Le  incisioni,  molto  mediocri  in  generale,  sono  eseguite  a 
contorno  con  appena  qualche  accenno  al  chiaroscuro.  E  da 
notarsi  che  le  figure  umane,   come  si  può  osservare  anche  in 


La  silografia.  1 17 

altre  composizioni  silografiche  di  quel  tempo,  segnatamente  in 
quelle  del  Boccaccio  e  dell'  Ovidio  di  Napoli,  sono  sempre 
men  bene  disegnate  ed  eseguite  delle  altre  figure,  e  che  gli 
alberi  e  particolarmente  gli  animali  sono  disegnati  semplicemente 
ma  non  rozzamente.  La  figura  della  cerva  e  le  piante  con  fiori 
e  uccelli  a  e.  i8a  (V.  tav.  Vili)  sono  condotte  francamente  e  cor- 
rettamente. Ma  altre  analogie  si  riscontrano  pure  tra  queste 
incisioni  e  quelle  del  Boccaccio  e  dell'  Ovidio  di  Napoli. 
Le  figure  degli  animali  si  rassomigliano,  ed  è  particolarmente 
notevole  la  maniera  di  rappresentare  la  campagna,  1'  acqua 
del  mare  e  dei  fiumi  e  soprattutto  gli  alberi,  maniera  che  a 
noi  pare  la  stessa  nelle  une  e  nelle  altre. 

Va  pure  osservato  che  due  di  queste  incisioni  hanno  delle 
leggende  di  cui  una  é  in  francese  e  l'altra  in  tedesco:  particolare 
che  può  servire  di  conferma  dell'  opinione  comunemente  ac- 
cettata, che  non  fossero  artefici  italiani  gli  autori  delle  più 
antiche  silografie  che  s'  incontrano  nei  libri  italiani  del  XV  s.; 
e  che  una  parte  delle  figure  del  Bartolo,  e  tra  queste  sono 
pure  le  due  figure  accompagnate  da  leggende,  non  hanno 
alcuna  relazione  col  testo  e  furono  aggiunte  come  semplice 
ornamento,  com'  è  avvenuto  in  molti  altri  libri  illustrati. 

Le  quattro  incisioni  del  Bartolo  da  noi  riprodotte  (V. 
tav.  VII  e  Vili)  bastano  a  dare  un'  idea  sufficiente  dello  stile 
di  esse  e  delle  analogie  che  hanno  con  le  figure  di  altri  libri  Ries- 
singeriani.  Queste  analogie  sono  tali,  a  parer  nostro,  da  far 
tenere  come  cosa  più  che  probabile  che  le  incisioni  del  Liber 
de  fluminibus  e  quelle  dei  libri  Riessingeriani  di  Napoli  si 
debbano  ad  uno  stesso  artefice,  e  da  avvalorare,  per  conseguenza, 
r  ipotesi  che  lo  stesso  Riessinger  ne  sia  stato  l'autore. 

V.  Poco  note,  anche  perchè  assai  rare,  e  quindi  poco 
studiate  sono  state  finora  le  silografie  delle  edizioni  napoletane 
del  quattrocento,  ad  eccezione  di  quelle  dell'  Esopo  e  di 
qualche  altra  opera  delle  meno  rare. 

Le  silografie  sparse  nelle  edizioni  napoletane  del  XV  s. 
si  possono  distinguere  in  quattro  gruppi  principali,  abbastanza 
distinti  tra  loro  per  ordine  di  tempo  e  per  stile  :  le  Riessinge- 


Il8  Capitolo  XV. 

riane,  le  Tuppiane,  le  Prelleriane  e  le  Cantoniane.  Rimangono 
isolate  le  silografie  del  G afuri  e  quella  che  si  vede  nel  prin- 
cipio dell'  Istoria  di  Florio  e  Biancofiore. 

Un  gruppo  a  parte  formano  le  illustrazioni  dei  libri  d'  ore 
o  ufficii,  tutte  affini  tra  loro  pei  soggetti,  se  non  per  lo  stile 
e  r  esecuzione. 

Per  il  Lippmann'^  queste  incisioni  napoletane  costituiscono 
una  fase  curiosa  ed  isolata  dell'  arte  italo-teutonica.  Egli 
opina  che  siano  opera  di  disegnatori  e  silografi  tedeschi  di- 
moranti a  Napoli.  Se  non  che  il  Lippmann  non  cita  che 
r  Esopo  Tuppiano  e  il  Gafuri  (Bibl.  170),  di  cui  esamina  una 
sola  silografia;  né  fa  alcun  cenno,  per  tacere  di  altre  meno 
importanti,  dell'  incisione  che  si  vede  nel  Giarde  no  di  Marino 
Jonata,  la  quale  è  senza  dubbio  assai  ben  condotta  nel  disegno 
e  nella  esecuzione  e  supcriore  alle  silografie  del  Gafuri,  e 
neppure  della  bella  silografia  del  Sinulfo  (Bibl.  186).  Il  suo 
giudizio  quindi,  per  quanto  autorevole,  non  sembra  sia  derivato 
da  un  largo  e  minuto  esame  di  tutto  il  materiale  silogratìco 
sparso  nelle  edizioni  napoletane  del  XV  s.  e  pochissimo  cono- 
sciuto sia  per  la  grande  rarità  di  queste  edizioni,  sia  perchè, 
a  dire  il  vero,  la  maggior  parte  delle  incisioni  napoletane, 
se  si  eccettuano  quelle  dell'  Esopo  e  qualche  altra,  sono 
artisticamente  meno  che  mediocri  e  non  potevano  perciò 
destare  molto  interesse,  massime  quando  le  manifestazioni 
dell'  arte  si  giudicavano  solamente  in  ragione  del  loro  in- 
strinseco  valore. 

Noi  quindi  cercheremo  di  rintracciare  e  di  enumerare, 
indicandole  sommariamente,  tutte  le  manifestazioni  dell'  arte 
silografica,  anche  le  meno  importanti  e  le  più  minute,  sparse 
nelle  edizioni  napoletane  del  XV  s.,  ma  ci  fermeremo  a  pre- 
ferenza su  quelle  che  sono  o  affatto  ignote,  perchè  da  nessuno 
finora  indicate,  o  poco  note  ;  e  delle  une  e  delle  altre,  quando 
abbiano  una  certa  importanza  e  non  siano  già  riprodotte  in 
altre  opere,  daremo  qualche  riproduzione,  limitandoci  ad  indi- 
care quelle  riprodotte  da  altri. 

I)  Op.  cil.,  p.  15. 


La  silografia.  1 1 9 

VI.  La  più  antica  silografia  che  s' incontri  nelle  edizioni 
napoletane,  per  quanto  noi  sappiamo,  è  quella  che  accompagna 
il  Dialogo  di  Polimaco  di  Angelo  Caracciolo,  impresso  dal 
Riessinger  senza  data  ma  certamente  prima  del  1475,  ed  assai 
probabilmente  verso  il  1473 — 74  (Bibl.  24).  Rappresenta  un 
uomo  in  atto  di  accomiatare  e  benedire  un  giovane,  presente 
una  donzella  (mm.  88x85),  e  le  figure  sembrano  dello  stesso 
stile  delle  figure  del  Boccaccio  e  dell'  Ovidio,  di  cui  ora 
diremo.  Recentemente  è  stata  riprodotta  dal  sig.  T.  de  Marinis.') 

Alcune  piccole  incisioni,  rappresentanti  stemmi,  armi  ecc. 
si  vedono  nel  Tractatus  de  societate  pecuniae  di  RUbaldi 
(e.  1473—74:  Bibl.  27). 

Vengono  quindi  le  illustrazioni  del  Filocolo  (1478). 
Sono  40  figure  di  circa  mm.  1 20X115  ciascuna  e  furono  per 
la  prima  volta  indicate  dal  Giustiniani,  che  le  giudicò  „di  stile 
tedesco".  Queste  figure,  anch'  esse  eseguite  a  contorno  con 
qualche  accenno  appena  al  chiaroscuro  come  quelle  del  Liber 
de  fluminibus  e  dell'  Ovidio,  differiscono  in  modo  notevole 
dalle  figure  che  si  vedono  negli  Opuscula  del  Barbieri  e 
che,  per  quello  che  abbiamo  detto  altrove,  dovrebbero  pure 
riferirsi  al  Riessinger.  L'  esecuzione  ne  è  rozza,  anche  se 
non  voglia  dirsi  estremamente  rozza  come  la  giudicò  il 
Fisher.^) 

Come  saggio  ne  riproduciamo  due.  La  prima  rappresenta 
il  Boccaccio  in  atto  di  scrivere  il  Filocolo  alla  presenza  di 
Maria  di  Angiò;  1'  altra  Florio  che,  liberata  Biancofiore,  la 
ripresenta  al  Re.  V.  tav.  Ili  a — b. 

Seguono  le  Pistole  di  Ovidio  senza  data,  ma  pubblicate 
pure  in  quel  torno  (e.  1478).  Questo  libro  è  ornato  di  20  in- 
cisioni, di  mm.  88x80  circa,  trattate  allo  stesso  modo  di  quelle 
del  Filocolo  e  al  pari  di  queste  „rozze  come  possono  aspettarsi 
da  un'  arte   bambina",   secondo   la  frase  del  Bernardoni.3>     Le 


i)  Il  Libro  e  la  Stampa,  III  (N.  S.),  p.  99. 

2)  Op.  cit.,  p.  310— 311. 

3)  Op.  cit.,  p.  XXVIII.  Questi  aggiunge  che  le  figure  dell'Ovidio  „hanno 
presso  a  poco  lo  stesso  carattere  di  quelle  che  sono  nell'  opera  del  Boccaccio 
De  mulieribus  claris  stampata  a  Uhna  nel   1473". 


I20  Capitolo  XV. 

figure  dell'  Ovidio  riescono  anche  più  curiose  di  quelle  del 
Boccaccio  per  il  contrasto  delle  ingenue  rappresentazioni  e  delle 
fogge  quattrocentesche  coi  soggetti  classici.  Le  indichiamo 
brevemente:  Penelope  che  scrive  su  un  rotolo  (e.  zh);  FilH  che 
scrive  sopra  un  leggìo  (e.  5  a)'';  Briseide  in  atto  di  consegnare 
una  lettera  sigillata  ad  un  messo  che  sta  a  capo  scoperto, 
presente  una  figura  muliebre  che  ha  nella  sinistra  un  fiore 
(e.  9 a);  Fedra  in  atto  di  trattenere  Ippolito:  è  anche  troppo 
realistica  e  la  figura  di  Fedra  ricorda  per  1'  acconciatura  la 
figura  muliebre  che  si  vede  nella  insegna  di  S.  Riessinger 
(e.  i2b);  Enone:  è  riprodotta  nella  tav.  Illd  (e.  17  a);  le  figlie 
di  Toante:  curiosissima  (e.  21  a);  Didone  che  si  trafigge:  curiosa 
anch'essa  (e.  24b);  Ermione  che  dal  carcere  consegna  una 
lettera  ad  un  messo,  mentre  alcune  guardie  stanno  a  sedere: 
notevoli  gli  alberi  come  nell'  incisione  rappresentante  Enone 
da  noi  riprodotta  (e.  29 a);  Nesso  e  Deianira  (e.  32 a);  Arianna 
sullo  scoglio  di  Nasso  :  per  1'  acconciatura  la  figura  di  Arianna 
ricorda  quella  dell'  insegna  (e.  37  a);  Canace  che  si  fa  trafiggere 
dopo  r  uccisione  del  figlio,  alla  presenza  di  Eolo  (e.  40 a); 
Medea  che  ha  uccisi  i  figli  (e.  43 a);  Laodamia  e  Protesilao 
(e.  48 b);  Ipermestra  e  Lino  (e.  52  a);  Paride  (e.  56a);  Elena 
(e.  62  b);  Leandro  che  nuota  mentre  Ero  1'  attende  alla  finestra 
con  una  face  (e.  68  a);  Ero:  da  noi  riprodotta  nella  tav.  Ili  e. 
(e.  73  a);  Aconzio  e  Ancipide  (e.  77  b  e  82  b). 

E  notevole  che  in  queste  figure,  come  in  generale  nelle 
incisioni  del  Filocolo,  gli  alberi  sono  trattati  in  modo  per- 
fettamente simile  a  quello  delle  incisioni  del  Liber  de  flu- 
minibus,  così  come  sono  trattati  allo  stesso  modo  il  mare  e 
la  campagna.  Riproduciamo  in  dimensioni  di  poco  ridotte  due 
di  queste  figure:  la  5*  rappresentante  Enone  e  la  iS'  rappresen- 
tante Ero  in  atto  di  consegnare  una  lettera  ad  un  marinaio 
che  è  bordo  di  una  nave.     V.  tav.  Ili  e — d. 

VII.  Seguono  in  ordine  di  tempo  alle  silografie  Riessinge- 
riane  quelle  del  Gafuri  di  Francesco  di  Dino  (1480).    Qucst'o- 

l)  È  da  notarsi  che  due  pagine  sono  male  impresse:  la  p.  5  a  e  la  p.  òa: 
le  pagine  si  seguono  in  quest'ordine:  53,  ba,  5b,  6  b. 


La  silografia.  121 

pera  é  accompagnata  da  sette  incisioni,  cinque  delle  quali  sono 
semplici  figure  lineari  o  geometriche.  Vi  sono  però  due 
grandi  silografie.  La  prima  (e.  i8a)  rappresenta  il  mito  del- 
l' invenzione  della  musica:  sei  uomini  battono  coi  martelli 
sopra  un'incudine  poggiata  su  di  un  tronco  d' albero  (mm.  148 
XI 15  circa).  Il  disegno  non  manca  di  espressione,  ma  l'ese- 
cuzione tradisce  la  scarsa  valentia  dell'  incisore.  Il  legno, 
osserva  il  Lippmann,'^  fu  intagliato  da  una  mano  inabile 
e  il  carattere  dell'  incisione  è  quello  di  una  cattiva  opera 
tedesca.  Nella  seconda  (e.  loia)  vedesi  un  uomo  seduto  in 
atto  di  suonare  un  organo  (mm.  200x205  circa).  L'  esecuzione 
è  egualmente  imperfetta. 

Queste  due  incisioni,  che  abbiamo  riprodotte  nelle  tav. 
XXXVIII  e  XXXIX,  annunziano  uno  stile  diverso  da  quello 
delle  figure  dei  libri  Riessingeriani. 

La  silografia  che  si  vede  in  principio  della  rarissima 
edizione  anonima  del  Cantare  di  Florio  e  Biancofiore 
(Bibl.  198)  è  forse  la  più  rozza  fra  tutte  le  incisioni  che  s'  in- 
contrano nei  libri  napoletani  del  quattrocento.  Vi  sono  rap- 
presentati Florio  e  Biancofiore.  Quegli  ha  nelle  mani  un 
ramo  con  tre  grandi  fiori,  questa  mostra  un  cuore  trapassato 
da  una  freccia,  mentre  in  alto  Amore,  bendato,  è  in  atto  di 
scoccare  un  dardo  (mm.  170X120).  Al  recto  dell' ultima  carta 
di  questo  libretto  vi  è  un'  altra  silografia  (mm.  1 15X110  circa) 
che  rappresenta  Biancofiore  venduta  sulla  nave  ed  è  impressa 
con  una  delle  stampe  del  Filocolo  di  S.  Riessinger.  Queste 
due  figure,  indicate  per  la  prima  volta  dal  Giustiniani  (p.  20), 
furono  affatto  trascurate  dal  Lippmann,  né  noi  ne  abbiamo 
trovato  cenno  in  altre  opere.  Le  riproduciamo  entrambe 
nella  tav.  XL. 


Vili.     Pochi  libri   illustrati   uscirono   dalla   tipografia   di 
F.  del  Tuppo,   ma   fra  questi   libri  vi   è  il  più  insigne  monu- 

i)  Op.  cit„  p.  16. 


122  Capitolo  XV. 

mento  dell'  arte  silografica  napoletana,  1'  Esopo  dello  stesso 
Del  Tuppo. 

Precede,  per  ordine  di  tempo,  un'  edizione  del  I.unario 
del  GranoUachs  fatta  dal  Del  Tuppo  per  1'  anno  1485  (Bibl.  65), 
che  è  ornata  di  una  silografia  (e.  ib)  del  tipo  solito  a  trovarsi 
nelle  edizioni  di  questi  lunarii,  con  la  iscrizione:  „Altior  in- 
cubuit  animg  fub  ymag^ne  mudi". 

L'  Esopo  di  Francesco  del  Tuppo  è  certamente  il  più 
bel  libro  che  abbia  prodotto  1'  antica  tipografia  napoletana  sia 
per  la  nitidezza  dei  tipi  e  1'  eccellente  esecuzione  tipografica, 
sia  soprattutto  per  il  numero  e  la  bellezza  delle  figure  e  degli 
ornati,  che  lo  rendono  uno  dei  più  preziosi  fra  i  hbri  illustrati 
del  quattrocento. 

È  ornato  di  88  grandi  composizioni,  di  una  splendida  in- 
corniciatura e  di  belle  iniziali  fiorite.  Delle  88  grandi  figure 
23  illustrano  la  vita  di  Esopo  e  le  rimanenti  65  si  riferiscono 
alle  65  favole  tradotte  dal  Del  Tuppo;  •>  e  di  queste  65  illustra- 
zioni le  prime  61  corrispondono  pei  soggetti  alle  60  favole 
Esopiane  parafrasate  dall'  anonimo  medievale ,^^  e  le  ultime 
quattro  alle  prime  quattro  favole  aggiunte  in  sèguito  e  che 
si  trovano  generalmente  nei  manoscritti  meno  antichi  e  nei 
volgarizzamenti.3> 

Le  prime  23  incisioni  che  illustrano  la  vita  di  Esopo 
sono  un  poco  più  grandi  di  quelle  che  illustrano  le  favole 
(mm.  100  X  120  circa),  ma  più  semplicemente  incorniciate 
(mm.  150X130  compresa  la  cornice).  Le  incorniciature,  com- 
poste di  quattro  pezzi  ciascuna,  sono  di  quattro  tipi  diversi, 
tutti  di  elegante  disegno.  L'  1 1  '  incisione  è  alquanto  più 
piccola  ed  ha  una  incorniciatura  ancora  più  semplice  (mm.  120 


i)  Nel  testo  e  nelU  tabula  sono  indicate  66  favole,  perchè  il  prologo 
(protliesis  comparativa)  è  stato  considerato  come  tarola  la,  la  favola  la 
come  3 a  ecc.,  e  perchè  la  favola  XXI  dell'Anonimo  medievale  (de  ranis  etc.) 
i  stata  divisa  in  3  favole  (de  Athenicnsibus  petenti  bus  regem  e  de  ranif 
et  hidro),  alle  quali  corrispondono  le  incisioni  3ia  e  33a. 

a)  Hcrvieux,  Fabulistes  latini,  H,  p.  385 — 418. 

3)  Ibidem,  p.  418— 420. 


La  silografia.  123 

X  130  circa)  e  1'  ultima  (23^),  rappresentante  la  morte  di  Esopo, 
è  molto  più  grande  (mm.  198X140)  ed  occupa  l' intera  pagina. 

Le  65  incisioni  relative  alle  favole  sono  più  piccole 
(mm.  85x85  circa),  ma  incorniciate  in  un  fregio  molto  più 
grande  e  più  ricco  (mm.  160x125).  Questo  fregio  è  di  tre 
tipi,  ciascuno  dei  quali  ha  motivi  ornamentali  diversi,  tutti  di 
elegante  disegno,  nelle  cornici,  ma  sempre  delle  stessi  dimen- 
sioni e  della  stessa  forma.  La  parte  superiore  del  fregio  è 
un  arco  carico  di  ornamenti  su  fondo  nero,  di  stile  che  a 
taluno  è  sembrato  avere  dell'  arabo,  nel  mezzo  del  quale  arco 
o  lunetta  è  rappresentato,  in  corrispondenza  coi  tre  diversi 
tipi  di  ornati,  o  Ercole  vincitore  di  Anteo,  o  Ercole  che  uccide 
il  leone  Nemeo,  1'  uno  e  1'  altro  disegnati  con  notevole  forza 
di  espressione,  o  due  figure  virili  che  cavalcano  animali  fan- 
tastici, r  una  di  fronte  all'  altra  in  atto  di  combattere. 

Oltre  alle  88  grandi  incisioni  adornano  il  bel  volume 
una  grande  incorniciatura  (mm.  280x209  circa),  che  inquadra 
la  prima  pagina  del  testo,  di  elegantissimo  disegno  (V.  tav.  XII), 
e  3  grandi  iniziali  fiorite,  tutte  di  egregia  fattura,  oltre  ad 
alcune  iniziali  più  piccole. 

Dello  stile  e  dei  pregi  delle  figure  dell' Esopo  Tuppiano 
trattò  magistralmente  il  Lippmann,  considerandole  sotto 
r  aspetto  dell'  invenzione,  del  disegno  e  dell'  esecuzione.'^ 

Egli  osserva  in  primo  luogo  che  tutte  le  incisioni  del- 
l' Esopo  hanno  il  carattere  di  una  maniera  spiccatamente  in- 
dividuale. Le  figure,  specialmente  quelle  d'  animali,  sono 
vivacemente  e  fortemente  disegnate  e  naturalissimi  i  loro 
atteggiamenti,  come  i  loro  movimenti:  le  teste  umane  grandi 
hanno  pure  una  particolare  espressione  di  energia.  Le  linee 
sono  ferme  e  sottili  e  vi  è  una  notevole  maestria  di  pro- 
spettiva nella  disposizione  e  nella  ombreggiatura  degli  sfondi. 
E  neir  aspetto  generale  delle  incisioni  dell'  Esopo  il  Lipp- 
mann crede  di  trovare  qualche  cosa  che  fa  ricordare  dei  più 
antichi  lavori  calcografici  tedeschi. 

Suppone  lo  stesso  autorevole  critico  che  le  miniature  di 

i)  Op.  cit.,  p.  14 — 16. 


124  Capitolo  XV. 

qualche  antico  manoscritto,  probabilmente  di  origine  siciliana, 
saranno  state  il  modello  tenuto  presente  per  le  illustrazioni 
dell'  Esopo  e  imitato  poi  nella  loro  maniera  propria  da  di- 
segnatori e  da  incisori  tedeschi  allora  stabiliti  a  Napoli;  ed  a 
noi  pare  che  la  sua  sia  una  felice  congettura.  Pure  avendo 
fatte  non  poche  ricerche  non  siamo  riusciti  a  vedere  o  ad 
aver  notizia  di  alcun  manoscritto  delle  favole  Esopiane  le  cui 
miniature,  per  il  loro  numero  o  per  la  loro  composizione, 
potessero  considerarsi  come  il  modello  imitato  dall'  illustratore 
dell'Esopo:  ma  ad  altri  che  volesse  e  potesse  estendere  le 
ricerche  ai  grandi  depositi  di  manoscritti,  ciò  che  a  noi  non 
fu  dato,  non  riuscirà  forse  difficile  il  rinvenire  le  miniature 
che  furono  prese  a  modello  dall'  illustratore  dell'  Esopo.  Se 
non  che  a  noi  sembra  molto  probabile  che  le  tre  rappresenta- 
zioni mitologiche  delle  lunette  e  alcuni  motivi  ornamentali 
del  fregio  che  inquadra  le  illustrazioni  delle  favole,  e  forse 
anche  dei  fregi  adoperati  per  quelle  della  vita  di  Esopo,  siano 
stati  imitati,  secondo  il  gusto  che  cominciava  a  prevalere, 
anziché  da  mmiature  di  manoscritti,  da  monumenti  antichi. 

Osserva  pure  il  Lippmann  che  non  si  riscontra  alcuna 
affinità  tra  le  illustrazioni  dell'  Esopo  e  le  incisioni  di  qua- 
lunque altro  libro  italiano  di  quel  tempo.  L'  esecuzione  delle 
illustrazioni  dell'  Esopo  ricorda  la  scuola  silografica  di  Strass- 
burg,  mentre  altri  particolari  fanno  pensare  ad  una  scuola  di 
calcografi  tedeschi  fiorita  non  molti  anni  prima.'' 

La  conclusione  a  cui  arriva  il  Lippmann  è  che  le  incisioni 
dell'  Esopo  sono  1'  opera  d'  un  artista  tedesco  educato  alla 
scuola  di  Strassburg.  E,  dopo  di  aver  osservato  che  1'  Esopo 
fu  da  qualcuno  attribuito  al  tipografo  Mattia  Moravo  {attri- 
buzione che  oggi  è  inammissibile),  aggiunge  che  Mattia  potette 
essere  in  relazione  col  suo  concittadino  Wenzel  di  Olmiitz, 
incisore  accurato,  abile  ed  esperto:  ipotesi  che  a  noi  non 
sembra  avere  maggior  fondamento  della  premessa  a  cui  è 
subordinata. 

Non  vogliamo  tralasciar  di  ricordare  che  un  altro  critico, 

I)  Ibidem. 


La  silografia.  125 

il  Fisher,  non  si  mostrò  alieno  dall'  accogliere  1'  opinione 
espressa  dell'  Humphrey,  che  cioè  le  incisioni  dell'  Esopo 
fossero  in  metallo  anziché  in  legno  :  opinione  che  gli  pareva 
confortata  dalla  fermezza  delle  linee. '^ 

L'  Esopo  godette  di  una  certa  popolarità  come  libro 
illustrato,  come  si  può  inferire  dall'  edizione  aquilana,  impressa 
nel  1493,  molto  più  rara  dell'  edizione  di  Napoli  e  le  cui 
figure  furono  copiate  da  quelle  della  napoletana,  e  dalle 
parecchie  edizioni  illustrate  che  se  ne  fecero  a  Venezia. 

Delle  figure  dell'  Esopo  napoletano  più  d'  una  è  stata 
riprodotta.  Il  Lippmann  riportò  nel  suo  libro  quella  dell'  idra 
e  delle  rane,^^  il  Crane^'  un'altra  delle  più  belle  {de  homine 
et  asello),  il  Fumagalli-*^  quella  della  favola  VII  (de  femina 
nubente  furi). 

Noi  ne  riproduciamo  due  che  sono  a  giudizio  nostro  tra 
le  più  belle  per  1'  esecuzione  e  tra  le  più  interessanti  per  il 
soggetto  :  quella  che  rappresenta  Esopo  alla  presenza  di  Netta- 
nebo  e  che  è  la  20^  della  Vita  di  Esopo,  e  quella  dell'  idra  e 
delle  rane  che  è  la  22^  delle  favole.    V.  tav.  XIII. 

Qualche  anno  dopo  dell'  Esopo  lo  stesso  Del  Tuppo 
pubblicò  un'  edizione  del  volgarizzamento  delle  Vite  dei 
filosofi  di  Diogene  Laerzio,  ornata  di  una  silografia  (Bibl.  67). 
Questa,  secondo  il  Giustiniani, s)  trovasi  al  verso  della  i^c.  e 
non  è  che  una  delle  silografie  dell'  Esopo,  precisamente  quella 
che  rappresenta  Santo  avvinazzato  che  promette  di  bere 
l'acqua  del  mare  (e.  23b  dell'Esopo);  con  la  differenza  che 
neir  Esopo  è  inquadrata  nel  solito  fregio,  composto  di  quattro 
pezzi,  di  cui  sono  ornate  le  incisioni  della  Vita  di  Esopo. 

Il  libretto  della  Confessione  di  S.  Giacomo  della  Marca 
impresso  dal  Del  Tuppo  verso  il  1490  (Bibl.  77)  è  ornato  di 
una    piccola    silografia    di    mm.  94x64    circa,    rappresentante 


1)  „ .  .  .  an    opinion    confirmed   by    the  unbroken  firmness  of  the  line,    the 
drapery  and  other  parts  of  the  groups  of  figures  are  worked  with."    (Op.  cit.,  p.  312.) 

2)  p.  17. 

3)  Decorative  illuslration  of  books,  p.  55. 

4)  Lexicon  typographicum,  p.  254. 

5)  Op.  cit.,  p.  168. 


126  Capitolo  XV. 

S.  Giacomo  della  Marca  in  atto  di  ascoltare  la  confessione  di 
un  giovane,  e  un  demonio  fuggente.  Vi  sono  notevoli  analogie 
tra  le  figure  di  questa  incisione  e  quelle  dell'  Esopo. 

IX.  Il  Preller,  fra  tutti  i  tipografi  di  Napoli,  produsse  il 
maggior  numero  di  libri  con  figure,  giacché  delle  quindici 
edizioni  napoletane  che  di  lui  conosciamo  dieci,  compresi 
quattro  ufficii,  hanno  illustrazioni  di  varia  importanza.  La- 
sciando stare  quelle  degli  ufficii,  di  cui  diremo  in  seguito, 
indicheremo  le  illustrazioni  degli  altri  singoli  libri. 

La  grande  silografia  che  adorna  1'  edizione  del  Giardeno 
di  Marino  Jonata  stampata  nel  1490  (Bibl.  178)  è  assai  poco 
nota,  anche  perchè  non  si  trova  che  in  alcuni  esemplari. 
Rappresenta,  con  tutta  probabilità,  1'  autore  del  poema  coi 
suoi  due  figli  Francesco  e  Bernardino  (nini.  165X127  circa), 
e  reca,  forse  anche  più  che  le  incisioni  dell'  Esopo,  1'  impronta 
dell'  arte  tedesca.  Per  vigoria  di  disegno  ed  accuratezza  di 
esecuzione  noi  crediamo  che  possa  esser  collocata  immediata- 
mente dopo  le  incisioni  dell'  Esopo.  Il  Molini  per  il  primo 
dette  notizia  di  questa  silografia  (Operette  bibliografiche, 
p.  198),  che  non  fu  considerata  dal  Lippmann.     V.  tav.  XLV*. 

L'  Esopo  latino  senza  data  (Bibl.  179*'^)  ha  una  notevole 
silografia  (mm.  138x89),  in  cui  è  rappresentato  probabilmente 
il  traduttore  Lorenzo  Valla  che  presenta  il  suo  libro  ad 
Alfonso  di  Aragona.  Le  due  figure,  del  sovrano  sedente  in 
trono  e  dell'  autore  del  libro  che  gli  sta  dinanzi  inginocchiato, 
sono  disegnate  con  naturalezza  e  1'  incisione  è  in  generale 
bene  eseguita.     V.  tav.  XL^". 

Il  Messale  senza  note  tipografiche,  impresso  verso  il 
1490  dal  Preller  come  noi  crediamo  (Bibl.  174),  è  ornato  di  tre 
silografie,  una  di  mm.  162x110  e  due  piccole  (mm.  70x50). 
La  più  grande  rappresenta  Gesù  crocifisso  con  la  Madonna  e 
S.  Giovanni;  le  due  più  piccole  la  Deposizione  e  la  Risurrezione 
di  G.  C. 

Queste  tre  incisioni,  che  per  lo  stile  ci  sembra  che  abbiano 
qualche  analogia  con  cjuelle  dei  Miracoli  della  Vergine, 
furono  riprodotte  nel  catalogo  100  della  Libreria  di  L.  Rosen- 


La  silografia,  127 

thal,  a  p.  204  e  205,  e  più  recentemente  nella  Bibliofilia 
(III,  p.  289 — 290)  dal  sig.  T.  de  Marinis. 

Due  figurine  silografiche  della  Madonna  (mm.  45  x  30  e 
43X10)  sono  nel  Rosarium  odor  vitae  stampato  coi  ca- 
ratteri del  Preller  verso  il  1490  (Bibl.  175).  Sono  riprodotte 
nel  catalogo  Vili  della  Libreria  T.  de  Marinis,  a  p.  75  e  77. 

La  seconda  edizione  delle  Consuetudini  di  Palermo, 
eseguita  dal  Preller  nel  1496  (Bibl.  181),  è  ornata  da  una  silo- 
grafia rappresentante  un'  aquila  che  regge  lo  stemma  della 
città  di  Palermo,  inquadrata  in  un'  incorniciatura  con  ra- 
beschi e  fiorami,  come  dice  il  Pennino  (II,  n,  845).  Vi  si 
leggono  le  iniziali  A  G  secondo  il  Giustiniani.  A  noi  non 
fu  dato  vederla. 

Un'  altra  edizione  Prelleriana  infine,  anche  più  rara  della 
precedente,  i  Miracoli  della  Vergine  (1497:  Bibl.  183),  è 
ornata  di  figurine  silografiche  quasi  ad  ogni  pagina.  A  e.  i  b 
vi  è  una  piccola  ma  franca  incisione  raffigurante  la  Madonna 
di  Loreto  con  l' iscrizione  S.  MARIA  DE  LORETO  in  un 
nastro  tenuto  da  due  angeli  (V.  tav.  XLV"^).  Altre  quattro  in- 
cisioni minori,  più  volte  ripetute  nel  testo,  rappresentano  la 
Vergine  col  Bambino  in  pose  diverse  (V.  tav.  XLV*^"^).  Queste 
figurine  presentano,  come  a  noi  pare,  qualche  analogia  con 
quelle  del  Messale  e  rimasero  anch'  esse  ignote  al  Lippmann. 

X.  Il  rarissimo  opuscolo  grammaticale  impresso  nel  1491 
da  Aiolfo  Cantoni  (Sinulfo:  Bibl.  186)  è  ornato  da  una  grande 
silografia  di  mm.  190X 130  circa,  compresa  1'  incorniciatura. 
Questa  bella  incisione,  anch'  essa  non  conosciuta  o  non  con- 
siderata dal  Lippmann,  rappresenta  un  precettore  sedente  in 
cattedra  in  atto  d'  insegnare  ad  un  giovanetto  che  gli  sta  ritto 
dinanzi,  mentre  altri  tre  discepoli  ascoltano  seduti.  Tanto  le 
figure  quanto  i  particolari  della  piccola  aula  sono  accurata- 
mente trattati,  ed  è  notevole  soprattutto  la  figura  del  gio- 
vinetto che  sta  in  piedi.  In  alto,  al  sommo  delle  pareti,  si 
legge  l' iscrizione:  .  IN  .  MEDIO  .  CONSISTIT  .  VIRTVS; 
e  dalle  due  finestre  aperte  si  vedono  montagne  con  alberi  e 
animali  appena  accennati  e  con  una  città  murata  e  un  castello 


128  Capitelo  XV. 

turrito  alla  sommità.  Questa  silografia,  che  è  forse  la  più 
bella  fra  quelle  che  s'  incontrano  nelle  edizioni  napoletane,  è 
certamente  opera  di  un  artefice  italiano.     V.  tav.  XLVII*. 

Lo  stesso  opuscolo  ha  pure,  a  e.  2  a,  una  bella  incorni- 
ciatura silografica  di  mm.  190X  132,  che  vedesi  adoperata  anche 
nel  Gigli  dello  stesso  tipografo. 

Una  grande  figura  e  una  ricca  incorniciatura  adornano 
r  edizione  dell'  Aquila  eseguita  dallo  stesso  tipografo  nel  1492 
(Bibl.  188).  La  prima,  che  trovasi  a  e.  i  b  (mm.  2 15  x  150  circa, 
compresa  la  cornice),  rappresenta  un'  aquila  coronata,  abba- 
stanza bene  eseguita,  e  non  è  inferiore  all'  incisione  che  si 
vede  neir  edizione  veneta  del  1494'^  (V.  tav.  XLVIII).  L'  in- 
quadratura, a  rabeschi,  fiorami  ed  animali  (mm.  285x195  circa; 
la  fascia  inferiore  ò  larga  72  mm.)  è  più  ricca  ma  meno  ele- 
gante di  quella  che  si  vede  nell'  Esopo  (V.  tav.  XLVI).  Anche 
queste  due  incisioni  non  furono  considerate  dal  Lippmann. 

L'  Orbis  Breviarium  di  Z.  Gigli  (1496:  Bibl.  190)  ha  una 
bella  cornice  silografica  a  e.  3b  di  mm.  190x132  circa,  quella 
stessa  che  adoma  una  pagina  del  Sinulfo  (V.  tav.  XLVIP). 
A  e.  4b  si  vedono  due  figure  geografiche  (mappe)  rappresen- 
tate da  semplici  lince  rette  e  curve,  con  leggende  a  stampa, 
simili  a  quelle  dell'  edizione  fiorentina  del  1493  riprodotte  dal 
Nordenskiòld  (Fac-simile  atlas  to  the  early  history  of 
cartography  etc,  fig.  20). 

XL  Le  silografie  di  cui  i  tipografi  vollero  adornare  le 
diverse  edizioni  degli  ufficii  o  libri  d' ore,  a  somiglianza  delle 
miniature  dei  libri  d'  ore  manoscritti,  costituiscono  un  gruppo 
omogeneo  a  parte.  Simili  tra  loro  pei  soggetti  delle  rappre- 
sentazioni, che  sono  di  solito  1'  Annunziazione  di  Maria  o  la 
Natività  di  G.  C,  Davide,  il  Giudizio  universale  o  un  funerale, 
il  Cristo  in  croce  o  deposto,  il  Battesimo  di  G.  C.  o  la  Discesa 
dello  Spirito  Santo,   corrispondenti   all'  ufficio   della  Madonna, 


I)  Questa  è  direna  dalla  figura  dell'  edizione  napoletana,  soprattutto  per 
r  incorniciatura.  È  riprodotta  dall' Oogania  (l/arte  della  stampa  nel  riua- 
sciiDCOto,  I,  p.  86). 


La  silografia.  I2g 

ai  salmi  penitenziali  e  agli  ufficii  dei  morti,  della  Croce  e  dello 
Spirito  Santo,  si  rassomigliano  più  o  meno  anche  per  lo  stile, 
quando  non  sono  addirittura  impresse  con  le  stesse  stampe, 
più  volte  adoperate  nelle  successive  edizioni.  Infatti  nelle 
edizioni  posteriori,  come  abbiamo  potuto  constatare,  si  trovano 
più  d'  una  volta  riprodotte  le  silograiie  delle  edizioni  precedenti; 
ed  abbiamo  motivo  di  credere  che  lo  stesso  sia  avvenuto  anche 
altre  volte,  sebbene  non  ci  sia  stato  possibile  accertarcene,  a 
causa  della  rarità  estrema  di  questi  libri,  della  maggior  parte 
de'  quali  non  abbiamo  potuto  trovare  esemplari  da  cui  non 
fossero  state  strappate  le  incisioni. 

Le  edizioni  degli  ufficii  sono  dovute  principalmente  al 
Moravo  ed  al  Preller,  il  primo  de'  quali  ne  pubblicò  non  meno 
di  cinque,  il  secondo  quattro.  Una  sola  ne  conosciamo  di 
Aiolfo  de  Cantone. 

XII.  Il  più  antico  ufficio,  per  quanto  a  noi  risulta,"'  che 
abbia  delle  figure  é  il  Moraviano  dal  30  giugno  i486  (Bibl.  134). 
E  ornato  di  5  silografie,  ciascuna  di  mm.  46x33  circa  (60 — 
63X43  compresa  la  cornice),  rappresentanti  la  Natività  di 
G.  C,  il  Battesimo  di  G.  C,  la  Deposizione,  David  e  un  fune- 
rale.    V.  tav.  XXVII. 

Nello  stesso  anno  il  Moravo  pubblicò  un'  altra  edizione 
dell'  Ufficio  (3  ott:  Bibl.  135)  di  formato  un  poco  più  grande. 
E  anch'  essa  ornata  di  5  silografie  che  rappresentano,  come 
quelle  dell'  edizione  precedente,  la  Natività  di  G.  C,  David, 
r  Uffizio  dei  morti,  il  Cristo  morto  e  il  Battesimo  di  G.  C. 
(Catalogo  Maglione,  n.  2}^,  p.  28).  Le  silografie  di  quest'  edi- 
zione, che  non  ci  fu  possibile  vedere  neppure  in  fac -simili, 
crediamo  siano  diverse  da  quelle  dell'  edizione  precedente  e 
identiche  a  quelle  dell'  edizione  del  15  ott.   1488  (Bibl.  138). 


l)  Sembra  che  l'edizione  del  1476  (Bibl.  114)  non  abbia  silografie.  L'edi- 
zione del  1478  (Bibl.  121),  per  quanto  risulta  dagli  esemplari  Riccardiano,  Bolognese 
e  Spenceriano,  sembra  che  neppure  ne  abbia:  ma  a  noi  è  occorso  di  vederne 
fuggevolmente  un  esemplare  membranaceo  con  figure  miniate,  che  non  avemmo 
r  agio  di  esaminare,  ma  che  crediamo  silografie  dipinte. 

Fava  e  Bresciano,   La  stampa  in  Napoli.     I.  a 


I30  Capitolo  XV. 

Questa,  come  le  precedenti,  ha  5  silografie.  Le  dimensioni 
sono  alquanto  maggiori  di  quelle  delle  silografie  che  si  vedono 
nella  edizione  del  30  giugno  i486  (mm.  48x34  circa;  60x44), 
ma  i  soggetti  sono  gli  stessi.  Per  il  disegno  e  per  1'  ese- 
cuzione le  figurine  di  questa  edizione  ci  sembrano  le  più 
belle  fra  tutte  quelle  degli  ufficii  del  Moravo  e  del  Preller. 
(V.  tav.  XXVIII).  Crediamo  che  le  stampe  siano  le  stesse  che 
servirono  per  1'  edizione  del  3  ott.  i486,  e  forse  anche  per 
quella  del   1478. 

L'  edizione  del  5  marzo  1490  (Bibl.  143)  è  pure  ornata  di 
5  silografie  di  mm.  60  —  63x43,  compresa  la  cornice,  rappre- 
sentanti la  Natività  di  G.  C,  il  Salmista,  un  funerale  celebrato 
da  chierici  e  da  frati,  il  Cristo  morto  in  grembo  alla  Vergine 
e  S.  Giovanni  che  battezza  G.  C.  (cosi  il  IMinieri-Riccio).  I 
soggetti,  come  si  vede,  sono  identici,  e  noi  crediamo  che 
queste  illustrazioni  siano  state  impresse  con  le  stampe  che 
servirono  per  1'  edizione  del  30  giugno  i486. 

L'  edizione  del  io  febbr.  1492  è  anch'  essa  ornata  di 
5  piccole  silografie,  impresse  con  le  stesse  stampe  che  ser- 
virono per  r  edizione  del  30  giugno  i486  e  per  quella  del 
5  marzo  1490. 

XIII.  Di  C.  Preller  conosciamo  quattro  ufficii  ornati  di 
figure  silografiche. 

L'  edizione  del  15  nov.  1487  (Bibl.  172)  ne  ha  cinque, 
come  le  edizioni  Moraviane.  Sono  di  formato  più  grande 
(mm.  65X35;  90X53  compresa  la  cornice)  e  rappresentano 
1'  Annunziazione  di  !Maria,  Davide  orante,  il  Giudizio  universale 
o  la  risurrezione  dei  morti,  G.  C.  in  croce  con  la  Madonna  e 
S.  Giovanni  e  la  Discesa  dello  Spirito  Santo.  Queste  figure 
disegnate  duramente  ci  sembra  che  abbiano  qualche  analogia 
con  quelle  del  Messale  da  noi  attribuito  al  Preller  (Bibl.  174). 
V.  tav.  XLV»'^ 

L'edizione  del  9  aprile  1490  (Bibl.  176),  come  noi  crediamo, 
deve  avere  5  silografie  impresse  con  le  stesse  stampe  dell'  edi- 
zione precedente.  L'  unico  esemplare  da  noi  conosciuto  è 
ornato  di  4  silografie,  corrispondenti,  così  per  il  soggetto  come 


La  silografia.  13I 

per  le  dimensioni,'^  alle  silografie  seconda,  terza,  quarta  e 
quinta  dell'  edizione  che  precede.  Manca  la  silografia  rap- 
presentante r  Annunziazione,  perchè,  come  noi  supponiamo, 
l'esemplare  fu  mutilato  delle  prime  (16?)  carte  contenenti  il 
calendario,  1'  ultima  delle  quali  doveva,  nel  verso,  avere  la 
silografia  dell'  Annunziazione,  come  abbiamo  osservato  in  altre 
edizioni. 

L'  edizione  del  1495  (Bibl.  180)  deve  avere,  come  noi 
supponiamo,  anche  5  silografie,  impresse  probabilmente  con  le 
stesse  stampe  delle  edizioni  precedenti.  L'  unico  esemplare  da 
noi  veduto  e  conosciuto  manca  di  tutte  le  carte  corrispondenti 
■  agi'  inizii  dei  varii  ufficii  e  di  altre  parecchie. 

L'edizione  del  1498  (Bibl.  184)  deve  anch' essa  contenere 
5  figure  che  noi  supponiamo  non  diverse  da  quelle  delle  pre- 
cedenti edizioni.  Ma  1'  unico  esemplare  che  noi  ne  conosciamo 
è  stato,  come  al  solito,  mutilato  di  tutte  le  carte  contenenti 
le  figure  e  di  alcune  altre. 

XIV.  L'  ufficio  pubblicato  da  Aiolfo  de  Cantono  nel 
1496  (Bibl.  189),  a  differenza  degli  ufficii  di  M.  Moravo  e  di 
C.  Preller  che  ne  hanno  5,  è  ornato  di  6  figure  silografiche  di 
mm.  90x53,  entro  cornici  di  circa  mm.  133X91,  rappresen- 
tanti r Annunziazione,  Gesù  bambino  adorato  dai  pastori, 
Davide,  la  Deposizione  di  Gesù  in  vista  del  Calvario,  la 
Crocifissione  di  Gesù  e  la  Discesa  dello  Spirito  Santo.  Questo 
prezioso  cimelio,  un  tempo  appartenente  alla  Biblioteca  dei 
SS.  Apostoli  di  Napoli,  fece  parte  della  collezione  Maglione 
(Catalogue,  n.  34,  p.  28 — 29),  poi  passò  al  Quaritch  ed  ora 
trovasi  nella  Biblioteca  di  J.  Pierpont  Morgan. 

XV.  Cinque  solamente  fra  i  tipografi  napoletani  del 
quattrocento,  per  quanto  ci  è  dato  rilevare  dalle  edizioni 
superstiti,  usarono  ornamenti  silografie!:  il  Del  Tuppo,  il 
Moravo,  il  Preller,  Aiolfo  de  Cantono  e  il  Gontier. 

Il   primo    a   farne   uso   fu   il  Del  Tuppo   e  il  primo  libro 


I)  Bohatta,  II,  p.  2  (n.  345). 


132  Capitolo  XV. 

napoletano  datato  che  comparve  adorno  d' iniziali  incise  sembra 
che  sia  stato  1'  Esopo  (1485). 

11  Del  Tuppo  ebbe  grandi  iniziali  romane  fiorite  (mm.  48X 
47  circa)  a  fogliami  bianchi  su  fondo  nero  di  elegantissimo 
disegno  (V.  tav.  XII).  Neil'  Esopo  se  ne  vedono  tre  (E,  E,  V) 
e  due  nel  Paride  del  Pozzo  (E,  V). 

Usò  anche  iniziali  più  piccole  di  due  grandezze,  romane 
e  gotiche  (mm.  29x29  e  20x19),  e  forse  anche  di  altre 
dimensioni  (mm.  24X  20  e  i6x  16).  Se  ne  vedono  due,  romane 
(mm.  29x29  e  20X19),  nell'Esopo  e  parecchie,  in  massima 
parte  gotiche  (29x29),  nel  Paride  del  Pozzo,  nelle  tre 
edizioni  del  Processo  dei  Baroni  e  in  altre  stampe. 

L'  officina  Tuppiana  ebbe  iniziali  eleganti,  ma  non  ne  fu 
provveduta  abbastanza  per  ornarne  convenientemente  i  volumi. 
L'  Esopo  non  ha  che  cinque  iniziali  incise  e  al  posto  delle 
altre  iniziali  si  vedono  gli  spazii  rimasti  bianchi;  ciò  che  si 
osserva  pure  nel  Paride  del  Pozzo  per  un  buon  numero 
d'  iniziali. 

Una  grande  e  bella  incorniciatura  di  disegno  assai  elegante, 
a  fogliami  su  fondo  nero  e  con  figure  di  putti  alati  (mm.  280 X 
200)  si  vede  nell'  Esopo  ed  è  stata  da  noi  riprodotta  (V.  tav.  XII). 
Nella  eleganza  di  questa  incorniciatura  e  delle  grandi  iniziali 
incise  crediamo  che  il  Del  Tuppo  non  sia  stato  superato  da 
alcun  altro  dei  tipografi  contemporanei. 

Q..esto  fregio  passò  poi  nelle  mani  dei  tipografi  ebrei,  e 
fu  adoperato  in  alcune  edizioni  ebraiche  Soncinati,  come  nella 
Bibbia  del  1488,  da  cui  lo  riprodusse  1'  Humphroy,'^  e,  secondo 
il  De  Rossi,'^  anche  nel  Commentario  al  Pentateuco  impresso 
neir  anno  precedente. 

Mattia  Moravo  non  adoperò  che  raramente,  e,  pare,  non 
prima  del  1488,  iniziali  incise.  Sono  piccole  iniziali  fiorite  su 
fondo  nero  (mm.  i6x  16  e  17x18  circa),  tutte  romane,  e  qualche 
grande  iniziale  (mm.  50X50)  anche  a  fondo  nero,  come  quella 
dei  Disticha  Catonis  (Bibl.  136). 


l)  History  of  ihc  art  of  printinj;,  lav.  37. 
a)  Annales,  p.  55. 


La  silografia.  I33 

Il  Preller  in  parecchie  delle  sue  edizioni  usò  iniziali  fiorite 
su  fondo  nero,  romane  e  gotiche  (mm,  29 — 30X29 — 30),  alcune 
delle  quali  sembrano  simili,  se  non  identiche,  a  quelle  di 
F.  del  Tuppo.  Di  tipo  diverso  da  queste  e  di  elegante  disegno 
sono  quella  che  si  vede  in  principio  dei  Miracoli  della 
Vergine  (1497:  Bibl.  183)  e  la  i^  iniziale  dell'Esopo  latino 
(V.  tav.  XLIII). 

Aiolfo  de  Cantone,  la  cui  attività  tipografica  si  svolse 
neir  ultimo  decennio  del  s.  XV,  fece,  com'  è  naturale,  più  largo 
uso  di  ornamenti  silografici,  i  quali  si  vedono  in  quasi  tutte 
le  edizioni  che  di  lui  ci  restano.  Le  sue  grandi  iniziali  romane 
(mm.  32X36,  36 — 39,  39X40),  a  fogliami  su  fondo  nero,  sono 
di  un  disegno  assai  elegante.  Se  ne  vedono  sei  nell'  Aquila 
(1492:  Bibl.  188),  delle  quali  abbiamo  riprodotto  la  prima 
(V.  tav.  XLVI).  Ebbe  pure  delle  eleganti  iniziali  romane  fiorite, 
anche  a  fondo  nero,  di  dimensioni  mediane  (mm.  21  X22  circa). 
Se  ne  vedono  due  nel  Perleone  (1492:  Bibl.  187). 

Men  belle  sono  le  sue  iniziali  più  piccole  (mm.  16X17 
e  18x19  circa),  anche  romane  e  di  un  disegno  assai  semplice. 
Furono  adoperate  in  gran  numero  nell'  Aquila,  che  ha  tutte 
le  sue  iniziali  in  silografia. 

Oltreché  di  eleganti  iniziali,  parecchie  delle  edizioni  di 
Aiolfo  hanno  fregi  incisi  artisticamente  notevoli  e  di  fattura 
sicuramente  italiana. 

Nel  Sinulfo  e  nel  Gigli  si  vede  una  bella  incorniciatura 
(mm.  190X132  circa),  finamente  disegnata  ed  incisa,  con  figurine 
ai  quattro  angoli,  con  una  piccola  vignetta  nella  parte  inferiore 
e  con  fregi  nello  stile  del  rinascimento  su  fondo  bianco  e  su 
fondo  nero.    V.  tav.  XLVII^ 

Molto  più  grande  e  più  ricca  di  fregi  è  l' incorniciatura 
che  si  vede  nell'  Aquila  (mm.  283 X  192)  con  fogliami  e  figure 
di  putti,  cani,  cervi,  cavalli,  pavoni  ecc.,  disegnati  a  contorno 
e  a  chiaroscuro  su  fondo  bianco,  con  evidente  imitazione  di 
qualche  codice  del  rinascimento.  (V.  tav.  XLVI).  Anche 
questa  incorniciatura  fu  adoperata  in  alcune  edizioni  ebraiche, 
cioè   nella   Bibbia   e   nel   Pentateuco  impressi  a  Napoli  dai 


134  Capitolo  XV. 

Soncinati  (Bibl.  270 — 271)  e  in  due  edizioni  Costantinopolitane 
del  sec.  XVI.'> 

Neil'  ufficio  del  1496  infine  Aiolfo  usò  quattro  incorni- 
ciature diverse  di  circa  mm.  132X90.  Due  di  esse  hanno 
nella  parte  inferiore  figure  di  putti  in  atteggiamenti  diversi; 
una  ha  in  basso  un  tritone,  una  sirena  e  dei  putti  e  nel  lato 
esterno  la  figura  di  un  profeta  con  la  leggenda  „Ecce  virgo" 
in  un  nastro;  e  un'  altra  dei  putti  con  faci  nel  lato  esterno.-) 

Il  Gontier  fece  uso  di  piccole  iniziali  fiorite  su  fondo 
nero  (mm.  16x16  circa). 

Notevoli  ornamenti  silografici  s'  incontrano  nelle  edizioni 
ebraiche  napoletane.  Parecchie  di  queste  hanno  testate  coi 
titoli  incisi  in  mezzo  a  fregi,  e  grandi  incorniciature,  di  cui 
talune  pregevoli  per  1'  eleganza  dei  disegni  e  per  la  buona 
esecuzione,  come  quella  che  inquadra  la  prima  pagina  del 
Nachman  (1490:  Bibl.  268)  e  del  Kimchi  (1491:  Bibl.  272). 
Questa  è  a  fogliami  bianchi  su  fondo  nero,  con  figure  di  putti 
alati  (mm.  250x200  circa),  e  somiglia  molto  per  lo  stile  e 
per  l'esecuzione  a  quella  dell'Esopo  Tuppiano.  E  seguita 
da  una  testata  dello  stesso  stile  (mm.  130x42). 

Non  va  trascurata  1'  incorniciatura  che  adorna  il  Salterio 
del  1490  e  l'Agur  del  1492  (Bibl.  269*»^'  e  277).  Nella  Bibbia 
e  nel  Pentateuco  impressi  dai  Soncinati  si  vede,  come  ora 
dicemmo,  la  grande  incorniciatura  dell'Aquila. 

Delle  insegne  di  S.  Riessinger,  di  C.  Preller,  di  A.  Gontier 
e  di  A.  de  Cantono,  i  quali  furono  i  soli  tipografi  napoletani 
che  ne  ebbero,  abbiamo  parlato  nei  rispettivi  capitoli. '^ 


1)  De  Rossi,  Annales,  p.  139 — 140, 

2)  V.  CataloRue    of  manusciipts  and  early  prinled  books  .  .  .  of  the  library 
of  J.   Pierpont  Morgan  (London,   1907),  p.  2»,  II,  n.  4Ó4. 

3)  V.  p.  26,   103  e   106. 


Capitolo  XVI. 

I  Mecenati  della  tipografia. 


Sommario:      I.    Gli    Aragonesi    e    i    grandi    signori.      II.    I    letterati. 
IH.    B.  Geraldini.     IV.    F.  Palmieri  e  F.  Arcella. 

I.  A  capo  della  eletta  schiera  dei  protettori  della  tipo- 
grafia sta  il  re  Ferdinando,  amico  delle  lettere  e  delle  arti 
non  meno  che  delle  utili  industrie.  L'  amore  pei  codici 
splendidamente  scritti  e  miniati,  che  egli  ereditò  dal  padre 
ed  ebbe  comune  con  gli  altri  principi  aragonesi,  benché  in  lui 
toccasse  il  più  alto  grado,  non  gì'  impedì  di  apprezzare  i  pro- 
dotti delle  officine  tipografiche,  ai  quali  fece  aprire  senza  indu- 
gio le  porte  della  sua  magnifica  biblioteca.  Notò  il  Delisle^^ 
che  nella  raccolta  di  libri  stampati  provenienti  dalla  Biblioteca 
Aragonese  che  ora  si  conserva  nella  Nazionale  di  Parigi  e  che 
é  solamente  un  avanzo  della  ricca  collezione  formata  a  Napoli, 
figurano  non  meno  di  venti  edizioni  eseguite  dai  primi  tipo- 
grafi romani  Sweynheim  e  Pannartz  e  un  gran  numero  di 
volumi  impressi  nei  primi  anni  della  tipografia  a  Venezia,  a 
Foligno,  a  Milano,  a  Treviso,  a  Mantova,  a  Padova,  a  Verona 
e  in  altre  città  d'  Italia.  Se  Ferdinando  fece  raccogliere  con 
tanta  cura  i  libri  che  uscivano  dalle  tipografie  romane  e  che 
si  andavano  pubblicando  nelle  più  lontane  città  d'  Italia,  ben  si 
può  immaginare  con  quanto  favore  accogliesse  gì'  introduttori 
della   stampa   nel    suo   regno   e  quanto   volentieri   accordasse 


i)  Notes  sur  les  anciennes  impressions  des  classiques  latins  et  d'autres 
ouvrages  conservées  au  XVe  siècle  dans  la  librairie  royale  de  Naples.  (Extrait  des 
Mélanges  Graux,  p.  24Ó  e  segg.) 


136  Capitolo  XVI. 

loro  il  suo  appoggio.  Vedemmo  come  incoraggiasse  il  Riessinger 
e  come  avesse  cercato  di  premiarne  i  meriti  col  conferimento 
di  un  vescovato,  e  come  ad  altri  tipografi  concedesse  privilegi 
per  la  vendita  dei  libri  da  loro  impressi.  Nò  talora  sdegnò  di 
essere  1'  alto  patrono  di  alcune  pubblicazioni,  di  cui  si  com- 
piacque accettare  la  dedica,  come  dei  Ritus  M.  Curiae  del  1479 
e  delle  Pandette  di  Matteo  Silvatico;  imitato  in  ciò  dai  principi 
Alfonso,  Beatrice  e  Giovanni  di  Aragona,  sotto  i  cui  auspicii 
parecchie  edizioni  furono  pubblicate,  e  dai  più  grandi  signori 
del  Regno.  Fra  questi  merita  il  primo  posto  Diomede  Carafa 
nel  quale  il  Riessinger,  il  Del  Tuppo  e  il  Moravo  trovarono 
larga  protezione,  come  la  trovò  il  Cinico  che  gli  dedicò  1'  edi- 
zione del  Confessionale  volgare  (V.  Bibl.  141);  e  vanno  anche 
ricordati  Onorato  Gaetani  Conte  di  Fondi,  a  cui  il  del  Tuppo 
dedicò  r  Esopo  e  che  ne  sostenne  o  in  tutto  o  in  parte  le 
spese  di  stampa,  Girolamo  Sanseverino  Principe  di  Bisignano, 
Girolamo  Carafa,  al  quale  fu  dedicata  da  Giuniano  Maio  1'  edi- 
zione delle  Epistole  di  Plinio,  Antonio  Centelles  Marchese  di 
Cotrone,  Giovanni  Sanseverino  Conte  di  Tursi  e  Andrea  Matteo 
Acquaviva  Duca  di  Atri,  1'  insigne  bibliofilo  che,  oltre  ad  una 
magnifica  biblioteca,  volle  anche  avere  nel  suo  palazzo  una 
propria  stamperia.'^  Ne  va  dimenticato  1'  infelice  secretano 
di  Ferdinando,  Antonello  Petrucci,  che  il  Del  Tuppo  chiamò 
in  una  dedica  suo  Mecenate,'^  ed  a  cui  C.  Proliano  volle  dedi- 
care il  suo  Compendio  di  astrologia. 

II.  Protettori  più  modesti  ma  forse  anche  più  efficaci  della 
tipografia  furono  magistrati,  letterati,  ecclesiastici  ed  altri  emi- 
nenti cittadini,  che  assistettero  ed  aiutarono  i  tipografi,  oltreché 
col  loro  favore,  coi  consigli,  come  alcuni  dei  quali  parleremo  nel 
capo  seguente,   ed  anche  con  aiuti  pccuniarii,  sostenendo  essi 


1)  V.  Hindi,  Gli  .Acquaviva  letterati  (Napoli,  l88l),  a  p.  60;  e  l' articolo 
biografie)  ili  C.  Minieri  Riccio  (Hiografic  dei   l'ontaniani,   l). 

Per  la  biblioteca  cfr.  HermaoD,  Miniaturhandschriften  au!>  der  Uibliotbck 
des  HerzoRs  A.  M.  Acquaviva- Wicn,   1898. 

a)  V.  la  dedica  del  Syndicatus  di  P.  del  Pozzo  (1485). 


I  Mecenati  della  tipografia.  I37 

la  spesa  dì  alcune  edizioni.  Tali  furono  Pietro  Trota  che  nel 
147 1  fece  stampare  a  sue  spese  il  Floriano,  il  francese  Tom- 
maso Taqui  che,  straniero,  volle  concorrere  nella  spesa  per  la 
pubblicazione  della  Bibbia  Moraviana,  Giovan  Battista  de 
Bentivoglio  da  Sassoferrato,  Francesco  Cicino,  a  cui  si  deve 
la  pubblicazione  della  Consuetudini  Napoletane  fatta  da  Fran- 
cesco del  Tuppo  a  spese  di  lui  nel  1482,  Francesco  Arcella, 
Giovanni  Antonio  Camos,  Francesco  Palmieri  e,  sopra  tutti 
gli  altri  benemerito,  Bernardino  Geraldini  o  de  Geraldini  di 
cui  diremo  più  particolarmente. 

III.  Non  si  conosce  la  data  precisa  della  sua  nascita,  ma 
stando  all'  iscrizione,  che  riporteremo  più  innanzi,  si  deve 
credere  che  nascesse  nell'  anno  141 8.  Fu  figlio  di  Matteo  e  di 
Elisabetta  Gherardi,  fratello  di  Giovanni  Vescovo  di  Catanzaro 
e  di  Angelo,  diplomatico  e  uomo  d'  arme,  e  poi  Vescovo  di 
Sessa.  Da  sua  sorella  Graziosa  con  Pace  Bussitani  nacque 
Alessandro  primo  vescovo  di  S.  Domingo  e  di  America, 
r  amico  di  Cristoforo  Colombo.  Bernardino  fu  creato  Conte 
Palatino  da  Callisto  III.  Condusse  in  moglie  Persia'^  Crescio- 
lini  da  cui  ebbe  molti  figliuoli.  Esercitò  1'  ufficio  di  gius- 
dicente in  varie  città  d'  Italia  ed  avrebbe  avuto  la  con- 
cessione sovrana  d'  inquartare  al  proprio  stemma  quello  di 
Casa  d'Aragona.^) 

Nel  regno  di  Napoli  fu  assunto  ad  alti  ufficii  ed  ebbe 
meritati  onori.  Fu  milite  e  regio  consigliere,  venne  creato 
luogotenente  del  Gran  Giustiziere  nel  1458,  Presidente  della 
R.  Camera  della  Sommaria  nel  1462  e  Reggente  la  Gran 
Corte   della  Vicaria.  3)    Il  Volpicella  dice   che   quest'  ufficio  fu 


1)  (Porzia?). 

2)  Queste  notizie,  come  pure  quelle  relaiive  al  cenotafio  e  all'  iscrizione  di 
B.  G.  sono  tratte  da  una  biogr;ifia  inedita  esistente  iu  Amelia  presso  il  chiaimo 
Prof.  Edilberto  Rosa  R.  Ispettore  dei  monumenti,  e  gentilmente  comunicata  dal 
Rosa,  cui  si  rendono  vivissime  grazie. 

3)  Regis  Ferdinandillnstructionunilibcr,  ms.  di  Luigi  Volpicella,  a 
e.  690.  (Bibl.  d.  Soc.  di  Storia  l'atria). 


138  Capitolo  XVI. 

da  lui  tenuto  nel  1464  e  negli  anni  seguenti,  ma  risulta  da 
documenti  che  vi  fu  destinato  nel  145Q,  in  sostituzione  del 
mantovano  Marino  de  Soardis  che  in  quell'  anno  ne  era  in- 
vestito (Esecutoriale,  voi.  30,  e.  183).  Ad  ogni  modo  negli  anni 
1460  e  61  era  Reggente  della  Vicaria.  In  tale  qualità  aveva 
al  suo  soldo  da  15  a  20  fanti  o  guardie,  pei  quali  di  volta  in 
volta  gli  erano  dalla  Corte  fornite  delle  somme.' ^  Fu  luogo- 
tenente del  Re  in  Val  di  Grati  nel  1462,  Giustiziere  nel- 
r  Abruzzo  ult.  nel  1464,  assessore  in  Terra  d'  Otranto  nel  1469, 
capitano  della  città  di  Napoli  negli  anni  1459,  64,  68,  76,  87 
e  91;  di  Capua  nel  1462  e  1464;  di  Lecce  nel  1464;  di  Trani 
nel  1470,  75,  84,  86  e  go;  di  Barletta  nel  1470;  di  Aquila  negli 
anni  1473,  86,  87  e  89;  di  Cittaducale  nel  1482  (Volpicella, 
ms.  cit.). 

„I1  Re  Ferdinando,  volendo  dargli  un  pubblico  e  solenne 
attestato  di  encomio  per  il  governo  della  città  di  Napoli  da 
lui  per  IO  anni  tenuto,  con  privilegio  degli  11  di  ott.  1485  gli 
fé  dono  del  vexillo  et  falerii  cum  insigniis  Civitatis 
ipsius  Neapolis,  que  argumento  et  testimonio  omnibus 
sint  singularis  virtutis,  integritatis  et  fidei  ipsius,  ac 
bene  et  laudabiliter  gesti  muneris  et  magistratus 
(Sigili.  Som.  voi.  34,  24  nov.  1481.  lustitie  Collat.  voi.  41). 
E  parimente  1'  università  dell'  Aquila,  per  le  virtù  da  lui  addi- 
mostrate nel  reggimento  della  città,  volle  presentargli  nel  dì 
7  d'  agosto  del  14S7  un  diploma  di  pubblica  benemerenza  e 
fargli  dono  di  due  coppe  d'  argento  (Priv.  Som.  voi.  55,  f.  171)" 
(Volpicella,  ivi.). 

Morì,  come  si  rileva  dal  suo  epitaffio,  nell'  anno  1493 
dopo  aver  vissuto  settantacinque  anni.  Nella  chiesa  di  S. 
Francesco  in  Amelia  (già  di  S.  Filippo  e  Giacomo)  esiste  di 
lui   il    seguente   epitaffio,  accp.nto  ad  alcuni  cenotafii  e  ricordi 


I)  ,30  ott.  14OO  al  m.ignifich  miss,  bernardino  de  gcraldinis  de  amclia 
regent  la  Vicaria  XXX.  d.  los  quals  lo  dit  Senyor  los  hj  mana  donar  per  fer 
XV  infants  que  vagen  e  stiguen  ab  eli  per  fer  guardia  en  la  present  ciutat." 
(Ced.  voi.  37,  e.  943).     Vedi  pure  Ced.  38,  e.  71  b,  86a,  loia,   122 b,  I40b,  l68a 

e   185  a). 


I  Mecenati  della  tipografia.  139 

di  altre  illustri  persone  della  stessa  famiglia:  D.  O.  M.  Ber- 
nardino Geraldino  eximio  —  Ferdinandi  Neap.  Regis  Con- 
siliario  —  eiusdem  Camerae  Praesidi  —  qui  postquam  fere 
totius  regni  provinciis  —  et  civitatibus  juredicundo  —  praefuit 
ad  Regentatus  —  Magnae  Curiae  Vicariae  officium  —  as- 
sumptus  fuit  —  quo  munere  cum  per  viginti  totos  annos 
optime  functus  —  esset  ob  egregiam  navatam  —  operam  in 
testimonium  virtutis  —  et  precipue  suae  in  eum  —  bene- 
volentiae  regiis  insigniis  et  vexillo  donatus  extitit  —  vixit 
annos  LXXV  obiit  an.  incarnationis  MCCCCLXXXXIII  — 
Julius  Geral.  I.  U.  D.  amen  Gaspar  —  et  Agapitus  Geral. 
fratres  —  ne  eorum  proavi  optime  de  familia  meriti  deperiret 
memoria  —  monumentum  excitarunt". 

Nella  storia  della  tipografìa  napoletana  B.  Geraldini  occupa 
uno  dei  posti  principali.  Fu  uno  dei  più  validi  e  benefici 
protettori  della  nascente  arte,  che  incoraggiò  efficacemente 
con  r  alto  suo  favore  e  col  suo  denaro,  facendo  stampare  a 
sue  spese  da  Fr.  Del  Tuppo  nel  1478  l'Alberto  Magno, '^ 
nel  1479  r  Apparatus  di  Andrea  da  Isernia  e  il  Repertorium 
Constitutionum  dello  stesso,  1'  uno  e  1'  altro  pubblicati  ,, im- 
pensa, ope,  opera"  di  B.  G.,  che  pare  ne  avesse  curata  anche 
la  correzione,  nello  stesso  anno  la  Lectura  di  Paolo  de  Castro 
e  nel  1480  il  Lilium  Medicinae  di  B.  de  Gordon. 

IV.  Di  Francesco  Palmieri  che  nel  1483,  indotto  dalla  sua 
pietà  e  dalla  devozione  verso  1'  Ordine  Domenicano,  fece  stam- 
pare a  sue  spese  da  M,  Moravo  il  Messale  Domenicano,  im- 
presso a  caratteri  gotici  in  rosso  e  nero  e  che  è  una  delle  più 
belle  produzioni  tipografiche  napoletane, ^^  abbiamo  trovato 
parecchie  notizie  nelle  carte  del  tempo.  Sembra  che  nascesse 
in  Galvano  e  che  la  sua  famiglia  fosse  originaria  di  quel  luogo 


1)  Il  Del  Tuppo  nella  dedica  gli  scriveva:  „te  mando  il  filosofo  singulare 
Alberto  Magno  quale  alla  despesa  tua  ho  facto  da  fedelissimi  mei  Germani  im- 
primere".    (V.  Bibl.  49). 

2)  I  frati  gli  attestarono  la  loro  gratitudine  con  affettuose  parole  nella 
soscrizione  del  Messale.     (V.  Bibl.  130.) 


140  Capitolo  XVI. 

(Protoc.  di  M.  de  Flore,  1477—78,  e.  CXII*").  Ebbe  in  moglie 
Biancolella  Perrone  (V.  la  Permutatio  prò  Blancolella 
uxore  domini  francisci  de  palmeriis  nel  protoc.  di  C.  de 
Guglielmo,  1493 — 94,  e.  178;  e  a  e.  35  dello  stesso  voi.  il  testa- 
mento della  detta  Biancolella),  da  cui  ebbe  due  figlie,  IMargherita 
e  Violante  (ivi)  e,  forse,  due  figli,  Lorenzo  e  Pietro  Girolamo 
(Privil,  Somm.,  v.  58,  e.  28=^).  Nel  1463  era  doganiere  della 
dogana  del  sale  di  Napoli  (Ced.  v.  41,  e.  19^),  e  conservava 
ancora  quest'  ufficio  nel  1497  (Coli.  Curiae,  v.  4,  e.  94).  E  chia- 
malo pure  Credenziere  della  R.  Dogana  di  Napoli  (Reg.  Offi- 
ciorum,  20  [1465 — 68],  v.  i8,  e.  137),  ufficio  che  teneva  in 
burgensatico  e  che  lasciò  a  Pietro  Antonio  e  a  Lorenzo  Pal- 
mieri, suoi  figli  come  pare  (Priv.  Somm.,  v.  58,  e.  28'').  Negli 
anni  1473  —  74  era  tra  i  governatori  della  Chiesa  e  dell'  Ospedale 
dell'  Annunziata  (Prot.  di  Nardo  Russo,  1473—74  „passim"). 
Un  suo  testamento,  dettato  nell'  anno  1496,  si  legge  nel  proto- 
collo di  n.  Paolo  de  Crispano,  a.  1496 — 97,  e.  1 1  ;  e  di  un  altro, 
fatto  dal  notaro  de  Pilellis,  si  fa  menzione  nei  Priv.  d.  Somm., 
V.  58,  e.  28*.  ¥u  uomo  facoltoso  e  di  grande  attività.  Risulta  che 
aveva  banco  a  Napoli  insieme  con  Luigi  di  Gaeta,  noto  ban- 
chiere frequentemente  nominato  nelle  Cedole  della  Tesoreria. 
(In  un  Mutuum  prò  Battista  Spinula  di  Genova  del  1482: 
„  .  .  .  ducatos  quinque  mille  centum  per  banchum  loysii  de 
gaieta  et  francisci  de  palmerio  de  neapoli  campsorum  e  te": 
nel  protocollo  di  Fr.  Russo,  1482 — 83,  e.  94*). 

Era  ancora  vivente  il  31  ott.  1500  (Protoc.  Ces.  Malfitano, 
1500 — i5oi,  e.  óS**);  ma  pare  che  fosse  già  morto  il  21  luglio 
1501  (Priv.  Somm.,  v.  58,  e.  28=^).  Moltissime  notizie  di  lui  e 
dei  suoi  beni  si  hanno  dal  1471  al  1497  nei  protoc.  di  N.  Casa- 
nova, 1471  —  73,  e.  87;  di  Fr.  Russo,  1476—77,  e.  89*;  di  Ces. 
Malfitano,  1481—82,  e.  172*^  e  332;  di  Gio.  Ant.  Cesario,  1491, 
e.  114;  di  Fr.  Russo,  1492,  e.  84^  e  e.  97  (emptio  Jocalium 
Francisci  de  Palmerio);  di  C.  de  Guglielmo,  di  Buongiorno 
Vincinguerra,  di  Gio.  de  Carpanis  e  di  altri. 

])i  Francesco  Arcella,  a  cui  forse  si  deve  1'  edizione  delle 
Epistole  del  Panormita  (Bibl.  32),  sappiamo  che  prese  in 
moglie  nel  14^3  Giovannclla  Caracciolo  (nominata  nelle  Cedole 


I  Mecenati  della  tipografia.  I4I 

a  proposito  del  donativo  fattole  di  un  officio  miniato)  figlia  di 
Colantonio  (Capit.  matrim.  di  Gio.  Ferrillo,  e.  45),  da  cui  ebbe 
due  figli:  Luigi  e  Matteo  o  Mazzeo  (Prot.  C.  Malfitano,  1494 
— 95,  e.  142)  e  una  figlia  di  nome  Sara  che  fu  moglie  di  Nic. 
de  Messanello  (Protoc.  di  Nic.  Ambr.  Casanova,  1478,  e.  21). 
Era  già  morto  nel  1475  (Prot.  di  Fr.  Russo,  1473 — 75,  e.  XII*). 
La  vedova  Giovannella  e  i  figli  Luigi  e  Mazzeo  ebbero 
una  casa  che  dettero  in  fitto  nel  1475  ad  Antonio  Calcidio, 
poeta  laureato,  il  maestro  di  G.  Maio  (Protoc.  di  Fr.  Russo, 
1473-75,  e.  CXIP). 


Capitolo  XVII. 

I  Correttori. 


Sommario  :  1.  Serie  dei  correttori  delle  edizioni  napoletane.  — 
II.  Paride  del  Pozzo.  —  HI.  Pietro  Oliverio.  —  IV.  Angelo 
Catone.  —  V.  Pier  Luigi  Riccio.  —  VI.  Giuniano  Maio.  — 
VII.  Gli  altri  correttori:  Pietro  Ciulosio,  Fr.  Bernardino  Siciliano, 
Paolo  Prassicio  e  G.  B.  Elisio. 

I.  Nel  corso  di  questo  lavoro  abbiamo  già  avuto  occa- 
siorìe  di  trattare  di  alcuni  dotti  napoletani,  che  coadiuvarono  e 
diressero  i  primi  nostri  tipografi,  illuminandoli  e  consigliandoli 
nella  scelta  delle  opere  da  pubblicare  e  prestando  1'  opera  loro 
nella  collazione  dei  testi  destinati  alla  stampa  e  nella  correzione 
del  lavoro  tipografico.  Non  sempre  i  loro  nomi  sono  conosciuti, 
perchè  rare  volte  nei  libri  si  faceva  menzione  espressa  dei 
correttori;  e  se  talora  è  possibile  congetturarli  da  altri  indizii, 
accade  assai  più  spesso  che  ci  rimangano  affatto  ignoti. 

Diamo  qui  la  serie  dei  correttori  o  editori  che  s'  incon- 
trano nelle  edizioni  napoletane  e  che  in  esse  vengono  chiara- 
mente indicati  come  tali:  Pietro  Bartolacio  da  Benevento  (147  i), 
Paride  del  Pozzo  (147 1? — 1478),  Pietro  Oliverio  (1472),  Francesco 
del  Tuppo  (1474 — 147S),  Angelo  Catone  (1474 — 75),  Biagio 
Romero  (1475 — 76),  Fusco  Severino  (1475),  Giuniano  Maio 
(1476—80),  Gio.  Pietro  Teotino  (Jo.  Petrus  Theotinus)  di 
Nardo  (e.  1475 — 76).  un  Petrus  de  S.  Johanne  (1476 — 77), 
Pietro  Gulosio  (1478),  Frate  Bernardino  Siciliano  (1482  — 1485), 
Fr.  Roberto  d*  Euremodio  Cisterciense  (1488),  Fr.  Antonucci© 
da  Sulmona  Benedettino  Celestino  (1489),  Giov.  Marco  Cinico 
(e.  1489),  Francesco  Jonata  (1490)  che  curò  l'edizione  del  poema 


I  Correttori.  143 

paterno  da  lui  „summa  diligentia  castigatum",  Paolo  Prassicio 
(1499),  Frate  Andrea  da  Gerace  (Andreas  Ihyracensis), 
Giov.  Batt.  Elisio  (1499).'' 

Correttori  delle  opere  ebraiche  furono:  Jacob  Baruc  figlio 
di  R.  Juda  (Bibl.  261),  Mosé  ben  Chaviv  (Bibl.  262  e  276),  Jom 
Tov  di  R.  Perez  (Bibl.  264),  Salomon  figlio  di  R.  Perez 
(Bibl.  266)  e  Samuel  figlio  di  R.  Meier  Latef  (Bibl.  269). 

Di  Francesco  del  Tuppo  trattammo  già  a  suo  tempo, 
considerandolo  anche  come  correttore  di  S.  Riessinger.  Del 
Romero  e  del  Cinico,  1'  uno  correttore  e  probabilmente  socio, 
r  altro  socio  e  certamente  anche  correttore  di  Mattia  Moravo, 
trattammo  pure  a  proposito  delle  relazioni  loro  con  Mattia. 

Qui  pertanto  diremo  qualche  cosa  degli  altri,  e  parti- 
colarmente di  Paride  del  Pozzo,  di  Pietro  OHverio,  di  Angelo 
Catone  e  di  Giuniano  Maio. 

IL  Paride  del  Pozzo  nacque  in  Pimonte,  presso  Ca- 
stellamare  di  Stabia,^^  da  Carletto  e  Agnese  del  Pozzo. 

Si  recò  giovanissimo  in  Napoli,  per  apprendervi  le  scienze 
legali.  Più  tardi,  per  meglio  approfondirle,  volle  udire  i  più 
celebri   giureconsulti   delle   altre   università,   cioè   il   Barbazza, 


i)  Il  Reichhart  pone  fra  i  correttori  Andrea  Ferabos  (Beitr.  z.  Inkunabel- 
kunde,  3.  Beiheft  z.  Centi,  f.  Bibl.  IX),  che  non  fu  se  non  il  traduttore  del- 
l' Epistole  di  Falaride  (Bibl.  93). 

2)  „Paris  de  Puteo  Carletti  et  Agnesis  de  Puteo  filius  honesta  familia  ortus 
in  Pimonte,  oppido  non  ignobili  Ducatus  Amalphie,  quod  ad  secundum  a  Stabiensi 
urbe  lapidem  distai".  (Ms.  Brancacciano  IV  B.  i,  e.  45  a.)  Per  errore  fu  detto 
da  Giulio  Claro  nato  in  Alessandria,  come  notò  il  Toppi.  L'  A.  della  citata  bio- 
grafia inedita  aggiunge:  „Paridis  autem  familiam  e  castro  Pimontis  Neapolitani  regni 
prodiisse  praeter  antiquam  tradilionem  ex  quamplurimis  etiam  documentis  a  nobis 
perspectis  clarius  dignoscitur  videlicet  si  tum  Paris  ac  fratres  tum  etiam  Carlectus 
eius  pater  caeterique  eius  avi  de  terra  Pimontis  ducatus  Amalphiae  vocentur 
(Processus  Joseph  de  puteo  cum  nobilibus  Castrimaris  penes  felicem  Actuarium" 
(Ms.  cit.  e.  45a). 

Nel  Prot.  di  Marino  de  Miranda  (di  Castellamare)  sono  nominati  un  Angelo 
de  aputheo  de  pimonte,  un  Abbate  Andrea  de  aputheo  e  un  Nic.  Frane- 
de  aputheo,  cives  et  habitatores  castrimaris  (a.  1477,  e.  8b  e  a.  I479i 
9  die,  28  nov.  e  18  olt.,  e.  s.  n.). 


144  Capitolo  XVII. 

r  Aretino,  Alessandro  da  Imola  e  Antonio  Pratovetere  in 
Bologna.  Tornato  in  Napoli  fu  maestro  di  Ferdinando  Duca 
di  Calabria  il  quale,  divenuto  re,  lo  creò  consigliere  nel  1459.'^ 

Continuò  pur  tuttavia  a  patrocinare  nei  tribunali  e  divenne 
celebre  per  i  punti  cavallereschi,  come  allora  si  diceva  delle 
questioni  di  onore,  per  cui  a  lui  ricorreva  la  nobiltà  nazionale 
e  straniera.'- 

Comparisce  come  testimone  in  molti  atti  del  1474,  76, 
77,  78,  82,  86  e  87.3* 

Ebbe  due  fratelli:  Nicola  Mazzeo  e  Brancaleone.'»^  Ebbe 
pure  un  figlio  a  nome  Simone.  Il  Signorelli  dice  che  morì 
carico  di  onori  e  di  ricchezze  nel  1493  di  circa  80  anni  e  fu 
sepolto  nella  chiesa  di  S.  Agostino  ;'>  ma  da  un  documento  si 
rileva  che  era  già  morto  il  13  marzo  1489,^'  e  da  un  altro  che 
era  ancor  vivente  il  20  ott.  1488 7^:  pare  quindi  che  sia  morto 
verso  la  fine  del   1488  o  al  principio  del  1489. 

Fu  autore  di  varie  opere,  delle  quali  le  più  lodate  e 
famose  furono  il  Syndicatus  officialium,  che  ebbe  due 
edizioni  nel  sec.  XV,  e  venne  piià  volte  ristampato  di  poi,  e 
il  libro  De  re  militari,  o  sia  il  trattato  del  duello. 

Paride  del  Pozzo  fu  uno  dei  primi  correttori  e  curò, 
probabilmente,  alcune  delle  più  antiche  edizioni  napoletane.  Il 
suo  nome  non  apparisce  che  in  una  sola  di  queste,  cioè  nella 
Lectura  super  I  parte  Digesti  Veteris  di  Bartolo,  stampata 
dal  Riessinger  verso  il  147 1 — 72  (Bibl.  16:  „Hos  bonus  et 
prudens  doctor  Jurisque  peritus  Corrigit  Aputhcus  nobili- 
tate paris");  ma  è  probabile  che  correggesse  altre  edizioni 
Riessingeriane.  Delle  Moraviane  sappiamo  solo  che  corresse 
il   Vitale    de    Cambanis   del  1478   (Bibl.  119)   „correctum   et 


1)  Signorelli,  Vicende  dtUa  coltura  nelle  due  Sicilie,  III,  p.  310. 

2)  Signorelli,  ivi,  p.  31 1. 

3)  Prot.  Fr.  Russo,   1473—75,  e.  a8  e  30;    1476—77,  e.  135»;    1478— 1479, 
e.  77a;  1481—82,  e.  7ia,   1485—86,  e.  2740;   1487—88,  e.  59b,  653. 

4)  Prot.  Ant.  Pilelii,   1465,  e.  188  b. 

5)  P-  311- 

6)  Prot.  Mar.  di  Fiore,   1488—89,  e.  74b,  75  a. 

7)  Prot.  M.  d.  Fiore,  ivi,  e  41—42. 


I  Correttori.  145 

revisum  per  clarum  doctorem  iurium  paridem  parthenopensem". 
Nel  1485  infine  volle  essere  egli  stesso  il  correttore  della  seconda 
edizione  della  sua  opera  De  Syndicatu  (Bibl.  64),  impressa 
da  F.  del  Tuppo. 

HI.  Pietro  Oliverio  è  detto  napoletano  nei  documenti 
del  tempo.')  Fu  dottore  in  diritto  ed  insegnò  nello  Studio  di 
Napoli  nel  1470 — 71.'')  Venne  creato  nel  1480  giudice  della 
G.  C.  d.  Vicaria,  ufficio  che  tenne  ancora  negli  anni  1484,  1496 
e  1503.3)  Fu  R.  Consigliere  e  nel  1484  venne  delegato  a  risol- 
vere una  controversia  occorsa  tra  Francesco  e  Bernardino  di 
Montefal clone.  Nel  novembre  dello  stesso  anno  fu  spedito  nelle 
terre  di  S.  Severino  e  Camereto  per  punirne  gli  abitanti.  Nel 
i486  fu  uno  dei  commissarii  e  consiglieri  nel  giudizio  dei 
Petrucci  e  del  Coppola.  Eletto  R.  Auditore  in  Barletta  nel 
1487  e  nel  1489  in  Terra  di  Bari  e  di  Otranto  con  la  prov- 
vigione di  300  ducati,  in  Abruzzo  nel  1492  e  1'  anno  appresso 
in  Calabria,  nel  1498  fu  mandato  dal  Re  in  Capua  a  far  giustizia 
sommaria  degli  aggressori  di  PYancesco  Brancaccio,  e  nel 
1501  in  Cittaducale  a  comporre  una  vertenza  fra  questa  città 
e  quella  di  Rieti.  Nel  1506  venne  elevato  al  Sacro  Regio  Con- 
siglio. Lasciò  nel  1510  i  pubblici  ufficii  e  visse  più  anni  tran- 
quillo.   Nel  1513  comprò  per  350  ducati  la  bagliva  di  Valva. •♦) 

Sembra  che  fosse  ancora  vivente  nel  15 17,  se  è  lui  quel 
Pietro  Oliverio  U.  J.  D.  che  s'  incontra  come  testimone  in  un 
atto  del  30  ottobre  di  quell'  anno.s) 


1)  Prot.  M.  di  Fiore,  1486—88,  e.  245. 

2)  V.  i  doc.  n.  713,  716  e  771  del  Cannavale  (Lo  Studio  di  Napoli 
nel  Rinascimento).  Nei  Rotuli  figura  una  sola  volta  nel  1470 — 71,  con 
lo  stipendio  di   IO  due. 

3)  Una  Emptio  serve  prò  petro  Oliverio  sì  legge  nel  prot.  di  Gio. 
de  Carpanis,  1484—85,  e.  228. 

4)  Abbiamo  desunto  tutte  queste  notizie,  compendiandole,  dal  ms.  di  Luigi 
Volpicella  Regis  Ferdinandi  I  Instructionura  Liber  (Bibl.  d.  Società 
Napol.  di  Storia  Patria),  p.  lOl.  Per  altre  notizie  biografiche  v.  Arch.  Stor. 
Campano,  a.  II,  voi.  II  (92 — 93),  p.  13Ó,  in  nota. 

5)  Prot.  di  P.  de  Electa,  a.  1517,  e.  70a. 

Fava  e  Bresciano,   La  itampa  in  Napoli.     I.  XO 


146  Capitolo  XVII. 

Secondo  il  Tutini  Pietro  Oliverio  glossò  con  altri  dotti  i 
Capitoli  del  Regno. 

P.  Oliverio  e  Paride  del  Pozzo  con  Francesco  del  Tuppo 
sono  i  primi  correttori  che  s'  incontrano  negli  annali  della 
tipografia  napoletana.  L' Apparatus  super  Constitutionibus 
Regni  di  Andrea  da  Isernia,  pubblicato  dal  Riessinger  nel 
1472,  a  spese  del  libraio  ^lartinello  Carnefice,  fu  riveduto  dal- 
l' Oliverio.' > 

IV.  Il  medico  Angelo  Catone  Supinate,  ossia  di  Sepino 
nel  Beneventano  (ora  in  provincia  di  Campobasso),  fu  uno  dei 
più  dotti  uomini  del  suo  tempo.  Il  Re  Ferdinando  I  lo  invitò 
ad  insegnare  filosofia  ed  astronomia  nello  Studio  di  Napoli  nel 
1465,^'  ma  sembra  che  avesse  tenuto  1'  insegnamento  solo  per 
pochi  anni.  Tra  i  documenti  pubblicati  dal  Cannavale^'  17  ri- 
guardano Angelo  Catone,  e  vanno  dal  1465  al  1474.  Nei 
Rotuli  il  suo  nome  comparisce  nel  1465  con  120  ducati  di 
provvigione,  nel  1470 — 71  con  60,  nel  147 1 — 72  con  120,  nel 
1472 — 73  con  125  e  nel  1473 — 74  con  100.  Nel  1478 — 79  figura 
un  Angelus  medicus  con  50  ducati.'»^ 

Poche  notizie  abbiamo  trovato  di  lui  nei  documenti  del 
tempo.  Una  cessio  prò  egregio  viro  domino  angelo 
catone  supinate,  fatta  il  29  genn.  1477,  è  nel  Protocollo  di 
Fr.  Russo  (a.  1476 — 77,  e.  56^). 

Nel  1472  pubblicò  l'opuscolo  De  Cometa,  che  dedicò  a 
Giovanni  d'Aragona  (V.  liibl.  21).  Scrisse  anche  un  commentario 
suir  Etica  di  Aristotele,  che  cominciò  a  Parigi  nel  1487  e  terminò 
in  Roma   nel    1493.-^     Fu   archiatro  alla   Corte   di  Francia''^  e 


1)  „Sixtus  hoc  impressit  scd  bis  tami-n  ante  revisit  Egregius  Doctor  Petrus 
01iveriu!>",  come  si  lc{;^e  nell'  epi|:;ramma  posto  in  fine  alla  detta  opera.  Il  libraio 
M.  Carnctice  era  allora  bidello  delio  Studio  di  Napoli  e  1'  Olivicii  vi  era  lettore 
allorché  si  occupò  della  correzione  dell' Appara  tus  (1470 — 71). 

2)  Signorelli,  Vicende,  II,  p.  331. 

3)  Lo  Studio  di  Napoli  nel  Rinascimento  (Napoli,   1895). 

4)  Cannnvalr,  op.  cit.,  p.  44. 

5)  Nica<tro,  Beneventana  Pinacoihcca,  p.  102. 

6)  Marini,  Degli  Archiatri  Pontìticii,  I,  p.  313,  nota  b. 


I  Correttori.  I47 

molto  caro  al  re  Carlo  VIII.'^  e  nel  1482  divenne  arcivescovo 
di  Vienna  nel  Delfinato.^^  Morì  in  patria  e  fu  sepolto  nella 
chiesa  di  S.  Maria  delle  Grazie  secondo  il  Nicastro,^^  il  quale 
però  non  indica  1'  anno  della  morte.  Secondo  altri  fu  sepolto 
nella  sua  chiesa  Metropolitana  in  Vienna.'*^ 

Si  deve  ad  Angelo  Catone  la  bella  edizione  del  1474 
delle  Pandette  di  Medicina  di  IMatteo  Silvatico,  che  egli, 
essendo  allora  lettore  nello  Studio  di  Napoli,  volle  pubblicare 
a  vantaggio  degli  studenti  di  filosofia  e  di  medicina  pei  tipi 
di  Arnaldo  da  Bruxelles.  „Opus  magna  ex  parte  depra- 
vatum,  dice  nella  prefazione,  emendare  et  dare  in 
lucem  .  .  .  institui".  Vi  premise  un  lungo  proemio  o  dedica 
al  Re  Ferdinando,  nel  quale  proemio  celebra  le  lodi  di  Napoli 
e  del  Regno.  Esso  è  riportato  integralmente  da  noi  altrove 
(V.  Bibl.  86)  e  fu  anche  riportato  dal  Giustiniani.^^ 

Nello  stesso  anno  curò  1'  edizione  del  trattato  de  fe- 
bribus  di  Antonio  Guainerio  e  quella  del  Mesue,  eseguite 
entrambe  da  Bertoldo  Rihing  (Bibl.  102  e  103).  A  questa 
premise  una  sua  epistola  indirizzata  al  Collegio  dei  Medici 
napoletani,  con  la  data  del  26  ottobre  1474:  a  quella  una 
lettera  diretta  al  medico  del  re  Ferdinando,  Antonello  Bolum- 
brello. 

V.  Le  notizie  relative  a  Pietro  Luigi  Riccio,  da  noi 
rinvenute  nelle  carte  del  tempo,  vanno  dal  1469  al  1502.  È 
nominato  come  testimone  o  come  parte  in  molti  atti  notarili 
degli  anni  1469,  70,  79,  87,  89,  91,  98,  99,  1500  e  1502.^^ 


1)  Nicastro,  1.  e. 

2)  Marini,  1.  e.     Secondo  il  Gams  tenne  la  cattedra  dal  1482  al  1495. 

3)  Op.  cit.,  p.  103. 

4)  Marini,  1.  e. 

5)  Op.  cit.,  p.  74  e  segg. 

6)  Prot.  Petruccio  Pisano,  1469 — 70,  e.  n.  n.  (in  princ.  e  passino);  N.  Casa- 
nova, 1479 — 80,  e.  I07b;  Fr.  Russo,  1487,  e.  ójb  e  1489,  e.  32;  FI.  Santoro,  1491, 
e.  33;  Fr.  Russo,  1497.  e.  443  e  1498  —  99,  ce.  78,  149,  176  e  403;  1497 — 98, 
ce.  44  e  74;  C.  Malfitano,  1499 — 500,  ce.  763,  79  b,  34T,  381;  e  1500 — 02,  e.  119; 
e  N.  A.  Casanova,   1499 — 1500,  e.  38b  (82 a). 

IO* 


148  Capitolo  XVII. 

Figlio  di  Michele  Riccio  seniore  ebbe  dal  Re  Alfonso, 
alla  morte  del  padre  avvenuta  nel  1457,  1'  ufficio  di  guarda- 
sigilli della  Gran  Corte  della  Vicaria.'^ 

È  detto  Conte  Palatino  in  un  documento  del  1470'^ 
come  pure  nella  soscrizione  della  Lectura  di  A.  da  Isernia.^* 
In  un  altro  documento  vien  detto  „vir  Domine  Jacobe  barrilis, 
filie  domini  Bisicti  et  sororis  domini  Vinccntii"/* 

A  Pier  Luigi  Riccio  .si  deve  1'  edizione  della  Lectura 
in  usibus  fcudorum  di  Andrea  da  Isernia  (1476).  Preparò 
quest'  edizione  conquisitis  undiquc  cxcmplaribus,  com'  egli 
stesso  dice  nella  lettera  ad  Antonio  d' Alessandro  che  precede 
r  opera,  e  poi  summis  vigiliis  opus  peregrine  correxit, 
com'  è  detto  nella  dedica  a  Gio.  Batt.  Be.itivoglio.^^ 

Il  Riccio  fu  molto  amico  di  S.  Riessinger.  Nella  citata 
lettera  al  D' Alessandro  dice  di  essere  stato  indotto  ad  im- 
prendere il  lavoro  appunto  dal  R.,  „cuius  ego  consuetudine, 
soggiunge,  ob  ingenium  manusquc  industrias  plurimum 
delector". 

VI.  Di  Giuniano  Maio  come  letterato  umanista  trattò 
già  diffusamente  il  Pcrcopo.^' 

Non  si  conosce  1'  anno  in  cui  nacque  e  della  sua  \'ita 
privata  si  hanno  ben  poche  notizie."'  Scolare  di  Antonio  Cal- 
àdio  fu,    alla   sua   volta,    maestro   di   tutti    i   giovani   latinisti 


l)  V.  Biografie  dci;li  Accademici  Pontaniani  di  C.  Minicri  Riccio  (Italia 
Reale,   i88l,  appendice  n.  2S). 

3)  Prot.  P.  Pisano,   1469 — 70,  a  e.  s.  n. 

3)  V.  Bibl.  39. 

4)  Prot.  C.  Maifitano,   1490,  e.  79. 

5)  Secondo  il  G.  nella  Biblioteca  Hiancacciana  si  conserva  una  sua  lettera 
diretta  al  D'Alessandro,  dimorante  allora  nella  Spa{;na,  con  la  quale  gli  annunzia 
il  dono  di  un  esemplare  della  Lectura.     V.  Bibl.  39. 

6)  Arcb.  stor.  Nap.,  XIX,  p.  740  e  segp. 

7)  Alle  notizie  date  dal  Prof.  Pcrcopo  si  ac;;iiingano  le  se;;uenti.  Kbbe  in 
moglie  Francesca  Cam|>ucza,  che  è  nominata  io  un  documento  del  37  die. 
1489  (Prot.  F.  Russo,  1488 — 89.  e.  140 b),  ed  ebbe,  oltre  al  Tratello  Masone  e  ai 
figli  maschi  Fabio  ed  Antonio  di  cui  parla  il  Percopo,  una  figliuola  Dionea, 
che  nel  1488,  vedova  di  Giov.innotto  Gi;:lio,  si  rimaritò  con  G.  B.  de  Marrone  di 
Capua  (Prot.  M.  d.  Fiore,  148Ó— 88.  e  313—314),  e  poi  nuovamente  nel  1498  con 
Bartolomeo    Ceses    di    Ferpignano    (Prol.    Buon.  Vinciguerra,    1498,    e.  37 — 38). 


I  Correttori.  I49 

napoletani   della   seconda   metà   del   quattrocento,    fra  i  quali 
vanno  ricordati  Jacopo  Sannazaro  e  Antonio  d' Alessandro. 

Dal  1465  al  1488,  cioè  per  23  anni,  lesse  rettorica  nello 
Studio  di  Napoli.  Insegnò  lettere  latine  a  molti  giovani  delle 
principali  famiglie  di  Napoli  e  fu  maestro  di  alcuni  dei  principi 
aragonesi,  cioè  di  D.  Pietro  d'Aragona,  dopo  il  Bienato,  e  poi 
di  D.  Alfonso  e  di  D.Carlo  d'Aragona.'^  Nel  1491  il  Re 
Ferdinando  lo  nominò  suo  cortigiano.  Morì  tra  il  gennaio 
1493  e  il  20  aprile  dello  stesso  anno.  Fu  lodato  dal  Fontano, 
che  compose  per  lui  un  epitaffio  latino,  dal  Sannazaro  nelle 
Elegie  e  nell'  Arcadia  (in  cui  il  pastore  Enareto  „sopra  gli 
altri  pastori  doctissimo"  e  „a  cui  la  magior  parte  dele  cose 
divine  e  umane  è  manifesta",  secondo  il  Percopo,'')  rappresente- 


Comprò  nel  1487  la  terra  di  Pomigliano  di  Atalia  (Prot.  di  M.  d.  Fiore,  I487, 
22  nov.).  Una  sua  transazione  con  Elisabetta  Caracciolo  .«i  legge  a  e.  31  del 
prot.  di  Fr.  Russo  (1477).  È  assai  frequentemente  nominato  negli  alti  notarili 
degli  anni  1477,  79,  84,  85,  87,  88,  90  e  91  (Prot.  F.  Russo,  1476—78,  e.  31 — 32 
(2*  num.);  M.  di  Fiore,  1486—88,  e.  158,  142,  143,  33,  80,  153—154,  250,  251, 
213 — 214;  e  1488—89,  e.  166.  In  molti  documenti  è  detto  nobile  e  miles.  Nel 
1490,  come  si  rileva  da  un  documento,  era  segretario  del  Marchese  di  Marso 
(Cancellarius  Illmi  Marchionis  Marsi)  (Prot.  Vino,  de  Monte,  1489 — go,  e.  107: 
Ms.  della  Biblioteca  Brancacciana  IV.  B.  15.).  Nel  148Ó  (23  ag.)  si  obbligò  ad 
insegnare  per  un  anno  e  mezzo  ad  Annibale  de  Anape  di  Napoli,  figlio  di  Teseo, 
la  grammatica  positiva,  le  epistole  scelte  di  Cicerone  e  tre  o  quattro  commedie 
di  Terenzio,  col  compenso  di  12  ducati,  come  si  ricava  da  un  documento  pubbli- 
cato da  T.  de  Marinis.  Del  fratello  Masone  de  Maio  e  di  una  Lisa  sua  moglie 
si  fa  menzione  in  un  doc.  dell'  li  ag.  1488  (Prot.  di  Paolo  Gugl.  de  Cristofano, 
i486  -  90,  e.  90a  e  91  b). 

Un  Ambrosino  de  mayo  scrivano  di  razione  (scriba  pcrcionis)  del 
Duca  di  Calabria  è  nominato  frequentissimamente  negli  atti  notarili,  nei  quali 
suole  intervenire  a  nome  del  Duca  (V.,  fra  i  tanti  altri ,  i  prot.  di  F.  Russo, 
1488—89,  e.  140,   155,   156;    1487—88,  e.  275). 

Un  Ambrosio  de  madio  librario  è  teste  in  un  atto  del  24  ott.  1488 
(Prot.  di  M.  di  Fiore,  1488— 1489,  e.  453). 

V.  per  altre  notizie  su  Giuniano  1'  articolo  biografico  di  C.  Minieri-Rkcio 
(Italia  Reale,  a.  1881,  appendice  no.  54). 

i)  I  suoi  averi  gli  erano  talvolta  pagati  in  panni  :  „a  M.  Juliano  de  mayo 
de  napoli  mastro  de  scola  la  valuta  de  d.  Vili,  t.  II,  gr.  X  ...  a  di  13  aprilis 
[1480]  (Cedole,  voi.  85,  e.  96);  „a  M.  Juliano  de  mayo  de  napoli  per  lectura  la 
valuta  de  XL  d.  in  le  infrascripte  robe  a  di  8  novembre  [1480]   (C.  85,  e.  176 a). 

2)  La  prima  imitazione   dell'Arcadia,  p.  34- 


150  Capitolo  XVII. 

rebbe  appunto  Giuniano  Maio),  dal  D'Alessandro,  dal  Cariteo,'^ 
che  lo  chiamò  un  Quintiliano,  e  da  P.  J.  de  Jennaro  nel  poemetto 
delle  Sei  e  tate. 

Dopo  Biagio  Romero  troviamo  Giuniano  Maio  come 
correttore  di  M.  Moravo.  Si  devono  a  lui  1*  edizione  delle 
Epistole  di  Plinio,  che  egli  preparò,  curò  e  volle  dedicare 
a  Girolamo  Carafa,  e  la  scelta  delle  Orazioni  di  Cicerone, 
pubblicata  nel  1480.  Non  si  trova  il  suo  nome  in  altre  edizioni 
del  Moravo,  ma  è  possibile  che  egli  ne  curasse  altre. 

VII.  Pietro  Gulosio  da  Amalfi,  „filosofo"  e  medico 
com'  egli  stesso  s'intitola,  insegnò  medicina  in  Napoli  dal  1465 
al  1479,-^  e  a  vantaggio  dei  suoi  scolari  curò  nel  1478  un'  edi- 
zione delle  opere  di  Me  su  e  pei  tipi  del  Guldenmund  (Bibl.  160). 
Mori  nel  1479.^^ 

Una  sua  Expositio  Aphorismorum  Hippocratis  e  una 
sua  Declaratio  quaestionum  Gentilis  [Fulginatis]  si  con- 
servano in  un  codice  della  Nazionale  di  Napoli  (Ms.  XV.  C.  46). 

Quel  Fr.  Bernardino  Siciliano  Minorità,  che  fu  il  correttore 
del  Messale  Moraviano  del  1482  e  del  Breviario  impresso  nel 
1485,  ci  pare  che  debba  identificarsi,  senz'  alcuna  esitazione, 
con  r  autore  del  poemetto  volgare  o  leggenda  in  versi  sulla 
traslazione  delle  reliquie  di  S.  Gennaro  e  sulla  cappella  del 
succorpo,  ampiamente  illustrato  dal Miola (Napoli  Nobilissima, 
VI,  161 — 166  e  180 — 189).  Egli  fu,  secondo  lo  Sbaraglia  „vir 
summae  eruditionis  in  humanis  sacrisque  literis  consultissimus".*^ 
Lo  stesso  Sbaraglia  crede  che  fosse  nativo  di  Troina  e  Vicario 
Generale  del  suo  Ordine,  predicatore  assai  reputato  e  autore 
di  prediche  quaresimali,  di  sermoni  e  di  altre  opere.  Il  poe- 
metto volgare,  che  il  Wadding  e  lo  Sbaraglia  credettero  riferire 
all'  anno  1497,  fu  scritto,  come  dimostrò  il  Miola,  nel  1503. 

Niente    sappiamo    del    monaco    Cisterciense    Fr.  Roberto 


l)  Rime,  ed.  Percopo,  p.  367. 

a)  V.  i    documenti    relativi    al    Gulosio    (Golioso,    Golisso,    Petro    de 
Amalf.-i  ecc.)  presso  il  Cannavale  (op.  cit.). 

3)  Cannavale,  doc.  925. 

4)  Supplem.,  p.  134. 


I  Correttori.  151 

d' Euremodio,  correttore  dei  Disticha  di  D.  Catone,  e  di 
Fr.  Antonuccio  da  Sulmona,  Celestino,  che  corresse  il  Bre- 
viario del  suo  ordine. 

Il  Brevi arium  Aversanum  stampato  da  F.  del  Tuppo 
ebbe  per  correttore  Paolo  Prassicio,  canonico  della  Cattedrale 
di  Aversa,  forse  fratello  di  Luca.  ')  Fu  accademico  Pontaniano 
e  amico  del  Fontano  stesso,  che  gli  dedicò  il  libro  de  rebus 
coelestibus  per  la  grande  coltura  che  egli  aveva  negli  studii 
astronomici,  e  ne  fece  uno  degl' interlocutori  dell' Actius,  nel 
qual  dialogo  si  accenna  pure  alle  teorie  astrologiche  del  Prassicio. 
Anche  nella  soscrizione  del  Breviarium  Aversanum  è  detto 
poeta  astrologus  Istoriografus  atque  theologus 
christianissimus.  Qualche  altra  notizia  del  Prassicio  e  della 
famiglia  di  lui  dette  il  Minieri  Riccio  (Biografie  degli  Accade- 
mici Alfonsini,  p.  162). 

Una  rara  edizione  del  Liber  Aggregationum  di  Alberto 
Magno,  senza  data,  ma  certamente  napoletana  e  che  dovette 
veder  la  luce  probabilmente  verso  la  fine  del  sec.  XV, ^)  fu 
curata  dal  noto  medico  e  filosofo  napoletano  Gio.  Batt.  Elisio,  3) 
r  autore  del  libro  De  naturali  Philosophia-*^  e  della  versione 
latina  di  un  Libellus  Arabicus  in  malos  medicos  (Caronti, 
n.475).  L'Elisio  vi  premise  una  dedica  a  Ferdinando  d'Aragona. 
Nella  soscrizione  si  avverte  che  1'  opera  fu  diligentemente 
corretta  e  castigata  „per  eximium  artium  et  medicinae  doctorem 
Johannem  Baptistam  Elisium  parthenopeum  publice  docentem"; 
il  che  farebbe  credere  che  avesse  curata  questa  edizione  verso 
il  1487 — 88,  giacché  pare  che  solo  in  quegli  anni  abbia  in- 
segnato nello  Studio  di  Napoli.s> 


1)  Parente,  Origine  e  vicende  ecclesiastiche  della  città  di  Aversa 
(Napoli,   1858),  voi.  II,  p.  594. 

2)  V.  Bibl.  203. 

3)  V.    le   notizie   biografiche    del  Minieri  Riccio  in   Italia   Reale,    1881, 
appendice  5. 

4)  Ibidem, 

5)  Nei  Rotuli   figura  solo  nel  1481 — 88.     I  doc.  n.  774 bis  e  991  relativi 
a  un  G.  B.  de  Ulisio  vanno  probabilmente  riferiti  a  lui. 


Capitolo  XVIII. 

La  tipografia  ebraica  napoletana. 


Sommario:  I.  Le  tipografie  ebraiche  a  Napoli.  —  II.  Josef  e  Azaricl 
da  Gunzenhausen.  —  III.  Isaac  di  Juda  Cattorzi  e  Josué  Salomon 
Soncino.  —  IV.  Tipografi  e  correttori. 

I.  La  storia  dell'  antica  tipografia  napoletana  presenta 
ancora  dello  lacune  e  delle  questioni  non  risolute  e  forse  non 
risolubili,  ma  quella  della  tipografia  ebraica  napoletana  è  ancora 
più  oscura  ed  incerta,  né  le  nostre  ricerche  hanno  dato  risultati 
tali  da  apportare  nuova  luce  su  questa  materia.  E  noi  avremmo 
volentieri  soppresso  quest'  ultimo  capitolo,  se  non  avessimo 
creduto  di  venir  meno  al  compito  nostro,  che  e'  impone  il 
dovere  di  dar  notizia  di  tutti  i  tipografi  napoletani  del  XV  s. 
e  d' indicare  almeno,  brevemente  ma  esattamente,  quelle  edi- 
zioni napoletane  che  non  ci  è  dato  di  descrivere  compiuta- 
mente. Lo  avremmo  soppresso  volentieri,  soprattutto  perchè 
la  materia  non  può  essere  trattata  convenientemente  da  chi 
non  abbia  una  speciale  competenza  nella  letteratura  e  nella 
bibliografia  ebraiche,  ed  anche  perchè  si  attende  che  un  chiaro 
studioso,  il  Dr.  A.  Freimann,  pubblichi  il  suo  lavoro  sugi'  in- 
cunabuli ebraici,  annunziato  già  da  qualche  tempo  e  che  sarà 
certamente  definitivo  ed  esauriente. 

L'  argomento  è  degno  di  un'  ampia  trattazione,  giacché 
nella  storia  della  tipografia  ebraica  Napoli  ha  uno  dei  pri- 
missimi posti.  Nessuna  delle  città  d'  Italia,  di  Spagna  o  di 
Portogallo  che  ebbero  tipografie  ebraiche,  quando  si  eccettui 
Soncino,   produsse   tante   edizioni   ebraiche   quante   ne   furono 


La  tipografia  ebraica  napoletana.  153 

stampate  in  Napoli  dal  i486  al  1492;  e  ciò  non  ostante  nessuno 
si  è  ancora  occupato  di  proposito  e  largamente  della  tipografia 
ebraica  napoletana.'^  Ma,  come  si  è  detto,  noi  non  avevamo 
la  necessaria  speciale  competenza  per  imprendere  questo  studio, 
né  potevamo  far  di  meglio  che  seguire  il  De  Rossi^^  e  gli  altri 
che  dopo  di  lui  hanno  trattato  della  tipografia  ebraica  in 
generale  e  incidentalmente  della  napoletana.^^  Pertanto,  non 
volendo  omettere  una  breve  notizia  della  tipografia  e  delle 
edizioni  ebraiche  napoletane,  ci  limiteremo  a  riassumere  i 
risultati  degli  studii  fatti  sinora  su  11'  argomento,  e  a  indicare 
sommariamente,  nella  Bibliografia,  le  singole  edizioni  ebraiche 
con  la  scorta  del  De  Rossi,  alle  cui  opere  si  potrà  ricorrere 
per  una  più  ampia  notizia  di  ciascuna  edizione. 

Per  quanto  vi  sia  qualche  incertezza  circa  il  numero 
delle  tipografie  ebraiche  napoletane  e  circa  le  persone  che  si 
possono  indubbiamente  considerare  come  tipografi,  giacché 
alcuni  che  sono  stati  indicati  come  tali  non  furono  forse  che 
correttori  e  viceversa,  è  fuori  di  dubbio  che  le  venti  edizioni 
ebraiche  napoletane  che  si  conoscono  provengono  da  tipografie 
diverse,  e  sembra  certo  che  queste  tipografie,  in  parte  con- 
temporanee e  forse  anche  rivali,  siano  state  almeno  tre:  quella 
di  Josef  di  Jacob  da  Gunzenhausen,  quella  d' Isaac  Cattorzi  e 
quella  dei  Soncinati. 

Il  Jacobs  pone  fra  i  tipografi  anche  Chaiim  d' Isaac  Levita, 
Jom  Tov  e  Salomon  ben  Peretz  e  Azariel  da  Gunzenhausen; 
ed  il  De  Rossi  considera  pure  come  tipografi  lo  stesso  Chaiim 


i)  Non  abbiamo  potuto  vedere  l'articolo  di  M.  Soave,  Edizioni  di  opere 
ebraiche  fatte  in  Napoli  dal  1487  al  1493  inserito  nel  Corriere  Israelitico 
di  Trieste,  a.  1879,  n**.   del  4  giugno, 

2)  Annales  Haebraeo-typographici  saec.  XV.  —  Parmae,  ex  Regio  Typo- 
grapheo,  1795. 

3)  Jacobs,  J.,  articolo  Incunabula  nella  Jewish  Encyclopedia, 
voi.  VI,  p.  575—80  (New  York,  1904). 

Amram,  David  Werner,  The  makers  ofHebrew  books  in  Italy.  —  Phila- 
delphia,  J.  Greenstone,   1909. 

Qualche  notizia  sui  tipografi  e  sui  librai  ebrei  a  Napoli  nel  XV  s.  si 
trova  nell'articolo  di  N.  Ferrarelli  riprodotto  nella  Bibliofilia,  Vili  (1906— 7), 
p.  219 — 21. 


154  Capitolo  XVIII. 

e  Samuel  di  Samuel  da  Roma.  Ma  è  certo,  come  osservò  e 
riconobbe  lo  stesso  De  Rossi, '^  che  1'  edizione  dei  Prove rbii 
in  cui  s'  incontra  il  nome  di  Chaiin  (Bibl.  259)  e  quella  di 
Job  che  reca  il  nome  di  Samuel  da  Roma  (Bibl.  260)  furono 
impresse  con  gli  stessi  caratteri  dell'  edizione  dei  Salmi, 
stampata,  come  si  dice  chiaramente  nella  soscrizione,  per 
opera  di  Josef  tedesco  (Bibl.  261);  e  lo  stesso  De  Rossi  opinò 
che  queste  tre  opere,  che  egli  considera  come  le  tre  parti  di 
una  sola  raccolta  (Hagiographa),  dovettero  uscire  dalla  stessa 
tipografia.**  Pertanto  è  da  credere  che  Chaiim  e  Samuel  siano 
stati  o  correttori  o  compositori  nella  officina  di  Josef  da 
Gunzcnhausen,  e  che  abbiano  volato  apporre  i  loro  nomi  ai 
volumi  da  essi  corretti  o  composti,  come  costumarono  altri 
correttori  e  compositori  ebrei. 

Lo  stesso  può  dirsi  di  Jom  Tov  e  di  Salomon  ben  Peretz, 
giacché  le  due  opere  in  cui  s'  incontrano  i  loro  nomi  (Bibl.  264 
e  266)  furono  impresse  nella  tipografia  di  Josef  da  Gunzen- 
hausen.  Lo  attestano  chiaramente  le  due  soscrizioni,  la  seconda 
delle  quali  indica  chiaramente  Salomon  come  correttore.  E 
quanto  ad  Azariel  da  Gunzcnhausen  egli,  piuttosto  che  rap- 
presentare una  tipografia  distinta  dalle  tre  da  noi  indicate, 
non  fu  che  il  successore  di  suo  padre  Josef  nella  officina  da 
costui  fondata  e  diretta  fino  al  1490,  officina  che,  morto  Josef, 
continuò  a  funzionare  sotto  la  direzione  di  Azariel  fino  al  1492 
almeno. 

IL  La  prima  in  ordine  di  tempo  e  la  più  importante 
per  il  numero  delle  opere  impresse  fu  la  tipografia  di  Josef 
di  Jacob  tedesco  (Aschenazi)  da  Gunzcnhausen,  come  si  chiamò 
dal  suo  luogo  d'  origine.  Fondata  nel  i486,  se  non  nel  1485 
com'  è  più  probabile,  si  resse  fino  al  luglio  del  1492  almeno, 
e  produsse  non  meno  di  quattordici  edizioni. 

Ci  attesta  un  documento  che  ai  19  di  marzo  del  1487  si 
conchiuse   una   certa   transazione   fra    un    Manuele   de    Cave, 


1)  I.  p.  sa. 
a)  Ivi. 


La  tipografìa  ebraica  napoletana.  155 

banchiere  ebreo  dimorante  in  Napoli,  un  Elia  Voi gh eri  altro 
ebreo  di  Napoli,  e  i  maestri  Jacob  e  Josef  ebrei,  i  quali  avevano 
stretta  fra  loro  una  società  per  la  stampa  dei  libri  („ad  in- 
stampandum  libros"),  e  che  per  effetto  della  transazione  Elia 
uscì  dalla  società  ricevendo  da  Manuele  30  ducati  in  compenso 
del  suo  lavoro;  e  ci  attesta  pure  che  questa  società,  la  quale 
forse  produsse  gli  Hagiographa  (Bibl.  259 — 61),  dovette  aver 
principio  con  tutta  probabilità  nel  1485,  giacché  nel  marzo  del 
1487,  quando  Elia  si  separò  dai  suoi  socii,  questi  dichiararono 
di  avere  „olim'*  costituita  la  società  e  di  averla  per  un  certo 
spazio  di  tempo  seguita  ed  amministrata  („predictam  societatem 
per  certum  temporis  spatium  contraxisse,  fecisse  et  admini- 
strasse"),  e  d'  altra  parte  il  pagamento  dei  30  ducati  ad  Elia 
per  il  lavoro  già  da  lui  fatto  („propter  industriam  et  fatigia 
positam  et  posita  per  eundem  Elyam  in  societate")  prova  che 
nel  marzo  1487  si  era  già  compiuto  un  lavoro  tipografico 
notevole. 

Josef  da  Gunzenhausen  iniziò  1'  impresa  con  1'  appoggio 
del  banchiere  ebreo  Manuele  che  nel  contratto  di  società  si 
era  obbligato  a  fornire  il  capitale  necessario, '^  e  diresse  la 
stamperia  fino  al  1490  o  al  principio  del  1491,  giacché  sappiamo 
che  era  ancora  vivente  nel  gennaio  del  1490  (Bibl.  267),  ma  nel 
novembre  del  1491  era  già  morto  e  la  tipografia  era  passata 
al  figlio  Azariel,  come  si  rileva  dalla  soscrizione  della  I^  parte 
dell'Avicenna  (Bibl.  273)  in  cui  si  prega  requie  alla  memoria 
di  Josef. 

Sotto  la  direzione  di  Azariel  la  tipografia  si  sostenne  fino 
al  luglio  del  1492  almeno  (Bibl.  276),  e  forse  anche  per  qualche 
breve  tempo  ancora,  se  si  vuol  seguire  il  De  Rossi  nelle  sue 
congetture  circa  la  data  dell' Agur  (Bibl.  277). 

III.  Mentre  era  ancora  in  esercizio  la  tipografia  fondata 
da  Jacob  tedesco  due  altre  tipografie  ebraiche  furono  quasi 
contemporamente  stabilite  in  Napoli  verso  il  1490:  quella  di 
Isaac  Cattorzi  e  quella  dei  Soncinati. 


I)  V.  documento  XVIII. 


156  Capitolo  XVIII. 

Isaac  ben  Juda  ibn  Cattorzi  originario  dell'  Aragona  e, 
come  parrebbe  dal  nomc,'>  d'  una  famiglia  stabilita  nella  Spagna 
al  tempo  degli  Arabi,  aveva  forse  appreso  1'  arte  tipografica 
da  qualcuno  dei  tipografi  ebrei  che  esercitarono  quest'  arte 
nella  Spagna  prima  della  generale  espulsione  degli  Ebrei 
avvenuta  nel  1492.-^ 

Di  Isaac  Cattorzi  si  hanno  due  sole  edizioni  degli  anni 
1490  e  1491  (Bibl.  26S  e  272).  Questa  tipografia  sembra  che 
rivaleggiasse  con  quella  dei  tedeschi,  come  farebbe  supporre 
la  soscrizione  del  Kimchi  \Bibl.  272). 

Quasi  contemporaneamente  fu  impiantata  in  Napoli 
un'  altra  tipografia  ebraica:  quella  dei  figli  di  Soncino.  Josué 
Salomon  Soncino,  che  aveva  esercitato  per  alcuni  anni  1'  arte 
della  stampa  nell'  officina  Soncinate  fondata  per  iniziativa  di 
suo  padre  Israel  Natan,  costretto  ad  emigrare,  dopo  di  aver 
perduto  in  Soncino  il  padre  ed  il  fratello  Mosé,  ed  a  cercarsi 
una  nuova  sede  per  le  persecuzioni  di  Ludovico  Sforza  contro 
gli  Ebrei  di  Lombardia,  pensò  di  stabilirsi  a  Napoli,  dove  gli 
Ebrei  vivevano  tranquillamente,  protetti  da  Ferdinando  d'Ara- 
gona, e  dove  era  stato  preceduto  da  Salomon  ben  Peretz 
(Bonfoi)  che  aveva  trovato  lavoro  presso  la  tipografia  di  Josef 
da  Gunzenhausen  e  che,  come  crede  1'  Amram,^'  era  stato  già 
uno  degli  artefici  della  tipografia  di  Soncino. 

Josué  Salomon  venne  a  stabilirsi  in  Napoli  nel  1490  e  vi 
pubblicò  dal  1490  al  1492,  per  quanto  finora  si  conosce,  quattro 
edizioni.  La  più  antica  edizione  datata  impressa  in  Napoli  coi 
caratteri  di  lui  è  il  Salterio  pubblicato  nel  dicembre  del  1490 
(Bibl.  2Òg^^^),  seguito,  come  pare,  dalla  Bibbia  senza  data,  che 
il  De  Rossi  crede  del  1490 — 91  (Bibl.  270).  Nel  1491  venne 
fuori  dalla  sua  tipografia  il  Pentateuco  (Bibl.  271)  e  nel  1492 
la  raccolta  intitolata  Mi  sena  (Bibl.  275I  Dopo  la  pubblicazione 
di  quest'opera,  avvenuta  nel  maggio  del  1492,  sembra  che  la 
tipografia    dei    Soncinati    non    aì^bia    prodotto    altre    edizioni. 


i)  Amrim,  p.  64. 
a)  Ibidem. 
3)  P.  64- 


La  tipografia  ebraica  napoletana.  157 

Sopravvennero  tempi  difficili  per  gli  Ebrei,  ed  anche  le  tipo- 
grafie ebraiche  napoletane  ebbero  a  soffrirne:  talché  dopo  il 
luglio  1492  non  troviamo  più  alcun  libro  ebraico  stampato 
in  Napoli,  né  in  altre  città  d' Italia,  se  si  eccettuano  Brescia 
e  Barco. 

S' ignora  se  Josué  sia  morto  in  Napoli,  come  suppone 
l'Amram,'^  o  sia  sopravvissuto  agli  avvenimenti  dolorosi  che 
seguirono;  ma  è  probabile  che  egli  morisse  tra  il  1492  e  il 
1493.  L' Amram  a  questo  proposito  osserva  che  se  Josué  non 
fosse  morto  in  quel  torno,  si  sarebbe  probabilmente  rifugiato 
a  Brescia  dal  suo  nipote  Gerson  o  Gherescom,  ed  il  suo  nome 
s' incontrerebbe  in  qualcuno  dei  libri  pubblicati  a  Brescia 
negli  anni  successivi.''^ 

IV.  Oltre  ai  tipografi  già  nominati,  che  furono  proprie- 
tarii  o  direttori  di  stabilimenti  tipografici,  conosciamo  i  nomi 
di  parecchi  altri  tipografi  i  quali  prestarono  1'  opera  loro,  per 
lo  più  come  compositori,  nella  officina  di  Josef  da  Gunzen- 
hausen;  ma,  come  dicemmo,  è  dubbio  se  alcuni  di  essi  siano 
stati  piuttosto  correttori  delle  opere  in  cui  si  trovano  i  loro 
nomi,  com'  è  dubbio  se  qualcuno  di  coloro  che  sono  general- 
mente considerati  come  corretttori  sia  stato  invece  artefice 
tipografo. 

Tipografi,  e  forse  compositori,  nella  officina  fondata  da 
Josef  tedesco  furono,  oltre  quell'  Elia  che  abbiamo  testé  nomi- 
nato, Chaiim  d'Isaac  Levita,  tedesco  (Bibl.  259),  Samuel  da 
Roma  (Bibl.  260),  Ascer  di  R.  Peretz  Mintza  che  si  qualifica  egli 
stesso  compositore  o  „tipoteta"  (Bibl.  273)  e  Abraam  di  R.Jacob 
Landò  (Bibl.  273)  che  si  dichiara  eg-li  pure  compositore,  con- 
giunto, come  crede  1'  Amram,  ^*  di  Jacob  Baruc  che  corresse 
r  edizione  dei  Salmi  del  1487  (Bibl.  261). 

Furono  correttori,  oltre  il  predetto  Jacob  Baruc  di  R.  Juda 
Landò,  tedesco  di  origine  (Bibl.  261),  parente,  come  ora  notammo, 


I) 

p- 

68. 

2) 

Ib 

lidem 

3) 

P- 

66. 

158  Capitolo  XVIII. 

del  tipografo  Abraam  e  che  1' Amram'Mdentifìca  con  l'autore 
del  libro  Agur  pubblicato  a  Napoli  nel  1492  (Bibl.  277),  Mosè 
ben  Chaviv  di  R.  Scem  Tov,  spagnuolo  d'  origine  (Bibl.  262 
e  276),  Jom  Tov  di  R,  Peretz  (Bonfoi)  francese  (Bibl.  264), 
Salomon  di  R.  Peretz,  fratello  del  precedente  (Bibl.  266),  e 
Samuel  di  R.  Meir  Latef  (Bibl.  269),  non  diverso  forse  da  quel 
Samuel  che  stampava  in  Mantova  nel  1513.-^ 

Abraam  Talmìd  e  Josef  Aben  Piso  spagnuoli  concorsero 
col  loro  danaro  alla  stampa  e  alla  pubblicazione  della  raccolta 
delle  tradizioni  Giudaiche  (Miscnà),  insieme  con  Josué  Salomon 
Soncino  (V.  Bibl.  275). 


1)  Ibidem. 

2)  p.  64. 


Appendice. 


L'  arte   della  legatoria  a  Napoli. 

Sommario:  I.  La  legatoria  nel  medioevo.  Periodo  angioino-aragonese. 
—  II.  La  legatura  al  tempo  dell'  introduzione  della  stampa.  — 
III.  B.  Scariglia.  —  IV.  Altri  legatori:  N.  di  Leonardo, 
T.  Aulesa,  T.  De  Venia,  A.  Vitolo,  G.  Vaglies,  Fr.  d'Am- 
brosio, Donno  Colella,  N.  di  Riccardo,  S.  de  Nastasi, 
M.  de  Manso,  T.  d'Ancona,  S.  Canthax.  —  V.  Genere 
delle  legature.  —  VI.   Loro  prezzi. 

L  In  una  città  come  Napoli,  che  anche  nell'  alto  medio 
evo  fu  asilo  di  cultura  e  di  studii  e  vantò  cospicue  biblioteche, 
che  era  sede  di  molti  insigni  e  ricchi  monasteri,  che  fu  la 
prima,  e  per  quasi  due  secoli  la  sola,  in  tutto  il  mezzogiorno 
d'  Italia  ad  avere  uno  Studio  divenuto  ben  presto  fiorente,  che 
fin  dal  secolo  XIII,  fatta  metropoli  del  regno,  aveva  accolto 
una  corte  magnifica  e  protettrice  delle  arti  e  delle  lettere, 
e  che  ebbe  tra  i  suoi  monarchi  Roberto  il  Savio,  Renato 
d'Angiò  ed  Alfonso  il  Magnanimo,  1'  arte  di  legare  i  libri 
dovette  di  necessità  in  ogni  tempo  e  senza  interruzione 
essere  largamente  coltivata:  così  che  al  tempo  della  in- 
troduzione della  stampa  poteva  già  vantare  antiche  e  buone 
tradizioni. 

Della  biblioteca  degli  Angioini,  che  ai  tempi  del  Re 
Roberto  era  già  divenuta  celebre,  si  hanno  notizie  fin  dal 
1280,  conoscendosi  i  nomi  di  molti  amanuensi  allo  stipendio 
di  Carlo  I  (1280— 1282),  come  pure  di  correttori,  rubricatori, 
miniatori  e  traduttori,  e  del   custode   della  biblioteca,   che  era 


l6o  Appendice. 

Giovanni  de  Nigellis  fisico  di  Corte.  E  fin  da  quel  tempo 
richiama  la  nostra  attenzione  la  ricchezza  delle  legature  reali. 
Sappiamo,  infatti,  che  un  certo  Marco  orefice  lavorò  nel  1282 
i  fermagli  per  alcuni  volumi  rilegati.''  Altre  notizie  di  volumi 
fatti  rilegare  al  tempo  di  Re  Roberto  dette  il  Giustiniani, 
traendole  dai  registri  Angioini,'^  notizie  che  qui  stimiamo 
superfluo  riportare. 

Un  Jannello  legatore,  ricordato  dal  Filangieri,  lavorava 
nel  1332  per  conto  della  Biblioteca  reale.^^ 

Il  citato  Mazzatinti  ha  raccolto  molte  notizie  intomo  al 
genere  di  rilegatura  di  alcune  opere.  I,e  legature  ordinarie 
erano,  come  è  noto,  in  assi  coperte  di  cuoio  impresso;  ma 
quelle  di  lusso  erano  coperte  di  seta  o  di  velluto,  e  i  fermagli 
di  argento  o  di  oro  servivano  appunto  a  queste. 

Non  è,  però,  intendimento  nostro  di  tentare  uno  schizzo 
storico  dell'  arte  della  legatura  in  Napoli  :  ci  contenteremo  di 
esporre,  il  più  brevemente  che  sarà  possibile,  quali  fossero  a 
Napoli  le  condizioni  e  i  progressi  di  qucst'  arte,  così  stretta- 
mente connessa  con  quella  della  stampa,  nel  tempo  in  cui 
questa  venne  introdotta  nella  nostra  città. 

IL  In  quei  tempi  la  professione  di  libraio  andava  quasi 
sempre,  se  non  sempre,  congiunta  con  quella  di  legatore,  e 
qualche  volta  anche  con  la  professione  di  tipografo.  I  libri, 
così  quelli  scritti  a  mano,  come  quelli  a  stampa,  non  si  vende- 
vano d'  ordinario  che  legati  ;  e  però  i  mercanti  di  codici  e  più 
tardi  gli  stampatori  solevano  tenere  nelle  loro  officine  degli 
artefici  incaricati  della  legatura  dei  volumi,  ed  accoglievano 
anche  apprendisti  coi  quali  facevano  dei  contratti.  Così  il  noto 
libraio  catalano  Giovanni  Vaglies  nel  i486  si  obbligò  di  tenere 
per  tre  anni  nella  sua  bottega,  col  salario  di  un'  oncia  1'  anno 


I)  Mazzatinti,  Bibl.  dei  Re  d'Araf^ona,  p.  III. 

2]  Giustiniani,  op.  cit.,  p.  32. 

3]  Ai  5  maggio  1332  rìccre  6  tari  egr.  IO  prò  ligatura  tabule  ystoria- 
rum  romanarum  ed  8  Uri  prò  ligatura  unius  libri  conditi  centra 
gentil es.     (Filangieri,  Documenti  per  la  itoria  delle  arti  etc,  VI,  p.  18.) 


Appendice.  l6l 

oltre  il  vitto  e  1'  alloggio,  il  barcellonese  Ferrerio  Prats  libraio 
legatore  e  d'  insegnargli  1'  arte;'^  e  Francesco  d'  Ambrosio, 
altro  libraio,  prese  con  sé  nel  1478  il  fanciullo  Nicola  Janni- 
celli,  per  insegnargli  ministerium  ligandi  et  coperiendi 
libros.'> 

Come  legatori  possono  perciò  considerarsi  quasi  tutti,  se 
non  tutti,  i  librai  che  in  gran  numero  dimoravano  a  Napoli 
nella  seconda  metà  del  XV  secolo  e  che,  dalle  notizie  da 
noi   raccolte,   sappiamo    che  superavano  di  molto  il   centinaio. 

Tuttavia  noi  qui  diremo  solo  qualche  cosa  di  quelli  che 
nei  documenti  si  trovano  chiaramente  indicati  come  legatori. 
Questi,  come  si  vedrà,  furono  quasi  tutti,  alla  lor  volta,  anche 
librai. 

III.  Principe  dei  legatori  del  periodo  aragonese  fu  il 
catalano  Baldassarre  Scariglia  della  cui  attività  troviamo 
per  circa  cinquant'  anni  (1451 — 1497)  copiose  notizie,  sia  nelle 
Cedole   della  Tesoreria  Aragonese,   sia    nei  protocolli  notarili. 

Lo  Scariglia  entrò  nella  biblioteca  reale  ai  tempi  di 
Alfonso  il  Magnanimo.  Ai  30  settembre  1450  si  trova  notato 
un  pagamento  di  21  ducato  e  3  tari  fatto  ad  uno  Scarinxj 
della  libreria  che,  se  non  c'inganniamo,  non  può  essere  altri 
che  Baldassarre.  3) 

Addì  16  luglio  del  detto  anno  1451,  come  scrivano  aiu- 
tante della  libreria,  ricevette  il  compenso  di  certe  spese  fatte 
pel  suo  officio.'*^  Nel  3  settembre  1453  ebbe  il  pagamento  di 
un  registro  da  lui  comprato,  come  librer.s)  Ma  in  altre  nota- 
zioni del  1465^)  e  1466  è  detto  aiutante  e  sembra  che  nei 
primi  tempi  il  suo  ufficio  fosse  proprio  quello  di  legatore  della 
biblioteca,  perchè,   oltre  al  gran  numero  dei  pagamenti  a  lui 


l)  Filangieri,  op.  cit.,  VI,  311. 
a)  V,  documento  XXI. 

3)  (30  sett.  1450)   libreria   ...   A   scarinxj    xxi   d.   iii  t.    (Cedole,   voi.  13", 
e.  393 b);'  (19  nov.  1451)   libreria  ...  a  scarinzi  xxi  d.  iii  t.  (Ced.,  t.  14,  e.  3193). 

4)  Ced.,  V.  14,  e.  i6aa. 

5)  Ced.,  V.  25,  e,  I33a. 

6)  Ced.,  T.  42,  e.  2403. 

Fava  e  Bresciano,  La  «lampa  in  Napoli.    I.  II 


102  Appendice. 

fatti  per  legature,  di  cui  le  Cedole  hanno  conservato  il  ricordo, 
qualche  volta  nelle  Cedole  stesse  si  trova  qualificato  legatore 
di  libri,  invece  di  aiutante. 

Troviamo  poi  che  agli  8  nov.  1455  furono  pagate  diverse 
somme  agli  scrittori  e  ad  altri  officiali  della  biblioteca,  fra  i  quali 
lo  Scariglia  occupa  1'  ultimo  posto  come  ligador  de  libres.'^ 
Nello  stesso  anno  riceve  la  largizione  di  drappi  di  lana  per 
una  roba,  capa  e  forradura.*) 

Nel  1465  (12  giugno)  tolse  in  fitto  una  casa  da  Angelillo 
Imperato  „sitam  et  positam  in  plathea  ubi  dicitur  ad  fontana 
de  fistula"  pel  prezzo  di  un'  oncia  e  5  tari  (Prot.  di  Paolino  de 
Golino,  1465 — 66,  e.  76"^). 

Negli  anni  1472  e  73  gli  furono  pagati  dalla  Corte 
4  ducati  pel  fitto  di  una  casa  posta  nel  Vico  S.  Bartolomeo, 
presa  in  fitto  dalla  Corte  per  los  malalts  de  casa  del 
Senyor  Rey.^^  Lo  Scariglia  dovette  forse  recarvisi  ad 
alloggiare,  perchè  infermo. 

Al  grado  di  librer  o  librctieri  era  annessa  la  prov- 
vigione mensile  di  due.  4,  2  tari  e  10  gr.  (lorde  di  alaggio),^' 
provvigione  che  lo  Scariglia  aveva  ancora  nel  1474^^  e  nel 
1486.^^  Nel  febbraio  1480  era  aiutante  di  camera  e  riceveva 
in  dono  alcuni  drappi.^*  Senonchè  nel  1481  si  trova  nominato 
non  più  librerò,  ma  sottolibrero^^:  la  biblioteca  reale  aveva 
il  librerò  magiorc  in  persona  di  Giovanni  Brancate'^ 


1)  Ced.,  V.  a8,  e.  2640. 

3)  C,  ▼.  29.  e.  5690  e  5733. 

3)  C,  T.  61,  e.  23ób  e  V.  63,  e.  274. 

4)  C„  V.  56,  e.  98. 

5)  C.  V.  66,  ce.  2351,  363»,  454  b,  549». 

6)  C,  V.  119,  e.  236  b. 

7)  C,  V.  85,  e.  183 a. 

8)  C,  y.  85,  e.  240.1. 

9)  (2  (jcnn.  1481)  „Misscr  luync  et  Francisco  Coppula  donate  ad  mister 
Ioan  brancato  librerò  magiore  del  S.  Re  tre  canne  de  Lorenza  paor.azo  fino  de 
grana  per  una  ciocia  long»  et  ona  Canna  Scp'e  palmi  de  florcnza  fina  Accolorata 
per  uno  ponello  longo  et  uno  paro  de  calsc  al  quale  lo  dicto  Signore  le  comanda 
donare  cracioianicnlt"  (C,  t.  78,  e.  I72a).  Il  Rr.wicato  fu  librerò  magiore  anche 
neirSo— 84  (P6rcopo  in  Rass.  crii.  d.  lelt.  ilal.,  II,  p.  128). 


Appendice.  163 

Oltre  quello  di  bibliotecario  altri  ufficii  gli  furono  conferiti 
dalla  benevolenza  dei  suoi  sovrani.  Alfonso  I  nel  1450  lo  creò 
Guardiano  della  R.  Dogana  di  Napoli,  con  1'  annua  provvigione 
di  once  4,  portate  1'  anno  successivo  ad  8.'^  Con  privilegio 
del  29  maggio  1469  gli  fu  concesso  1'  ufficio  di  Procuratore 
fiscale  in  Capua  per  sé  e  per  gli  eredi.-^  Pel  maritaggio  di 
una  sua  figlia  gli  furono  largiti  nel  maggio  1489  ducati  96.3) 
Nel  1489  sembra  che  fosse  il  primo  bibliotecario  (librerò 
maggiore),  perchè  in  una  cedola  di  quell'anno  è  detto  chiara- 
mente che  a  lui  era  affidato  il  governo  della  biblioteca."*)  Da 
un'  altra  cedola  del  1492  ricaviamo  che  lo  stipendio  annesso 
al  novello  grado  era  di  54  ducati  1'  anno,^^  oltre  le  solite 
largizioni.*^) 

Sembra  però  che  la  direzione  della  biblioteca  gli  fosse 
affidata  solo  temporaneamente:  nel  1491  era  bibliotecario  capo 
(librerò  maior)  con  la  provvisione  di  100  ducati  annui  l'u- 
manista Francesco  Pucci,  che  rimase  in  tale  carica  fino  al 
150 1.7) 

Era  ancora  vivente  e  al  servigio  della  Corte  ai  28  aprile 
1497,  trovandosi  registrata  una  largizione,  fatta  a  lui  ed  alla 
moglie,  nel  detto  giorno,  di  varie  canne  di  stoffa  pel  loro 
vestire.^)  Il  Percopo  suppone  che  lo  Scariglia  morisse  nel 
1497.9) 


i)  Com.  Somm.,  v.  5°  (1449—51),  e.  128  e  v.  4  (1451 — 52],  e.  lOb. 

2)  Priv.  Somm.,  v.  50,  ce.  igyb — 198. 

3)  Ced.,  V.  133,  e.  239b. 

4)  (maggio  1489)  „a  Baltasarro  scariglia  che  tene  in  gouerno  la  libraria 
del  S.  R.  XXV  d.  iiij.  t.  xij  a  compliment  de  XXVII  d.  .  .  .  per  la  prouisione  soa 
de  sey  misi"  etc.  (C,  v.  133.  e.  CC). 

5)  Allo  stesso  XXV  d.  4  t.  12  gr.  a  compimento  di  27  d.  per  la  sua  prov- 
visione di  6  mesi  (C,  v.  146,  e.  2563). 

6)  Allo  stesso  „.  .  .  I  d.  iij  t.  V.  li  sonno  Comandati  donare  per  le  coseture 
de  soi  vestiti  per  lo  presente  anno"  (C,  v.  142,  e.  320b). 

7)  Pèrcopo,  in  Arch.  stor.  Napol.,  XIX,  p.  390  e  segg. 

8)  Ced.,  V.  161,  e.  97  (1503). 

9)  In  quel!'  anno  vien  ricordata  sua  moglie  come  percepitrice  del  suo 
stipendio  (Rassegna  crit.  d.  lett.  ital.,  II,  p.  12S). 

II* 


1 64  Appendice. 

Credette  il  Mazzatinti  che  nel  1456  lo  Scariglia  avesse 
legato  il  maggior  numero  di  volumi  per  la  biblioteca  reale, 
ma,  come  appare  dalle  notizie  riferite,  egli  continuò  a  legame 
in  grandissimo  numeio  fino  agli  ultimi  anni  del  secolo.  E  da 
due  cedole  del  1491  e  del  1492  rileviamo  che  non  lavorò  solo 
da  legatore,  e  che  a  lui  si  faceva  capo  dalla  Corte  per  altri 
lavori  affini,'^  ed  anche  per  la  decorazione  artistica  di  tappezzerie 
di  cuoio.'^ 

Oltre  r  ufficio  di  legatore  e  custode  della  Biblioteca  reale, 
che  lo  Scariglia  tenne  per  quasi  mezzo  secolo,  esercitò  libera- 
mente la  sua  professione,  nella  quale  fu,  senza  dubbio,  un 
artista  abilissimo.  E  pare  che  la  professione  gli  fruttasse 
molti  guadagni  e  una  discreta  agiatezza.^^ 

Da  un  interessante  documento  del  nostro  Archivio  nota- 
rile, che  riproduciamo  integralmente +^  in  fine,  si  rileva  che  egli 
nel  novembre  1490  era  a  capo  di  una  società  stretta  fra  lui, 
Giacomo  Scariglia  suo  figlio  ed  il  libraio  Girolamo  d' Ambrosio 
per  r  esercizio  dell'  arte. 

Degl'  innumerevoli  lavori  di  legatura,  eseguiti  dallo 
Scariglia,  avremo  più  volte  occasione  di  occuparci.  Ci  limi- 
teremo però  a  quelli  che,  per  qualche  particolare  ragione,  sono 
più  degni  di  nota,   e  indicheremo  pure  alcune  legature  ancora 


1)  (25  maggio  1492)  „a  Baldax.nrro  scariglia  adi  xxv  de  magio  iiij.  t.  li  sonno 
comandali  donare  per  io  preczo  de  dee  caxccte  de  carta  copeite  de  coyramo  carmo- 
sino  tucti  lauorati  con  fogliagij  de  oro  et  quelli  ha  consigniati  in  la  R>  Guarda- 
roba dicto  di:  d.  iiij.  t.  (Ced.  Tts.,  v.  146,  e.  3670). 

2)  (16  giugno  1491)  „A  Baldaxarro  scariglia  adi  xvj  de  lugno  Cxiiij  d.  a 
complimento  de  Cxxxviiij  d.  ij  t.  li  sonno  Comandati  donare  cioè  Cij  d.  iiij  t.  per 
la  manufaltura  de  cincocento  quattordicc  canne  de  friso  lauorato  doro  de  orifice  a 
fogliagi  haue  facti  sopra  pelle  de  corduana  negra  quale  sonno  Inirate  in  la  guarni- 
cione  de  noue  picczi  de  panno  de  coyro  stampati  che  per  essere  stati  multo  grandi 
ne  sonno  stati  facti  ziij  peczi  e  In  quattro  bancali  puro  de  coyro  stampati  per 
parare  de  quilli  la  Camera  de  paramento  de  soa  M'»  a  ra."  de  j  t.  la  canna  .  .  ." 
(Ced.  T.,  V.  142,  e.  275b). 

3)  Una  locatio  honorum  prò  nobili  viro  baldaxare  scariglia 
dell'  8  agosto   1487  ti  legge  nel  Prot.  di   Mar.  di   Fiore,   i486 — 88,  e.  112. 

4)  V.  documento  XXV. 


Appendice.  165 

esìstenti,    che    ragionevolmente    possono    considerarsi    come 
opera  sua. 

IV.  Di  parecchi  altri  legatori,  contemporanei  dello 
Scariglia,  abbiamo  sicure  notizie.  Nicolò  di  Lionardo  da  Bi- 
tonto,  libraio,  Tommaso  Aulesa  e  Tommaso  de  Venia,  sebbene 
non  risulti  chiaramente  dai  documenti,  furono,  secondo  ogni 
probabilità,  anche  legatori.  Come  tali  furono  considerati,  il 
primo  dal  Filangieri,  gli  altri  due  dal  Mazzatinti.  Da  Nicolò 
di  Lionardo  comprò  nel  1443  il  Re  Alfonso  un  S.  Tommaso 
legato  in  assi  coperte  di  cuoio  bianco,  per  la  somma  di 
IO  ducati  (Filangieri,  VI,  59). 

Tommaso  Aulesa  dal  1443  al  1453  tenne  l'ufficio  di 
custode  della  Biblioteca  reale.'^  Fu  probabilmente  abile  lega- 
tore, secondo  risulta  da  varie  cedole,  nelle  quali  sono  registrati 
pagamenti,  a  lui  fatti,  per  compra  di  varie  cose  attinenti  alla 
legatoria. 

Addì  2  giugno  1443  ricevette  16  ducati  per  la  compra  di 
varie  pergamene  ed  altri  oggetti  di  legatoria.'^ 

Ai  5  genn.  1451  gli  furono  pagati  no  ducati,  di  cui  100 
per  comprare  pergamene,  il  resto  pel  viaggio  ad  Isernia,  Taglia- 
cozzo  ed  altre  città  per  cercarvi  pergamene.  Il  24  agosto 
dello  stesso  anno  per  la  stessa  ragione  ricevè  altri  139  ducati, 
ed  il  13  settembre  dello  stesso  anno,  parimente  per  lo  stesso 
motivo,  altri  400  ducati.3) 

Tommaso  De  Venia  sembra  che  nel  1455 — 56  fosse 
legatore  della  biblioteca  reale  insieme  con  lo  Scariglia:  così 
parve  al  Mazzatinti,  ed  è  molto  probabile.  Questi,  però,  cre- 
dette che  Tommaso  morisse  nel  1456  e  che  lo  Scariglia  rima- 


i)  Ced.,  V.  6,  e.  ayóa  e  v.  26,  e  92. 

Il  Mazzatinti  (p.  C)  e  il  Percopo  ricordano  altri  due  legatovi  della  Biblioteca 
Aragonese,  Attanasio  Passare  e  Francesco  Cipolla  (Rassegna  critica  della  Letter. 
Ital.,  II,  p.  127);   ma  di  essi  non  abbiamo  trovato  notizie. 

2)  Ai  2  giugno  1443  gli  furono  pagati  16  ducati  per  le  spese  da  fare  „en 
compra  de  pells  vermelles,  preguemins,  cantoneres  e  guafets  de  leuto,  tatxes,  posts 
e  fil  per  cobrir  e  ligar  los  libros"  (Cedole,  voi.  6°,  e.  347). 

3)  C,  V.  14,  e.  239  a. 


l66  Appendice. 

nesse  solo  nel  suo  ufficio  di  legatore  e  vice-custode  della 
biblioteca.  Ma  Tommaso  viveva  ancora  e  godeva  buona  salute 
nel  1468,  tanto  che  in  quel!'  anno  pensò  di  prender  moglie. 
Il  18  gennaio  gli  furono,  in  fatti,  donati  dal  Re  12  ducati  en 
adiutori  de  les  despeses  de  les  sues  noces.'>  Dai  docu- 
menti da  noi  veduti  risulta  solo  che  fu  scrittore  della  biblio- 
teca reale.  Nel  maggio  1466  scriveva  un  Plinio.^'  Altre  volte 
è  nominato  nelle  cedole  di  quegli  anni  ed  è  sempre  chiamato 
scriptor.5' 

Andrea  Vitolo,  libraio  amalfitano,  risulta  che  fu  anche 
legatore  da  questa  notazione  del  10  agosto  1455:  „Item  doni 
a  andria  de  vitulo  de  amalfa  librer  iij  d.  ij  t.  xv.  gr.  los  quals 
li  cren  deguts  (;o  es  per  prcu  de  ij  cubertes  engrutades  que 
feu  per  hun  libre  racional  e  ordinari  tercer"  etc.  (Ced.,  v.  28, 
e.  150»). 

Giovanni  Vaglies  (1457 — 1493),  il  noto  libraio  catalano 
che  già  nominammo  altrove,  fu  anche  legatore.  Anzi  in  un 
documento  del  1478  è  detto  senz'  altro  magistcr  ligandi 
libros.^'  Era  di  Tarragona^*  ed  ebbe  un  figlio  a  nome 
Gaspare  che  fu  anche  libraio.  Di  lui  daremo  più  diffuse 
notizie  in  un  altro  lavoro. 

Egli  forniva  pure  alla  Corte  i  registri  amministrativi  (ce- 
dole) belli  e  legati^^  ed  era  incaricato  di  rilegarli.'^  Queste 
legature  dei  libri  amministrativi  erano  in  pergamena,  talora 
ornate  di  fregi  impressi  e  con  lo  stemma  reale/'* 


i)  C,  V,  46,  e.  loòb. 
a)  C,  V.  44,  e.  29ób. 

3)  C,  V.  46.  ce.  2073,  284b,  304b. 

4)  V.  documento  XXII. 

5)  Prol.  di  G.  Ingrigneiti,  1472—74,  e.  88.1. 

6)  (iS  gen.  1471)  „A1  dil  lohan  vallerà  librar  per  lo  prcu  ...  de  un.i  ccdula 
o  libre  de  CCCC  cartes  cuberl  de  pergami  ab  correla  e  fibia  per  continuar  los 
pagamenti  de  la  trcsoreria  per  Io  prcscnt  any  iiij  t.  et  per  lo  preu  de  una  rubrica 
etc.  (C,  V.  56,  e.  131  b). 

7)  „AI  dit  lohan  Vallers  per  lo  lig.tr  de  ij.  librcs  ha  iigats  cuberts  de  pergami 
ab  correges  et  fibics  dels  pagaments  de  la  Cori"  etc.  —  d.  ij  t."  (C,  v.  56,  e.  262). 

8)  (4  fcbbr.  1474)  „A  eli  matcix  per  lo  lij^ar  e  fcr  cubertes  engrutades  de 
aluda  bianca  picadcs  ab  Ics  armes  del  Senyor  Rey.  90  es  hu  per  los  comptei  de 
la  mia  administracio  ...  iij  d."  (C,  ▼.  66,  e.  213). 


Appendice.  167 

Francesco  d'Ambrosio  di  Valentino  fu  anche  libraio, 
come  un  suo  fratello  a  nome  Girolamo. 

Nel  1478  prese  con  sé  a  bottega,  per  8  anni,  il  tanciullo 
Nicola  Jannicelli  di  Salerno,  a  cui  si  obbligò  d' insegnare 
ministerium  ligandi  et  coperiendi  libros.'^ 

Donno  Colella  non  ci  è  noto  altrimenti  che  sotto  questo 
nome.  Si  sa  che  il  6  maggio  1485  gli  fu  pagato  dalla  Corte 
un  ducato  per  la  legatura  di  un  codice  contenente  „la  prag- 
matica con  li  capitoli  del  S.  re"  scritto  da  Giovan  Rainaldo 
Mennio  e  miniato  da  Cristoforo  Maiorana.^^ 

Nicolantonio  di  Riccardo  libraio-legatore  (1488 — T489) 
era  di  Amalfi.  Sappiamo  che  prese  a  bottega  in  quegli  anni 
„Simone  di  Errico,  del  pari  amalfitano,  per  un  anno  ".3) 

Salvatore  de  Nastasi  (1491 — 92)  di  Amalfi  fu  libraio 
e  appartenne  ad  una  famiglia  di  librai.  Baldassarre  de  Nastasi, 
anche  libraio,  era  forse  suo  fratello.  Lavorò  per  la  Corte. 
Ai  5  marzo  1492-*'  gli  si  pagò  da  questa  un  ducato  e  4  tari 
per  la  legatura  di  un  trattato  di  architettura  „  detto  Averlino" 
(Filangieri,  voi.  VI,  p.  213),  cioè  del  trattato  de  Architectura 
di  Antonio  Averlino,  il  Filarete.  Questo  codice  si  conserva 
ora  nella  Biblioteca  Universitaria  di  Valenza.  (Alazzatinti,  La 
Biblioteca  dei  re  d'Aragona,  pag.  140). 

Sappiamo  che  Salvatore  de  Nastasi  aveva  legato  il  libro 
del  celebre  architetto  con  ..montonina  verde  e  con  oro  stam- 
pato de  sopra  et  guarnitolo  de  quactro  apontatore  de  cinto  (?) 
carmosino  et  postoce  due  carte  de  pergamino"  etc.^) 

Girolamo  d'Ambrosio  nel  1490  si  strinse  in  società 
con  Baldassarre  e  Jacopo  Scariglia  per  esercitare  1'  arte  della 
legatura.  Questi  si  obbligarono  a  dargli  a  legare  tutti  i  libri 
che  avessero  ricevuto,  signanter  a  regia  Curia.^^    Si  deve 


1)  Prot.  di  Fr.  Russo,   1478—79,  e.  lOOb — lOia. 

2)  Ced.,  V.  116,  e.  62  a. 

3)  Filangieri,  op.  cit.,  voi.  VI,  p.  353. 

4)  Non  25  febbraio,  come  pongono  altri. 

5)  C,  V.  14S,  e.  82b.     V.  Arch.  stor.  Nap.,  X,  p.  12  —  13. 

6)  V.  documento  XXV. 


1 68  Appendice. 

quindi  credere  che  questo  artefice  legasse  buona  parte  dei 
libri  della  Biblioteca  Aragonese. 

Marino  de  Manso  o  Manzo  fu  di  Agerola  (1491 — 95).  Ai 
24  nov.  1491  egli  prese  in  fitto  per  3  anni  da  Bertoldo  Carafa 
una  bottega  abitata  già  dal  noto  libraio  e  legatore  Giovanni 
Vaglies,  posta  nelle  vicinanze  dell'  Olmo,  ossia  a  S.  Biagio  dei 
librai,  facendosi  fare  malleveria  dall'  altro  libraio  e  legatore 
Salvatore  de  Nastasi.'»  Egli  dovette  essere  un  abile  artefice, 
perchè  meritò  di  essere  chiamato  al  servizio  del  Re  Ferrante. 
Il  30  marzo  1493  il  Re  gli  fece  pagare  2  due.  e  73  gr.  per  la 
legatura  di  un  S.  Tommaso,  con  la  coperta  lavorata  de 
interlaczi  de  oro.  (Cfr.  Filangieri,  VI,  p.  loi).  Si  trova  come 
testimone  col  libraio  Sossio  Rufolo  in  un  atto  notarile  del 
22  giugno  1495-"^ 

Tommaso  d'Ancona,  libraio,  fu  certamente  anche 
legatore  (1492). 

Nelle  annotazioni  di  alcuni  pagamenti  a  lui  fatti  dalla 
Tesoreria  Aragonese  al  suo  nome  è  aggiunta  la  qualifica 
legatore  o  che  liga  libri  (Cedole,  voi.  146,  e.  85^). 

Nel  1492  era  stipendiato  dalla  Corte,  giacché  sappiamo 
che  in  queir  anno  furono  pagati  „a  Tomaso  di  Ancona  15  d. 
I  t.  e  lò  gr.  per  4  mesi  di  paga  e  poi  altri  1 1  d.  2  t.  12  gr. 
per  la  provvisione  sua  di  3  mesi"  (Cedole,  voi.  146,  e.  85^  e 
voi.  151,  e.  1 19^). 

Un  Mastro  Salvatore  Canthax  libraio  (1492)  è  men- 
zionato nelle  Cedole,  a  proposito  della  legatura  da  lui  fatta  di 
due  libri  in  cordovana  rossa  con  interlaczi  e  czagarelle.^) 
La   coincidenza   del  nome  Salvatore,   dell'  anno  e  di  altre  cir- 


1)  V.  documento  XXVII. 

2)  Proloc.  di  C.  Malfitano,  a.  1494—95,  e.  271  b. 

3)  „a  m**  Salvatore  canlhax  librare  adi  xvj  de  lo  mese  de  Icnaro  de  lo 
presente  anno  1492  .ij.  d.  ij  t.  li  sonno  comandati  donare  cioè  j  d.  j  t.  per  U 
manufactura,  et  ligatura  de  dui  libri  grande  de  carta  reale  et  j  d.  j  t.  per  lo 
preczo  de  una  pelle  de  corduana  roxa  vno  alfabeto  vna  luta  bianca  per  Inferrare 
dieta  pelle  doe  borcie  de  carta  de  coyro  grande  con  le  figliole  per  cusire  dieta 
coperta  per  vnaltra  luta  Liancha  per  lauorare  li  Interlaczi  et  czagarelle  et  vna 
boccola  dactone  .  .  .  ij  d.  ij  t.  (Ced.,  voi.  146,  e.  426 b). 


Appendice.  169 

costanze  fanno  pensare  ad  una  possibile  storpiatura  del  cognome 
del  già  nominato  libraio  e  legatore  Salvatore  Nastasi, 

V.  Le  legature  in  uso  a  Napoli  nel  secolo  XV  erano 
di  diversi  generi,  che  andavano  dalle  rozze  e  povere  legature 
in  assi  col  dorso  di  cartapecora  alle  ricchissime  in  seta  e  in 
velluto,  con  ornamenti  di  argento.  Quelle  indicate  in  primo 
luogo  rappresentano  il  genere  più  rozzo  ed  economico,  che 
potrebbe  dirsi  medievale  o  monacale,  trovandosi  ordinariamente 
in  tal  modo  coperti  i  libri,  per  lo  più  manoscritti,  provenienti 
dai  conventi,  specialmente  dell'  Abruzzo.  I  nervi,  che  reggono 
le  cuciture  del  dorso,  sono  fissati  sopra  le  facce  interne  delle 
due  assi  di  legno,  le  quali  per  economia  si  lasciavano  scoperte. 
Sul  dorso  è  rozzamente,  e  spesso  irregolarmente,  incollato  un 
pezzo  di  cartapecora  o  di  pelle  di  troia,  che  ricopre  parte  dei 
due  piani  e  su  cui  d'  ordinario  è  scritto  a  grosse  lettere  il 
titolo  dell'  opera. 

Il  genere  più  comune  è  rappresentato  dalle  legature  in 
assi  coperte  di  vacchetta  o  di  cuoio  impresso.  Il  cuoio  è  di 
solito  nero  o  vermiglio  e  le  impressioni  sono  a  secco.  E  da 
credere  che  queste  legature,  semplici  ma  solide  e  ornate  di 
fregi  di  uno  stile  severo,  fossero  eseguite,  secondo  il  costume 
di  quei  tempi,  nelle  botteghe  stesse  dei  librai  (che  quasi  sempre 
erano  anche  legatori,  o  almeno  avevano  con  sé  dei  legatori, 
come  vedemmo)  e  nelle  officine  tipografiche,  nelle  quali  i  libri 
non  solevano  allora  vendersi  se  non  legati.  Parecchi  libri 
stampati  nel  s.  XV  a  Napoli  e  posseduti  dalla  nostra  Biblio- 
teca Nazionale  conservano  queste  legature  originali,  sicura- 
mente napoletane.  Tali  sono  quelle  dei  volumi  segnati  IL 
D.  27  (Manuale  baptisterium),  I.  E.  17  (Kimchi),  I. 
G.  21  (Miscnà),  XI.  F.  36  etc.  Ottimamente  conservata  è 
quella  del  Libro  dei  duelli  di  Paride  del  Pozzo  di  recente 
acquistato. 

L'  esecuzione  di  queste  legature  comuni  mostra  che  1'  arte 
della  legatoria  era  giunta  in  Napoli  ad  un  alto  grado  di  per- 
fezione. 

Meno   frequenti  erano  le  legature  in  tavolette  coperte  di 


170  Appendice. 

pergamena  o  di  cuoio  bianco.  Vedemmo  che  in  cuoio  bianco 
era  legato  il  manoscritto  di  S.  Tommaso  venduto  da  Nicolò 
di  Leonardo  al  Re  Alfonso  I  nel  1443.  Un'  altra  legatura 
simile  è  ricordata  dal  Mazzatinti  (p.  XX).  E  meno  frequenti 
ancora  erano  le  legature  in  pergamena  molle,  limitate  natural- 
mente ai  libri  di  piccolo  formato. 

In  pergamena  molle  solevano  legarsi  i  libri  amministrativi 
della  Corte,  più  raramente  in  pergamena  ornata  di  fregi  im- 
pressi, sulla  quale  talvolta  imprime vansi  pure  le  armi  reali, 
come  abbiamo  veduto  farsi  da  Giovanni  Vaglies. 

Intorno  alla  decorazione  e  ornamentazione  delle  legature 
le  carte  del  tempo  ci  hanno  conservato  molti  minuti  parti- 
colari, i  quali  attestano  ampiamente  e  luminosamente  i  grandi 
progressi  fatti  presso  di  noi  da  quest'  arte,  specialmente  per 
opera  dello  Scari  glia,  di  Marino  de  Manso  e  di  Salvatore  de 
Nastasi.  Disgraziatamente  non  ci  rimane,  o  non  si  conosce,  di 
quest'  arte  perfezionata  quasi  nessun  monumento:  appena  qual- 
che avanzo,  e  dei  più  modesti,  delle  legature  aragonesi  si 
conser\'a  nella  Nazionale  di  Parigi,  nella  Nazionale  di  Napoli 
e  nella  Imperiale  di  Vienna.  Ma  le  notizie  ci  soccorrono 
in  gran  copia,  e  sono  sufficienti  a  dare  una  idea  abbastanza 
esatta  dell'  alto  grado  di  perfezione  raggiunto  dalle  legature 
napoletane  dell'  epoca  aragonese,  che  preluse  degnamente  alla 
grande  arte  italiana  del  cinquecento. 

Le  legature  in  cuoio,  in  pelli  diverse'^  e  anche  in  perga- 
mena, che  a  quei  tempi  solevansi  generalmente  decorare  con 
semplici  freg^  impressi,  venivano  bellamente  ornate  di  fregi  in 
oro  di  varie  forme.  Erano  già  in  uso,  come  provano  i  docu- 
menti contemporanei  e  qualche  legatura  superstite,  i  fregi  a 
fogliami  ed  a  fiori  (fugliagii  e  fiurecti)  e  quelli  a  rabeschi, 
o  ad  intreccio  (interlaczi),  sì  largamente,  poi,  adoperati  dagli 
artisti  italiani  e  francesi  nei  secoli  seguenti.  Esistono  ancora, 
fortunatamente,  nella  Nazionale  di  Parigi  alcune  di  queste 
legature,  già  della  Biblioteca  Aragonese,  esegxiite  sicuramente 


l)  Cioè  in   cordoTana   nera    o   rossa,    in    pelli    di  montone  di  vario  colore 
(montonina,  moltonina  ec),  in  cuoio  ecc. 


Appendice.  17^ 

sotto  la  direzione  dello  Scariglìa.  Esse  furono  indicate  dal- 
l' illustre  Delisle.  '^  Le  due  legature  più  notevoli  sono  quelle 
dei  n.  2^  e  58  dell'  elenco  del  Delisle  (Libro  VI  delle 
Decretali  [n.  z^"]  e  Decretali  [n.  58]):  sono  in  tavolette 
coperte  di  cuoio  impresso  con  ornamenti  dorati,  che  fanno  un 
beli'  effetto  (d'un  assez  bon  effet,  dice  il  Delisle).  Questi 
due  volumi  conservano  nei  fogli  di  guardia  degli  avverti- 
menti al  legatore,  scritti  da  un  bibliotecario  napoletano,  che, 
come  lo  stesso  Delisle  congetturò,  potrebbe  essere  Baldassarre 
Scariglia. 

Quello  del  n°.  25  (Libro  VI  delle  Decretali)  ci  è  stato 
conservato  solo  in  parte,  ed  è  il  seguente:  „Et  volse  legare 
qui  denante  cinque  fogli  de  carta,  et  derietro  a  1'  ultimo  cinque 
altri  fogli,  et  volse  coprere  tucto  de  una  pelle  de  colore 
marrochino,  et  volse  bene  stampare;  et  le  chiudende  se  voi 
mectere  de  socto  dala  pelle,  et  le  corregecte  vole  essere  de 
quella  medesima  pelle  che  sera  coperto  et  vole  essere  doppie" 
(N°.  E.  29  dell'  Inventario). 

Il  n.  58  del  Delisle  (Decretali  di  Gregorio  IX),  che 
pure  conserva  la  legatura  originale  in  assi  ricoperte  di  cuoio 
impresso  con  ornamenti  dorati,  reca,  in  principio  e  in  fine,  le 
seguenti  note:  „.  .  .  el  quale  se  voi  coprere  in  tucto  de  pelle 
verde,  et  bene  stampare,  et  le  chiudende  se  voi  ponere  socto 
la  pelle,  et  le  correggiette  volo  (sic)  essere  doppie  et  de  quella 
medesima  pelle  che  sera  coperto  el  libro.  —  Recordeve  mastro 
legare  qui  derietro  cinque  fogli  di  carta".  Queste  due  note 
sono  pure  riportate  dal  Mazzatinti,  con  qualche  piccola  variante 
(p.  CI). 

Anche  il  n.  99*"  (Nonio  Marcello),  sebbene  rilegato  ai 
tempi  di  Enrico  II,  conserva  nelle  carte  di  guardia  le  due  note 
seguenti:  „Qui  denante  se  voi  legare  quindeci  fogli  de  carta"; 
„Qui  derietro  se  voi  legare  diece  fogli  de  carta." 

I  seguenti  volumi  conservano  pure  la  legatura  aragonese: 
il  N.  4  in  assi  coperte  di  cuoio  nero  impresso  (n°.  H.  145  del- 
l'Inv.  d.  Réserve)  ;  il  N.  24  in   assi   coperte   di  cuoio  impresso 


l)  Mélanges  Graux,  p.  252. 


\']2  Appendice. 

(n.  E.  91  dell' Inv.  d.  Réserve);  il  N.  50  in  assi  coperte  di  cuoio 
impresso  (n.  K.  4  dell'  Inv.  d.  Réserve);  il  N.  158  in  assi  coperte 
di  cuoio  impresso  (n.  I.  241  dell' Inv.  d.  Réserve);  il  N.  163  e 
il  N.  165  simili. 

La  legatura  del  codice  XII.  E.  34  della  B.  Nazionale  di 
Napoli,  scritto  dal  calligrafo  sorrentino  Giovan  Rainaldo 
Mennio,  certamente  napoletana,  è  anche  notevole  per  i  fregi 
ad  intreccio  (interlazzi)  che  1'  ornano,  impressi  in  oro.  E  in 
pelle  vermiglia  ed  ha  il  taglio  dorato. 

Quattro  legature  napoletane  del  secolo  XV.,  in  assi  coperte 
di  pelle  con  fregi  impressi  in  oro,  due  delle  quali  (n.  16  e  17) 
provengono  certamente  dalla  Biblioteca  Aragonese,  sono  state 
recentemente  descritte  e  riprodotte  dal  Gottlieb.'' 

Egualmente  in  uso  presso  i  nostri  legatori  era  il  taglio 
dorato,  che  lo  Scariglia  spesso  adoperava  pei  libri  della  biblio- 
teca reale. '^ 

Non  altrimenti  faceva  il  legatore  Marino  de  Manso,  il 
quale,  come  già  vedemmo,  nel  1493  eseguì  la  legatura  di  un 
S.  Tommaso.  „con  la  coperta  lavorata  de  interlaczi  de  oro" 
e  con  „li  tagles  de  le  carte  de  oro".^) 

Lo  Scariglia,  però,  oltreché  dell'  oro,  si  serviva  anche 
di  colori,  ordinariamente  dell'  azzurro,  per  le  decorazioni  delle 
sue  legature,  precorrendo  agli  artisti,  che  produssero  più  tardi 
le  legature  policrome  del  Maioli  e  del  Canevari  :  ciò  è  provato 
in  modo  non  dubbio  da  alcuni  luoghi  delle  Cedole  della 
Tesoreria.*) 


i)  K.  k.  Hofbibliolhck  Bucheinbànde  etc.  (Wien,  Schroll,  1910),  n.  i6, 
17,  i8*-b. 

2)  „Et  per  Io  prero  de  CCL  pani  doro  darefcce  a  comprati  quale  anno 
leruuto  per  fare  fuUagii  et  interlaczi  alle  coperte  et  inaurare  li  tagli  delle  carte 
de  dicti  libri  etc.  (Ced.  T.,  v.  78,  e.  109 b).  V.  il  documento  che  riproduciamo 
integr.ilmente  in  fine. 

3)  V.  Filangieri,  Documenti.  VI,  p.  loi. 

4)  „.  .  .  per  mcza  uncia  de  aiuro  per  dicti  tagli  fugiiagii  interlaczi  et  fiurecti 
XII  gr.  ^^  (Ced.,  v.  78,  e.  261  b). 

nEt  per  lo  prezo  de  meza  unza  dazuro  per  adornare  li  dicti  fuUagi  interlazi 
et  fiurecti  ha  facte  in  diete  coperte  de  libri  XII.  gr.  -r"  (Ced.  t.  78,  e.  300 a). 
V.  1  (lue  documenti  riprodotti  da  noi  intcgr.ilmente  in  fine  sotto  i  n.  XXIII 
e  XXIV. 


Appendice.  173 

La  pelle,  che  si  adoperava  per  queste  ricche  legature, 
era  di  solito  il  marrocchino  o  cordovano  di  levante  di  color 
rosso  (pelle  de  corduana  de  constantinopoli  rossa, 
pelle  de  cordellato  vermeglie  turchesche).  Pei  capitelli 
s'  usava  la  seta  e  1'  oro  filato.  Compivano  la  legatura  i  cantoni 
e  i  fermagli  (tancature)  che  d'  ordinario  erano  di  ottone  e 
spesso  di  argento.'^  Talora  fu  adoperata  la  decorazione  a 
fregi  d'  oro  e  di  argento  su  cuoio  nero,^^  che  non  poteva  non 
riuscire  di  buon  effetto.  Usavano  pure  la  pelle  di  montone 
di  color  vermiglio  per  lo  più  e  qualche  volta  di  altro  colore. 
Vedemmo  che  Salvatore  de  Nastasi  legò  per  conto  della  Corte 
un  libro  in  „montonina  verde  con  oro  stampato  de 
sopra".3) 

Per  le  legature  di  lusso  continuò  ad  usarsi  il  velluto,  a 
preferenza  rosso.  Così  fu  legato  dallo  Scariglia  un  messale 
per  la  cappella  della  Duchessa  di  Milano.*^ 

Anche  la  seta  era  talvolta  usata:  sappiamo  che  due 
volumi  di  Rasis  della  biblioteca  reale  angioina  erano  coperti 
di  seta  gialla. =^ 

Delle  legature  della  Biblioteca  Aragonese  trattò  il  lodato 
Mazzatinti  nel  paragrafo  XVI  del  cap.  Ili  della  sua  nota  opera. 
Parecchie  di  quelle  legature  erano  veramente  meravigliose, 
particolarmente  quelle  dei  libri,  che  Ferdinando  e  il  Duca  di 
Calabria  ebbero  in  pregio  maggiore.  „Coverti  di  seda  e  d'  oro 
con  li  zoli  d'  argento  indorati"  erano,  dice  Marin  Sanuto,  i  volumi 
della  libreria;   e   alcuni  cioè  la  Bibbia,   Livio  e  Petrarca,  che 


1)  V.  per  tutti  questi  particolari  i  due  documenti  citati. 

2)  „a  ultimo  dagusto  1482  ...  a  Baldassarre  Scariglia  libritierj  sei  ducati 
dui  tr.  e  dece  gr.  e  sonno  per  la  ligatura  et  intauolatura  de  uno  missale  che  de 
presente  e  stato  comperato  dal  priore  de  sanato  pietre  martire,  el  quale  ha  coperto 
de  coyro  nigro  musiate  tucto  de  sopra  doro  et  argento  e  cossi  le  carte  tucte 
daurate  de  fora  etc."  (Ced.,  v.  loo,  e.  lOl  a). 

3)  Ced.,  V,  145,  e.  82b. 

4)  (sett.  1488)  „Abaltesaro  scarriglia  librare  del  S.  R.  iiij.  d.  li  quali  li 
sonno  comandati  donare  per  la  manufactura  de  hauere  ligato  et  anectato  et  cuperto 
de  velucte  carmosino  uno  misale  de  pergamino  quale  serue  per  la  Illraa  duchessa 
de  milano  per  la  sua  capella  .  .  ."  (Ced.,  v.  126,  e.  350h). 

5)  Mazzatinti,  op.  cit.,  p.  III. 


174  Appendice. 

ammiravansi  sopra  una  tavola  coperta  „d'  uno  bellissimo 
tapedo  damaschin"  nello  „studio  tutto  intorno  et  di  sopra 
lavorato  di  tarsia",  erano  „coperti  di  seda  con  li  zoli  et  cantoni 
d'  arzento".') 

VI.  Il  prezzo  delle  legature  variava  naturalmente  secondo 
il  formato  del  libro,  il  numero  dei  quinterni,  la  materia  adoperata 
e  la  decorazione. 

Si  distinguevano  questi  formati  o  forme,  come  allora 
si  usava  dire:  la  forma  maggiore  o  reale  (cioè  l'in  folio 
grande),  la  forma  bastarda  (o  sia  1'  in  folio  minore  o  piccolo), 
la  forma  comune  (ossia  1'  in  4°),  ed  in  fine  il  quarto  de 
folio  (il  piccolo  formato,  cioè  1'  in  4°  piccolo  e  forse  1'  8°). 

Le  materie  adoperate  per  la  legatura  e  la  covertura  dei 
libri  erano  le  tavole  o  assi  di  legno,  la  pelle  o  pergamena,  i 
capitelli,  i  fermagli,  gli  angoli,  1'  oro  per  le  dorature  e  talvolta 
i  colori. 

Le  tavole  per  1'  intavolatura,  grandi  per  i  libri  in  folio, 
costavano  3  grana  1'  una.'^  Per  covertura  si  adoperavano  pelli 
di  vario  genere  o  pergamene. 

Le  pergamene  che  s'  adoperavano  dai  legatori  solevano 
essere  di  capra,  o  pecorine  grandi,  e  costavano  da  io  grana  a 
I  tari  r  una.  Le  pelli  adoperate  più  frequentemente  erano 
quelle  di  montone  (montonina,  moltonina)  e  il  marrocchino 
o  cordovano. 

Le  pelli  di  montone  rosse  costavano  di  solito  i  tari  e 
8  g^ana  1'  una.^^    La  pelli  di  cordovano  di  levante  (corduana 


l]  Mazzalinlì,  p.  C.  A  proposito  della  ricchezza  delle  legature  Aragonesi 
narra  Ulisse  Aldovrandi  clic"  volendo  egli  [Alfonso]  ristorare  la  rocca  di  Napoli, 
comandò  che  li  fosse  portato  il  libro  dell'  Architettura  di  Vilruvio  et  hauendolo 
ricevuto  senza  ornamento  alcuno  et  senza  assi,  che  a  quel  tempo  si  usava,  disse 
non  essere  ragionevole  che  tanto  bello  libro  che  c'insegnava  tanto  dottamente 
come  habbiamo  da  difenderci  da' venti,  piopgic,  fosse  nudo  esso  medesimo,  et  11 
fece  fare  una  bellissima  coperta"  (Mazzatinti,  op.  cit.,  p.  XXVI,  in  nota). 

a)  V.  documento  XXIII. 

3)  (20  luglio  1469)  „a  Antonio  de  Simone  per  lo  preu  de  vj  pells  vermelles 
de  moltonina  de  florenza  a  rabo  de  i  tr.  viij.  gr.  cascuna"  etc.  (Ced.,  v.  51,  e.  ma). 


Appendice.  175 

de  constantinopoli)  costavano  4  tari  1'  una,  il  cordellato 
turchescho   i  tari  e  mezzo  1'  uno.'^ 

I  fermagli  (tancadure),  se  di  ottone,  costavano  2  grana 
e  mezzo  il  paio.  L'  oro,  di  cui  si  servivano  i  legatori  per  le 
dorature,  vendevasi  a  pani:  6  pani  costavano  i  carlino. 
L'  azzurro,  di  cui  talvolta  erano  dipinti  i  fregi,  costava  1  tari 
e  5  grana  1'  oncia.' ^ 

La  manifattura  in  fine  dell'  artefice,  quando  si  trattava  di 
ricche  legature,  ornate  di  fregi  di  oro,  tagli  dorati  ecc.,  si  pagava 
a  un  di  presso  i  tari  a  quinterno  pei  volumi  di  forma  reale 
(fol.  grande):  poco  più  di  io  grana  per  quelli  di  forma 
bastarda  e  comune.^)  A  dare  una  più  esatta  idea  del  costo 
totale  delle  legature,  potranno  anche  servire  queste  notizie. 
Un  messale  legato  in  velluto  cremisi  da  B.  Scariglia  fu  pagato 
nel  1488  4  ducati.')  Per  la  legatura  di  un  breviario,  nell'anno 
appresso,  si  pagò  allo  stesso  i  due.  e  io  gr."*)  e  per  legatura 
di  due  libri  „uno  de  architettura  et  1'  altro  delle  Croniche  de 
napoli  et  de  due  offitii  del  S.  Duca"  di  Calabria  pagaronsi  al 
medesimo,  nel  1488,  5  ducati. 5)  La  legatura  di  cinque  libri 
della  Cappella  Reale,  eseguita  dallo  Scariglia,  costò,  nel  1492, 
8  due,  4  tari,  3  gr.  1/2-^^ 

La  legatura  di  sette  volumi  in  folio  grande  (de  forma 
reale),  eseguita  dallo  stesso,  nel  1480,  in  tavole  coperte  di 
cordovana  rossa  di  levante,  con  fregi  a  fogliami  e  fiori  im- 
pressi in  oro  e  dipinti  di  azzuro  e  coi  tagli  dorati,  costò  59  due, 
I  t.  e  II  gr.,  cioè  circa  8  ducati  e  mezzo  per  volume.  La  sola 
manifattura  fu  pagata  allo  Scariglia  in  ragione  di  7  ducati  a 
volume.7> 

Dieci  volumi  in  folio,  in  4°  e  in  8°,  legati  allo  stesso  modo 


1)  V.  i  docuraenli   XXIII  e  XXIV   per    tutte  queste  notizie.     I  pani  dice- 
vansi  pure  panelletti  (Ced.,  v.  142,  e.  275b). 

2)  V.  i  documenti  predetti. 

3)  Ced.,  V.  12Ó,  e.  350b. 

4)  Ced.,  V.  123,  e.  3i9b. 

5)  Ced.,  V.  123,  e.  288b. 

6)  Ced.,  V.  146,  e.  436  a. 

7)  V.  i  documenti  XXIII  e  XXIV. 


176  Appendice. 

dallo  Scariglia,  costarono  32  due,  2  t.  e  19  gr.  La  manifattura 
fu  pagata  in  ragione  di  3  due.  e  mezzo  pei  volumi  in  folio 
piccolo  (forma  bastarda)  che  avevano  dai  26  ai  30  quinterni, 
di  2  due.  e  2  t.  per  quelli  dello  stesso  formato  che  avevano 
dagli  8  ai  IO  quinterni,  di  3  due,  per  un  volume  in  4°  di  31  quin- 
terno e  di  3  tari  pei  volumetti  in  8°.'> 

Due  documenti  citati  dal  Mazzatinti'^  e  tratti  dalle 
Cedole  della  Tesoreria  Aragonese,  di  cui  ci  siamo  già  larga- 
mente valsi,  potranno  completare  ed  illustrare  questa  breve 
esposizione;  e  perciò  li  riproduciamo  integralmente  in  fine.^^ 


i)  V.  i  documenti  predetti. 

2)  Op.  cit.,  p.  C— CI. 

3)  Documenti  XXIII  e  XXIV. 


Documenti. 


I. 

Emptio  cartarum  prò  lohanne  de  alferio  potecario. 

Die  viij  augusti  viiije  Indictionis  [a.  1476]  neapoli  coram  nobis  constitutus 
lacobus  de  aquino  de  capua  habitator  neapolis  cartarius  presentialiter  et  manualiter 
lecepit  et  habuit  a  lohanne  de  alferio  de  neapoli  apotecario  sibi  dante  de  propria 
sua  pecunia  tarenos  vigintiquinque  de  carlenis  prò  quibus  ex  nunc  dictus  lacobus 
vendidit  et  venditionis  nomine  dare  et  assignare  proraisit  eidem  lohanni  presenti 
paria  ducentum  de  cartis  aptis  ad  ludendum  secundum  exemplar  et  formam  sibi 
datara  coram  nobis  per  paria  duo  cartarum  bonarum  et  receptibilium  secundum 
formam  predictam,  non  peius  sed  pocius  melius,  ex  nunc  et  per  totum  mensem 
octobris  proximi  futuri  In  pace  etc.  Et  prò  Inde  obligauit  se  dictus  lacobus  eius- 
que  heredes  successores  et  bona  eius  omnia  etc.  ad  penam  dupli  etc.  medietate  etc. 
Et  insuper  ad  maiorem  cautelam  et  securitatem  dicti  lohannis  emptoris  fiideiussorem 
et  principalem  expromissorem  dedit  et  posuit  penes  dictum  lohannem  presentem  etc. 
prouidum  et  discretura  virum  nomine  lobannem  sanguineum  de  neapoli  presentem 
etc,  qui  ad  preces  et  rogatum  dicti  venditoris  promisit  suo  proprio  nomine  prin- 
cipaliter  et  In  solidum  dare  et  assignare  seu  assignari  facere  dieta  paria  ducentum 
de  cartis  eidem  lohanni  etc.  In  tempus  supradictum,  secundum  formam  et  modo  pre- 
dicto,  sub  pena  predicta  applicanda  et  persoluenda  ut  supra,  cum  potestate  capiendi 
etc.  constitutione  precarii  etc.  Renunciauerunt  etc.  et  lurauerunt  etc.  presentibus 
Indice  loysio  de  flore,  dompno  saluatore  paulino,  Antonio  de  resina  de  neapoli, 
Antonio  cicala,  baptista  devena,  (habuit  copiam  dictus  emptor  —  habuit  copiam 
dictus  fideiussor). 

Die  xxij  mensis  nouembris  X^  Indictionis  neapoli  coram  nobis  dictus 
lohannes  apotecarius  spónte  confessus  fuit  habuisse  promissionem  a  dicto  nominato 
lohanne  tamquam  fideiussore  ut  supra  per  magistrum  nicolaum  gallum  de  suexa 
cartarium  de  sibi  assignandis  dictis  paribus  ducentis  cartarum  Infra  certum  ter- 
minum,  et  prò  Inde  dictus  nominatus  lohannes  soluit  tamquam  fideiussor  ut  supra 
medietatem  predi  conuenti  Inter  Ipsum  et  dictum  magistrum  nicolaum,  prout  In 
actis  diete  magne  curie  asseruerunt  contineri  sub  eodem  predicto  die.  Et  propterea 
dictus  magister  lohannes  tenens  se  contentum  de  promissione  predicta  Ipsum  pre- 
nominatum  lohannem  presentem  etc.  quietauit  etc.  per  aquilianam  stipulationem 
etc,  et  cessit  omne  lus  et  actionem  quod  et  quam  habet  vigore  dicti  Instrumenti 
Fava  e  Bresciano,  La  stampa  in  Napoli.    I.  12 


178  Documenti. 

contra    dictum    magistrum    lacobum    de    aquino    de   capua  vigore  Instrumenti  pre- 
dicli  ponens  etc.    constituens   etc.     Et    promisit  dictam  quietacionem  et  cessionem 
habere  ratam  etc.  ad  penam  dupli  etc.    Renunciavit  etc.  et  lurauit  etc.  preseniibus 
ludice  loysio  de  flore,  notario  marino  de  flore,  siluestro  de  ludice  de  tramonto. 
(Protocollo  di  notar  P'rancesco  Russo,  a.  1475 — 76,  a  e.  116.) 

II. 

Die  vjo  mensis  februarii  secunde  Indictionis  [a.  1484]  constitutus  In  nostri 
presentia  Erculea  ceruera  frater  ex  vtroque  parente  ut  dixit  febi  cernerà  etate 
annorura  octo  Incirca,  prout  In  aspectu  sui  corporis  coram  nobis  euidenter  apparuit, 
sponte  coram  nobis  locavit  opera  et  seruicia  persone  dicti  febi,  et  Ipsum  febum 
posuit  et  firmauit  ad  standum  cum  lacobo  de  aquino  de  capua  Cartario  Ibidem 
presenti  etc.  spacio  annorum  quatuor  a  presenti  die  In  antea  numerandorum,  Cum 
pactis  Infrascriptis  videlicet:  Quod  prefatus  Ercules  promisit  eidem  Jacobo 
presenti  etc.  se  curaturum  etc.  quod  dictus  febus  durante  dicto  tempore  die 
noctuque  horis  consuetis  et  debiiis  bene  fideliter  sollicite  et  legaliter  seruiet  etc. 
Et  non  recedei  etc,  et  si  decederci  etc.  Et  versa  vice  prefatus  lacobus  teneatur 
et  promisit  eisdem  ercules  (sic)  et  febo  presentibus  etc.  durante  dicto  tempore 
dare  eidem  febo  victum,  potum,  calciamenta  et  vestimenta,  ac  lectum  ad  dor- 
miendum,  et  docere  artem  faciendi  cartas,  et  Interminum  dicti  tempori  (sic)  par 
vnum  de  formis  In  pace  etc.  ad  penam  vnciarum  quatuor.  Renunciauit  etc.  et 
lurauit  etc.  presentibus  ludice  nardo  luca  cotugno  ad  contractus.  Ambrosio  tra- 
montano, troyano  de  asantc  et  Francisco  de  violante.») 

(Protocollo  di  not.  Nicola  Scarano,  a.  1481 — 85,  verso  la  fine.) 

III. 

Empcio  cartarum  prò  albaro  de  sancta  anna. 

Eodem  die  [XI  mensis  seplembris]  eiusdem  [V*  Indictionis  i486]  Ibidem 
[Neapoli]  constitutus  in  nostri  presencia  lacobus  sardanus  de  neapoli  sponte 
coram  nobis  sicut  ad  conuencionem  deuenit  cum  albaro  de  sancta  anna  Ispano 
pictore  vendidit  eidem  albaro  presenti  etc.  paria  mille  ducentum  cartarum 
prò  ludcndo  finarum  boni  papiris  (sicj  lini  Intra  et  extra  bene  laborata  cum 
coloribus  tinis  et  necta  prout  in  quadam  monstra  per  Ipsum  lacobum  in 
manibus  mei  notarli  leronimi  traddata  (sic)  et  assignata  prò  precio  ducatorum 
septem  prò  quolibet  centenario;  quam  quantitattm  cartarum  prefatus  lacobus  dare 
soluere  et  assignare  promisit  eidem  albaro  uel  alteri  eius  nomine  mense  quolibet 
paria  centum  quo  usque  fuerit  eidem  albaro  de  dictis  cartis  satisfactum;  quod 
precium  prefatus  albarus  ad  rationem  predictam  dare  et  assignare  promisit  eidera 
lacobo   uel   alteri    eius   nomine    mense    quolibet    ratam    In    pace    etc.     Et  promisit 


l)  Con  un  contratto  simile  del  6  luglio  1492  il  cartaio  F.  Babusco  (V.  i 
doc.  IV  e  V)  prese  a  bottega  il  fanciullo  undicenne  Alfonso  de  Filippo  originario 
del  Cilento  (Prot.  di  G.  de  Carpanis,   1491 — 92,  e.  317). 


Documenti.  179 

dictus  lacobus  durante  anno  vno  a  presenti  die  In  antea  numerando  mense  quo- 
libet  dare  eidem  albaro  uel  alteri  eius  nomine  paria  centum  cartarum  bonarum  vt 
supra  et  a  diete  labore  durante  anno  predicto  non  desistere  aliqua  ratione  uel 
causa.  Et  Insuper  prefatus  lacobus  coram  nobis  ac  rati  nomine  et  pagamenti 
presencialiter  et  manualiter  recepit  et  habuit  ab  eodem  albaro  sibi  dante  etc.  ex 
causa  predicta  ducatos  octo  de  carlenis  quos  excomputare  promisit  eidera  albaro 
mense  quolibet  ratam  In  pace  etc.  Et  prò  Inde  diete  partes  obligauerunt  se 
Ipsas  earumque  heredes  successores  et  bona  earum  omnia  ad  penam  dupli  etc. 
medietate  etc.  Cum  potestate  capiendi  etc.  constitutione  precarii  etc.  Et  renun- 
ciauer\mt  etc.  Et  lurauerunt  etc.  presenlibus  ludica  marco  antonio  [de  carpanis?], 
berardo  Imperato,  lohanne  calar  catalano. 

(ProtoC.  di  n.  Girol.  Ingrignetti,  a.  i486,  ce.  3 — 4.) 

IV. 

Societas  prò  francischo  babusco. 

Eodem  die  [26  mensis  aprilis  X*  Indictionis  1492]  Ibidem  [Neapoli]  con- 
stitutis  In  nostri  presencia  prouidis  personis  francisco  babusco  de  neapoli  cartario 
agente  prò  se  etc.  ex  vna  parte,  et  lohannello  bocto  et  nardello  conte  de  neapoli 
agentibus  etc.  ex  parte  altera;  prefate  vero  partes  sponte  coram  nobis  societatem 
fecerunt  et  contraxerunt  ad  commune  comodura  et  In  comodum  In  earum  arte 
siue  ministerio  faciendi  cartas  et  vota  in  apoteca  Ipsius  francisci  durante  tempore 
videlicet  bine  et  per  totum  quintumdecimum  diem  proximi  futuri  mensis  augusti 
huius  presentis  anni,  et  a  dicto  quintodecimo  die  dicti  mensis  augusti  per  annum 
unum  In  antea  numerandum.  Cum  pactis  subscriptis  videlicet  :  quod  prefatus 
franciscus  promisit  dictis  lohannello  et  nardello  et  cuilibet  Ipsorum  presentibus  etc. 
durante  dicto  tempore  ponere  In  dieta  societate  totum  extaleum  necessarium  et 
omnia  alia  necessaria  prò  confectione  cartarum  et  votorum  ac  omnes  formas  tam 
cartarum  quam  votorum  quas  ad  presens  habet  Ipse  franciscus,  et  versa  vice  pre- 
fati lohannellus  et  nardellus  et  quilibet  Ipsorum  promiserunt  dicto  francisco 
presenti  etc.  durante  dicto  tempore  ponere  In  dieta  societate  eorum  Industrias, 
fatigia,  labores  et  assiduitatem  eorum  personarum,  et  cartas  ac  vota  laborare  et 
lacere,  Ipsasque  cartas  et  vota  vendere  et  finire  preciis  quibus  potuerint  melioribus, 
et  precia  Ipsa  ad  eorum  manus  recipere  et  mense  quolibet  durante  dicto  tempore 
Inter  se  Ipsos  facere  racionem  et  diuidere  lucrum  ex  dieta  societate  proueniendum, 
prò  tercia  parte  dicto  francisco  et  prò  duabus  aliis  terciis  partibus  dictis  lohannello 
et  nardello  prò  eorum  fatigiis  et  laboribus,  Et  In  fine  dicti  temporis  Inter  se 
Ipsas  partes  facere  finalem,  legalem,  lucidam  et  claram  racionem  et  proposicionem 
diete  finalis  racionis  deducto  eidem  francisco  dicto  suo  extaleo  et  suo  capitali 
per  eum  ponendo  vt  supra,  deductis  eciam  ducatis  quatuor  prò  pensione  diete 
apotece  tangentibus  eisdem  lohannello  et  nardello  prò  dicto  anno,  deductis  eciam 
aliis  expensis  merito  deducendis:  quidquid  Inde  lucri  uel  augumenti  superfuerit 
Inter  easdem  partes  diuidere  et  communicare,  prò  dieta  tercia  parte  dicto  francisco 
et  prò  aliis  duabus  terciis  partibus  eisdem  lohannello  et  nardello  prò  eorum 
laboribus   et   fatigiis.   Et   sic,    quod   absit,    de    dampno    uel    excapito    etc;    cum 


l8o  Documenti. 

hac  dcclaracione  quod  si  aliquis  Ipsorum  lohannellus  et  nardellus  durante  dicto 
tempore  defecerit  In  quolibet  die  laboris  quod  eo  casu  Ille  qui  defecerit  teneatur 
soluere  de  sua  propria  pecunia  eidem  francisco  carlenum  vnum  prò  quolibet  die 
laboris  In  quo  defecerit.  Quam  quidam  societatem  promiseiunt  prelati  lohannellus 
et  nardellus  durame  dicto  tempore  bene  fideliter  et  legaliter  exercere  et  In  eadem 
non  commiclere  dolum,  furtum,  fraudem  uel  rapinam  aliquam  In  pace  etc.  ;  prò 
quibus  omnibus  et  eorum  singulis  firmiler  per  Ipsas  partes  etc.  actendendis  etc. 
et  centra  non  ueniendo  etc.  prefate  partes  etc.  sponte  obligauerunt  se  Ipsas  etc. 
sub  pena  et  ad  penam  etc.  presentibus  Indice  marcho  antonio  de  carpanis  ad 
contractus,  lohannello  sparano,  leronimo  sparano,  petro  ambrosio  de  aruersa  (sic) 
et  federico  de  carpanis. 

(Prot.  di  n.  Giov.  De  Carpanis,  a.  1491  —  92,  ce.  253 — 54.) 

V. 

Societas  prò  francisco  babusco. 

Die  quintodecimo  mensis  nouembris  decime  Indictionis  [a.  149 1]  neapoli 
constitutis  In  nostri  presencia  prouidis  personis  francisco  babusco  alias  dicto 
cartario  de  neapoli  agente  prò  se  eie.  ex  ma  parte.  Et  matheo  de  Jordano  de 
trayecto  neapoli  commorante  cartario,  agente  similiter  prò  se  etc.  ex  parte  altera: 
prefate  vero  partes  ad  Inuicem  societatem  fecerunt  et  firmauerunt  ad  commune 
comodum  et  In  comodum  In  arte  et  minislerio  eorum  faciendi  cartas  durante 
tempore  videlicet  vsque  et  per  totum  quintum  decimum  diem  proximi  futuri  mensis 
augusti  huius  presentis  anni.  Cum  pactis  subscriptis  videlicet  quod  prefatc  partes 
promiserunt  ponere  In  societate  Ipsa  durante  dicto  tempore,  videlicet  dictus 
iranciscus  promisit  ponere  omnem  et  quamcumque  quantitatcm  pecuniarum  ne- 
cessariam  prò  conficicndo  et  laborando  cartas  predictas,  ac  omnia  alia  necessaria 
speclancia  ad  dictum  ministerium  et  apolecam  suam  vbi  ad  presens  habitat;  Ipse 
franciscus  Et  prefatus  mathcus  similiter  promisit  dicto  francisco  presenti  etc. 
durante  dicto  tempore  ponere  In  dieta  societate  labores  et  Industrias  (sic)  ac 
fatigia  sue  persone  et  dictas  cartas  laborare  pingere  et  Ipsas  vendere  et  finire  In 
apoteca  predicta  dicti  ftancisci  preciis  quibus  potcrit  melioribus,  et  precia  Ipsa 
ad  eius  manus  recipere.  Et  a  dicto  labore  non  defìcere  nee  cessare  durante  dicto 
tempore  de  die  nee  de  nocte  ac  temporibus  congruis  et  oportunis  aliqua  racione, 
occasione  uel  causa,  Et  mense  quolibet  durante  dicto  tempore  facere  racionem 
cum  dicto  francisco,  et  diuidere  lucrum  ex  dieta  societate  proueniendum  prò 
medietate  vnicuique  Ipsarum  parcium ,  Et  In  fine  dicti  temporis  teneantur  partes 
Ipse  Inter  eas  facere  et  ponere  finalem,  Ifgalem ,  lucidam  et  claram  racionem  et 
proposicionem  diete  finalis  racionis  deductis  eidem  francisco,  primo  et  ante  omnia, 
ducatis  tribus  de  carlenis  argenti  prò  quolibet  centenario  dictarum  cartarum  vt 
supra  per  eos  fiendarum,  deduciis  tarenis  duodecim  prò  pensione  diete  apotece 
eidem  francisco  et  aliis  cxpensis  merito  deducendis;  quid  quid  Inde  lucri  uel 
augumenti  super  fuerit  Inter  eas<lem  partes  diuidere  et  communicare  prò  medietate 
vnicuique  parcium  prcdictarum  vi  supra,  et  sic,  quod  absit,  de  dampno  uel  ex- 
capito   etc.       Quam     quidem    societatem    prefatus    mathcus    promisit    dicto    tran- 


Documenti.  l8l 

cisco  presenti  etc.  durante  dicto  tempore  bene,  fideliter  et  legaliter  exercere  et  In 
eadem  non  commictere  dolum,  furtum,  fraudem  uel  rapinam  aliquam  In  pace  etc.  ; 
prò  quibus  omnibus  et  eorum  singulis  firmiter  per  Ipsas  partes  etc.  actendendis  etc. 
et  centra  non  veniendo  etc.  prefate  partes  etc.  sponte  obligauerunt  se  Ipsas  etc. 
presentibus  ludice  leronimo  de  Ingrignectis  de  neapoli  ad  contractus,  Francisco 
de  campora,  lohanne  de  orlando,  notario  marco  antonio  de  carpanis  et  federico 
de  carpanis  de  neapoli. 

(Prot.  di  n.  Giov.  De  Carpanis,  a.  1491 — 92,  e.  87.) 

VI. 

Societas   inter  antonellam    apam  et  lucam  de  jacobo. 

Die  septimo  mensis  aprelis  iij  Indictionis  [a.  1500]  neapoli  constitutus  In 
nostri  presencia  magister  lucas  de  lacobo  cicha  de  neapoli  cartarius  agens  et  inter- 
veniens  ad  Infra  scripta  prò  se  ac  nomine  et  prò  parte  laurite  eius  uxoris,  prò  qua 
promisit  suo  proprio  nomine  de  rato  et  rati  nomine  etc.  et  eorum  heredibus  et 
successoribus  ex  una  parte,  Et  honorabilis  antonella  apa  de  neapoli  mulier  vidua 
relieta  quondam  honorabilis  vicencii  mollicelli  de  neapoli,  vivens  Iure  romano  ut 
dixit,  agens  similiter  prò  se  etc.  ex  parte  altera:  prefate  quidem  partes  quibus 
supra  nominibus  sponte  coram  nobis  ad  Invicem  societatem  contraxerunt  In  arte 
faciendi  cartas  actas  (sic)  ad  ludendum.  Quam  voluerunt  fore  duraturam  bine  et 
per  totum  quintodecimo  die  (sic)  futuri  mensis  augusti  presentis  anni  et  deinde 
In  antea  per  annum  unum  continue  numerandum:  In  qua  quidem  societate  prefate 
partes  quibus  supra  nominibus  promiserunt  ponere  personas  eorum  et  Industrias, 
ac  Ip?am  societatem  bene,  fideliter  et  legaliter,  sine  fraedo  (srcj  et  dolo,  tempore 
supradicto  durante,  exercere,  et  non  committere  negligenciam,  furtum  etc.  nec  non 
partes  ipse  posuerunt  et  ponunt  In  societate  predicta  videlicet  ipsa  antonella  libras 
duas  de  verczi  [no],  Item  oncze  XXV  de  peczocte,  Item  oncze  tre  de  verde 
rame,  Item  resimas  octo  de  carta,  Item  quaterna  quactuordecim,  Item  quactuordecim 
altere  quaterne  de  carta  frabiana,  Item  uno  paro  de  stampe,  Item  dui  vite,  Item 
una  vita  grande  con  cinco  tavolille,  Item  dui  raspe,  Item  uno  paro  de  forfece; 
nec  non  similiter  promisit  ponere  omnes  pecunias  necessarias  In  dieta  societate 
tociens  quociens  necesse  erit;  et  Ipse  lucas  promisit  ponere  personam  suam  et  diete 
sue  uxoris  .  .  .  [documento  interrotto:  la  e.  seguente  è  bianca] 

(Prot.  di  Aniello  Giordano,  a.  1500,  a  e.  137^). 

VII. 

Eodem  die  [13  mensis  augusti  11^  Indictionis]  eiusdem  [a.  1499]  Ibidem 
[Neapoli]  constitutus  In  nostri  presentia  mateus  cartarius  de  neapoli  ut  dixit  sponte 
coram  nobis  vendidit  honorabili  alonso  de  palma  presenti  etc.  paria  centum 
paginarum  finarum,  prout  est  solitum  dare  eidem  alonso,  prò  precio  ducatorum 
sex  de  carlenis  etc,  quos  presentialiter  et  manualiter  recepit  et  habuit  a  dicto 
alonso  presenti  ac  sibi  dante  de  sua  propria  pecunia  ut  dixit.  Et  promisit  et 
conuenit    dictus   mateus    sollemni    stipulatione    legitime    Interueniente ,    et    sponte 


iSz  Documenti. 

coram  nobis  obligauit  se  eiusque  heredes  succesiores  bona  etc.  dicto  alonso  pre- 
senti etc.  dictam  quantitatem  paginarum  bonitatis  et  qualitatis  vt  supra  dare  et 
consignare  dicto  alonso  vel  eius  heredibus  et  successoribus  qualibet  septimana 
paria  decem  Incipiendo  a  die  octo  mensis  septembris  proximo  venturi  In  pace  etc. 
Et  proinde  obligauit  se  ad  penam  dupli  etc.  medietate  etc.  etc.  presentibus  Indice 
lacobo  de  philippo  de  neapoli,  notarlo  vincendo  de  sumonte,  t'rancisco  castello  de 
neapoli.  Die  xxij  mensis  augusti  ve  Indictionis  [a.  1502].  Cassata  est  presens 
nota  de  voluntate  dicti  alonsi  quia  confessus  fuit  se  recepisse  dictam  quantitatem 
cartarum,  Et  dictus  raatteus  recepisse  dictum  precium  et  propterca  se  ad  Inuicem 
quietauerunt  etc.  etc. 

(Prot.  di  A.  de  Summonte,  a.  1500 — 1504,  a  e.  47*). 

Vili. 

Pro  lohanne  rummo. 

Eodem  die  [12  ott.  1471]  egregius  vir  lohannes  rummus  de  neapoli  constituit 
pròcuratorem  suum  Raynaldum  de  bruxella  presentem  etc.  ad  omnia  negocia  etc. 
et  ad  manutenendum  omnia  et  singola  bona  sua,  tam  mobilia  quam  stabilia,  ipsa- 
que  locandum  et  concedendum  etc,  et  ad  recoUigendum  fructus  et  debita  que- 
cumque  etc,  et  de  percipiendo,  quietando  etc,  et  ad  causas  motas  et  mouendas  etc 
cum  potestate  substituendi  etc.  et  generaliter  etc.  et  lurauit  etc.  ludice  sal- 
uatore  apicella,  lohanne  pignatello,  lulio  de  raymo,  Rafaele  pichero,  cesare 
Amalfitano. 

(Prot.  di  notar  Francesco  Basso,  1471,  a  e  15^  u.  n.). 

IX. 

Procuratio  prò  herrico  teotonico  In  personam  belardini. 

Eodem  die  [XI.  mensis  lulii  VII.  Indictionis]  eiusdem  [a.  1474]  Ibidem 
[Neapoli]  coram  nobis  constitutus  herricus  theotonicus  oppressator  (sicj  librorum 
sponte  constituit  pròcuratorem  suum  belardinum  de  albasio  de  neapoli  presentem 
etc.  ad  omnes  et  singulas  causas,  lites  et  questiones  ciuiles  et  criminalcs  presentes, 
pendentes,  preteritas  et  futuras,  motas  et  mouendas,  tam  prò  quam  contra,  In 
omni  curie  loco  et  foro  etc.  cum  potestate  substituendi  etc.  promictens  de  rato  etc. 
Sub  ypotheca  et  obligatione  omnium  bonorum  suorum  etc.  Presentibus  ludice 
loysio   de  flore,  loysio  russo,  notano  lacobo  stracza. 

(Protoc.  di  not.  Francesco  Russo,  a.  1473 — 1475,  a  e  92''). 

X. 

Socictas  prò  Nicolao  Jacobo  et  Sociis. 

Die  iiij  mensis  augusti  xje  Indictonis  [1478]  neapoli  Conslitutis  In  nostri 
presencia  Nicolao  lacobo  de  luciferìs  de  neapoli  agente  etc.  ex  una  parte,  Et  Nicolo 
bencdicti  veneciano  et  Johanne  adam  agente  etc.  ex  parte  altera  :  prefate  vero 
partes    sponte   asserucrunt  pariter  coram  nobis  Inter  se  ipsas  partes  certa  pacta  et 


Documenti.  183 

capitula  de  construccione  librorum  ad  stampam  Inita  et  firmata  fuisse:  Quorum 
pactorum  et  capitulorum  tenor  sequitur  et  est  talis.')  Pacti  et  capitali  ragionati 
tra  Cola  lacobo  da  una  parte  Et  Nicolo  benedicti  Veneciano  et  lohanne  adam 
suo  compagno  da  laltra  parte:  de  certa  compagnia  quale  Intendeno,  piacendo  ad 
dio,  de  fare  de  componere  libri.  In  primis  el  dicto  colaiacobo  promecte  dare  et 
ponere  ala  compagnia  torculari  et  lictere  dela  sua  forma  et  dare  la  stancia  con 
lecto  comodo  da  potereno  dormire  li  predicti  Nicolo  et  lohanne,  et  bisognando 
ad  altri  compagni  laboranti;  et  li  dicti  nicolo  et  lohanne  in  Inscontro  dello  sopra- 
dicto  poneno  loro  persuni,  fatica  et  industria.  Item  promecte  lo  dicto  cola  lacobo 
dare  et  ponere  la  despesa  deli  predicti  et  compagni  laboranti,  et  ponere  la  mita 
de  la  carta  che  bisognara  alle  opere  et  libri  che  haueranno  da  fare,  et  più  pagare 
la  mita  de  tucto  salario  che  bisognasse  pagare  la  compagnia  ad  altri  laboranti 
che  li  predicti  Nicolo  et  lohanne  pigliassero  ad  laborare  o  ad  seruire  ad  loro  per 
comodo  della  ditta  compagnia;  et  che  facta  la  opera  se  habia  ad  cauare  la  de- 
spesa delo  magnare  et  bevere  che  serra  facta  in  dinari  contanti,  et  più  dicti  lohanne 
et  Nicolo  siano  tenuti  vendere  dicti  libri  de  comone  con  diligencia  et  fedelitate 
de  la  compagnia:  deductis  expensis  fiat  diuisio  et  lo  resto  se  habia  ad  dispartire 
per  mita,  czo  e  una  parte  habia  ad  essere  de  lo  dicto  cola  lacobo  et  laltra  mita 
de  li  predicti  Nicolo  et  lohanne;  la  quale  compagnia  sia  firmata  tra  diete  parte 
per  vno  anno  Incoraenczando  dala  mita  delo  presente  mese  In  nante,  et  dopo  dicto 
vno  anno  ad  beneplacitum.  Item  per  più  chiaricze  et  firmicze  dela  compagnia 
uoleno  diete  parte  facto  cunto  dela  despesa  mese  per  mese  et  ad  equiperare  li 
dinare  che  ipso  cola  lacobo  hauerra  receputo  de  libri  che  Berranno  venduti,  et 
sempre  fare  cunto  finale  quanto  e  stata  la  dispesa  et  quanto  e  stato  lo  dinaro 
perceputo:  et  li  predicti  Nicolo  et  lohanne  poczano  vendere  dicti  libri  et  lo  re- 
tracto  se  habia  ad  dispartire  comò  e  dicto  de  sopra  prò  medietate ,  meczo  lo 
dinaro  ad  cola  lacobo  et  laltra  mita  a  li  dicti  compagni.  Et  se  da  fora  volessero 
vendere  sia  con  licencia  de  dicto  colaiacobo  volendo,  et  quando  non  volesse  Ipsi 
poczano  mandare  la  loro  parte.  Et  promiserunt  et  conuenerunt  etc.  presentibus 
Indice  lohanne  de  burgo  de  neapoli  ad  contractus,  dominico  cesare  boczuto, 
notarlo  paulino  de  golino,  petro  sperandeo  et  geronimo  de  Stefano  de  neapoli. 
(Prot.  di  C.  Malfitano,  a.  1477 — 78,  ce.  95 — 9Ó  [51 — 52]). 

XI. 

Capitula  et  Societas  prò  magnifico  Dominico  Carafa  et  sociis.^) 
Die  XXVUII"  mensis  octobris  XV  e  Indictionis  [a.  1481]  neapoli  Constitutis 
in  nostri  presentia  Magnifico  Dominico  carrafa  de  neapoli  agente  etc.  ex  vna  parte, 


1)  [e.  5ib] 

2)  Furono  pubblicati  da  G.  Bresciano  (Di  tre  sconoscimi  tipo- 
grafi .  .  .  dimoranti  in  Napoli  nel  secolo  XV)  nella  Saramlung 
bibliothekswissenschaftlieher  Arbeiten  (Heft  14)  e  da  T.  de  Marinis 
(1901),  e  riprodotti  nella  Bibliofilia,  III,  p.  68  e  segg. 


184  Documenti. 

Et  lohanne  staingamer  de  landsperg  et  bernero  raptoris  de  marburcs  theothonicis 
agentibus  etc.  ex  parte  altera:  prefate  uero  partes  sponte  asseruerunt  pariter  coram 
Dobis  Inter  se  ipsas  paries  certa  pacta  et  Capitula  habila  Inita  et  firmata  fuissc 
ratione  certe  Inpressionis  librorum  de  nono  fiendorum  ad  stampam  per  ipsos 
lohannem  et  bernerum  durante  tempore  anni  vnius  et  mensium  sex  a  presenti  die 
in  antea  numerandi.  Quam  quidem  societatem  durante  dicto  tempore  parte  (sic) 
predicte  coram  nobis  Inierunt  et  fìrmauerunt  sub  pactis  conditionibus  et  declara- 
tionibus  supradictis  et  Infrascriptis  habitis  et  frematis  (sic)  coram  nobis.  Tenor 
uero  dictorum  pactorum  et  capitulorum  est  talis  videlicet  :  Inprimis  quod  dictus 
dominicus  dare  et  assiguare  debeat  dictis  lobanni  et  bernero  tempore  supradicto 
durante  habìtationem  condecentem  diete  arti,  ubi  ad  presens  Ipsi  lohannes  et 
bernerus  habitant,  et  lectum  unum  fulcilum  ut  decet,  et  unum  torcular  in  ordine, 
et  licteras  cum  quibus  alias  dictus  dominicus  laborari  fecit  euangelia;  Et  in  fine 
dicli  temporis  dictum  lectum,  torcular  et  lictere  sint  et  esse  debeant  dicti  dominici, 
alia  uero  de  nouo  emenda  sint  inter  dictas  partes  communia  prò  ratis  introsciiptis; 
£t  promiserunt  et  conuenerunt  prefati  lobannes  et  bernerus  et  quilibet  ipsorum  in 
solidum  stipulatione  legitima  precedente  dicto  dominico  presenti  etc.  durante  dicto 
temf)ore  diciam  societatem  bene  et  diligenter  exercere  etc.  omnesque  libros  tam 
magnos  quam  paruos,  prout  eis  melius  uidebitur,  Inprimere  seu  Inprimi  facere 
semel  et  pluries,  prout  fuerit  necessarium,  super  cartas  assignandas  per  eundem 
dominicum  eisdem  lohanni  et  bernero.  Item  promisit  dictus  dominus 
dominicus  eisdem  lohanni  et  bernero  presentibus  etc.  de  suo  proprio  emere 
omnes  cartas  ad  pecuniam  manualem  seu  ad  tempus  necessarias  prò  Inpressione 
dictorum  librorum;  et  quod  lohannes  et  bernerus  ipsi  teneantur  etc.  sibi  ipsis 
facere  exspensas  (sic)  prò  eorum  victu,  et  in  fine  cuiuslibet  mensis  ponere  eidem 
dominico  rationem  de  exspensis  per  eos  factis,  et>)  ipsa  sic  posita  ratione  dictus 
dominus  dominicus  promisit  dare  et  assignare  etc.  dictis  lohanni  et  bernero 
integram  terciam  partem  exspensarum  vt  supra  fiendarum  in  pecunia  numerata, 
minime  deducendam  (sic)  per  ipsum  dominicum  seu  detraendam  ex  libris  vi  supra 
fiendis.  De  quibus  exspensis  et  aliis  Inde  fiendis  dare  debeantur  scribi  et  annotari 
per  dictas  partes  duo  quaterni,  videlicet  vnus  per  eundem  dominicum  et  alter 
per  ipsos  lohannem  et  bernerum,  dìctisque  operibus  factis  et  sic  de  aliis  Inde 
faciendis  modo  et  forma  premissis  dicti  libri  In  loto  uel  In  parte  vendantur,  et, 
deducto  capitali  dictarum  cartarum  et  exspensarum  Inde  fiendarum  vt  supra,  libri 
ipsi  vendantur  prò  communi  et  indiuiso,  seu  diuidanlur  inter  cosdem  dominicum, 
lohannem  et  bernerum,  cuilibet  Ipsorum  prò  lercia  parte:  tali  quidem  declaralione 
quod  vbi  dampnura,  quod  absit,  contingeret  Inde  venire  Io  societate  predicta 
absqne  culpa  alterìus  Ipsorum,  quod  vnusquisque  Ipsorum  dominici  johannis  et 
bemerì  sensiet  (sic)  et  supportct  prò  integra  lercia  parte.  Item  fuit  ctiam  conuentum 
coram  nobis  Inter  paries  easdem  quod  vbi  contingcrit  prò  aumento  diete 
societatis  seu  necessitate  alio»  laboranles  habere  quod  postini  Ip^os  rccipere  ad 
salarìum  sea  aliter  et  in  exspensis  Inde  fiendis  quilibet  Ipsorum  dominici  lohannis 

I)  [e.  27..] 


Documenti.  185 

et  berneri  interuenire  debeat  prò  lercia  parte.  Item  piefatus  dominus  dominicus 
promisit  coqui  facere  omnia  necessaria  ad  victum  ipsorum  magistrorum  tempore 
supradicto  durante.  Item  fuit  etiam  conuentum  Inter  easdem  partes  quod  vbi, 
quod  absit,  pestìs  superueniret  in  hac  ciuitate  neapolis  tempore  supradicto  durante 
quod  liceat  etc.  dictis  magistris  habitare  in  dicto  loco  cum  dicto  stileo  et  rebus 
et  finire  libros  per  eos  Inchoatos,  Ipsisque  finitis  diuidere  seu  alios  Inchoare  prout 
Inter  dictas  partes  fuerit  concordatum.  Et  vbi  partes  Ipse  seu  altera  Ipsarum 
velit  relinquere  societatem  predictam,  quod  liceat,  tempore  pestis  durante,  eam 
relinquere  et  postmodum  reuertere  et  sequi  dictam  societatem  eamque  finire  prò 
tempore  supradicto.  Item  quod  lictere  sint  in  pondera  rolulorum  quatraginta 
septem  cum  cassecta  assignanda  per  eosdem  magistros  dicto  dominico  in  fine 
dicti  temporis,  habita  consideratione  vsus  inde  fiendi.  Et  promiserunt  et  con- 
uenerunt  ambe  partes  Ipse  et  quelibet  Ipsarum  pacta  capitula  et  conuentiones 
predictas  factas  modo  premisso  ac  omnia  predicta  et  subscripta  alia  et  eorum 
singula  semper  et  omni  futuro  tempore  habere  et  tenere  ratas  gratas  et  firmas 
ac  rata  grata  et  firma.  Pro  quibus  omnibus  et  eorum  singulis  firmiter  per  ambas 
partes  Ipsas  et  quamlibet  Ipsarum  ac  eaium  et  cuiuslibet  Ipsarum  heredes  et 
successores  actendendis  etc,  prout  ad  unamquamque  Ipsarum  partiumO  spectat  et 
pertinet.  Ambe  partes  ipse  et  quelibet  Ipsarum  sponte  obligauenint  se  Ipsas  et 
quamlibet  Ipsarum  ac  earum  et  cuiuslibet  Ipsarum  heredes  successores  et  bona 
earum  et  cuiuslibet  Ipsarum  omnia  etc.  vna  pars  videlicet  alteri  et  altera  alteri 
presenti  etc.  Sub  pena  et  ad  penam  vnciarum  auri  quinquaginta,  medietate  etc. 
Cum  potestate  capiendi  etc.  Constitutione  precarii  etc.  Et  renunciauerunt  etc. 
Et  iurauerunt  etc.  presentibus  ludice  Paulino  de  golino  ad  contractus,  antonio  de 
valle,  berardino  de  cioffo  et  magistro  Corrado  guldemund  theothonico. 
(Pot.  di  B.     Ces.  Malfitano,  dell'anno  1481,  a  ce.  26b  —  27».) 

XII. 

Electio  Consulis  prò  Egregio  arnaldo  brussell. 

Eodera  die  [xii"  mensis  decembris  prime  Indictionis  14S2]  nobis  prefatis  ludici 
notarlo  et  Infrascriptis  testibus  personaliter  accersitis  ad  preces  et  requisiciones 
Instancium  nobis  factas  prò  parte  infrascriptorum  hominum  ad  Apothecam  magistri 
Gulierimi  angoglio  sutoris  sitam  et  positam  in  plalhea  spedarle  regionis  portanoue 
ciuitatis  neapolis.  Et  dum  essemus  Ibidem  Inuenimus  in  apotheca  predicta  magni- 
ficos  et  honorabiles  viros  de  regno  angrie  et  ciuitate  lugdunorum  videlicet  Jacobum 
finxi  de  lugdono  regni  angrie  capitaneum  et  patronum  regie  nauis  sub  vocabulo  Sancle 
Marie  de  turri,  guillelmum  unin  cott,  gualterum  brun,  lacobum  nicolai,  thomam 
rustun,  lohannem  damne,  riccardum  pot  nal,  thomam  fissiar  et  robertura  bout; 
agens  nihilominus  Ipse  lacobus  patronus  et  capitaneus  ut  supra  ad  infrascripta 
omnia  tam  prò  se  quam  nomine  et  prò  parte  magistri  nauis  predicte  et  omnium 
aliorum  in  eadem  nani  nauigancium ,  ac  etiam  nomine  quorumcunque  aliorum 
anglicorum  in  futurum  in  hoc  regno  Sicilie  citra  farum  et  presertira  in  hac  ciuitate 

I)  [e,  27b.] 


l86  Documenti. 

neapolis  tam  per  mare  quam  terram  confluencium.  Qui  quidem  lacobus  guillelmus 
gualterius  et  alii  supra  nominati  Ibidem  congregali  ad  honorem  et  fidelitatem 
diete  sacre  regie  maiestatis  in  nostri  presencia  constituti  asseruerunt  pariter  coram 
nobis  se  ipsos  disposuisse  et  ordinasse  prò  nacione  anglica  theotonica  et  scota 
eligere  et  ordinare  Consulem  unum  prò  causis  ciuilibus  et  aliis  negociis  Ipsarum 
nacionum  in  hoc  regno  Sicilie  citra  farum,  et  presertim  in  hac  ciuitate  neapolis, 
vertenlibus  et  succedentibus,  decidendis  et  determinandis,  et  aliis  exequendis  prò 
nacionibus  predictis,  prout  hactenus  per  alios  predecessores  consulea  extitit  con- 
suelum.  Et  propterea  plenarie  ab  experto  confisi  de  fide,  probitate,  sagacitate  et 
virtutibus  nobilis  et  egregii  viri  Arnaldi  brusselle  ducalus  brauancie  ciuis  et  habita- 
toris  neapolis  Ipsum  videlicet  arnaldum  Ibidem  prcsentem  et  consencientem  sponte 
predicto  die  coram  nobis  unanimes  et  concordes,  beneplacito  et  assensu  diete 
sacre  regie  Maiestatis  saluo  semper  et  reseruato,  eligcrunt,  ordinauerunt  et  crea- 
uerunt  etc.  verum  et  legitimum  Consulem  dictarum  nacionum  anglie,  theothoni- 
corum  et  scocie  in  toto  predicto  regno  Sicilie  citra  farum,  et  presertim  in  hac 
ciuitate  neapolis,  cura  Illis  honoribus,  prerogatiuis ,  lurisdictionibus  et  facultati- 
bus  quibus  alii  Consules  dictarum  nacionum  ab  hactenus  ordinati  usi  fuerunt: 
Dantes  et  concedentes  dicti  lacobus  guillelmus  gualterius  et  alii  supra  nominati 
et  quilibet  Ipsorum  coram  nobis  eidem  arnaldo  plenam,  generalem  et  omnimodam 
facultatem  ex  nunc  In  antea  et  de  cetero  dictum  officium  consulatus  in  dicto  regno 
Sicilie  citra  farum  et  presertim  in  ciuitate  neapolis  prò  nacionibus  predictis  et 
qualibet  Ipsarum  gerendi,  exercendi  et  amministrandi,  quascumque  causas  ciuiles 
Inter  mercatores  et  alios  dictarum  nacionum  ex  nunc  in  antea  vertentes,  videndi, 
cognoscendi,  decidendi  et  determinandi  more  mercantili  summarie,  simpliciter  et 
de  plano,  sola  facti  veritate  Inspecta,  neminem  condemnando  prece,  precio  odio 
vel  amore,  ac  cum  Consilio  proborum  virorum  mercatorum  earundem  nacionum 
et  aliarum  ubi  opus  fuerit:  nec  non  priuilegia  dictis  nacionibus  et  cuilibet 
Ipsarum  concessa  et  de  cetero  concedenda  et  impetranda  tuendi  et  defendendi, 
et  prò  eisdem  nacionibus  et  qualibet  Ipsarum  coram  regia  maiestatc  eiusque  sacro 
Consilio,  magna  Curia  Vicarie  ac  quauis  alia  curia  comparendi,  et  earum  causas 
ciuiles  et  criminales  defendendi,  tuendi  et  protegendi,  Immunitales  et  priuilegia 
earumdem  nacionum  et  cuiuslibet  Ipsarum  conservandi  si  et  prout  alii  consules 
eiusdem  arnaldi  predecessores  extiterunt  consueti  conservare  et  facere.  Vice  con- 
sulem loco  sui  subsliluendi  >),  eum  vel  eos  reuocandi  ctc,  cum  hac  declaracione 
quod  potcstas  eadem  extendalur  cum  reseruatione  dicti  domini  regis  angrie,  et 
emolumenta  et  iura  racione  dicti  officii  consulatus  pcrcipi  solita  consueta  et 
debita  petendi  exigendi  recipiendi  et  habendi.  Et  generaliter  omnia  alia  et  singula 
faciendi,  gerendi,  amministandi  et  exequendi  que  ad  dictum  officium  consulatus 
spedare  et  pertinerc  noscuntur.  Que  omnia  modo  predicto  acta  et  gesta  ego 
prenominatus  notarius  leronimus  tamquam  persona  publica  a  dictis  lacobo 
guillelmo,  gualterio  et  aliis  supra  nominalis  recepì  ac  sollempniter  et  legitime 
stipulatus    fui    prò    parte   omnium  et  singulorum  quorum  et  cuius  Inde  Interest  et 

')  [e.  54».] 


Documenti.  187 

Interesse  poterit  quomodo  libet  In  futurum.     In  cuius  rei  Testimonium  etc.  presen- 
tibus  Indice   francisco   spingarda  de  neapoli  ad  contractus,    andrea  vitulo,   laymo 
ripaha  et  bernardino  de  cioffis  et  marco  antonio  de  carpanis. 
(Prot.  di  not.  Girol.  Ingrignetti,  a.  1482,  a  e.  53.) 

XIII. 

Locatio  lictere  prò  Magnifico  dominico  carrafa.i) 

Eodem  die  [xix  Decembris  secunde  Indictionis]  eiusdem  [a.  1483]  Ibidem 
Constitutus  In  nostri  presentia  Magnificus  Dominicus  carrafa  de  neapoli  sponte 
coram  nobis  locavit  et  concessit  magistro  Insto  theothonico  Ibidem  presenti  etc. 
Quandam  suam  licteram  actam  ad  stanpandum  libros  ponderis  librarum  cenlum 
viginti  duarum  vsque  et  per  totum  quintumdecimum  diem  meusis  augusti  proximo 
venturum  (sic)  huius  presentis  anni  secunde  Indictionis  prò  ducatis  decem  de 
carlenis  argenti;  quam  licteram  prefatus  magister  lustus  coram  nobis  presentialiter 
recepit  a  dicto  dominico  sibi  dante  etc.  Quos  ducatos  decem  de  dictis  carlenis 
argenti  etc.  prefatus  magister  lustus  promisit  etc.  dicto  Dominico  presenti  etc. 
dare  etc.  eidem  Dominico  etc.  In  pagis  et  terminis  Infrascriptis  videlicet  ducatos 
quinque  ex  eis  in  medietate  dicti  temporis  et  alios  ducatos  quinque  in  fine 
dicti  temporis  vna  cum  dieta  lictera  eiusdem  ponderis  librarum  centum  viginti 
duarum  In  pace  etc.  Et  nichilominus  prefatus  dominicus  confessus  fuit  recepisse 
a  dicto  magistro  lusto  sibi  dante  etc.  quandam  licteram  Ipsius  magistri  Insti 
similiter  actam  (sic)  ad  stanpandum  libros  ponderis  librarum  centum  duodecim. 
Quam  licteram  prefatus  dominicus  promisit  restituere  eidem  magistro  lusto  receptis 
per  eum  dictis  ducatis  decem  vna  cum  dieta  lictera  In  pace  etc.  Et  prò  predictis 
actendendis  etc.  etc.  Presentibus  ludice  lohanne  de  burgo  ad  contractus,  Oliuerio 
longobardo,  francisco  de  ametrano  et  Anibale  de  burgo  de  neapoli. 

(Protoc.  di  not.  C.  Malfitano,  dell'anno  1483 — 1484,  a  ce.  8ob — Si»). 

XIV. 

Eodem  die  [XXVIII  mensis  lanuarii  1484  secunde  Indictionis  Neapoli] 
existentibus  nobis  prefato  ludice  notarlo  et  subscriptis  testibus  ante  apothecam 
magistri  lohannis  vaglyes  librarli,  sitam  et  positam  In  ciuitate  neapolis  prope 
domum  heredum  quondam  nobilis  viri  loisij  thomacelli  de  neapoli  viam  publicam 
et  alios  confines;  ante  quam  quidem  apothecam  franciscus  de  tuppo  de  neapoli 
nonnuUas  rissas,  lites  et  altercaciones  faciebat  cum  simone  de  friberica  theotonico 
et  clerico  missinensis  dioceseos  In  et  super  demonstracione  cuiusdam  casse 
librorum  de  stampa,  super  quibus  altercacionibus  franciscus  Ipse  coram  nobis  per 
vira  et  violenciam  arripuit  a  manibus  et  2)  posse  dicti  Simonis  quandam  litteram 
sui  clericatus  bullatam  cum  certa  bulla  parua  de  ferro  stagnato  albo  a  qua  quidem 


1)  Pubblicato  dal  Filangieri  in  Arch.  stor.  napol.,  XII,  50  (nota)  e  recente- 
mente da  T.  de  Marinis,  non  senza  qualche  inesattezza,  nel  catalogo  VI  (Incunables 
et  livres  à  figures),  pag.  XII — XIII. 

2)  [e.  203  b.] 


l88  Documenti. 

littera  franciscus  Ipse  eleuauit  dictam  bullam  que  simul  cum  dieta  littera  coniunla 
erat  priusquam  dictus  franciscus  eam  deuastasset;  ciiius  qiiidem  littere  tenor  per 
omnia  sequitur  et  est  talis:  Vniuersis  et  singulis  presentes  litteras  Inspecturis 
Rafael  santi  georgii  ad  velum  aureum  diaconus  sante  Romane  ecclesie  cardinalis 
salutem  In  domino:  vniuersitati  vestrae  notum  facimus  per  presentes  quod  quondam 
dominus  Jacobus  episcopus  santi  Angeli  de  Lombardis  tunc  In  Romana  curia 
residens  ex  comissione  bone  memorie  domini  L.  Cardinalis  de  vrsinis  In  camera- 
riatus  officio  predecessoris  nostri  de  mandato  santissimi  domini  nostri  pape  super 
hoc  uiue  vocis  oraculo  vt  asseruit  sibi  facto  et  aucloritate  sui  camerariatus  offìcii 
ordines  clericorum  celebrans  generales  In  ecclesia  santi  bartholomei  In  Insula  de 
vrbe  die  sabbali  In  vigilia  Resurrectionis  dominice  que  fuit  vigesima  quinta  marcii 
Mcccc .  Lxxv .  dilecto  nobis  In  Christo  Simoni  tauser  wolgli  scolari  misinensis 
dioceseos  Cupienti  milicie  clericali  ascribi  et  clericali  carattere  Insigniri  capillos 
sui  capilis  propriis  manibus  Incidens  primam  contulit  tonsuram  clcricalem,  eumque 
clericali  carathere  Insigniuit  luxta  formam  et  Ritum  sante  Romane  ecclesie  In 
talibus  consuttum:  In  quorum  fidem  et  testimonium  presentes  testimoniales  fieri 
et  nostri  camerariatus  sigilli  lubsimus  appensione  muniri  ;  datum  Rome  apud 
santum  petrum  In  Camera  apostolica  anno  domini  M  .  ecce .  Lxxxiiij  .  die  lune 
nona  lanuarij,  pontificatus  santissimi  in  christo  patris  et  domini  nostri  sixli  diuina 
prouidencia  pape  quarti  anno  lercio  decimo.  Adiecto  a  tergo  Ipsius  littere: 
Registrata  In  camera  apostolica.  De  qua  quidem  dcuaslalione  diete  littere  pre- 
fatus  Simon  prò  sua(?)  indepnitate  nos  etc.  requisiuit  etc.  quod  de  predictis 
omnibus  etc.  conficere  deberemus  publicum  Instrumentum.  Nos  autem  etc.  pre- 
sentibus  Indice  Nardo  luca  culugno  ad  contractus,  lohanne  baplista  de  ponte, 
Gaspare  pizulo,  Antonio  mercatante  accimatore  et  landulfo  de  tlumine  aurifabro. 
(Prot.  di  not.  Nicola  Scarano,  a.  14S1  — 1484,  a  e.  203.) 

XV. 

Pro  nìeolao  lacobo  de  licifaris. 

Die  xiiij  maij  1484  cxpcdita  fuit  literas  (sic)  passus  dircela  vniucrs.is  et 
singulis  passagcriis  etc.  a  terra  santi  scuerii  ad  hanc  ciuitatcm  ncapolis  ad  In- 
stanciam  nicolai  lacobi  de  licifaris,  quod  sìnant  et  permictant  dclatores  paris  vnins 
boum  quod  conduci  faceret  a  dieta  terra  santi  seucrii  ad  dictam  ciuitatem  neapolis 
prò  vsu  sue  maxarie  In  forma  camere  etc,  cum  pena  vneiatum  XXV  si  per 
qucmiibct  centra  factum  fuerit  etc.  sìgnata  per  dictum  Ioannem  andream  etc 

(Privil.  Summ.  v,  53,  e.  l64b  ) 

XVI. 

Famiiiarilas  Magistri  lusti  Thcotoniei.') 

Ferdinandus  etc  Vniuersis  etc.  lUos  in  familiares  noslros  et  domestico» 
Dostros   libenter   recipimus,    quos  sincera  deuotio  eomprobat,    clara  virtus  illustrat 


l)  Fu  pubblicato,  con  qualche  inesattezza,  da  T.  de  Marinis  nel  suo  catalogo 
n.  VI  (p.  XII— XIIIJ. 


Documenti.  loQ 

et  opera  laudanda  comendant:  hec  itaque  in  persona  nostri  dilecti  Magistri  Insti 
theotonici  vigere  et  inesse  probabiliter  dignoscentes  et  alias  attendentes  eius 
sincere  deuotionis  constantiara  nec  non  grata  plurimum  fructuosa  et  accepta  seruitia 
per  eundem  magistrum  lustum  Maiestati  nostre  prestita  et  impensa,  lam  dictum 
magistrum  lustum  In  familiarem  nostrum  domesticum  et  de  nostro  regali  hospitio 
tenore  presentium  de  certa  nostra  scientia  ad  eius  vite  decursum  constituimus 
facimus  creamus  et  ordinamus,  numeroque  et  consortio  aliorum  familiarium  et  do- 
mesticorum  nostrorum  et  nobis  actualiter  seruientium  agregamus,  potiturum  et 
gauisurum  vbilibet  de  celerò  illis  honoribus  fauoribus  libertatibus  preheminentiis 
prerogatiuis  et  gratiis  quibus  alii  nostri  familiares  domestici  et  nobis  actualiter 
seruientes  potiuntur  et  gaudent  ac  potiri  et  gaudere  soliti  sunt  et  debent,  licet 
ipse  actu  nobis  non  seruiat  personali,  volentes  et  decernentes  expresse  harum 
serie  de  certa  nostra  scientia,  quod  dictus  magister  lustus  tamquam  familiaris 
noster  domesticus  ex  nunc  In  antea  habeatur  et  reputetur.  Quo  circa  Illustrissimo 
et  Carissimo  filio  nostro  Alfonso  de  aragonia  Duci  Calabrie  primogenito  et  vicario 
Generali  intentum  nostrum  declarantes,  viceregibus  Insuper  lustitiariis  comissariis 
Capitaneis  Ceterisque  vniuersis  et  singulis  offitialibus  nostris  maioribus  et  minori- 
bus  quocumque  nomine  nuncupatis ,  officioque  dignitate  auctoritate  et  potestate 
fungentibus  in  toto  hoc  regno  nostro  Sicilie  constitutis  et  constituendis,  eorumque 
locatenentibus  et  Substitutis  presentibus  et  futuris  damus  harum  serie  expressius 
in  mandatis,  Quatenus  eundem  magistrum  lustum  tanquam  familiarem  nostrum  et 
domesticum,  licet  actu  nobis  non  seruiat  personali,  habeant,  teneant,  reputent  ac 
decenter  et  honorifice  tractent,  Ac  illis  honoribus  fauoribus  libertatibus  preheminentiis 
prerogatiuis  et  gratiis  vti  et  gaudere  Inuiolabiliter  faciant  Quibus  ceteri  nostri 
domestici  et  familiares  ac  nobis  actualiter  seruientes  potiuntur  et  gaudent,  ac 
potiri  et  gaudere  Soliti  sunt  et  debent.  Et  contrarium  non  faciant  etc.  In  cuius 
rei  testimonium  etc.  Datum  In  Castello  nono  neapolis  per  antonium  de  alexandro 
locumtenentem  tundorum  Comilis  etc.  Die  xvij  lanuarii  i486  :  Rex  ferdinandus. 
Dominus  Rex  mandauit  mihi  Antonello  de  petrutiis. 
(Privilegiorum  Sumraariae,  voi.  XX,  e.  24.) 

XVII. 

Cessio  prò  Egregio  francisco  de  tuppo. 

Die  vijo  mensis  lunii  quarte  Indictionis  [a.  148Ó]  neapoli  Constitutis  In 
nostri  presentia  egregiis  viris  Nardo  louene  de  neapoli  et  notarlo  Marco  antonio 
de  tocco  viro  et  legitimo  procuratore  vt  dixit  Ioanne  louene  sororis  dicti  Nardi, 
agentibus  ad  Infrascripta  omnia  nomine  et  prò  parte  dictorum  Nardi  et  lohanne 
etc.  eorumque  heredum  et  successorum  ex  vna  parte.  Et  Nobili  viro  francisco  de 
tuppo  de  neapoli  agente  sirailiter  prò  se  eiusque  heredibus  et  successoribus  ex 
parte  altera:  prefate  vero  partes  nominibus  quibus  supra  sponte  asseruerunt  pariter 
coram  nobis  olim  dictos  Nardum  Ioannam  et  quondam  Benedictum  louene  eorum 
fratrem,  tamquam  nepotes  quondam  nobilis  Menece  donadeo,  conuenire  fecisse  in 
magna  Curia   vicarie   quasdam   nobiles   personas  lacobum   de   tuppo  et  Ilariam  de 


I  go  Documenti. 

scarfellitis  coniuges  et  parentes  Ipsius  francisci  super  assistenciam  et  apprelium 
cuiusdam  domus  site  et  posile  In  regione  sedilis  portus  Ciuitatis  neapolis  In  loco 
vbi  dicitur  ala  piazecla  luxta  bona  domini  Consalui  de  corduba  vias  publicas  a 
duabus  partibus  et  alios  confines,  prò  vnciis  sex  et  tarenis  viginti  prò  lercia  parte 
dotium  diete  quondam  Menece,  et  facto  certo  processa  per  dictam  magnam  Curiam 
lata  fuit  quadam  (sic)  senlenlia,  a  qua  quidem  sententia  fuit  appellatum  ad  regium 
sacrum  consilium  et  per  eundem  sacrum  consilium  fuit  lata  quadam  alia  sententia 
In  fauorem  dictorum  fratrum  et  sororis  condempnando  eosdem  lacobum  et  Ilariam 
seu  alterum  eorum  ad  assistenciam  prestandam  et  apprecium  fiendum  super  dieta 
domo;  cuius  quidem  sententie  late  per  dictum  sacrum  consilium  vigore  dictos 
Nardum  Ioannem  et  quondam  Benediclum  positos  fuisse  in  possessionem  diete 
domus  prò  dictis  vnciis  sex  et  tarenis  viginti  prò  lercia  parte  dictarum  dotium 
diete  quondam  Menece  facto  prius  apprecio  diete  domus,  Nec  non  prò  aliis  tarenis 
quindecim  prò  expcnsis  factis  In  litteris  exequutorialibus  expedilis  in  eodem  sacro 
Consilio,  quarum  litterarum  exequutorialium  vigore  et  caplionis  possessionis  diete 
domus  dicti  Nardus,  lohanna  et  quondam  Benediclus  tenuerunt  et  possiderunt 
dictam  domum  percipiendo  fruclus  redditus  et  lura  prouenientes  et  prouenientia 
ex  dieta  domo  prò  rata  dictarum  vnciarum  septem  et  tarenorum  quinque.  Demum 
vero  dicti  Nardus  et  nolarius  Marcus  antonius  quibus  supra  nominibus  promisisse 
eidem  francisco,  quandocumque  Ipse  franciscus  dedisset  et  assignasset  eisdem 
Nardo  et  lohanne  seu  diclo  notario  Marco  antonio  nomine  Ipsius  lohanne  dictas 
vncias  septem  et  tarenos  quinque,  cedere  et  renunciare  eidem  francisco  omne  lus 
omnemque  aclionem  eis  nominibus  antediclis  competens  et  competenlem  In  et 
super  dieta  domo  virtute  diete  sententie  late  in  diclo  sacro  Consilio,  prout  In 
quadam  obligatione  facta  penes  acta  magne  Curie  Vicarie  hec  et  alia  dicuntur 
latius  conlineri;  vigore  cuius  promissionis  dictum  franciscum  tenuisse  et  possedisse 
dictam  domum ,  post  modum  uero  Ipse  franciscus  dedisse  soluisse  et  assignasse 
dictas  vncias  seplem  et  tarenos  quinque  de  carlenis  argenti,  videlicet  diclo  notario 
Marco  antonio  nomine  et  prò  parte  dicti  Nardi  prò  parte  dotium  diete  lohanne 
dictas  vncias  septem  et  prefato  Nardo  dictos  tarenos  quinque;  et  In  alia  manu 
eliam  dedisse  soluisse  et  assignasse  prò  pensione  diete»)  domus  prò  rata  dictarum 
vnciarum  septem  et  tarenorum  quinque,  tam  diclo  Nardo  quam  quondam  Mayocie 
eius  mairi  nomine  et  prò  parte  Ipsorum  Nardi  fratris  et  sororis  vncias  duas  de 
carlenis  argenti  prò  parte  temporis  predicti  vsque  ad  lempus  obligalionis  et  pro- 
missionis predicle.  Quibus  omnibus  sic  assertis  eie.  prcfali  Nardus  et  notarius 
Marcus  antonius  quibus  supra  nominibus  tam  ralione  dictarum  vnciarum  nouem 
et  tarenorum  quinque  per  eos  vt  supra  rcceptanim  et  liabitarum  a  diclo  francisco, 
quam  ralione  et  causa  promissionis  prediate  ac  volentes  obseruare  et  ad  Implcre 
promissa  per  eos  sponte  predicto  die  coram  nobis  non  vi  dolo  eie.  ex  nune  libere 
cesserunt,  renunciauerunt,  refutauerunt  et  iranslulerunt  eidem  francisco  presenti 
eie.  omne  lus  omnemque  aclionem  eie.  eisdem  Nardo  et  lohanne  competens  et 
compelcntem  In  el  super  dieta  domo  virtute  dictarum  sententie  et  litterarum  cxe- 

I)  [e.  i66«.] 


Documenti.  IQI 

quutorialium  predictarum,  ponentes  etc.  Et  constituentes  eum  procuratorem  etc. 
Itaque  libere  liceat  etc.  eidem  francisco  etc.  tam  dictas  vncias  nouem  soluta»  per 
eundem  franciscum  ut  superius  continetur  quam  pensionem  debitam  a  tempore 
obligationis  predicte  vsque  In  presentem  diem  patere,  percipere,  consequi,  exigere, 
recolligere  et  habere  In  et  super  dieta  domo  et  a  possessoribus  Ipsius  et  de  eis 
lacere  et  disponere  prò  eius  arbitrio  voluntatis.  Et  promiserunt  et  conuenerunt 
prefati  Nardus  et  notarius  Marcus  antonius  nominibus  quibus  supra  sollempni 
stipulatione  legitime  Interueniente  et  sponte  obligauerunt  se  Ipsos  nominibus 
antedictis  et  quemlibet  Ipsorum  ac  eorum  et  cuiuslibet  Ipsorum  heredes  et 
successores  et  bona  dictorum  Nardi  et  lohanne  omnia  etc.  dotes  etc.  dicto 
francisco  presenti  etc.  cessionem  et  renunciationem  predictas  .  .  .  habere  et  tenere 
ratas  gratas  et  firmas  etc.  sub  pena  et  ad  penam  dupli  etc.  etc.  presentibus  Indice 
lacobo  antonio  de  rogeriis  ad  contractus,  Carulo  surgente,  francisco  de  biase, 
lohanne  de  biase  de  neapoli  et  Stephano  de  marco  de  cayacio, 
(Protoc.  di  not.  C.  Malfitano,  a.  1485 — 1486,  a  e.  165.) 

XVIII. 

Cessio  et  quietatio  prò  manuele  de  caue  hebreo  et  Elya  volgheri  hebreo.  i 
Eodem  die  [XVIIII  mensis  marcii]  eiusdem  [a.  1487]  Ibidem  [Neapoli]  in 
presentia  quorum  supra  Constitutis  In  nostri  presencia  Infrascriptis  personis  videlicet 
manuele  de  caue  hebreo  bancherio  habitatore  vt  dixit  ciuitatis  neapolis  agente  etc. 
ex  vna  parte,  Et  elya  vogheri  similiter  hebreo  habitatore  in  dieta  ciuitate  neapolis  ut 
dixit  agente  etc.  ex  parte  altera:  prefate  uero  partes  sponte  asseruerunt  pariter  coram 
nobis  olim  Inter  se  Ipsas  partes  vna  cum  magistro  lacob  hebreo  et  magislro  losep 
hebreo  theotonicis  fecisse  et  contraxisse  quandam  societatem  ad  Instampandum 
libros  et  promisisse  vnum  alteri  et  alterum  alteri  ponere  in  dieta  societate,  videlicet 
dictum  manuelem  ponere  totum  capitale  necessarium  in  dieta  societate  et  dictos 
elya  lacob  et  losep  ponere  Industriam  eorum  personarum;  cum  certis  aliis  pactis 
condictionibus  et  modis  prout  hec  et  alia  In  quodam  publico  Instrumento  facto 
manu  publici  notarli  latius  asseruerunt  contineri.  Subiuncto  per  ambas  partes 
predictas  in  earum  assercione  predicta  dictam  societatem  modo  quo  supra  per 
certum  temporis  spacium  contraxisse,  fecisse  et  administrasse,  et  poslmodum  de- 
uenisse  ad  Infrascriptam  nouam  et  bonam  transapcionem  (sic)  et  concordiam 
videlicet:  Ipsum  eliam  eidem  manueli  transportare  Renumptiare  trastulere  (sic)  et  re- 
futare  omne  lucrum  omneque  lus  et  actionem  quod  et  quam  dictus  elya  habet  in 
dieta  societate  ratione  diete  Industrie  sue  persone  posite  in  societate  predicta,  et 
Ipsam  societatem  deinde  in  antea  minime  sequi;  et  Ipse  manuel  dare  traddere  et 
assignare  deberet  eidem  elye  propter  Industriam  et  fatigia  positam  et  posita  per 
eundem  eliam  in  societate  predicta  ducalos  triginta  currentes  de  carlenis  argenti, 
et   vnus   alterum   et   alter  alterum  quietare ,    liberare  et  absoluere  deberet  a  socie- 


i)  Pubblicato   recentemente   da   T.  de  Marinis  (Catalogo  n.  VI   (Incunables 
et  livres  à  figures),  p.  XIII — XV),  non  senza  qualche  inesattezza. 


192  Documenti. 

tate  predicta  de  omnibus  et  quibuscumque  gestis  et  administratis  per  eos  in 
societate  predicta  a  tempore  predicto  et  vsque  In  presentem  diem.  Quibus  omni- 
bus et  singulis  sic  assertis  per  ambas  partes  Ipsas  et  quamlibet  Ipsarum  ut  pre- 
dicitur,  Ambe  partes  Ipse  et  quelibet  Ipsarum  volentes  conuencionem  et  concordiam 
predictas  ad  Implere  Ipsasque  realiter  ad  effectum  ducere,  prefatus  elya  prò  pre- 
dictis  ducatis  triginta  quos  diclus  elya  sponte  coram  nobis  confexus  fuit  recepisse 
et  habuisse  ab  eodem  manuele  sibi  dante  etc.  sponte  predicto  die  coram  nobis 
dedit,  cessit,  trastulit,  remisit  et  refutauit  orane  lucrum  sibi  competens  ex  societate 
predicta  virtute  diete  sue  Industrie  posite  vt  supra  eidem  manueli  presenti  etc, 
cedens  etc.  ponens  etc.  constituens  etc,  et  promisit  cessionem  Ipsam  etc.  omni  futuro 
tempore  habere  ratam  etc,  nec  non  vnus  alterum  et  alter  alterum  sibi  Ipsis  ad  In- 
uicem  quietauerunt  etc.  tam  de  dieta  societate  quam  de  omni  eo  et  toto  ad  quod  vnus 
alteri  e*  alteri  alter  quomodolibet  teneretur  et  debitor  appareret  a  totis  temporibus 
predictis  et  vsque  In  presentem  diem.  Et  promiserunt  etc.  quietationem  Ipsam 
omni  futuro  tempore  habere  ratam  etc;  prò  quibus  omnibus  etc.  obseruandis  etc. 
etc.  presenlibus  Indice  Anello  canzano  ad  contractus,  liseo  amalfitano,  lenario 
Crispino  de  neapoli  et  loiiannello  de  seculo?  de  sancto  seuerino. 

(Protoc.  di  not.  Marco  Laudario,  14SÓ  — 1.187,  a  e  senza  segnatura,  verso 
la  metà.) 

XIX. 

Io.  marci  cinici. 

Bando  et  Comandamento  da  parte  del  Serenissimo  Signore  lo  Signore  don 
ferrando  de  aragonia  per  la  gratia  de  dio  Re  de  Sicilia  hitrusalem  etc.  lo  quale 
nostro  Signore  dio  prospere,  S.ilue  et  victorioso  mantenga  amen. 

Considerato  che  Ioanmarco  de  parma  scriptore  de  Soa  Maestà  et  mastro 
mactia  morauo  tudisco  haueno  diligentemente  stampato  duìmilia  volumi  de  libri 
de  li  Sermoni,  siue  predicatione  composte  et  ordinate  dele  feste  de  tucto  lo 
anno  per  lo  Reverendo  frate  Roberto  carazolo  mastro  In  theologia  episcopo  de 
Aquino,  et  Sua  Maestà  per  suo  oportuno')  priuilegio  haue  ordinato  che  finche 
siano  venduti  li  dicti  duimilia  volumi  de  libri,  accadendo  che  tale  opera  se 
stampasse  dentro  o  fora  del  Regno,  non  si  possa  vendere  dentro  lo  regno,  finche 
siano  venduti  li  dicti  duimilia  volumi  stampali  per  lo  dicto  Ioanmarco  et  mastro 
mactia,  sub  pena  confìscationis  librorum  et  honorum  omnium  contrauenientium 
secundo  In  dicto  priuilegio  più  largamente  se  contene;  volendo  soa  Maestà  che 
tale  ordinatione  non  sia  occulta,  ma  peruenga  ad  notitia  de  omne  persona  ad  ciò 
che  nisciuno  possa  allegare  ignorantia,  Vole  soa  Maestà,  ordina  et  comanda  che 
si  per  casu  si  stampassero,  o  fossero  stampali  dentro,  o  fora  del  Regno  le  diete 
predicatione,  o  Sermoni  compilati  per  lo  dicto  episcopo  de  aquino,  non  sia  ni- 
sciuno, de  qualseuole  grado,  stato  et  conditione  se  sia,  presuma  de  quilli 
vendere  In  lo  presente  regno  finche  siano  venduti  li  dicti  duimilia  volumi 
stampati    per    lo  dicto  Ioan  marco  et  mastro  mactia,  et  chi  farà  lo  contrario  cada 

I)  [ciosb.] 


Documenti.  193 

Impena  de  confiscatione  deli  libri,  et  de  tucti  soi  boni.  Et  Si  alcuno  presumesse 
vendereli  quello  che  lo  reuelera  guadagne  la  quarta  parte  de  quanto  se  hauera 
per  soa  reuelatione  et  serra  tenuto  Secreto.  Datum  In  Castello  nouo  neapolis 
xxij  augusti  1489.     Rex  ferdinandus. 

Io.  pontanus. 
(Collaterale  Partium,  voi.  5  [a.  1489 — 1490],  a  e.  105.) 

XX. 

Ayolfì  mediolanensis  Impressoris.') 

Ferdinandus  etc.  vniuersis  et  singulis  officialibus  nostris  maiotibus  et 
minoribus  quocumque  titulo  auctoritate  et  potestate  iungentibus  et  presertim 
Regenti  et  ludicibus  magne  Curie  vicarie,  nec  non  impressoribus  librorum  in  hoc 
Regno  commorantibus  et  aliis  omnibus  ad  quos  presentes  spectauerint  et  fuerint 
quomodolibet  presentate  fidelibus  dilectis  gratiam  et  nostram  bonam  voluntatem. 
Cum  magister  Ayolfus  Ciuis  mediolanensis  neapoli  commorans  Intendat  In  eadem 
Ciuitate  neapolis  imprimere  quoddam  nouum  opus  nominatum  formularium  in- 
strumentorum,  quod  asserit  subditis  nostris  valde  commodum  atque  vtile  fore,  et 
quoniam  In  Imprimendo  opus  predictum  varie  diuerseque  expense  atque  labores 
occurrent  sibi,  Supplicauit  propterea  Maiestati  nostre  ne  aliquem^)  permitteremus 
per  triennium  formularium  predictum  imprimere  posse  in  dicto  Regno,  et  si  extra 
imprimeretur  illud  non  posset  ingredi  neque  vendi  in  eo.  Nos  vero  peti- 
tionibus  predicti  magistri  Ayolfi  benigne  annuentes  ob  commoditatem  subditorum 
nostrorum  Tenore  presentium  certa  ex  nostra  scientia,  dicimus  committimus  et 
expresse  mandamus  omnibus  predictis  officialibus  et  aliis  ad  quos  spectauerit, 
quod  absque  aliqua  contradictione  obseruent  et  obseruari  faciant  tenorem  et 
continentiam  presentium,  nec  permictant  quod  aliquis  nisi  predictus  Ayolfus  dictum 
opus  in  regno  imprimat  et  si  extra  regnum  Imprimeretur,  non  possit  adduci  neque 
In  eo  vendi  durante  dicto  triennio,  quod  volumus  numerari  a  die  date  presentium. 
Et  contrarium  non  faciant  prò  quanto  gratiam  nostram  caram  habent,  Iramque 
et  Indignationem  nostram  ac  penam  mille  ducatorum  cupiunt  non  subire.  In 
quorum  fidem  etc.  Datum  Vto  mensis  X^ris  M"  CCCC  .  LXXXXII  .  Rex 
ferdinandus. 

Dominus  Rex  mandauit  mihi  Io.  pontano. 

(Collaterale  Partium,  voi.  6  [1492 — 93],  e.  166.) 

XXI. 

Locatio  persone  prò  francisco  de  ambrosio. 

Die  ij"  mensis  decembris  xij*  Indictionis  [a.  1478]  neapoli  constituta  In 
nostri    presencia  Antonella  lannicelli    de   Salerno    nunc   neapoli   commorans  mulier 


1)  Anche    questo    documento    fu    pubblicato    da    T.    de    Marinis    nel    suo 
Catalogo  VI,  p.  XV— XVI. 

2)  [e.  166  b.] 

Fava  e  Bresciano,  La  stampa  in  Napoli.    I.  li 


1 94  Documenti. 

vidua ,  mater  legitima  et  naturalis  Nicolai  lannicelli  etatis  annorura  octo  ut  dixit, 
sponte  coram  nobis  locauit  opera  et  seruicia  persone  dicti  Nicolai  et  ipsum 
nicolaum  posuit  et  firmauit  ad  standum  Cum  francisco  de  ambrosio  de  neapoli 
librario  Ibidem  presente  et  conducente  etc  prò  annis  octo  a  presenti  die  In  antea 
numerandis;  Cum  pactis  et  declarationibus  Infrascriptis  videlicet:  quod  dieta 
Antonella  teneatur  et  sic  coram  nobis  promisit  se  curaturam  et  faclurara  realiter 
modis  omnibus')  cum  effectu  etc.  quod  dictus  nicolaus  die  noctuque  horis  con- 
suetis  et  debitis  bene,  fideliter,  soUicite  et  legalitcr  seruiet  eidera  francisco  tam 
In  domo  quam  In  apotbeca  Ipsius  francisci  omnibus  seruiciis  licitis  et  honestis 
etc,  Et  non  discedat  ab  eius  seruiciis  tempore  supradicto  durante  aliqua  ratione, 
occasione  uel  causa,  Et  ubi  dictus  Nicolaus  discesserit  seu  aufugerit  a  seruitiis 
predictis  teneatur  et  promisit  dieta  Antonella  eumdem  nicolaum  perquirere  Ipsum- 
que  luxta  sui  posse  Inuenire  Ipsoque  Inuento  reducere  ad  prestina  seruicia  dicti 
francisci  ;  Et  versa  vice  prefatus  franciscus  promisit  et  conuenit  stipulatione  legitima 
precedente  eisdem  Antonelie  et  nicolao  presentibus  etc.  dare  diete  eidem  nicolao 
durante  tempore  supradicto  Cibum  et  potum  calciamenta  et  vestimenta  ac  lectum  ad 
dormiendum  secundum  eius  condecenciam  Ipsumque  bene  tenere  et  pertractare 
Ae  doeere  eumdum  Nicolaum  suam  artem  et  ministerium  ligandi  et  coperiendi 
libros  luxta  sui  Intellectus  eapacitatem  Quia  sic  etc;  prò  quibus  etc.  actendcndis 
etc.  prout  etc.  per  ambas  partes  etc.  obligauerunt  etc.  Sub  pena  et  ad  penam  etc. 
Renunciauerunt  etc.  et  lurauerunt  etc.  presentibus  Indice  nardo  luca  cotugno  de 
neapoli  ad  contractus,  Nardo  fauale  de  neapoli,  presbytero  Bartholomeo  maglyulo 
de  neapoli,  Geronimo  de  paulo  de  neapoli,  et  francisco  muezono  de  neapoli. 

Ego  qui  super  Index  nardus  lucas  Subscripsi. 

(Protocollo    di    notar    Francesco  Russo,    a.  1478 — 1479.  a  ce  loob — loi»). 

XXII. 

Debitum  prò  pelro  pericoles. 

Eodem  die  [23  decembr.]  eiusdem  [anni  1478]  Ibidem  [Neapoli]  constitutus 
in  nostri  presencia  prouidus  vir  lohannes  vaglyes  calelanus  neapoli  commorans 
magister  ligandi  libros  sponte  coram  nobis  non  vi  dolo  etc  ,  ad  Interrogacionem 
sollemniter  et  legitime  sibi  factam  per  honorabiiem  virum  petrum  pericoles  mercha- 
torem  perpinianensem  neapoli  commorantem  Ibidem  presentem  etc,  confessus 
fuit  se  teneri  dare  debere  ac  verum  debitorem  esse  eidem  petro  In  vnciis  undecim 
de  carlenis  argenti  boni  et  Insti  ponderis  sexag.t^  per  Tnciam  computatis,  In 
quibus  dictus  lohannes  debitor  apparebat  honorabili  signorello  de  balsamo  de 
messana,  prò  preeio  vallarum  octo  papiri  boni  etc.  venditarum  et  assignatarum 
per  dictum  signorellum  eidem  lohanni  et  prò  rata  maioris  summe  et  quantitatii 
pecunie  debite  per  dictum  signorellum  dicto  petro  virtute  cuiusdam  scripte  sub- 
scrìpte  proprie  raanus  dicti  signorelli.  Et  promisit  et  eonvenit  prefatus  lohannes 
debitor   sollemni   stipulatione   etc,    ac   sponte   coram   nobis   obligauit   se   suosque 

l)   [e  lOI».] 


Documenti.  195 

heredes  successores  et  bona  eius  omnia  mobilia  et  stabilia  etc.  dicto  petro  presenti 
etc.  In  omnera  euentum  et  casum  etc.  dictas  vncias  vndecim  de  dictis  carlenis 
argenti  et  computatis  ut  supra  dare,  traddere,  soluere  et  assignare  dicto  petro 
creditori  vel  eius  heredi  et  successori  aut  procuratori  suo  legitimo  etc.  In 
terminis  et  solucionibus  subscriptis,  videlicet  medietatem  ex  eis  bine  ad  menses 
duos  et  reliquam  medietatem  ad  complementum  totius  debiti  supra  dicti  bine  ad 
menses  quatuor  a  presenti  die  In  antea  numerandos  In  pace  etc.  etc.  presente  quoque 
Ibidem  dicto  signorello  preraissa  omnia  ratificante  etc.  etc.  presentibus  Indice  nicolao 
felice  de  carpanis  de  neapoli  ad  contractus,  francisco  spingarda,  Trancino  lauritano, 
notarlo  angelo  de  golino  et  marino  de  landò  de  neapoli. 

(Prot.  di  not.  Giov.  De  Carpanis,  a.  1478 — 1479,  a  ce.  1971»  — igSa.) 

XXIII. 

Pro  Baldassarro  Schariglia. 

A  Lo  magnificbo  petro  bernardo  regente  la  thesauraria  delo  S.  R.  Significo 
yo  diomedes  carrafa  conte  de  madalune  et  scriuano  de  oracione  (sic)  de  casa  delo 
dicto  Signore  comò  baldassarro  Schariglio  Socto  librerò  delo  S.  R.  deue  hauere 
le  quantità  Infra  disignate  per  ragione  delo  magisterio  legature  et  auarie  de 
Sepcte  volumj  de  librj  dela  libreria  delo  dicto  Signore  che  haue  ligati  et  posti  in 
ordinj  Computando  dalo  mese  de  octufro  (sic)  proximo  passato  dellanno  M^cccc 
Lxxviiij"  fino  et  per  tucto  lo  presente  et  subscripto  mese  de  frebaro  (sic)  appresso 
Sequente  secondo  Inferius  destintamente  se  contene. 

Primeramente  deue  hauere  per  lo  prezo  de  xiiij  tauole  quale  Intraro  in  la 
legatura  de  dicti  libri  ad  ragione  de  tre  grana  luna  .  ij  .  tr.  ij  .  gr.  Et  per  lo  prezo 
de  vj .  pelle  de  corduana  de  constantinopoli  rosse  per  coperire  dicti  tauole  a 
ragione  de  quactro  tarj  la  peza  iiij  .  d.  iiij  .  tr.  et  correye  et  filo  per  legare  quillj 
i  tr.  Et  per  seta  et  oro  filato  per  fare  li  Capitellj  .  iij  .  tr.  Et  dallaltra  parte 
per  lo  prezo  de  CCL  panj  doro  daurefece  a  comprate  quale  Anno  seruuto  per 
fare  fullagij  et  Interlazi  alle  coperte  et  Innaurare  li  tagli  delle  Carte  de  dicti  libri 
a  ragione  de  Sey  panj  accarlino  .  iiij  .  d  .  xvj  .  gr.  '.  Et  perlo  prezo  de  meza  vnza 
dazuro  per  adornare  li  dicti  fullagi  Interlazi  et  fiurecti  ha  facte  in  diete  Coperte 
de  librj  .  xij  .  gr.  ;  E  pio  bauante  deue  hauere  per  lo  magisterio  suo  delo  legare 
dicti  sepcti  volumi  liquali  sonno  quisti  videlicet:  lo  terzo  volume  de  Nicolo  de 
lira  de  xxxvij  .  quinternj  et  doy  Carte  ;  lo  tortoliano  de  xxxij .  et  doy  carte  ;  lo 
secondo  volumo  dela  Catena  Aurea  de  xxviiij  .  et  doy  Carte;  lo  Sexto  volume  de 
vincenfo  istoriale  de  xxiij .  et  tre  Carte  ;  lo  Septimo  volume  delo  dicto  vincen90 
de  XXX .  et  quactro  Carte  ;  lo  libro  de  Sancto  thomase  de  vicij  et  virtute  de 
XXX  .  et  vna  Carta  et  vnaltro  libro  delo  dicto  Sancto  Thomase  deli  vicij  de  xxj  . 
quinternj  et  tre  Carte:  tucti  de  forma  riale  che  ad  ragione  de  Secte  ducati 
cziaschuno  libro,  Como  cussi  lesiano  stati  ajudicati,  xxxxviiij  .  due;  Et  cussi 
Sonno  Insomma  tucti  le  Supradicti  quantitate  allo  dicto  baldassarro  schariglio 
deuute  per  le  diete  ragiune  secundo  lo  cunto  facto  per  lohanne  pug  oliuerj  de 
mio  officio  che  In  tucte  le  sopradicte  cose  per  me  ey  Interuenuto  Cinquanta  None 
Due.    vno    tr.  et   vndice    gr.  a.  v  .  tr.  per   ducato    de   moneta  Corrente  delo  riame. 

13* 


ig6  Documenti. 

Sta  In  uirita  che  tucti  li  dicti  libri  sonno  stati  consigliati  a  misser  Ioan  branchato 
dicto    latino  librerò  magiore  del  S.  R.  et  per  ipso  alo  dicto  baldassarro  Schariglia 
socto    librerò    alo    quale   ne    ey   stato    facto    lo    debito    notamento.     Scripto  in  la 
Cita  de  napoli  lo  vltinao  delo  mese  de  frebaro  dellanno  MCCCC  .  LXXX . 
(Ced.  d.  Tes.  Arag.  voi.  78,  ce.  199 b— 200».) 

XXIV. 

Pro  Batassarro  Schariglia. 

A  Lo  magnifico  Petro  Bernardo  Regente  la  thesoreria  del  S.  R.  Significo 
yo  diomedes  carrafa  conte  de  madalune  et  Scriuano  doracione  (sic)  de  Casa  del 
dicto  Signore  Como  baldassarro  Schariglia  Socio  librerò  delo  S.  Re  deue  hauere 
le  quantitate  Infrascripte  per  ragione  diuerse  spese  gli  ha  connenuto  fare  in  legare 
et  coperire  alcuni  libri  Inferius  Annotati  quali  erano  in  la  libraria  de  Sua  M'» 
che  de  Comandamento  de  epsa  M'»  ha  ligati  e  posti  in  ordene,  Computando  dalo 
mese  de  marzo  proximo  passato  fino  et  per  tucto  lo  presente  et  subscripto  mese 
de  lullio  appresso  sequente,  Ciò  e  Incompera  de  tauole  pelle  filo  correye  et 
tanchature  et  altre  cose  necessarie  alo  dicto  lauore  Secundo  Appresso  particular- 
mente  Se  demostra.  Et  Imprimis  deue  hauere  per  la  spesa  ha  facla  in  legare  deice 
(sic)  volume  de  libri  de  forma  bastarda  et  altre  scripli  Inpergameno  nominati  lo 
scutrino  Scripturarum  de  quaterni  .  xxvj  .  et  Carte  iiij;  lo  aristotele  de  anima- 
lebus  de  quaterni  .xxx.;  lo  comienlo  de  marciale  de  quaterni  xxviij  .  et  carte 
.iij.;  festo  ponpeo  de  quaterni  .x.  Carta  vna;  Maicho  varrone  de  lengua  latina 
de  quinterni  .x.;  vno  altro  libro  Ampellato  (sic)  la  storia  boemica  facto  per 
lasantitha  de  papa  pio  de  quinterni  .  viij .  et  Carte  .  iij  ;  vn  altro  libro  nomi- 
nato bircio  de  forma  comone  de  quinterni  xxxj  .  et  Carte  .iij.,  et  tre  altri  libii 
de  forma  de  quarto  de  foglio  reali,  che  luno  e  lordinacione  de  campo  facto  per 
ducha  dascoli  de  quaterni  .Sey  et  li  dui  restante  de  fare  Ismagrire  9Ì0  et  luno 
latino  et  laltro  vulgare  composti  per  misser  Ioanne  de  altaldo:  in  liquali  ha  posto 
la  spesa  sequente  videlicet  per  correye  et  filo  per  legare  con  lectauole  per  Inta- 
uolare  dicti  libri  per  tucto  .iij.  tr.  x.  gr. ;  per  oro  filato  et  Seta  per  fare  li 
capitelli  .  ij  .  tr.;  Et  per  CCLla  pani  doro  de  aurefece  per  durare  li  tagli  dcle 
carte  et  fugliagii  a  ragione  de  sey  pani  a  Carlino  .iiij.  d.  xvj  .  gr. ;  per  meza 
vncia  de  azuro  per  dicti  tagli,  (ugliagii,  Interlazi  et  fiurecti  xij  .  gr.  ;  ;  per  vj  .  pelle 
de  Cordellati  vermeglie  turchesche  per  coprrire  le  tauole  deli  dicti  libri  arragionc 
de  vno  tr.  dece  gr.  luna  .  j  .  d.  iiij.  tr.  ;  per  xxxij" .  para  de  tanchature  de  adone 
ad  ragione  de  duy  grana  emezo  lo  paro  .iiij  .  tr. ;  et  per  ccntrelle  che  chyauaro 
diete  tanchature  in  li  Supradicti  dece  volumi  de  libri  .  x  .  gr.  Et  liquali  li  sonno 
stati  ajudìeati  per  Io  magisterio  suo  et  legare  dicti  libri  arragionc  Ciò  e  lo 
Scutrino,  lo  aristotele  et  lo  Comiento  de  marciale  de  tre  due.  e  mczo  luno;  lo 
festo  pompeo,  marcho  varrone  et  Ustoria  boemica  de  duy  due.  duy  ir.  (iafcuno; 
bircio  de  forma  Comone  per  tre  ducati,  Et  li  tre  librecti  de  quarto  de  foglio  tre 
tr.  lo  pezo:  che  fanno  per  tucti  .  xxij  .  d.  ij  .  tr.  x.  gr.  Et  Cussi  sonno  Insomma 
tucte  le  Sopradicte  quantitate  deuute  al  prenominato  baldassarro  schariglio  per  la 
nominata   ragiune,   secundo  lo  cunto   facto   per    yXntonio    stene   de    mio   officio  che 


Documenti.  197 

Intuctó  le  diete  cose  per  me  ey  Interuenuto,  Trenta  due.  duy  tr.  decennove  gr.  a 
cinquo  tr.  per  dueato  de  moneta  Corrente  del  riame.  Ey  certo  Impero  che  tucti 
li  dicti  libri  sonno  stati  consignati  ad  misser  Ioanne  branchato  dicto  latino  librerò 
maiore  del  S.  R.  et  per  ipso  allo  dieto  Baldassarre  Schariglio  Socto  librerò  alo 
quale  ne  ey  stato  facto  lo  debito  notamento.  Scripto  in  la  Cita  de  napoli  lo 
vltimo  del  mese  de  luliolo  fstcj  del  anno  M.  ecce  Lxxxta. 
(Ced.  d.  Tes.  Arag.  v.  78,  ce.  200^  —  201  b.) 

XXV. 

Societas  Inter  baldaxarem  scariglya,  laeobum  eius  filium  et  Iheronimum  de 
ambrosio. 

Die  x"  mensis  nouembris  viiije  Indictionis  [a.  1490]  neapoli  Constitutis  In 
nostri  presentia  Egregiis  viris  baldaxare  fcariglya  de  neapoli  regio  librario  et  lacobo 
scariglya  de  neapoli  eius  filio  legitimo  et  naturali  dicti  baldaxaris  cura  consensu 
Ipsins  presentis  etc,  agentibus  dietis  patre  et  filio  ad  Infrascripta  omnia  et  singula 
prò  se  Ipsis  et  quolibet  Ipsorum  ac  eorum  et  cuiuslibet  Ipsorum  heredibus  et 
successoribus  ex  vna  parte;  Et  prouido  viro  Iheronimo  de  ambrosio  de  neapoli 
librario  agente  similiter  ad  omnia  et  singula  Infrascripta  prò  se  suisque  heredibus 
et  successoribus  ex  parte  altera:  prefate  partes  asseruerunt  Inter  eas  habitum  fuisse 
colloquium  et  tractatum  de  faciendo  ad  Inuicem  soeietatem  In  et  super  legacione 
librorum  durante  vita  Ipsarum  parcium.  Et  volentes  diete  partes  ad  dictum 
tractatum  realiter  procedere  sponte  coram  nobis  diete  partes  contraxerunt  ad 
Inuicem  soeietatem  In  ligacione  et  Inpressione  librorum  predietorum  eorum  vita 
durante  sub  pactis  Infrascriptis  videlieet:  quod  dicti  baldaxar  et  lacobus  et  qui- 
libet  Ipsorum  In  solidum  teneantur  et  debeant  prout  sponte  coram  nobis  promi- 
serunt  dare  et  assignare  eidem  Iheronimo  ad  ligandura  seu  laborandum  totam 
lUam  quantitatem  librorum  ad  eosdem  patrem  et  filium  uel  alterum  Ipsorum 
proueniendorum  a  quibuscumque  hominibus  et  personis  et  signanter  a  regia  curia, 
et  dictus  Iheronimus  teneatur  prout  promisit  Illara  librorum  quantitatem  ligare  et 
Inprimere  bene  et  diligenter  ut  decet;  et  quicquid  prouenerit  ex  eausa  ligacionis 
librorum  predietorum  et  aliorum  prò  causa  predicta  teneantur  et  debeant  prout 
promiserunt  Inter  eas  [diuidere]  videlieet  prò  duabus  parlibus  dietis  patri  et 
filio  et  prò  reliqua  tercia  parte  dieto  Iheronimo,  dedueto  capitali  ponendo  In 
predictis  per  partes  predietas  uel  alteram  Ipsarum  In  pace  ete.  ;  prò  quibus 
obseruandis  etc.  obligauerunt  se  ad  Inuicem  diete  partes  ambe  et  quelibet 
Ipsarum  In  solidum  earumque  heredes  suecessores  et  bona  omnia  etc.  ad  penam 
vnciarum  auri  decem  etc.  medietate  etc.  eum  potestate  capiendi  ete.  eonstitutione 
precarii  etc.  renuneiauerunt  etc.  et  lurauerunt  etc.  presentibus  ludice  Marino  de 
flore,  notarlo  berardino  castaido,  presbytero  daniele  vanuso  de  neapoli  et  carlucio 
tesauro  de  diano. 

(Prot.  di  not.  Luigi  Castaldo,  a.  1490 — 1491,  a  e.  XXXIIl>.) 


198  Documenti. 

XXVI. 

Promissio  prò  baldaxare  scarilya. 

Eodem  die  [x"  mensis  nouembris  viiije  Indictionis]  eiusdem  [a.  1490]  Ibi- 
dem [Neapoli]  coram  nobis  constitutus  Nicolaus  lohannis  natalis  de  castro  cam- 
pagnani  habitator  neapolis  librarius  sponte  coram  nobis  ex  certis  racionibus,  luri- 
bus  atque  causis  promisit  et  conuenit  eisdem  patri  et  filio  presentibus  etc  nunquam 
ullo  tempore  loqui  nec  dicere  aliquod  verbum  centra  dictos  patrem  et  filium  nec 
alterum  Ipsorum  In  dapnum  et  preiudicium  Ipsorum  patris  et  filii  uel  alterius 
eorumdem,  nec  se  Intromictere  aliquo  pacto  In  aliquo  opere  spectante  ad  dictam 
artem  sine  expressa  licencia  et  voluntate  dictorum  patris  et  filii  uel  alterius 
Ipsorum,  reseruatis  eidem  nicolao  corrigiis  cintis  et  libris  ad  stappam  (sic)  quia 
sic  etc.  In  pace  etc.  ;  prò  quibus  obseruandis  etc.  obligauit  se  dictus  nicolaus 
eiusque  heredes  successores  et  bona  omnia  etc.  ad  penam  vnciarum  auri  decem  etc. 
mcdietate  etc.  cum  potestate  capiendi  etc.  conslitulione  precari!  etc.  renunciauit  etc. 
et  lurauit  etc.  presentibus  predictis. 

(Prot.  di  not.  Luigi  Castaldo,  a.  1490 — 1491,  a  e.  XXXIII».) 

XXVII. 

Locatio  apothece  prò  Marino  de  manso. 

Eodem  die  [XXIV.  mensis  novembris  decime  Indictionis]  eiusdem  [a.  1491] 
Ibidem  [Neapoli]  In  nostri  presentia  constitutus  magnificus  miles  dominus 
Bertoldus  carrafa  de  neapoli  sponte  coram  nobis  locauit  et  ad  pensionem  dedit 
et  concessit  Marino  de  manso  de  agerulo  librario  Ibidem  presenti  et  con- 
ducenti eie.  Apotecam  unam  Ipsius  domini  Bertoldi,  quam  ad  presens  ad 
pensionem  tenet  Ioannes  [Vaglies?]  librarius,  sitam  et  positam  in  platea  Nidi 
ciuitatis  neapolis  ubi  dicitur  ad  lurmo,  iuxla  et  subtus  alia  bona  dicti  domini 
bertholdi  et  iuxta  viani  publicam ,  prò  annis  tribus  incipiendis  a  quintodecimo  die 
mensis  Augusti  proximo  venturi  huius  presentis  anni  decime  Indictionis,  ad 
rationem  ducatorum  sex  de  carlenis  argenti  per  annum;  quos  quidem  ducatos 
sex  de  dictis  carlenis  argenti  etc.  prefatus  Marinus  promisit  etc.  dicto  domino 
Bertoldo  presenti  etc.  anno  quolibet  durante  dicto  tempore  Integre  et  ad  plenum 
etc.  dare,  traddere  (sic),  solucre  et  assignare  etc.  eidem  domino  Bertoldo  etc.  In 
Introytu  et  exitu  cuiuslibet  anni  secundum  usum  et  consuetudincm  diete  Ciui- 
tatis neapolis  In  pace  etc.  Et  promisit  et  convenit  prefatus  dominus  Bertoldus 
etc.  eidem  Marino  presenti  etc.  Ipsum  Marinum  durante  dicto  tempore  a 
dieta  loeatione  non  amovere  etc.  aliquo  pretio  etc.  ymmo  (sic)  Ipsum  defendere  eie. 
ab  omnibus  hominibus  eie.  Et  Insuper  dictus  dominus  Bertoldus  coram  nobis 
presentialiter  et  manualitcr  recepii  et  habuit  a  dicto  Marino  sibi  dante  etc.  tarcnos 
dnos  cum  dimidio  de  carlenis  prò  parte  Introytus  proximi  anni.  Et  nihilominus 
prefatus  Marinus  ad  maiorem  cautelam  et  securitatem  dicti  domini  Bertoldi  fideius- 
sorem  et  principalem  pagat^rem  et  expromissorem  dedit  et  posuit  penes  eundeni 
dominum  Berloldum  Salvatorem  de  nastasio  librarium  Ibidem  presentem  et  prò 
eodem  Marino   fideiubentem ,   et   suo   proprio   privato   et   principali    nomine  et  In 


Documenti.  igg 

solidum  promictentem  dicto  domino  Bertoldo  presenti  etc.  dictos  ducatos  sex  de 
dictis  carlenis  argenti  Anno  quolibet  durante  dicto  tempore  Integre  etc.  dare  etc. 
eidem  domino  Bertholdo  etc.  In  Introytu  et  exitu  cuiuslibet  anni  secundum  usura 
et  consuetudinem  diete  Ciuitatis  neapolis  In  pace  etc.  Renuncians  expresse 
dictus  Salvator  coram  nobis  super  hiis  omnibus  etc.  Et  prò  predictis  etc. 
actendendis  etc.  prout  etc.  Arabe  partes  etc.  Et  Renunciauerunt  etc.  Et  lurauerunt 
etc.  presentibus  ludice  paulino  de  gelino  de  neapoli  ad  contractus,  raagistro 
Leoneecta  (sic)  Sagliano ,  Antonello  de  memulo  de  Cagiano  et  Beneagiamo 
campese. 

(Protoc,  di  not.  Cesare  Maifìtano,  a.  1491 — 1492,  e.  85».) 


Druck  von  Ehrhardt  Karras,  Halle  a.  S.